Il Patto d’acciaio tra Germania nazista e Italia fascista

(22 maggio 1939)

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In occasione della visita a Berlino del ministro degli esteri italiano, conte Galeazzo Ciano, avvenuta il 21–22 ottobre 1936, venne sottoscritto dallo stesso Ciano e dal barone Konstantin von Neurath, ministro degli esteri tedesco, un protocollo segreto in cui si constatava l’accordo esistente tra i due paesi su una serie di problemi, che andavano dal riconoscimento del governo nazionalista spagnolo al mutuo appoggio nelle questioni coloniali, alla politica commerciale nel bacino danubiano.

A questa intesa si riferì Mussolini nel discorso tenuto a Milano il 1° novembre 1936, attribuendole quella denominazione di Asse Roma-Berlino con cui doveva essere poi indicata l’alleanza italo-tedesca.

Tuttavia, i protocolli del 1936 erano, in realtà, assai meno di un’alleanza. La prima iniziativa per la conclusione di un accordo formale fu presa da parte tedesca in occasione del viaggio a Roma di Hitler, nel maggio 1938: il progetto tedesco prevedeva per ognuno dei contraenti l’impegno di intervenire se l’altro fosse stato attaccato insieme da Francia e Inghilterra.

Da parte italiana non si era ancora perduta la speranza di migliorare le relazioni con le potenze occidentali, e l’accoglienza fu dunque assai tiepida.

Tuttavia, il nuovo ministro degli esteri Joachim von Ribbentrop tornò sull’argomento nel giugno successivo e, dopo la conferenza di Monaco (29–30 settembre 1938) sollecitò, anche con una visita personale a Roma (27–29 ottobre 1938), l’adesione dell’Italia alla trasformazione del Patto Tripartito Anticomintern (a cui l’Italia aveva già aderito il 6 novembre 1937), in alleanza militare italo-tedesco-giapponese.

Ancora una volta la risposta italiana fu dilatoria: ma la situazione cambiò dopo che Mussolini ebbe deciso di presentare alla Francia le gravissime richieste territoriali su Nizza, la Corsica, Tunisi e Gibuti, rese pubbliche in un discorso tenuto dal conte Ciano alla Camera dei Fasci e delle Corporazioni il 30 novembre 1938.

Il bisogno di rafforzare la situazione diplomatica italiana nei confronti della Francia indusse il governo di Roma a dichiararsi pronto ad aderire alla progettata alleanza militare a tre (2 gennaio 1939).

Ma stavolta furono additate difficoltà non piccole proprio da parte tedesca: il governo giapponese era mutato, e il nuovo gabinetto del barone Hiranuma si mostrava assai meno sollecito dell’alleanza tripartita che non il precedente ministero del principe Konoye; e quando finalmente giunsero le sue controproposte, apparve chiaro che il Giappone intendeva limitare l’alleanza «soltanto all’eventualità di una guerra con la Russia», mentre le. due potenze dell’Asse guardavano soprattutto alla possibilità di un conflitto con Francia e Inghilterra.

L’Italia per suo conto aveva proposto sin dal 23 febbraio conversazioni dirette tra lo Stato Maggiore italiano e quello tedesco, e la proposta fu accolta da Hitler il 9 marzo; anzi l’insistenza italiana sulla possibilità di un isolato confronto militare italo-francese fu così persistente in quei mesi da indurre nei dirigenti germanici il sospetto che l’Italia (nonostante da Berlino si insistesse a dimostrare l’assurdità di una simile iniziativa) meditasse una diretta aggressione alla Francia.

Seguirono l’occupazione tedesca di Praga (marzo 1939), lo sbarco italiano in Albania (iniziato il 7 aprile successivo) e subito dopo 1’aggravarsi delle relazioni tedesco-polacche per la questione di Danzica.

I molteplici segni di aggravamento della situazione europea indussero il governo italiano, convinto che una iniziativa tedesca in Polonia avrebbe portato a una guerra generale, a invitare in Italia von Ribbentrop per un incontro con il conte Ciano, che ebbe luogo a Milano il 6–7 maggio 1939.

Secondo le direttive di Mussolini, le potenze dell’Asse avevano ancora bisogno di almeno tre anni di preparazione prima di poter pensare a una guerra; restava aperta la porta a un allargamento della alleanza al Giappone; si dovevano stipulare accordi militari precisi, che entrassero in vigore automaticamente al verificarsi di talune ipotesi.

Era più di quanto Ribbentrop sperasse: il governo tedesco aveva presentato un progetto di alleanza difensiva, ma davanti alle ben più larghe disposizioni italiane esso non venne neppure presentato.

Da parte tedesca si accettò di annunciare subito la conclusione dell’alleanza, secondo la richiesta di Mussolini, e si preparò un progetto che si trasformò poi, con lievissime modifiche riportate su domanda italiana (il governo italiano non preparò nessun progetto, e ciò diede ai tedeschi un notevole vantaggio) nel trattato di amicizia e di alleanza firmato a Berlino il 22 maggio 1939, e più noto come il “Patto d’acciaio”.

Esso aveva carattere non solo difensivo, ma difensivo-offensivo, come risulta chiaramente dall’art. 3; e impegnava perciò ognuno dei due contraenti (e in particolare l’Italia, per la sua minore statura politico-militare) ad aderire alle iniziative dell’altra parte, senza che si fossero precisate le finalità e gli obbiettivi della politica estera dei due paesi, come Mussolini in un primo tempo aveva pure ritenuto necessario.

