Il libro tra industria e letteratura

Decalogo di tre grandi scrittori

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L’otto marzo 2016 è uscito in Italia Purity, l’ultimo romanzo di Jonathan Franzen, uno scrittore di eccezionale talento che, però, fa molto discutere. C’è proprio Franzen alla guida dell’esercito dei tecnoscettici che guarda ai nuovi media con abominio: sono qualcosa che rovinerà quel poco di bello e di genuino che è rimasto nelle nostre esistenze. Per Franzen l’ angelo sterminatore della letteratura è Amazon. Un radicalismo giacobinizzante che si spinge a rifiutare le leggi di mercato per la diffusione dei libri, per non parlare della scrittura la quale deve essere talmente avulsa da ogni contaminazione commerciale che lo scrivere è solo, paradossalmente, per soldi. Per dirla con le parole di Don De Lillo contenute in una lettera proprio a Franzen: “Lo scrittore conduce, non segue. La forza motrice risiede nella sua testa, non nel numero dei lettori “.

Allora che cosa deve fare uno scrittore per farsi leggere dalla prima all’ultima pagina e continuare a farsi leggere da un lettore che vive, si informa e acquista in un ambiente sempre più dominato dai nuovi media e da Internet? Come deve essere la sua scrittura letteraria per continuare a esistere in questo ambiente. Ecco tre decaloghi di tre grandi scrittori molto diversi tra loro per stile, genere e pubblico di riferimento: lo stesso Jonathan Franzen, Hilary Mantel ed Elmore Leonard.

Jonathan Franzen: uno scrittore con Internet difficilmente è un buon scrittore

1 Il lettore è un amico, non un avversario, non uno spettatore.

Non vale la pena di scrivere se non per soldi. La fiction non è una personale avventura dell’autore nello spaventoso o nell’ignoto.

Scrivete in terza persona a meno che non abbiate una voce fuori dal comune che si offra in modo irresistibile.

Quando l’informazione diventa libera e universalmente accessibile, la ricerca voluminosa per un romanzo si svaluta insieme ad esso.

6 La fiction più prettamente autobiografica richiede invenzione pura. Nessuno ha mai scritto una storia più autobiografica delle Metamorfosi.

Si vede di più seduti che andando rincorrendo qualcosa.

Devi saper amare prima di essere inflessibile.

Hilary Mantel: non si può dare l’anima alla letteratura se si pensa alla denuncia dei redditi

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1 Fai sul serio? Sì, allora prendi un commercialista

I nizia leggendo Diventare scrittori (Sperling & Kupfer, 2008) di Dorothea Brande. Poi segui i suoi suggerimenti compresi quelli che pensi impossibili. Odierai quello di scrivere le prime righe al mattino, ma se ci riesci è la migliore cosa che puoi metter su per migliorare. Questo libro è su come diventare uno scrittore dall’interno verso l’esterno. Molti altri manuali di scrittura derivano da questo. Non ne avete bisogno di altri sebbene se desiderate aumentare la fiducia in voi stessi i libri generalmente fanno bene. Potete avviare un intero libro con qualche piccolo esercizio di scrittura.

Qualsiasi cosa che sta prima del primo capitolo può essere ignorato. Non mettete lì l’indizio principale.

8 La descrizione devo funzionare nel suo giusto contesto. Non può essere semplicemente ornamentale. Generalmente funziona meglio se c’è un elemento umano; è più efficace se viene da un punto di vista implicito, piuttosto che dall’occhio di Dio. Se la descrizione è colorata con il punto di vista del personaggio che la vive, diviene, in effetti, parte integrante della definizione del personaggio e parte dell’azione.

Elmore Leonard: se sembra qualcosa di scritto, lo riscrivo

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Scrivere per Elmore Leonard ha Indubbiamente qualcosa che ha a che fare col “ bello”, qualcosa che procura piacere a chi legge e a chi scrive (inspiegabili, altrimenti, gli 87 anni passati a tracciare parole), qualcosa, quindi, che può dirsi sicuramente “ ben scritto”. Se per capire lo “ scrivere bene” non bastassero gli esempi lasciati da Leonard nella sua esagerata produzione, e non bastasse il successo riconosciutogli da vivo e, come spesso accade, forse ancor più da morto, ecco la risposta a quel qualcosa che la morte di uno scrittore spinge a cercare: il decalogo per il bravo scrittore, redatto da Leonard nel 2001, concreta eredità lasciata sì ai lettori, ma soprattutto alla letteratura.

La leggenda vuole che le dieci regole della scrittura siano state stese di getto su un pezzo di carta, nella hall di un hotel di Detroit. Ma per non rischiare di rovistare nella spazzatura di qualche albergo malfamato, e soprattutto per cercare di uscire da un’ambientazione troppo facilmente leonardiana, il decalogo lo si trova comodamente pubblicato sulle pagine del “New York Times” del 16 luglio 2001. Eccone un rapido esame.

