Il coronavirus non è una crisi della globalizzazione, ma una crisi globale

Una distinzione cruciale per evitare di trarre le conclusioni sbagliate

di Robert Armstrong, “Financial Times”

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Il cippo ricordo collocato a Mostar (Bosnia Herzegovina) per ricordare la distruzione del ponte, che univa le due parti della città, avvenuta nel 1993 durante le guerre yugoslave.

Il coronavirus ha offerto abbandonate materiale incendiario ai nemici della globalizzazione. Un processo e un’idea che era già ampiamente in difficoltà ben prima che il virus varcasse le porte della citta di Wuhan per espandersi in tutto il mondo e bloccare tutto quello che era possibile boccare. La lotta alla globalizzazione è veramente un fenomeno trasversale a tutte le opinioni politiche e ideali. Un’offensiva che ha finito per incapsulare i globalizzatori nell’ultimo fortino del liberalismo e del libero scambio similmente ai resistenti di Fort’Alamo. Si aspetta solo l’attacco finale da parte di forze preponderanti che adesso annoverano anche governi e capi di stato.

In questo articolo Robert Armstrong uno delle menti più originali e brillanti del “Financial Times”, che a sua volta non è tenero con certi aspetti della deriva finanziaria della globalizzazione, spiega che il coronavirus è una crisi diversa da una crisi di globalizzazione e che l’impulso di innestare la retromarcia rispetto a quest’ultima è un’operazione fallace e rischiosa. La sua argomentazione, seppur contendibile, è lucida e stimolante se si accetta di discuterla. Robert Armstrong oltre che economica e finanziaria, un settore nel quale ha anche lavorato prima di diventare giornalista, ha una formazione solidamente filosofica. E si vede. La sua analasi ha il colore di un pensiero strategico

Una distinzione importante

Dobbiamo essere chiari sul tipo di crisi provocata dal coronavirus. Non è il prodotto di una certa organizzazione dell’economia mondiale, del modo in cui le persone, i beni e il denaro fluiscono in tutto il mondo. È, invece, una crisi globale, non una crisi della globalizzazione.

La distinzione è importante, perché se i politici e gli imprenditori traggono le lezioni sbagliate da questa crisi, il mondo sarà meno preparato per la prossima.

Non sorprende che, quando il Covid-19 sembrava ancora un problema cinese piuttosto che globale, il segretario al commercio americano Wilbur Ross abbia detto che il virus, per quanto deplorevole, avrebbe “aiutato ad accelerare” il ritorno di posti di lavoro in America e in Europa. Certo, se si vede l’economia mondiale come un meccanismo a somma zero, la perdita di un paese costituisce il guadagno di un altro.

Per Peter Navarro, il consigliere al commercio del presidente americano Donald Trump, il virus dimostra che “non possiamo necessariamente dipendere da altri Paesi, anche da alleati stretti, per fornirci delle merci e dei servizi necessari”. La migliore risposta a qualsiasi minaccia, secondo Navarro, è quella di tirare su il ponte levatoio economico.

La fragilità delle catene di approvvigionamento globali

La cosa più sorprendente è che l’amministrazione Trump non è la sola a pensarla così. Il virus ha rivelato i costi nascosti e la fragilità delle catene di approvvigionamento globali, provocando così un “rinculo” sulla globalizzazione.

Per fortuna, il contraccolpo finora sembra contenuto. È vero, alcune catene di approvvigionamento si stavano accorciando già da prima che il virus colpisse e questa crisi porterà a cambiamenti importanti in altre. Ma le imprese vedono ancora i vantaggi del commercio globale, i consumatori continuano a beneficiarne, e questo sentiment rende il mondo un posto più sicuro dai colpi della pandemia.

Dal punto delle conseguenze economiche, il coronavirus va ad aggiungersi all’incidente nucleare di Fukushima, ai conflitti commerciali tra Stati Uniti e Cina e ad altre recenti perturbazioni globali. Tutti questi eventi hanno una cosa in comune. Dimostrano i pericoli delle catene di approvvigionamento altamente concentrate e just in time, ma assai meno di quelle internazionali.

