La crisi del coronavirus è un mostro alimentato dal capitalismo

di Mike Davis

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Riflessioni

Francesco Caudullo, che dirige il Centro di documentazione europea di Catania, ha raccolto nel suo libro, appena uscito, Emergenza globale, vita e crisi di sistema. Riflessioni oltre il COVID-19 i contributi di alcuni dei maggiori pensatori sistemici sulla crisi del coronavirus.

A fianco delle proprie originali riflessioni, quelle di Giorgio Agamben, Byung-chul Han, Noah Yuval Harari e di altri ci pronone un contributo di Mike Davis, teorico, storico e attivista politico, che lavora proprio sul campo. Mike, infatti, svolge le sue indagini all’interno delle enclave di povertà, di sofferenza sociale e di discriminazione di una delle aree più ricche e sviluppate del mondo, la California.

Nel 2004 il l Manifesto Libri ha pubblicato una raccolta dei suoi articoli, dal titolo Cronache dall’impero, sulle conseguenze delle politiche neoliberiste dell’amministrazione Bush. È appena uscito (il 20 aprile 2020) il suo ultimo lavoro (800 dense pagine) dal titolo Set the Night on Fire: L.A. in the Sixties, scritto insieme a Joe Wiener. Questo saggio, su un momento tragicamente spartiacque della storia sociale della città californiana, è stato giustamente definito dal critico del “Guardian” “un’opera monumentale”.

Davis si autodefinisce un “marxista-ambientalista” e ritiene che la lotta della popolazione di colore per l’uguaglianza possa portare a una evoluzione in senso socialista della società americana. Una posizione assimilabile alla teoria dell’integrazionismo rivoluzionario.

Mike Davis insegna storia alla Università della California, Irvine

In questo intervento sul coronavirus lo storico californiano denuncia le falle del sistema sanitario americano e la discriminazione che il coronavirus ha portato alla massima potenza tra le varie classi che compongono la struttura sociale del grande paese d’oltre atlantico.

Buona lettura!

Un soggetto per Hollywood

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La copertina del libro di Francesco Caudullo da cui è tratto il brano che state leggendo.

Coronavirus è un vecchio film che abbiamo visto più volte. È tratto dal libro di Richard Preston del 1995 The Hot Zone che ci ha fatto conoscere il demone sterminatore, nato in una misteriosa caverna di pipistrelli in Africa centrale, conosciuto come ebola. È stata solo la prima di una serie di nuove malattie che esplodevano nel “campo vergine (questo è il termine appropriato) dei sistemi immunitari inesperti dell’umanità”.

Ebola è stata presto seguita dall’influenza aviaria, che è esplosa nel 1997 e dalla sars sviluppatasi alla fine del 2002. Entrambi i casi sono comparsi per primi nella provincia di Guangdong, uno degli hub di produzione mondiale di merci e servizi.

Hollywood, ovviamente, ha abbracciato con entusiasmo questi focolai e prodotto una serie di film per titillarci e spaventarci. (Il contagio di Steven Soderbergh, uscito nel 2011, si distingue per la sua accurata ricostruzione e per l’anticipazione inquietante dell’attuale caos.) Oltre ai film e innumerevoli romanzi pulp, centinaia di libri seri e migliaia di articoli scientifici sono seguiti a ogni epidemia, molti sottolineando lo spaventoso stato di impreparazione globale per rilevare queste nuove malattie e risponderle in modo adeguato.

Un mostro dal volto familiare

Quindi Corona entra dalla porta principale come un mostro dal volto familiare. Il sequenziamento del suo genoma (molto simile alla sua ben studiata sorella-gemella sars) è stato semplice, ma mancano ancora molte informazioni. Mentre i ricercatori lavorano giorno e notte per arginare l’epidemia, si devono affrontare tre grandi sfide.

In primo luogo, la carenza di kit per i test, specialmente negli Stati Uniti e in Africa. Tale carenza ha impedito di raccogliere informazioni su parametri chiave come il tasso di riproduzione del virus, la quantità della popolazione infetta e il numero di guarigioni. Il risultato è stato un caos comunicativo.

In secondo luogo, come l’influenza annuale, questo virus sta mutando mentre si diffonde a popolazioni con diverse strutture demografiche e sistemi sanitari. Il tipo di malattia che gli americani hanno più probabilità di contrarre è già leggermente diversa da quella dell’epidemia originale sviluppatasi a Wuhan.

Un’ulteriore mutazione potrebbe essere benigna o alterare l’attuale distribuzione della virulenza che si acuisce notevolmente dopo i 50 anni. Il coronavirus è un pericolo mortale per gli anziani che hanno un sistema immunitario debole o problemi respiratori cronici.

