Il sangue del Mostrosciatto

di Francesca Bonafini

Racconto della domenica

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Apriamo il mese del “mese delle donne” con il racconto dell’autrice Francesca Bonafini, cronaca irriverente di una martire privata dei «più elementari diritti civili e sociali», immolata sull’altare crudele dell’amore a prima vista, che a volta trasforma povere innamorate in schiave di capricci bambineschi e orrifiche fobie. Tra dipendenze con le bollicine e temibili aghi appuntiti, la vivace testimonianza di una sopravvissuta ai battiti un po’ troppo accelerati del cuore.

Mostro s.m. 1. Creatura mitica risultante da una contaminazione innaturale di elementi diversi, e tale da suscitare l’orrore o lo stupore. 2. Criminale efferato. 3. In biologia, individuo animale o vegetale che presenta gravi anomalie, a volte incompatibili con la vita.

Ho sempre avuto un debole per gli uomini maschi.

Quelli che camminano alla Marlon Brando, per capirci. Quelli che si destreggiano con maestria al timone delle navi, impartendo direttive ai marinai con voce profonda e rude. Quelli che all’imbrunire imbracciano con piglio virile la chitarra in riva al mare per dedicare alla propria femmina una struggente canzone d’amore.

Ecco, questi affascinanti individui, che in genere si dimostrano eccessivamente splendidi durante il corteggiamento dispiegando raggianti come pavoni un variopinto piumaggio di attenzioni esagerate, sono capaci di molteplici prodigi e miracoli inauditi, compreso purtroppo quello della repentina trasformazione della loro gentile e leggiadra persona in orrida creatura delle tenebre.

Senza alcun presentimento, ci si risveglia in una valle di lacrime.

Senza accorgersi di nulla, ci si ritrova prigioniere di un mostro.

Mostrosciatto s.m. Specie di mostro particolarmente efferata originaria dell’Uruguay. Vive preferibilmente nelle zone costiere del Brasile. Egocentrico, maschilista, dispotico, pavido e microfobico. Individuo animale che presenta gravi anomalie, a volte incompatibili con la vita (altrui).

Quando conobbi il Mostrosciatto ne rimasi folgorata.

Bello come un attore del cinema, maschio come un toro da monta, non poteva certo passare inosservato ai miei occhi ingenui e ignari del pericolo che simili vituperevoli creature rappresentano per l’umanità (soprattutto femminile).

“Folgorazione” è il termine che più si addice alla sventura che si abbatté su di me: un lampo assassino che, dapprincipio elettrizzante, ridusse in cenere in un battibaleno i miei più elementari diritti civili e sociali.

L’esemplare di mostro in questione, meglio conosciuto con il nome proprio di Mostrosciatto, esercitava, negli anni in cui ebbi la malasorte di incontrarlo, la sua feroce tirannia in un paese lusofono denominato “Brasile”. Pur essendo lo Sciatto di nazionalità uruguaiana, è molto probabile che a un certo punto della sua riprovevole vita abbia considerato l’eventualità di estendere l’influsso funesto della sua atroce persona al di là della frontiera del piccolo paese in cui nacque.

Emigrò dunque in Brasile, luogo in cui incappai nelle sue grinfie e fui da lui ridotta in schiavitù. Accettai la prigionia a lungo, stoicamente, prendendomi cura di lui e dei suoi innumerabili capricci, e voi vi chiederete il perché di tanti chilometri per andare a soffrire in cattività, e io vi risponderò che ogni masochista cerca il suo sadico, e viceversa. Io sono andata perfino in Sudamerica per trovare il mio. Ho fatto le cose in grande, altroché.

Il Mostrosciatto ha avuto tuttavia una funzione determinante nella mia vita. Individuo pregno di egoismo infantile, assurdo, ottuso e ostinato, si è reso responsabile della riduzione dei tempi del mio processo di beatificazione, la quale mi spetta di diritto. Nessun alto prelato particolarmente ostile alle Maddalene potrà negarmela; per quanti peccati possa io aver commesso, il calvario che la relazione col Mostrosciatto rappresenta, mi sarà di grande aiuto nella carriera di martire e santa, cui ambisco.