Per di più, in un incontro avvenuto a Salisburgo l’11–13 agosto successivo, Ciano seppe della: risoluta volontà di Hitler di marciare sulla Polonia, nella fiducia che lo sperato imminente accordo con l’U.R.S.S. valesse ad eliminare il rischio di una guerra generale: ipotesi, questa, che il governo italiano considerava invece assai probabile, e che provocò una prima crisi nei rapporti tra i due alleati, sboccata poi nella dichiarazione di non-belligeranza dell’Italia allo scoppio del secondo conflitto mondiale.

Il testo italiano del patto in Anchieri, Antologia storico-diplomatica. Raccolta ordinata di documenti diplomatici, politici, memorialistici, di trattati e convenzioni dal 1815 al 1940, Milano, Istituto per gli studi di politica internazionale, 1941, pp. 512–513. Cfr. M. Toscano, Le origini diplomatiche del patto d’acciaio, 2° ed., Firenze, Sansoni, 1956; e, più brevemente, M. Toscano, Il patto d’acciaio, la seconda guerra mondiale, la “non belligeranza” dell’Italia, nel volume di vari autori La politica estera italiana dal 1914 al 1943, p. 232 sgg.

S. M. il Re d’Italia e di Albania, Imperatore d’Etiopia, e il Cancelliere del Reich tedesco, ritengono giunto il momento di confermare con un Patto solenne gli stretti legami di amicizia e di solidarietà che esistono fra l’Italia fascista e la Germania nazionalsocialista. Considerato che, con le frontiere comuni, fissate per sempre, è stata creata tra l’Italia e la Germania la base sicura per un reciproco aiuto ed appoggio, i due Governi riconfermano la politica, che è stata già da loro precedentemente concordata nelle sue fondamenta e nei suoi obbiettivi e che si è dimostrata altamente proficua tanto per lo sviluppo degli interessi dei due paesi quanto per la sicurezza della pace in Europa. Il popolo italiano ed il popolo tedesco, strettamente legati tra loro dalla profonda affinità delle loro concezioni di vita e dalla completa solidarietà dei loro interessi, sono decisi a procedere, anche in avvenire, l’uno a fianco dell’altro e con le loro forze unite per la sicurezza del loro spazio vitale e per il mantenimento della pace. Su questa via indicata dalla storia, l’Italia e la Germania intendono, in mezzo ad un mondo inquieto ed in dissoluzione, adempiere al loro compito di assicurare le basi della civiltà europea. Allo scopo di fissare, a mezzo di un Patto, questi princìpi, hanno nominato loro plenipotenziari: Ciano di Cortellazzo (Italia), Joachim von Ribbentrop (Germania).

Art. 1. — Le Parti contraenti si manterranno permanentemente in contatto allo scopo di intendersi su tutte le questioni relative ai loro interessi comuni o alla situazione generale europea.

Art. 2. — Qualora gli interessi comuni delle Parti contraenti dovessero esser messi in pericolo da avvenimenti internazionali di qualsiasi natura, esse entreranno senza indugio in consultazione sulle misure da prendersi per la tutela di questi loro interessi.

Qualora la sicurezza o altri interessi vitali di una delle Parti contraenti dovessero essere minacciati dall’esterno, l’altra Parte contraente darà alla Parte minacciata il suo pieno appoggio politico e diplomatico allo scopo di eliminare questa minaccia.

Art. 3. — Se, malgrado i desideri e le speranze delle Parti contraenti, dovesse accadere che una di esse venisse ad essere impegnata in complicazioni belliche con un’altra o con altre Potenze, l’altra Parte contraente si porrà immediatamente come alleata al suo fianco e la sosterrà con tutte le sue forze militari, per terra, per mare e nell’aria.

Art. 4. — Allo scopo di assicurare per il caso previsto la rapida applicazione degli obblighi di alleanza assunti coll’articolo 3, i membri delle due Parti contraenti approfondiranno maggiormente la loro collaborazione nel campo militare e nel campo dell’economia di guerra.
Analogamente i due Governi si terranno costantemente in contatto per l’adozione delle altre misure necessarie all’applicazione pratica delle disposizioni del presente Patto.
I due Governi costituiranno, agli scopi indicati nei summenzionati paragrafi 1 e 2, Commissioni permanenti che saranno poste sotto la direzione dei due ministri degli Affari esteri.

Art. 5. — Le Parti contraenti si obbligano fin da ora, nel caso di una guerra condotta insieme, a non concludere armistizi e pace se non di pieno accordo fra loro.

Art. 6. — Le due Parti contraenti, consapevoli dell’importanza delle loro relazioni comuni colle Potenze loro amiche, sono decise a mantenere ed a sviluppare di comune accordo anche in avvenire queste relazioni, in armonia cogli interessi concordati che le legano a queste Potenze.

Art. 7. — Questo Patto entra in vigore immediatamente al momento della firma.
Le due parti contraenti sono d’accordo nello stabilire in dieci anni il primo periodo della sua validità. Esse prenderanno accordi in tempo opportuno, prima della scadenza di questo termine, circa il prolungamento della validità del Patto.

In fede di che, ecc.

Fatto in doppio originale, in lingua italiana e in lingua tedesca, i due testi facendo ugualmente fede.

Fonte: Rosario Romeo e Giuseppe Talamo (a cura di), Documenti storici. Antologia, vol. II L’età conteporanea, Loescher, Torino, 1966.

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