Terzo, anche se il virus rimane stabile e muta poco, il suo impatto sui fasce di età giovanile potrebbe differire radicalmente nei paesi poveri e tra la popolazione in stato di alta indigenza. Si consideri l’esperienza globale dell’influenza spagnola nel 1918–19, che si stima abbia ucciso dall’1 al 3% dell’umanità.

Negli Stati Uniti e in Europa occidentale, l’h1n1 è stato più letale tra i giovani. Questo di solito si spiega come una risposta del loro sistema immunitario relativamente più forte che ha reagito in modo eccessivo all’infezione attaccando le cellule polmonari e causando polmonite e shock settico.

In ogni caso, l’influenza ha trovato la sua nicchia preferita nei campi di battaglia e nelle trincee dove ha preso decine di migliaia di vite di giovani soldati. Ciò divenne un fattore importante nello scontro tra le forze in campo. Il crollo della grande offensiva tedesca di primavera del 1918, che determinò l’esito della guerra, è stato attribuito alla superiore capacità degli alleati di ricostituire i loro eserciti decimanti dalla malattia con truppe americane fresche.

Ma l’influenza spagnola nei paesi più poveri ebbe un profilo diverso. Raramente si considera che una grande percentuale della mortalità globale si verificò nel Punjab, a Bombay e in altre parti dell’India occidentale, dove le pratiche brutali di requisizione del raccolto di grano da parte degli inglesi coincisero con una grave siccità. La conseguente carenza di cibo portò decine di poveri alla carestia. Divennero vittime di una sorta di sinistra conseguenza della malnutrizione che soppresse la loro capacità di risposta immunitaria alle infezioni e lasciò spazio al dilagare della polmonite virale.

Questa storia, in particolare le conseguenze sconosciute delle interazioni tra la malnutrizione e malattie infettiva, dovrebbe essere un chiaro segno che il covid-19 potrebbe prendere una strada diversa e più letale nelle dense e malandate baraccopoli dell’Africa e dell’Asia meridionale. Con i casi ora presenti a Lagos, Kigali, Addis Abeba e Kinshasa, nessuno sa (e non si saprà a lungo a causa dell’assenza di test) come interagire con le condizioni igieniche e le malattie locali.

Alcuni affermano che, essendo la popolazione urbana dell’Africa la più giovane del mondo, la pandemia avrà un impatto lieve. Alla luce dell’esperienza del 1918, questa è una folle conclusione. Così come lo è la convinzione che la pandemia, come l’influenza stagionale, si ritirerà con l’arrivo delle alte temperature.

Il lascito delle politiche di austerità

Tra un anno guarderemo con stupore alla Cina per il successo nel contenere la pandemia e con orrore gli Stati Uniti per il fallimento. L’incapacità delle istituzioni americane a tenere sigillato il vaso di Pandora non è certo una sorpresa. Dall’inizio del secolo abbiamo assistito a ripetute crisi del sistema sanitaria primario.

La stagione influenzale del 2009 così come quella del 2018, ad esempio, ha travolto gli ospedali in tutto il paese, mostrando la inaudita carenza di posti letti ospedalieri dopo anni di riduzioni del servizio pubblico a beneficio dei privati.

La crisi risale all’offensiva della corporate America che portò al potere Ronald Reagan e convertì i principali esponenti del Partito democratici in portavoce neoliberisti. Secondo l’American Hospital Association, il numero di posto letti ospedalieri è diminuito di uno straordinario 39% tra il 1981 e il 1999. Lo scopo era aumentare i profitti aumentando il “census” (il tasso di occupazione dei letti). Ma l’obiettivo del management di raggiungere una capacità del 90% significava che gli ospedali non avevano più la possibilità di assorbire l’afflusso di pazienti durante epidemie o emergenze mediche.

Nel nuovo secolo, la medicina d’urgenza ha continuato a essere ridimensionata, nel settore privato, in nome dell’imperativo del “valore per gli azionisti” per aumentare i dividendi e i profitti a breve termine e, nel settore pubblico, dall’austerità fiscale e dal taglio dei bilanci statali e federali.

Di conseguenza, negli Stati Uniti ci sono solo 45.000 letti in terapia intensiva disponibili per far fronte al previsto diluvio di casi gravi Corona e di pazienti in situazione critica. In confronto, i sudcoreani hanno a disposizione triplo di posti letto per mille abitanti rispetto agli americani. Secondo un’indagine di “Usa Today:

Solo otto stati avrebbero abbastanza posti letti ospedalieri per assistere il milione di americani oltre i 60 anni che potrebbero ammalarsi di covid-19.

Allo stesso tempo, i repubblicani hanno respinto tutti gli sforzi per ricostruire le reti di sicurezza distrutte dai tagli al bilancio dopo la recessione del 2008. I dipartimenti sanitari locali e statali — la prima vitale linea di difesa — hanno oggi il 25% di personale in meno rispetto al periodo precedente la crisi del 2008.