Pensare soprattutto ai rischi

Per troppo tempo le aziende hanno organizzato le loro operazioni pensando solo ai costi, dice Per Hong, un consulente di supply chain di Kearney, una multinazionale di consulenza strategica. Queste crisi “evidenziamo la necessità per le aziende di progettare le loro catene di approvvigionamento intorno alla competitività del rischio” piuttosto che al mero costo.

Le aziende con cui Kearney lavora non stanno localizzando le forniture, ma attenuando il rischio attraverso la diversificazione su base regionale. “È l’esatto contrario dello smantellamenti della natura globale delle catene di approvvigionamento”, dice.

Fukushima, per esempio, ha dimostrato la fragilità della catena di approvvigionamento globale di microchip che era concentrata in Giappone, con molti fornitori di filiera proprio in prossimità delle aree colpite dal terremoto. Ma in seguito, come sottolinea Willy Shih della Harvard Business School, i grandi clienti hanno visto i rischi di questo stato di cose e hanno spostato parte del loro approvvigionamento a Taiwan.

Quello che non hanno fatto è stato ripiegare su una soluzione nazionale per la produzione di chip. Sarebbe stato un errore. I microchip sono l’esempio perfetto di come la specializzazione locale, distribuita in tutto il mondo, crea prodotti migliori di quanto sia possibile fabbricarli in un solo luogo. Le migliori attrezzature per la produzione di chip provengono dall’Olanda; la più avanzata progettazione di chip dagli Stati Uniti; le migliori fonderie si trovano a Taiwan; e così via.

La fallacità del nazionalismo economico

Neppure le aziende, con la loro redditività in ballo come non mai, possono indulgere nella fallace visione di Navarro che individua all’estero l’origine di tutte le minacce. La produzione interna di carbone non ha protetto l’industria energetica del Regno Unito durante gli scioperi dei minatori degli anni Ottanta. La vulnerabilità dell’America agli uragani e alle inondazioni è venuta fuori ripetutamente. La prossima crisi potrebbe iniziare ovunque.

Questo non per negare il valore di avvicinare la produzione alla domanda. Nell’industria dell’abbigliamento, la risposta tempestiva al cambiamento dei gusti e ai progressi della tecnologia è un forte argomento a favore di una produzione “nearshoring”.

Levi’s sta impiegando una tecnologia completamente automatizzata per il finissaggio dei jeans o per dargli con il laser una parvenza di vissuto. Questo processo che dura 90 secondi viene completato vicino al mercato di destinazione. Prima richiedeva una mezz’ora di applicazione da parte di un lavoratore in un paese a bassi salari.

La casa delle grandi imprese moderne è il mondo

Ma imprese come Levi’s si stanno avvicinando ai clienti per dargli quello che vogliono, non per ridurre i rischi del commercio internazionale. Neppure praticano una buona azione di cittadinanza globale “portando il lavoro a casa”. E poi che cos’è la casa? Le grandi aziende moderne hanno clienti, dipendenti e azionisti in tutto il mondo.

Che le aziende globali non siano di pertinenza di un solo paese è uno dei punti di attacco dei critici della globalizzazione. Ma se crediamo che le aziende abbiano delle responsabilità nei confronti di tutti i loro stakeholder, vogliamo davvero che tali responsabilità varino a seconda della nazionalità degli stakeholder?

La globalizzazione è un legante

Sarebbe immorale. È una virtù, non un vizio, di quelle aziende globali che costruiscono relazioni di reciproco vantaggio oltre i confini nazionali. La globalizzazione lega insieme i nostri destini.

Che questi legami ci rendano collettivamente più ricchi è sotto gli occhi di tutti, dato che i Paesi che hanno abbracciato il commercio globale, insieme all’istruzione e agli investimenti, sono annoverabili tra i più prosperi. L’ascesa della globalizzazione dal 1990 ha coinciso con l’uscita dalla dalla povertà estrema di oltre un miliardo di persone. Né i governi né le imprese dovrebbero voltare le spalle a questa eredità a causa del coronavirus.

Anche nell’attuale crisi, la globalizzazione può rendere il mondo più sicuro. Il fatto che le economie nazionali siano fuse dal tessuto connettivo delle aziende globali significa che ogni Paese ha un interesse egoistico ad aiutare gli altri. Questa è una fonte di stabilità che la retorica anti-globalista può solo diluire.

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Graduated in European history in Florence, he started working in publishing soon after having come across a Mac computer in 1984

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