Jacinda Ardern: lezioni di leadership

Empatia, ascolto, dialogo, presenza e decisioni. La Nuova Zelanda è fuori dalla crisi del Covid-19

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Jacinta Arden, premier della Nuova Zelanda dal 2017, nativa di Hamilton nell’Isola del Nord.

Pubblichiamo di seguito un articolo della giornalista di “The Atlantic” Uri Friedman sulla lezione di leadership che la giovane premier della Nuova Zelanda sta dando al mondo nell’affrontare la crisi del COVID-19.

Jacinda Ardern, 39 anni, leader del Partito laburista della Nuova Zelanda guida dall’ottobre 2007 un governo di minoranza. A 37 anni è diventata la più giovane donna al mondo a insediarsi alla guida di un governo. Ha lasciato un segno importante il suo atteggiamento in occasione dell’attentato terroristico contro la comunità islamica di Christchurch del 15 marzo 2019. Il suo forte discorso in Parlamento “Non dirò il suo nome” è disponibile qui in traduzione italiana.

Buona lettura!

A ognuno il suo stile

La pandemia di coronavirus è la più grande prova di leadership che un politico è chiamato a dimostrare. Ogni leader politico del mondo si trova ad affrontare la stessa minaccia e la stessa sfida. Non ci sono molte disparità in questo comune destino. Ogni leader reagisce in modo specifico e anche personale, reagisce, cioè, con un proprio stile. E ogni leader sarà giudicato in base ai risultati che otterrà.

La cancelliera tedesca Angela Merkel si affida alla scienza. Il presidente brasiliano Jair Bolsonaro la rifiuta. I briefing quotidiani del presidente americano Donald Trump sono uno spettacolo da baraccone, mentre il primo ministro indiano Narendra Modi non tiene alcun briefing, pur tenendo bloccate quasi un miliardo e mezzo di persone.

Jacinda Ardern, il primo ministro della Nuova Zelanda, 39 anni, sta costruendo un percorso tutto suo. Il suo stile di leadership è quello dell’empatia in una crisi nella quale la gente è spinta a cavarsela per proprio conto. I suoi messaggi sono chiari, coerenti e, allo stesso tempo, sobri e tranquillizzanti. E il suo approccio non si limita solo ad avere un effetto tranquillizzante a livello emotivo. E non è poco se è vero che la depressione favorisce il contagio. Ma il suo approccio funziona anche molto bene a livello pratico.

Lo stile di Jacinda Ardern

La gente sa che la Ardern “non fa prediche, lei sta con loro”, dice Helen Clark, primo ministro della Nuova Zelanda dal 1999 al 2008. Ardern, attuale leader del partito laburista, ha iniziato a lavorare in politica per la Clark durante il governo di quest’ultima. Dice la Clark:

La gente è indotta a pensare: ‘Beh, non capisco perché il governo l’abbia fatto, ma so che ci protegge. C’è un alto livello di fiducia nella Ardern per via di questa empatia.

È “una comunicatrice”, aggiunge ancora, menzionando il fatto che la Ardern ha una laurea in comunicazione.

“Questo è il tipo di crisi che costruirà o spezzerà un leader. E sarà questa crisi che renderà Jacinda un leader.”

Una delle innovazioni della Ardern è la chat su Facebook Live che tiene regolarmente. Durante questi momenti riesce a essere sia informale che informativa. Durante una sessione, tenuta alla fine di marzo proprio mentre la Nuova Zelanda si preparava ad andare in isolamento, è apparsa a casa sua con una felpa piuttosto logora (aveva appena messo a letto la sua bambina, ha spiegato) per confortare la gente “mentre tutti noi ci apprestiamo a rintanarci”, ha aggiunto.

Ha mostrato molta comprensione quando hanno risuonato le sirene d’allarme dell’emergenza che essenzialmente diceva a tutti i neozelandesi che la vita, come l’avevano conosciuta, era finita. Ha fatto ricorso a concetti semplici come questi: “pensare alle persone che saranno sempre con te in questo periodo di tempo”, “la tua bolla”, “comportarsi come se avessi già il COVID-19 nei confronti di coloro che sono fuori dalla tua bolla”.