Per chi fosse interessato a consultare i documenti che testimoniano la totalità delle bizze e dei soprusi del Mostro a danno del genere femminile, rimando al considerevole numero di testimonianze raccolte e conservate nella Biblioteca Nacional di Río de Janeiro, raggruppate in La saga del Mostrosciatto che consta di quattrocentoventisette tomi suddivisi in tre sezioni: Atti del Mostro in Uruguay, Atti del Mostro in Brasile, Il Mostro in Europa: la nuova frontiera.

Per parte mia, mi limiterò a tramandare una sola raccapricciante storia di sangue, ovvero di come un individuo grande e grosso che si atteggia a John Wayne possa essere atterrito dall’idea di un piccolo prelievo del suo prezioso e affascinante succo ematico, a scopo di analisi di laboratorio.

Perché il Mostrosciatto non era solo un tiranno efferato, bensì, in aggiunta, un ricettacolo di microfobie, rigorosamente mantenute segrete per evitare che intaccassero la sua impeccabile immagine pubblica.

Ma una volta nascosto dietro le pareti domestiche, al riparo dagli occhi del mondo, il Mostro era capace di piangere come un vitellino da latte per una pellicina strappata malamente intorno alle unghie, o di piantare il muso e puntare i piedi come un bambino antipatico di fronte a un piatto di insalata perché aveva il capriccio impellente delle patatine fritte, malgrado lamentasse con insistenza valori delle transaminasi tanto alti da poter essere quotati in borsa, e che l’avrebbero, a suo dire, in tempi brevi condotto all’irrimediabile trapasso.

Il Mostro accusava di continuo dolori, paturnie, fastidi, che presagivano con chiarezza, secondo lui, la sua fine imminente.

All’approssimarsi dei sintomi di un leggero raffreddore era convinto che il coagulo di muco nei pressi delle narici rappresentasse un evidente segno di cancro al setto nasale.

“Tu ridi, eh?” mi diceva. “Tu ridi ma io morirò! E tu ridi! È così che mi vuoi bene, eh?”

Io gli volevo tanto bene, in realtà, che lo assecondavo in tutto. Perfino nella mania di costringermi a una quotidiana ispezione capillare del suo corpo alla ricerca di sospette macchie tumorali. Perfino nel pretendere che lo depilassi in zona pubica, pelo per pelo, con la pinzetta. Perché, a suo dire, la pelle depilata è più sensibile.

“D’accordo, Mostro. Ma con la pinzetta?” obiettavo io. “Ma ti rendi conto? Così non finisco più, peloso come sei…”

“Ah, ma che pigrizia! È così che mi vuoi bene, eh?”

Al che, mi chinavo e iniziavo il lavoro. Che il Mostro pretendeva fosse rifinito e perfezionato tutti i giorni. Con maniacale cura dei particolari. Sotto una debole luce al neon.

Ore e ore curva sulle sue vergogne con la pinzetta in mano: è così che ho perso la vista e mi è venuta la gobba (senza mettere in conto il tempo infinito speso nella stessa posizione per altre più piacevoli attività).

Essendo poi un animale iracondo d’indole, facile a scaldarsi per un nonnulla, il Mostro piombava spesso sull’orlo del colpo apoplettico. A suo avviso, però, non era affatto collerico, la responsabilità dei suoi furori dilanianti andava ricercata nella stoltezza altrui: il Mostro, che si autoproclamava intelligente e perfettissimo, sarebbe morto strepitando, suo malgrado, a causa della stupidità delle persone che gli stavano attorno.

Il Mostrosciatto era inoltre un individuo dedito al consumo smodato di cibi e bevande nefasti per l’organismo umano, con una particolare predilezione per la Coca-Cola. Ogni giorno, lamentandosi per la sua salute, si riprometteva di smettere con la bevanda dannosa, ma i buoni propositi si infrangevano al minimo stimolo di sete, perché “l’acqua fa schifo e non riesco a mandarla giù, mi viene da vomitare” diceva.

La dipendenza dalla nota sostanza psicotropa nordamericana era tale da portarlo a svegliarsi nel cuore della notte in preda alle astinenze, e a obbligarmi ad attraversare mari e monti per procurargli la prodigiosa linfa. Improvvisamente sbarrava gli occhi nel buio e mugugnava: “Ho bisogno di coca cola”.