1 Non iniziare mai un libro parlando del tempo. Se serve unicamente per creare atmosfera, e non per la reazione di un personaggio alle condizioni del tempo, meglio se non insisti. Il lettore tende a sfogliare il libro alla ricerca delle persone. Ci sono delle eccezioni. Se per caso sei Barry Lopez, che usa più modi di un eschimese per descrivere il ghiaccio e la neve, puoi fornire tutti i bollettini meteo che desideri.

La prima delle dieci regole stilate da Elmore Leonard dà subito un’indicazione chiara di quale sia la sua idea di letteratura: una narrazione concreta, fatta di persone più che di personaggi e di dialoghi più che di descrizioni. E, infatti, continua con la seconda.

Evita i prologhi. Possono essere noiosi, in particolare un prologo che segue un’introduzione che arriva dopo una prefazione. Ma queste, di solito, si trovano nella saggistica. In un romanzo, un prologo riguarda cose accadute prima dell’inizio della storia, e puoi piazzarlo dove vuoi.

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Con Leonard si va dritti al punto, niente introduzioni o giochi di contesto: ciò che accade intorno ai protagonisti si deve desumere dalle loro azioni o reazioni, così come la loro personalità e il loro carattere si devono poter cogliere direttamente dalle parole. Da qui il caratteristico utilizzo del dialetto e del linguaggio “privato” che Leonard mette in bocca ai suoi personaggi, nel tentativo portato all’estremo di renderli credibili e reali. Nella nota alla regola numero due, lo scrittore cita John Steinbeck, uno dei suoi autori prediletti (insieme a Hemingway), prendendo spunto da ciò che dice un suo personaggio a proposito degli “hooptedoodle”, cioè gli arzigògoli, i barocchismi, per esprimere il suo pensiero riguardo le pesanti descrizioni e riflessioni che interrompono la storia. In Quel fantastico giovedì di John Steinbeck c’è un prologo, ma va bene, perché un personaggio del libro centra il tema di tutte le mie regole. Dice: “In un libro mi piace che ci siano un sacco di chiacchiere e non mi piace che qualcuno mi dica a cosa assomiglia il tizio che sta parlando. Voglio immaginarmi a cosa assomigli dal modo in cui parla… immaginarmi quello che il tizio sta pensando da quello che dice. Mi piace qualche descrizione, ma non troppe. A volte vorrei che un libro saltasse le divagazioni e gli artifici letterari Magari si inventi qualche parola carina o canti una canzoncina con il suo linguaggio. Questo va bene. Ma vorrei che tutto questo fosse messo a parte, così non sono costretto a leggerlo. Non voglio che i barocchismi si mischino con la storia”. In perfetta sintonia con la seconda, quasi ne fossero esempi concreti, ecco la terza e la quarta regola, incentrate sul verbo che forse più caratterizza la scrittura di Leonard: il verbo del dialogo, della parola e dell’ interazione tra personaggi.

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3 Non usare mai un verbo diverso da “disse” per introdurre un dialogo. Il dialogo è una forma del personaggio; il verbo è invece lo scrittore che ci sta mettendo il naso. Ma “disse” è molto meno invadente di “brontolò”, “ansimò”, “avvertì”, “mentì”. Una volta mi sono accorto che Mary McCarthy aveva terminato la battuta di un dialogo con “lei asserì” e ho dovuto interrompere la lettura per consultare il dizionario.

Non usare un avverbio per modificare il verbo “disse”; tipo: “… ammonì lui gravemente”. Usare un avverbio in questo modo (o in quasi qualsiasi modo) è un peccato mortale. Lo scrittore ora si espone sul serio, utilizzando una parola che distrae e che può interrompere il ritmo dello scambio. C’è un personaggio, in uno dei miei libri, che dice di essere solita scrivere romanzi d’amore storici “pieni di stupri e avverbi.

Il ruolo dell’ autore resta dunque relegato nelle retrovie dell’azione e del dialogo tra i personaggi: egli si fa tramite piuttosto che creatore, lasciando che la storia si snodi da sé, naturalmente coerente e in linea con le tipicità dei caratteri ormai “vivi” in scena. In un’intervista di qualche anno fa, Leonard affermava di scrivere in pura improvvisazione: “Non faccio una scaletta da più di trent’anni. Quando crei la trama non sai chi sono i personaggi, non sai se risulteranno originali o strambi… Devi aspettare, vedere come emergono e soprattutto farli parlare, quella è la cosa più importante” (“The Independent”, 3 settembre 2004). Chi scrive dovrebbe rimanere nell’ombra, e limitare al massimo la propria voce, nelle descrizioni, negli “hooptedoodle” e nelle intonazioni date alle parole.