Nell’ultimo decennio, inoltre, il budget del Centers for Disease Control and Prevention (cdc) è diminuito del 10% in termini reali. Sotto Trump, le carenze strutturali si sono solo aggravate. Il “New York Times” ha recentemente scritto che “il 21 percento dei dipartimenti sanitari locali ha effettuato riduzioni dei budget per l’anno fiscale 2017”.

Trump ha anche chiuso l’ufficio per la pandemia della Casa Bianca, un gruppo di lavoro istituito da Obama, dopo l’epidemia di ebola del 2014, per garantire una risposta nazionale rapida e ben coordinata alle nuove epidemie.

Siamo alle prime fasi di una versione medica dell’uragano Katrina. Dopo aver disinvestito nella medicina d’emergenza, mentre gli esperti raccomandavano una sua espansione, adesso mancano forniture di base a bassa tecnologia, respiratori e letti di emergenza. Le scorte nazionali e locali sono state mantenute a livelli molto al di sotto di quanto richiesto dai modelli epidemici.

Quindi la debacle dei kit per i test ha coinciso con una grave carenza di dispositivi di protezione per gli operatori sanitari. Il personale infermieristico in prima linea, la nostra coscienza sociale nazionale, sta persuadendo tutti dei gravi pericoli creati da scorte inadeguate di materiali protettivi come le maschere per il viso N95. Ci ricordano anche che gli ospedali sono diventati serre per superbatteri resistenti agli antibiotici come S. aureus e C. difficile che possono diventare dei veri e propri killer nei reparti ospedalieri sovraffollati.

Una crisi ineguale

L’epidemia ha immediatamente rivelato il netto divario di classe nella sanità americana. Quelli con buoni piani salute che possono anche lavorare o insegnare da casa comodamente isolati a condizione che seguano le precauzioni richieste. Gli impiegati pubblici e altri gruppi di lavoratori con una copertura decente dovranno fare scelte difficili tra reddito e protezione. Nel frattempo, milioni di lavoratori con bassi salari, impiegati agricoli, disoccupati e senzatetto vengono lasciati alla mercè del virus.

Come tutti sappiamo, l’assistenza universale in tutti i sensi copre con retribuzione i giorni di malattia. Al 45% della forza lavoro negli Stati Uniti viene negato tale diritto ed è di fatto costretta a scegliere tra il divenire veicoli di contagio e il piatto vuoto. Allo stesso modo, 14 stati hanno rifiutato di allargare l’assistenza medica ai lavoratori poveri. Ecco perché quasi un texano su cinque, ad esempio, manca di copertura assistenziale.

Le terribili contraddizioni del sistema sanitario privato in un momento di pandemia sono particolarmente evidenti nel settore delle case di riposo a scopo di lucro che assistono 1,5 milioni di anziani americani, in ambito di sanità convenzionata. È un settore altamente competitivo con salari bassi, personale insufficiente e riduzione dei costi.

Decine di migliaia di anziani muoiono ogni anno a causa della negligenza da parte delle strutture di assistenza e della incapacità dei governi di ritenere la direzione responsabile di ciò che non può essere altro da un omicidio colposo. Molti di questi istituti trovano più vantaggioso pagare multe per violazioni degli standard sanitari piuttosto che assumere personale aggiuntivo per fornire agli ospiti una formazione adeguata.

Non sorprende che il primo epicentro della trasmissione sia stato il Life Care Center, una casa di riposo nel sobborgo di Kirkland a Seattle. Ho parlato con Jim Straub, un vecchio amico che è fa il sindacalista nelle case di cura della zona di Seattle. Ha definito la struttura come “una delle peggiori alle dipendenze dello stato” e l’intero sistema che a Washington gestisce le casa di cura “come il peggio finanziato del paese — un’assurda oasi di sofferenza e di dolore in mezzo al mare di soldi della tecnologia”.

Straub mi ha notare che i funzionari della sanità pubblica stanno trascurando il fattore cruciale che spiega la rapida trasmissione della malattia dal Life Care Center ad altre nove case di cura vicine: “I lavoratori delle case di cura, nel più costoso mercato degli affitti in America, fanno più lavori, di solito in più case di cura.” Le autorità non sono riuscite a localizzare i luoghi di questi secondi lavori e hanno perduto ogni controllo sulla diffusione di covid-19.

In tutto il paese, molte altre case di riposo diventeranno hotspot del coronavirus. Molti lavoratori alla fine sceglieranno la mensa dei poveri piuttosto che lavorare in questi condizioni e resteranno a casa. In questo caso, il sistema potrebbe crollare e non possiamo neppure aspettarci che la Guardia Nazionale tolga le castagne dal fuoco.

