Il concetto di società civile

di Norberto Bobbio

✎ Think|Tank. Il saggio del mese [febbraio 2020]

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La società civile nei giusnaturalisti

L’espressione «Società civile» ha avuto, nel corso del pensiero politico degli ultimi secoli, vari significati successivi, di cui l’ultimo, quello corrente nel linguaggio politico di oggi, è profondamente diverso dal primo e in un certo senso opposto.

Nella sua accezione originaria, che ha corso nella dottrina politica tradizionale, in particolare nella dottrina giusnaturalistica, «Società civile» (societas civilis) si contrappone a «società naturale», (societas naturalis), ed è sinonimo di «società politica» (in corrispondenza alla derivazione, rispettivamente, da «civitas «e da «polis»), e quindi di «stato». Secondo il modello giusnaturalistica dell’origine dello stato, che viene ripetuto con sensibili variazioni ma senza alterazioni sostanziali della dicotomia fondamentale stato di natura-stato civile, da Hobbes, che ne è il creatore, sino a Kant e ai kantiani, lo stato o società civile nasce per contrasto con uno stato primitivo dell’umanità in cui l’uomo vive non avendo altre leggi che le leggi naturali, nasce cioè con l’istituzione di un potere comune che solo è capace di garantire agl’individui associati alcuni beni fondamentali, come la pace, la libertà, la proprietà, la sicurezza, che nello stato di natura sono continuamente minacciati dall’esplodere dei conflitti la cui soluzione è affidata esclusivamente all’autotutela.

Con le parole di Locke:

«Coloro che sono riuniti in un sol corpo e hanno una legge comune stabilita e una magistratura a cui appellarsi, insignita dell’autorità di decidere le controversie che nascono fra di loro, si trovano gli uni con gli altri in società civili, ma coloro che non hanno un simile appello comune, … sono sempre nello stato di natura «(Secondo trattato sul governo, § 87).

Con le parole di Kant:

«L’uomo deve uscire dallo stato di natura, nel quale ognuno segue i capricci della propria fantasia, e unirsi con tutti gli altri… sottomettendosi a una costrizione esterna pubblicamente legale…: vale a dire che ognuno deve, prima di ogni altra cosa, entrare in uno stato civile» (Metafisica dei costumi. I. Dottrina del diritto, § 44).

Nel senso di società politica o stato, l’espressione «Società civile» viene anche comunemente usata da teologi, da canonisti, in genere da scrittori di diritto ecclesiastico e di storia religiosa, per contraddistinguere la sfera del temporale dalla sfera dello spirituale, la sfera dei rapporti su cui si estende il potere politico, dalla sfera dei rapporti su cui si estende il potere religioso.

Nel linguaggio della dottrina cristiana dei rapporti tra chiesa e stato, il problema di questi rapporti viene presentato e illustrato come problema dei rapporti tra Società civile e società religiosa. Ciò che cambia in questo uso dell’espressione non è tanto il significato di «Società civile» quanto il criterio di distinzione dal suo opposto: mentre Società civile e società naturale si distinguono tra loro perché l’una è istituita su rapporti di potere e l’altra no, Società civile e società religiosa si distinguono tra loro per il diverso tipo di rapporti di potere che esistono nell’una e nell’altra. Nella Filosofia del diritto (1841–1845) Rosmini distingue tre forme di società, che chiama teocratica, domestica e civile.

Rousseau

Una seconda accezione deriva dal fatto che gli stessi scrittori, quando vogliono recare un argomento a favore della storicità dello stato di natura, tendono a identificarlo con lo stato in cui si vennero a trovare e si trovano tuttora i popoli selvaggi.

Per provare la realtà dello stato di natura Hobbes fa l’esempio, nell’età presente, degli «Americani», e, nell’età passate, di razze «ora civili e fiorenti, ma allora composte di relativamente pochi uomini feroci, di vita breve, poveri, sporchi, mancanti di tutti quegli agi e di quelle raffinatezze che la pace e la società sogliono procurare» (De Cive, l, 13); altrove dice che «in molte zone dell’America i selvaggi non hanno alcun governo, se si accetta il governo di piccole famiglie, la cui concordia si fonda sulla concupiscenza naturale» (Leviathan, cap. XIII).