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5 Tieni sotto controllo i punti esclamativi. Hai il permesso di usarne non più di due o tre ogni 100 mila parole di prosa. Però, se sei abile quanto Tom Wolfe a giocare con gli esclamativi, puoi buttarcene dentro a piene mani.

Non usare mai la parola “improvvisamente”. Questa regola non ha bisogno di una spiegazione. Ho notato che gli scrittori che usano “improvvisamente” tendono a esercitare un controllo inferiore nell’applicazione dei punti esclamativi.

Le uniche parole che si possono scrivere, a dare retta alle regole di Leonard, sono quelle che nascono in bocca ai personaggi, descrivendoli e caratterizzandoli in modo immediato. Ma con moderazione, avverte l’autore. Che non si cada nell’estremo opposto, del farsi trascinare dall’ iperrealismo del dialetto, ad esempio, e non si faccia altro che riempire la pagina di apostrofi ed elisioni tipiche. È l’equilibrio che si ritrova tra le splendide pagine di Hemingway, citato dallo stesso Leonard, come esempio di come si possa descrivere un personaggio lasciandolo solo parlare, e un luogo o una situazione lasciando che ne parlino gli “attori”.

7 Usa il dialetto con moderazione. Una volta che inizi a sillabare le parole nei dialoghi in base al loro suono e a caricare la pagina di apostrofi, non riuscirai più a fermarti. Nota come Annie Proulx cattura il sapore delle voci del Wyoming nel suo libro di racconti Distanza ravvicinata.

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8 Evita le descrizioni dettagliate dei personaggi. Cosa che Steinbeck ha fatto ampiamente. Nel racconto di Ernest Hemingway Colline come elefanti bianchi a cosa assomigliano “l’americano e la ragazza che sta con lui? Lei si era tolta il cappello e l’aveva messo sul tavolo”. Questo è l’unico riferimento a una descrizione fisica all’interno del racconto, eppure riusciamo a vedere la coppia e a conoscerli dai toni delle loro voci, senza nessun avverbio in vista.

9 Non entrare troppo nei dettagli quando descrivi luoghi e cose. A meno che tu non sia Margaret Atwood e non sia in grado di dipingere scene con il linguaggio, o scrivere di paesaggi con lo stile di Jim Harrison. Ma anche se sei bravo in queste cose, non hai bisogno di descrizioni che portino l’azione, il flusso della storia, a una pausa.

Ed ecco l’ultima, chiosa del decalogo dello scrittore che tanto ci rivela delle sue intenzioni: piacere al lettore, tenerlo “ sul pezzo” e soddisfarne il desiderio con ritmo e azione. Condita con la regola che le vale tutte, la “regola più importante”, quella che più porta a riflettere, anche criticamente, su cosa sia, al tempo di Elmore Leonard, la scrittura.

Cerca di lasciare fuori quello che i lettori tendono a evitare. Una regola che mi venne in mente nel 1983. Pensa a quello che eviti quando leggi un romanzo: densi paragrafi di prosa che, ti rendi conto, hanno troppe parole. Quello che sta facendo lo scrittore è: scrivere, commettere un hooptedoodle, forse spararne un’altra sulle condizioni atmosferiche, oppure è entrato nella testa del personaggio, e il lettore sa già cosa sta pensando il tipo o non gliene frega niente. Scommetto che non avete mai saltato un dialogo.

“La mia regola più importante è una regola che riassume tutte le altre dieci: se sembra qualcosa di scritto, lo riscrivo “.

Decalogo del venditore di successo

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Sistemati a dovere i dieci punti nella cassetta degli attrezzi dell’aspirante scrittore, c’è però ancora qualcosa che sporge fuori e che impedisce alla chiusura della valigetta di scattare. In ogni regola dei tre decloghi aleggia una presenza che mai sembra poter essere lasciata in disparte da chi scrive: il lettore. Si tratta di un’ attenzione continua e impegnata nei confronti di chi si troverà a confrontarsi con le pagine frutto dell’applicazione del decalogo, una considerazione mai sbadata per chi scorrerà con gli occhi le parole filtrate dal vaglio metodologico delle dieci regole, una sicurezza ben salda su quale sia l’obiettivo ultimo e indispensabile di chi produce una narrazione. Effettivamente, forse niente impedirebbe di rinominare questi “decaloghi per chi vuole scrivere” in “ decaloghi per chi vuole farsi leggere”. Sensibilità democratica, rispetto per l’altro, attestazione di professionalità, riconoscimento di valore … Sono tutte qualità che immediatamente possono essere attribuite a questo modo di intendere lo scrivere.