Cosicché mi venne anche il dubbio che la dipendenza dalla Coca-Cola nascondesse un’organizzazione ben più spaventevole a reggere le fila della mia schiavitù: il suo sistema nervoso centrale era controllato dai servizi segreti nordamericani.

Ne dedussi dunque che gli Stati Uniti volevano sottomettere me, la sottoscritta in persona, e non riuscivo a comprenderne la ragione, ma evidentemente un motivo ci sarà stato.

Preso atto delle ossessioni del Mostro nei confronti di ogni possibile patologia che l’avrebbe presto portato alla morte, lo sollecitai a sottoporsi a un esame del sangue.

“Dovresti farti le analisi del sangue” gli dissi.

“Cosaaa? Ma sei pazza? Non voglio sapere niente!”

Appresi così che l’ultima volta che il Mostro fece le analisi (collocando tale evento sull’asse temporale della cronologia mondiale) Hitler invase la Polonia, anche se non credo che i due avvenimenti siano in alcun modo correlati.

“Ma bisogna farsi un controllo una volta ogni tanto!” insistevo io.

“Ma io non voglio morire! E poi mi faranno male! Mi bucheranno con l’ago! Aspireranno il sangue! È dolorosissimo!”

Impiegai due anni a convincere lo Sciatto.

Mi ero ormai rassegnata a sopportare le quotidiane previsioni del suo imminente decesso senza un documento medico che attestasse la veridicità di tali predizioni, quando un martedì sera, all’improvviso, il Mostro, persuasosi forse della necessità di un controllo almeno una volta ogni cent’anni, dichiarò nervosamente: “Domani mattina passo a prenderti prestissimo. Se mi puoi accompagnare io andrei a fare il prelievo, che ho paura di svenire e non vorrei andare da solo”.

Al che, all’alba del mercoledì, mi preparo per l’evento epocale. Mi tiro su dal letto a un quarto alle sei. Alle sette, del Mostro nessuna traccia. Alle sette e mezza, ancora niente. E meno male che passava a prendermi prestissimo. Alle otto, il timore che abbia cambiato idea comincia a insinuarsi in me. Provo a telefonargli, nessuna risposta. Riprovo: niente. Eccolo che ha cambiato idea, penso, e tra un po’ mi chiama e mi dice che purtroppo la scorsa notte il suo ufficio è stato bombardato per errore con il napalm durante l’esercitazione di un fantomatico commando nordcoreano emigrato in Brasile, inoltre sul far del mattino una scossa tellurica del settimo grado della scala Mercalli, circoscritta al perimetro dell’edificio, ha spazzato via le macerie rimaste risucchiandole in una voragine, e come se non bastasse ci sono stati i ladri a casa di sua zia in Uruguay, quindi non se la sente di farsi cavare il sangue in una circostanza tanto delicata, e che comunque gli pare che oggi, forse, in Brasile sia festa nazionale e quindi i laboratori per le analisi saranno sicuramente chiusi, e perciò il prelievo bisognerà rimandarlo a data incerta.

Alle otto e un quarto mi telefona un collega del Mostro col cellulare del Mostro, per avvertirmi che il Mostro lo sta portando in moto al lavoro, e che una volta compiuta la buona azione, il Mostro assicura che arriverà a casa mia a prendermi per le analisi, come concordato.

Quindi penso: “Bene, non è fuggito in Amazzonia, verrà. Ma perché mai avrebbe dovuto dare proprio oggi un passaggio al collega, che non è nemmeno di strada?”.

Alle otto e quaranta, ecco che lo Sciatto al fine appare e mi dice: “Ormai e troppo tardi per andare a fare le analisi, vero?”.

“Dài dài su! Niente storie! Non è tardi affatto.”

Partiamo dunque a cavallo della moto, ma durante il tragitto il Mostro mi annuncia che deve necessariamente fermarsi dal meccanico, a ogni costo.

“Dal meccanico a fare che?” domando io.

“Ah, gli devo chiedere cosa pensa dell’ultimo modello della Honda.”

“Ma proprio stamattina glielo devi chiedere?”

“Non ti intromettere nelle mie faccende! Lasciami in pace! È così che mi vuoi bene?”

Quindi, come al solito, per evitare che lo Sciatto si imbizzarrisca e rischi l’infarto nel mezzo della strada per colpa delle mie sciocche domande, taccio e attendo con pazienza che finga di entrare nell’officina del meccanico.