Sulla fede di José de Acosta, Locke accoglie la notizia che in molte parti dell’America non c’era alcun governo e che «quegli uomini… per lungo tempo non ebbero né Re, né repubbliche, ma vivevano in bande, (Secondo Trattato, § 102). Attraverso l’identificazione di stato di natura e stato selvaggio, la civile non si contrappone più soltanto alla società naturale, astrattamente e idealmente considerata, ma anche alla società dei popoli primitivi, con la conseguenza che l’espressione «Società civile» acquista in questi nuovi contesti anche il significato di società «civilizzata» (dove «civile» non è più aggettivo di «civitas» ma di «civilitas»).

Del resto già Hobbes in un celebre passo del De cive, dove contrappone attraverso una serie di antitesi molto nette i benefici dello stato ai malanni dello stato di natura (X, 1), attribuisce chiaramente alla vita nello stato tutti i caratteri che contraddistinguono il vivere «civile» (tra i quali «il dominio della ragione, la pace, la sicurezza, la ricchezza, la decenza, la socievolezza, la raffinatezza, la scienza e la benevolenza»).

La distinzione tra le due accezioni — «Società civile» come «società politica» e «Società civile» come «società civilizzata» — è importante, perché mentre nella maggior parte degli scrittori del Sei e del Settecento i due significati si sovrappongono, nel senso che lo stato si contrappone insieme allo stato di natura e allo stato selvaggio e quindi «civile» significa contemporaneamente «politico» e «civilizzato», nel Rousseau i due significati si separano.

Quando nella seconda parte del Discorso sull’origine della diseguaglianza, Rousseau descrive il passaggio dallo stato di natura a quello della «société civile» («il primo che, dopo aver recintato un terreno, pensò di dire questo è mio, e trovò altri tanto ingenui da credergli, fu il vero fondatore della Società civile»), egli usa «Società civile» non nel senso di società politica ma esclusivamente in quello di «società civilizzata» (dove peraltro, civiltà» ha, com’è ben noto, una connotazione negativa).

Questa società civile descritta da Rousseau è tanto poco identificabile con la società politica o stato da essere presentata in alcuni passi come uno stato in cui «le usurpazioni dei ricchi, il brigantaggio dei poveri, le passioni sfrenate di tutti» generano uno stato di «guerra permanente» che fa pensare allo stato di natura hobbesiano.

In altre parole, mentre per Hobbes (e anche per Locke) la Società civile è la società politica e insieme la società civilizzata (e civilizzata in quanto politica), la Società civile di Rousseau è la società civilizzata ma non è necessariamente ancora una società politica (la quale sorgerà sulla base del contratto sociale e sarà un recupero dello stato di natura e un superamento della Società civile), anzi è, hobbesianamente, una società naturale.

Hegel

La terza accezione è quella resa celebre da Hegel nei Lineamenti di filosofia del diritto. Nel sistema hegeliano, lo spirito oggettivo (che segue allo spirito soggettivo e precede lo spirito assoluto) è distinto nei tre momenti del diritto astratto, della moralità e dell’eticità. L’eticità a sua volta è distinta nei tre momenti della famiglia, della Società civile e dello stato.

Come si vede, la Società civile, io questa sistemazione generale delle materie tradizionalmente assegnate alla filosofia pratica, non coincide più con lo stato, ma ne costituisce un momento preliminare. La Società civile non è più la famiglia, che è una società naturale ed è la forma primordiale dell’eticità, ma non è ancora lo stato, che dell’eticità è la forma tutta spiegata e che in quanto tale riassume in sé e supera, negandole e sublimandole, le forme precedenti dell’umana socievolezza.