Ha spiegato politiche severe con esempi pratici: la gente deve muoversi in un ambito locale, perché cosa potrebbe succedere se in viaggio verso qualche destinazione remota si rompesse l’auto? Ha detto di sapere, come genitore, che è davvero difficile stare alla larga dai parchi con i giochi per bambini, ma il virus può vivere sulle superfici per 72 ore.

Un tocco personale

La durata dell’isolamento non sarebbe stata breve, continuava a ripetere la Ardern, e si aspettava anche che i casi sarebbero aumentati vertiginosamente anche con la quarantena dei neozelandesi. Proprio per la natura del coronavirus, “non si potranno vedere i benefici positivi di tutti gli sforzi che state per fare con l’autoisolamento… per almeno 10 giorni. Quindi non scoraggiatevi, resistete!”, ha detto.

In un recente Facebook Live, uno dei collaboratori della Ardern è entrato nel suo ufficio proprio mentre Jacinda si stava lanciando in una descrizione dettagliata di come sarebbe stata la vita una volta che il governo avesse iniziato ad allentare il blocco. “Oh guarda, è Leroy!” ha esclamato, assicurando agli spettatori che lui era al sicuro nella sua “bolla di lavoro”. Un giocattolo per bambini era visibile proprio dietro la scrivania. La scena sembrava adatta a un’epoca in cui lavoro e vita si contendevano il tempo delle persone.

Mentre la Ardern conduce briefing giornalieri più formali e convenzionali con altri alti funzionari e giornalisti, anche in questi mette il suo tocco personale. “Trump fa i suoi briefing, ma questo è un tipo di spettacolo diverso”, dice la Clark. “In nessuna occasione Jacinda è mai andata in testacoda e ha attaccato un giornalista che ha fatto una domanda scomoda”, osserva ancora la Clark in riferimento alle ripetute invettive del presidente americano contro i giornalisti. Quando un giornalista ha dimenticato la domanda durante un recente briefing, la Ardern gli ha scherzosamente detto che era preoccupata che non avesse dormito abbastanza.

La spinta gentile

“Non spaccia disinformazione; non dà la colpa al cambiamento; cerca di gestire le aspettative di tutti e allo stesso tempo offre note rassicuranti”, mi ha scritto in una e-mail Van Jackson, studioso di relazioni internazionali della Victoria University di Wellington ed ex funzionario del Dipartimento della difesa durante l’amministrazione Obama.

“Usa lo stesso pulpito di Trump per spingere la società verso orizzonti migliori. Siate gentili l’uno con l’altro e cose del genere. Penso che sia più importante di quanto la gente non si renda conto, e che la cosa guidi molti comportamenti.”

Lo stile di Ardern sarebbe molto interessante — un leader mondiale in abiti comodi che chiacchiera informalmente con milioni di persone! — e niente più di questo, se non fosse per il fatto che il suo approccio ha portato a politiche che hanno prodotto risultati reali e all’avanguardia a livello mondiale.

La Nuova Zelanda è l’unico Paese non solo ad avere appiattito la curva dei casi di coronavirus, come è successo anche nella maggior parte degli altri Paesi, ma anche a eliminare completamente il virus. Ed è sulla buona strada per farlo definitivamente. I test COVID-19 sono molto capillari. Il sistema sanitario non è stato sovraccaricato, i nuovi casi hanno raggiunto il culmine all’inizio di aprile, poche decine di persone sono mancate, su una popolazione di quasi 5 milioni di abitanti.

Essendo un arcipelago relativamente isolato in fondo al Pacifico meridionale, la Nuova Zelanda si trova in una posizione favorevole per eliminare il virus. “Dato che abbiamo avuto pochissimi casi nativi, abbiamo potuto effettivamente lavorare per una strategia di eliminazione del virus”, ha detto la Clark. “È indubbiamente un vantaggio stare acquattati alla periferia del mondo, perché si ha la possibilità di vedere cosa succede nel resto del pianeta.”