In più, la particolare considerazione per la “vita propria” dei personaggi e della storia, la necessità per il narratore di scomparire dietro la realtà della fiction, il dettame di costruire la dimensione di per sé fittizia della narrazione con il massimo della concretezza, sono ancora indicazioni che sembrano spingere verso una visioneautonomista” e realista della letteratura, dettata dal rispetto nei confronti dell’opera letteraria come mondo a sé stante. Ma c’è qualcos’altro che emerge dietro questo tipo di consigli, una concezione generale che pare guidare l’applicazione di ogni singola prescrizione del decalogo. È la regola chiave del marketing per l’economia del terzo millennio: “ il cliente prima di tutto” ( user first).

Nelle dieci regole per chi vuole scrivere si ritrova un importante alleato per l’avventore del supermercato della lettura, il cliente smarrito tra gli scaffali affollati di prodotti che ha bisogno di essere rassicurato da un marchio di qualità, da una pubblicità amichevole e riconoscibile, da una collocazione user friendly. Dieci regole per la produzione industriale di merce da lettura, un decalogo per la filiera produttiva del testo… e anche dieci trucchi per attrarre la grande distribuzione e ottenere il massimo di visibilità nel punto vendita. Regole per vincere nella competizione del mercato della produzione industriale.

Accanto al grande supermercato librario, con i suoi ingorghi di carrelli, sta anche una dimensione meno selvaggiamente dedita alla competizione di mercato. È la dimensione della bottega dell’artigiano, in cui risiede una considerazione diversa per ciò che viene prodotto e per chi ne usufruisce. Qualità contro quantità, scelta contro condizionamento, individualità contro massa… sono le solite coppie oppositive con cui fare i conti nella contemporaneità della mercificazione permanente. Ed è quel “ polo artigianale” che forse può accogliere meglio le indicazioni di scrittura, un decalogo per un prodotto letterario che sia qualcosa di diverso dalla produzione libresca.

A proposito di decaloghi…

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Ma è davvero questa la risposta cercata per l’interrogativo su cosa lasci uno scrittore alla letteratura? E solo con una certa audacia estetica, troppo affine a una temerarietà edonistica, si può tentare il delicato passaggio dal centro commerciale del libro all’atelier della letteratura. Paradossalmente è ancora il lettore ad avere l’ ultima parola, a dover decidere della propria identità di consumatore di testi o di cercatore di verità, a dover stabilire se si possa chiedere alla letteratura di continuare a essere arte.

Dieci regole per scrivere e per scrivere qualcosa di bello. E se il concetto di “ bello” da sempre ha avuto qualcosa a che fare con l’eternità, con il perdurare oltre i limiti temporali (guarda caso proprio uno dei tratti distintivi della letteratura, lo scripta manent), il decalogo può allora avere valore retroattivo? Ecco allora un Tolstoj che non fa cenno alle condizioni del cielo sopra i campi di Austerlitz. Un Dostoevskij che rinuncia ai dilemmi etici, per scomparire dietro ai suoi personaggi. Uno Stendhal che non tollera i dialoghi interiori del suo protagonista. Un Manzoni che si disinteressa dell’abbigliamento dei bravi appostati sul ponte. La risposta è fin troppo facile, e anche troppo poco onesta. Il decaloghi di scrittura raccolgono una serie di buoni consigli per chi, come il suo autore, sa scrivere, o per chi scrive per qualcuno, magari anche per vendere… ma non per scrivere bene, non per quel bello cui la letteratura aspira in quanto arte.

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Un decalogo per la letteratura è un qualcosa di molto problematico. È un discorso lungo più di due millenni, che ingloba concetti delicati. È la storia infinita di una dialettica tra forma e contenuto iniziata con l’uomo e la sua conoscenza. Il decalogo è il prototipo dell’ordine che l’uomo cerca di porre nella propria vita, anche attribuendo a esso un’origine sovraumana. Un canone artistico è la stessa soluzione che l’uomo ricerca per ordinare la propria conoscenza, il proprio rapporto col mondo. Potrebbe essere difficile, e forse anche pericoloso, attribuire oggi questa funzione al bollino di garanzia sull’etichetta dei nostri libri.

Eppure, possiamo davvero attribuire tutto questo a Elmore Leonard e al suo decalogo? Ancora una volta torna il paradosso fondamentale: l’ultima parola al lettore. Per rispondere davvero alla domanda posta inizialmente, non resta che chiedere a Leonard, e fare come farà chi qui scrive (se non l’ha già fatto). Provare a chiedere a Leonard. E cominciare a leggere.

Written by

Graduated in European history in Florence, he started working in publishing soon after having come across a Mac computer in 1984

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