Posta tra la forma primitiva e la forma ultima dello spirito oggettivo, la Società civile rappresenta per Hegel il momento in cui l’unità familiare, attraverso l’insorgere di rapporti economici antagonistici prodotti dalla necessità in cui l’uomo si trova di appagare i propri bisogni mediante il lavoro, si dissolve nelle classi sociali (il sistema dei bisogni), in cui la lotta delle classi trova una prima mediazione nella risoluzione pacifica dei conflitti attraverso l’instaurazione della legge e la sua applicazione (l’amministrazione della giustizia), in cui infine gli interessi comuni trovano una prima regolamentazione puramente esterna nell’attività della pubblica amministrazione e nel costituirsi delle corporazioni di mestiere (polizia e corporazione).

Per far capire che la Società civile possiede alcune caratteristiche dello stato ma non è ancora lo stato, Hegel la chiama «stato esterno» o «stato dell’intelletto». Ciò che manca alla Società civile per essere uno stato è il carattere dell’organicità. Il passaggio dalla Società civile allo stato avviene quando le singole parti separate della società che nascono dalla dissoluzione della famiglia sono unificate in una totalità organica.

«Se si scambia lo stato con la Società civile, e la sua destinazione è posta nella sicurezza e nella protezione della proprietà e della libertà personale, l’interesse del singolo come tale è il fine ultimo, nel quale essi sono unificati; e segue, appunto da ciò, che essere componente dello stato è una cosa a capriccio» (§ 258 annotazione).

Nella separazione della Società civile dallo stato Hegel vuole colpire le teorie precedenti, care ai giusnaturalisti, che, identificando lo stato con la Società civile, cioè con un’associazione volontaria che nasce da un contratto per la protezione esterna dei beni dei singoli individui, non riuscivano a dar conto della reale, effettiva, maestà dello stato in nome della quale i cittadini sono chiamati in tempi gravi anche al supremo sacrificio della vita.

Prima di Hegel una distinzione molto simile tra Società civile e stato era stata sostenuta da August Ludwig Schlözer (1793); e quindi con un riferimento diretto allo stesso Schlozer, ripresa e riconfermata da Anselm Feuerbach, il quale, accogliendo la vecchia dottrina dei due patti costitutivi dello stato, aveva sostenuto che col primo (il pactum societatis) gl’individui danno origine puramente e semplicemente alla Società civile e solo col secondo (il pactum subiectionis, cui Feuerbach aggiunge un terzo, il pactum ordinationis civilis), trasformano la società civile in stato (Antihobbes, 1798, cap. ii).

Marx

Non è improbabile che nel piegare questo terzo modo d’intendere la Società civile verso la critica delle teorie giusnaturalistiche, soprattutto verso la teoria lockiana, per il quale lo stato non essendo altro che un’associazione di proprietari non può essere considerato uno stato nel senso pregnante della parola alla maniera di Hegel, fosse intervenuto un terzo significato di «civile», che nella sua forma tedesca, «bürgerlich», significa anche «borghese».

In realtà, alcune pagine della sezione dedicata da Hegel alla Società civile, specie quelle che descrivono il sistema dei bisogni, dove tra l’altro si trova il riconoscimento dell’importanza e della novità dell’economia politica, «scienza che fa onore al pensiero», sono una fedele rappresentazione dei rapporti economici tra individui in conflitto tra loro caratteristici dell’immagine che la società borghese ha di se stessa.

Il passaggio dal significato di Società civile nelle sue varie accezioni sinora rilevate al significato di «società borghese» è avvenuto con Marx. Quando Marx nella Questione ebraica descrive il processo attraverso cui la Società civile si emancipa dallo stato che ne impedisce il libero sviluppo, e si scinde in individui indipendenti che si proclamano liberi ed eguali di fronte allo stato, quando critica i pretesi diritti naturali universali e astrattamente umani come diritti nascenti dalla Società civile, è ormai diventato chiaro che per «Società civile» si deve intendere società borghese».