Decisioni tempestive

Ciò nonostante il governo della Ardern è intervenuto subito con decisione. La Nuova Zelanda ha imposto un blocco nazionale molto prima dell’epidemia rispetto ad altri Paesi. Ha bandito i viaggiatori provenienti dalla Cina già all’inizio di febbraio, prima che nel Paese si registrasse un solo caso di virus. Ha chiuso le frontiere a tutti i non residenti a metà marzo, quando aveva solo una manciata di casi.

Michael Baker e Nick Wilson, due dei maggiori esperti di salute pubblica della Nuova Zelanda, hanno scritto la settimana scorsa che, seppure l’ambiziosa strategia fallisse, l’intervento tempestivo ha fatto guadagnare tempo agli addetti ai lavori per elaborare e applicare misure che potrebbero porre fine alla trasmissione del coronavirus, come la quarantena rigorosa, la chiusura dei confini del Paese, l’espansione dei test COVID-19 e il tracciamento dei contatti.

Jackson, lo studioso di relazioni internazionali, ha affermato che la decisione, all’inizio della crisi, del governo di Ardern di dispiegare il sistema di allerta su quattro livelli (è passato al livello 4 a fine marzo):

“ha funzionato benissimo nel prepararci psicologicamente per un passo avanti nell’affrontare la serietà della sfida, un modello che non potrebbe essere più diverso dall’approccio del vivere alla giornata di Trump”.

Il successo, naturalmente, non è tutto merito della Ardern; è anche il prodotto di un impressionante sforzo collettivo da parte delle istituzioni sanitarie pubbliche, dei politici dell’opposizione e dei neozelandesi nel loro insieme nel rispettare le restrizioni sociali.

Una nuova difficile fase

E quello sforzo collettivo potrebbe anche sfilacciarsi. Anche se il governo ha varato molte misure di stimolo economico, alcuni politici dell’opposizione ed esperti di sanità pubblica ora chiedono che l’isolamento, che potrebbe essere allentato a breve, sia ulteriormente ridotto. Accusano il governo di aver reagito in modo eccessivo e sostengono che l’Australia è riuscita a ridurre i nuovi casi di coronavirus senza il blocco imposto in Nuova Zelanda.

La figura della Ardern è simile a quella di Barack Obama, nel senso che sta “polarizzando in patria mentre è popolare all’estero”, dice Jackson.

Un sondaggio condotto all’inizio di aprile, dalla società di ricerche di mercato Colmar Brunton, ha rilevato che l’88% dei neozelandesi si fida del governo per prendere le giuste decisioni su come affrontare il COVID-19 e l’84% approva la risposta del governo alla pandemia. È un tasso di consensi maggiore di quello avuto dai rispettivi governi nelle sette maggiori economie avanzate del mondo, compresi gli Stati Uniti. I cittadini neozelandesi hanno deciso di sostenere le politiche del governo anche se molti sono consapevoli delle conseguenze economiche, almeno a breve termine.

Jackson ha rilevato che, mentre la Ardern e molti giovani leader europei hanno navigato con competenza la crisi del coronavirus, occorre adesso vedere come questa nuova generazione di leader gestirà ciò che verrà dopo. A questo proposito Jackson osserva:

“Il processo decisionale strategico e il processo decisionale in caso di crisi sono molto diversi. Il mondo cambierà, in gran parte in peggio, nei prossimi anni. Una grande depressione sembra quasi inevitabile. L’opportunismo strategico della Cina non conosce limiti. I dittatori di tutto il mondo stanno usando la pandemia per consolidare il controllo della società. Le istituzioni multilaterali non stanno dando i risultati promessi. Superare intatta questa crisi è solo un passo di un processo più lungo verso un mondo nuovo e più coraggioso.”

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Graduated in European history in Florence, he started working in publishing soon after having come across a Mac computer in 1984

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