La strada da percorrere

La pandemia mostra ogni giorno di più la validità della copertura sanitaria universale e del congedo retribuito. Sarà probabilmente Joe Biden ad affrontare Trump nelle elezioni presidenziali di novembre. I progressisti devono unirsi, come propone Bernie Sanders, per estendere l’assistenza sanitaria a tutti. I delegati combinati di Sanders e Warren hanno un ruolo da svolgere alla convention nazionale democratica di Milwaukee a luglio, ma il resto di noi ha un ruolo altrettanto importante da svolgere, a partire da ora con le lotte contro sfratti, licenziamenti e datori di lavoro che rifiutano di risarcire i lavoratori in congedo.

Ma la copertura universale e le altre richieste sono solo un primo passo. È scoraggiante che nei confronti televisivi né Sanders né la Warren abbiano messo l’accento sulla inadempienza dei Big Pharma nel campo della ricerca e nello sviluppo di nuovi antibiotici e antivirali.

Delle 18 maggiori aziende farmaceutiche, 15 hanno abbandonato completamente il campo. I farmaci per il cuore, i tranquillanti che creano dipendenza e i trattamenti per l’impotenza maschile sono veicoli di profitto altamente superiori ai medicinali per la difesa contro le infezioni ospedaliere, le malattie emergenti e i tradizionali killer tropicali. Un vaccino universale per l’influenza — vale a dire, un vaccino che prenda di mira le proteine immutabili del virus — è stato una possibilità per decenni, ma non è mai stato ritenuto abbastanza redditizio da diventare una priorità.

Man mano che l’effetto degli antibiotici scemerà, riappariranno vecchie malattie insieme a nuove infezioni e gli ospedali diventeranno delle ciminiere. Perfino uno come Trump può, opportunisticamente, far fronte a costi di cure assurdi, ma abbiamo bisogno di una visione più audace che cerchi di spezzare il monopolio dei Big Pharma e provveda alla produzione pubblica di medicinali per la sicurezza collettiva. C’è già stato un caso: durante la seconda guerra mondiale. Jonas Salk e altri ricercatori furono arruolati per sviluppare il primo vaccino antinfluenzale. Ho già scritto queste cose quindici anni fa nel mio libro Il mostro alla nostra porta. La minaccia globale dell’influenza aviaria:

L’accesso ai medicinali salvavita, inclusi vaccini, antibiotici e antivirali, dovrebbe essere un diritto umano, universalmente e gratuitamente disponibile. Se i mercati non sono in grado di fornire incentivi per la produzione accessibile di tali farmaci, i governi e le organizzazioni no profit dovrebbero assumersi la responsabilità della loro produzione e distribuzione. La sopravvivenza delle persone deve sempre essere considerata una priorità più alta rispetto ai profitti dei Big Pharma.

L’attuale pandemia allarga il discorso oltre l’aspetto medico. La globalizzazione capitalista appare oggi biologicamente insostenibile in assenza di una vera e propria infrastruttura di sanità pubblica internazionale. Ma tale infrastruttura non esisterà mai fino a quando non si spezzerà il potere dei Big Pharma e dell’assistenza sanitaria a scopo di lucro.

Ciò richiede un disegno socialista indipendente per la sopravvivenza della specie umana che includa — ma vada oltre — un secondo nuovo aspetto. Sin dai tempi di Occupy, i progressisti hanno posto con successo al centro della lotta le disparità di reddito e ricchezza: un grande risultato. Ma ora i socialisti devono compiere il passo successivo e, con le industrie sanitarie e farmaceutiche come obiettivi immediati, sostenere la proprietà sociale e la democratizzazione del potere economico.

Dobbiamo anche fare una valutazione onesta sulle nostre debolezze politiche e morali. Lo spostamento a sinistra di una nuova generazione e il ritorno della parola “socialismo” nel discorso politico ci rallegra tutti, ma c’è un elemento inquietante nel solipsismo nazionale nel movimento progressista che è simmetrico al nuovo nazionalismo. Parlo proprio della classe operaia americana e della storia dei radicali americana, forse dimenticando che Eugene V. Debs era un internazionalista fino al midollo.

Nell’affrontare la pandemia, i socialisti dovrebbero trovare ogni occasione per ricordare agli altri la necessità della solidarietà internazionale. In concreto, i progressisti e i loro esponenti politici devono chiedere un massiccio impegno della produzione di kit per i test, di forniture per la protezione e di farmaci salvavita da distribuire gratuitamente nei paesi poveri. Sta a noi garantire che l’assistenza sanitaria universale di alta qualità diventi politica estera e interna.

Tratto da Francesco Caudullo, Emergenza globale, vita e crisi di sistema. Riflessioni oltre il COVID-19, goWare, maggio 2020

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Graduated in European history in Florence, he started working in publishing soon after having come across a Mac computer in 1984

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