Il processo di formazione della società civile-borghese è infatti contrapposto a quello della società feudale:

«L’emancipazione politica fu a un tempo l’emancipazione della società borghese dalla politica, dalla parvenza stessa di un contenuto universale. La società feudale si dissolse nel suo elemento fondamentale, l’uomo; ma l’uomo che ne costituiva in effetti il fondamento, l’uomo egoistico. Quest’uomo, il membro della società borghese, è ora la base, il presupposto dello stato politico. Ed è riconosciuto come tale dallo stato nei diritti dell’uomo».

Si noti, tra l’altro, che se in questo contesto si traducesse «civile» invece di «borghese», la frase diventerebbe quasi incomprensibile.

Il passo canonico di questa nuova accezione è quello della prefazione alla Critica dell’economia politica, in cui Marx afferma che proprio studiando Hegel era arrivato alla convinzione che le istituzioni politiche e giuridiche avessero le loro radici nei rapporti materiali dell’esistenza, «il cui complesso viene abbracciato da Hegel… sotto il termine di “Società civile”», onde «l’anatomia della Società civile è da cercare nell’economia politica».

Non importa che Marx in questo passo abbia dato un’interpretazione deformante o per lo meno unilaterale della «Società civile» di Hegel, facendola coincidere con la sfera dei rapporti economici, mentre, come abbiamo visto, la Società civile di Hegel si estende ad abbracciare anche la regolamentazione esterna (statale) di questi rapporti, ed è quindi già una forma preliminare e, in quanto tale, insufficiente, di stato.

Ciò che importa rilevare è che nella misura in cui Marx fa della Società civile il luogo dei rapporti economici, cioè dei rapporti che caratterizzano la struttura di ogni società, ovvero «la base reale sulla quale si eleva una sovrastruttura giuridica e politica», l’espressione «Società civile », che negli scrittori giusnaturalisti stava a significare, conformemente alla etimologia del resto, la società politica e lo stato, viene a significare (e significherà d’ora innanzi sempre più, per influsso del pensiero marxiano) la società prestatale, e quindi ha la stessa funzione concettuale che aveva negli scrittori giusnaturalisti lo stato di natura o la società naturale, che era per l’appunto la società dei rapporti naturali o economici tra individui, dalla cui insufficienza nasceva l’esigenza di passare a uno stadio superiore di aggregazione (d’incivilimento) che era la società politica o stato.

Come si vede, al termine di questo processo di mutamenti o forse meglio di slittamenti di significato, «Società civile» ha finito per avere al suo punto di arrivo un significato opposto a quel che aveva avuto al punto di partenza. In altre parole, nella grande dicotomia società-stato, propria di tutta la filosofia politica moderna, Società civile rappresenta al principio il secondo momento, alla fine il primo, pur non mutando sostanzialmente il suo significato: infatti tanto la «società naturale» dei giusnaturalisti, quanto la «Società civile» di Marx stanno a indicare la sfera dei rapporti economici intersoggettivi tra individui singoli, indipendenti, astrattamente eguali, contrapposta alla sfera dei rapporti politici, che sono rapporti di dominio, o, con oltre parole, la sfera dei «privati» (nel senso in cui «privato» è un altro sinonimo di «civile», in espressioni come «diritto privato» che equivale a «diritto civile») contrapposta alla sfera del pubblico.

Nella Sacra Famiglia Marx definisce la «Società civile» con parole che non differiscono da quelle usate dai giusnaturalisti per definire lo stato di natura:

«Lo stato moderno ha come sua base naturale [si badi «naturale »] la Società civile, l’uomo della Società civile, cioè l’uomo indipendente unito all’altro uomo solo con il legame dell’interesse privato e della inconsapevole necessità naturale»

Quel che è più, il carattere specifico della Società civile (borghese) così definita è quello dello stato di natura hobbesiano, cioè la guerra di tutti contro tutti:

«Tutta quanta la Società civile è proprio questa guerra [dell’uomo contro l’uomo], l’uno contro l’altro, di tutti gl’individui, che si escludono reciprocamente solo per la loro individualità, è l’universale, sfrenato movimento delle forze elementari della vita sciolte dai vincoli dei privilegi».