Poi finalmente si riparte alla volta della città e del prelievo.

Ma ecco che lo Sciatto di colpo ferma la moto al limitare di una curva, scende e mi dice: “Aspettami qua”. Dopodiché si avvia a piedi, sotto i miei occhi increduli. Lo vedo scomparire dietro la curva, poi riapparire e, a passi tardi e lenti, riavvicinarsi.

“Volevo sincerarmi che non ci fosse un blitz della polizia” mi spiega. “Le pattuglie si nascondono dietro la curva, ed è così che ti fregano”.

Ancora una volta decido di non sottoporlo a triviali osservazioni, al fine di evitargli un prematuro decesso per ostruzione di un’arteria.

Giunti ormai alle porte del centro cittadino, lo Sciatto delibera di fermarsi infine da un altro meccanico.

“E adesso perché?” mi informo con tono delicato e timoroso.

“Il meccanico di prima non capisce niente di motociclette” sentenzia lui.

Insomma, quando alla gran lunga arriviamo in città, non mi pare vero. Ma ecco che il Mostro avverte: “Be’, ma io adesso veramente non so dov’è che si va per fare i prelievi.”

“Eh no! Non fare il furbo che lo sai benissimo, va là.”

Lo Sciatto si arrende dunque all’evidenza della mia obiezione e mi porta davanti a un edificio con un’insegna che non dà adito a dubbi: centro ginecologico, odontotecnico e cardiovascolare. Di tutto fuorché i prelievi.

Mi dice raggiante: “Forse sarà qua?”.

“Ah, non credo proprio” rispondo io. “Comunque adesso vado dentro e chiedo dov’è che possiamo andare per le analisi.”

“No, no! Non andare dentro a chiedere, ma che vergogna! Non si chiedono le cose così a casaccio, è maleducazione!”

Incurante delle strumentali e infondate vergogne del Mostro, entro nello stabile. La segretaria del centro medico mi informa della presenza di un laboratorio proprio lì a cinquanta metri, ed esce apposta per mostrarmi a dito un palazzo bianco dall’altra parte della strada. “Al quarto piano” specifica. Raggiungo il Mostro indicandogli il palazzo. “Ah, no” fa lui. “Non è possibile che sia lì. Si è sbagliata la segretaria.”

“Dài, forza, rapido!” lo incito. Attraversiamo dunque la strada e finalmente siamo al cospetto del palazzo del sangue. Il portiere conferma: per le analisi al quarto piano. Prendiamo l’ascensore e lo Sciatto mi rivela che non può sottoporsi al prelievo oggi perché ha già fatto colazione.

“Cooosa? Hai fatto colazione? Ma stai scherzando! Guarda che io stamattina ti ho aspettato due ore, mi sono alzata prima delle sei per le tue analisi, e adesso vien fuori che hai mangiato! Hai fatto colazione!”

“Uei, calma calma! Anch’io mi sono alzato alle sei per le analisi” mi dice. “Però dopo sono tornato a letto terrorizzato.”

“Ma hai mangiato davvero?” gli domando di nuovo, scandalizzata.

“No no, dài. Scherzavo.”

Varchiamo dunque la porta a vetri del laboratorio e il teatro continua. Il Mostro chiede quand’è che si può fare un prelievo per le analisi.

“Adesso” risponde l’infermiera.

“Ma come adesso? Proprio adesso? È impossibile! Bisognerà prenotarsi, no? Ci sarà una lunga lista di attesa, no?” si agita il Mostro.

Dico all’infermiera che il Mostrosciatto ha bisogno di un esame completo basico di routine, e lei prontamente ci informa che si può fare anche quello della prostata.

“Ah, no! La prostata no!” grida lo Sciatto atterrito. “Non se ne parla nemmeno! E il sangue? Chi è che mi caverà il mio sangue?”

“Io stessa” risponde l’infermiera.

“Ah, allora va bene” si tranquillizza lui (poco prima mi aveva chiesto se non trovassi anch’io l’infermiera carina).

“Il risultato è tra un mese, vero?” domanda il Mostro.

“Ma nooo! È dopodomani!” risponde lei.

“Eh? Come? Già dopodomani? Ma non è possibile!”

Il Mostro si agita e impreca, mentre l’infermiera gli consegna un contenitore di plastica per la pipì.

“Anche la pipì? Ma non mi scappa! Allora è meglio che torniamo un altro giorno…”

“Forza dài” gli dico io. “Poche storie e vai a fare ‘sta pipì.”

Il Mostrosciatto non sa più cosa inventarsi, e chiede quanto costa l’esame. L’infermiera si mette a scartabellare, fa il calcolo e ci informa: “Centotredici reais”.

Non l’avesse mai detto.

Terrore. Il Mostro si sconvolge, si contorce su se stesso, sudando.

“Ma non può essere centododici o centoquattordici? Perché proprio centotredici? Ah, ecco, lo sapevo. Adesso di sicuro mi trovano qualcosa di grave. Sono spacciato.”

A questo punto è d’uopo una precisazione. Lo Sciatto, tra le varie ossessioni, vanta pure quella del numero tredici. Dice che ogni volta che nella sua vita compare un tredici, gli capita una sciagura. L’infermiera, per accontentarlo, arrotonda dunque il conto in difetto e ci fa pagare centodieci.

“Ecco, hai visto? Sei contento? Il tredici non c’è più” gli dico io.

“Tu non capisci niente di numeri” mi si rivolta contro lui. “Il tredici ormai ha già trasmesso i suoi influssi malefici sull’operazione del prelievo, e la mia sorte è segnata per colpa tua, che mi hai convinto a farmi le analisi.”

Lo Sciatto, per mascherare il terrore e mantenere la sua abituale disinvoltura di maschio tutto d’un pezzo, inizia allora a parlare a vanvera con l’infermiera e le racconta con ilarità che, tanti anni prima, in Uruguay, vide un tizio portare al laboratorio una caraffa intera di pipì.

“Ah, ah, ah” ride il Mostro, prendendosi gioco del tizio della caraffa. Infine si decide ad andare al gabinetto a fare questa benedetta pipì di mostro, mentre io mi siedo sul divano della sala d’attesa. Dopo due minuti lo Sciatto esce costernato dal bagno. Per lui non c’è più scampo, è ormai scoccata l’ora del sangue, alla quale non ci son più ragioni plausibili per sottrarsi.

L’infermiera, colta da pietà per l’esaminando nonché morituro, mi invita ad accompagnarlo al patibolo, per tenergli la mano nel momento del supplizio. Prepara dunque la siringa e il braccio del Mostro, il quale inganna l’attesa dell’atroce dolore raccontando una barzelletta più che altro a se stesso.

L’ago affonda infine nella carne, il prelievo dura cinque secondi, l’infermiera dice: “Ecco fatto”.

Al che il Mostro, stupito: “Be’? Tutto qui?”.

Usciamo dal laboratorio e il Mostrosciatto pare rincuorato, ma il sollievo dura pochi minuti. Dopodiché ecco che ovviamente entro in causa io.

“Non posso credere che tu mi abbia convinto a farmi cavare il sangue, mi sono già pentito. Adesso mi diranno che devo morire, e la colpa è tua.”

Quando andai a ritirare le analisi, il Mostrosciatto risultò essere sano come un pescecane. Il suo commento fu: “Non è possibile. Non capiscono niente di sangue. Sono degli incompetenti”.

Francesca Bonafini è nata a Verona nel 1974, ma vive a Bologna. Per Fernandel è uscito il suo primo romanzo Mangiacuore (2008) e Il cavedio (2011), quest’ultimo scritto con Patrizia Rinaldi, Mascia Di Marco e Nadia Terranova. È presente nel Dizionario affettivo della lingua italiana (Fandango, 2008) con il lemma “zaino”. Ha scritto di musica italiana e in particolare di Ivano Fossati nel volume Sex machine. L’immaginario erotico nella musica del nostro tempo (Auditorium, 2011). Ha pubblicato racconti su numerose riviste, quotidiani e varie antologie tra cui Quote rosa (Fernandel, 2007), Dylan revisited (Manni, 2008). È cocuratrice delle antologie Scrittori in cucina (Jar, 2010) e L’occasione (Galaad, 2012). Negli ultimi anni ha continuato a pubblicare romanzi e il suo ultimo lavoro è Celestiale (Sinnos, 2018).

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Graduated in European history in Florence, he started working in publishing soon after having come across a Mac computer in 1984

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