Gramsci

Anche Gramsci distingue ripetutamente Società civile e stato: anzi questa distinzione è uno dei motivi conduttori dell’analisi storica e politica, che egli svolge nei Quaderni del carcere, della società borghese e del passaggio dalla società borghese alla società socialista. Ma questa distinzione, nonostante l’identità della terminologia, non coincide con quella di Marx.

In tal modo l’espressione «Società civile» acquista nell’opera matura di Gramsci un quanto significato. Dice Gramsci:

«Si possono, per ora, fissare due grandi piani sovrastrutturali, quello che si può chiamare della Società civile, cioè dell’insieme degli organismi volgarmente detti privati, e quello della società politica o stato, e che corrispondono alla funzione di egemonia che il gruppo dominante esercita in tutta la società e a quello di dominio diretto o di comando che si esprime nello stato o nel governo giuridico».

Da questo passo, e da altri analoghi che si potrebbero citare, risulta chiaramente che, a differenza di Marx per il quale la Società civile comprende la sfera dei rapporti economici, e quindi appartiene alla struttura, Gramsci intende per «Società civile» un momento della sovrastruttura, in particolare il momento dell’egemonia che si distingue dal momento del puro dominio come momento della direzione spirituale e culturale che accompagna e integra di fatto nelle classi effettivamente dominanti, e deve accompagnare e integrare nelle classi che tendono al dominio, il momento della pura forza.

Parafrasando il passo di Marx sopra citato si potrebbe dire, per marcare la distinzione, che la Società civile comprende per Gramsci non già «tutto il complesso delle relazioni materiali», bensì tutto il complessò delle relazioni ideologico-culturali. Se ogni forma di dominio duraturo si regge sulla forza e sul consenso, ogni regime politico ha bisogno non solo di un apparato coattivo, in cui consiste lo stato nel senso stretto e tradizionale della parola, ma anche di varie istituzioni, che vanno dai giornali alla scuola, dalle case editrici agli istituti culturali, che mirano alla trasmissione dei valori dominanti, e attraverso cui la classe dominante esercita la propria egemonia.

Il rilievo dato da Gramsci al momento dell’egemonia non significa che egli abbia abbandonato la tesi marxiana della priorità della struttura economica; mostra se mai che egli ha voluto differenziare con più forza nell’insieme degli elementi sovrastrutturali il momento della formazione e della trasmissione dei valori (oggi si direbbe della «socializzazione») da quello più propriamente politico della coazione.

In questa storia dei vari significati di «Società civile, ciò che importa soprattutto notare è che Gramsci, chiamando «Società civile» il momento della elaborazione delle ideologie e delle tecniche del consenso, cui ha dato particolare rilievo, ha modificato il significato marxiano dell’espressione ed è in parte tornato al significato tradizionale, secondo cui «Società civile», essendo sinonimo di «stato», appartiene marxianamente non alla struttura ma alla sovrastruttura.

Gramsci insomma si è servito dell’espressione «Società civile» non per contrapporre la struttura alla sovrastruttura, ma per distinguere, meglio di quel che avessero fatto i marxisti precedenti, nell’ambito della sovrastruttura il momento della direzione culturale da quello del dominio politico.

Nel linguaggio di oggi

Di tutti i significati precedentemente illustrati il più comune nel linguaggio politico attuale è quello genericamente marxiano. Prova ne sia che, mentre la contrapposizione tra Società civile e stato è corrente nella letteratura politica continentale, che ha maggiormente sentito l’influsso del marxismo (si veda ad esempio il libro di P. Farneti, intitolato appunto Sistema politico e società civile, 1971), è pressoché sconosciuta nella letteratura politica di lingua inglese, dove il «sistema politico è considerato di solito come un sotto-sistema rispetto al «sistema sociale» nel suo complesso, e dove l’espressione «Società civile», è sostituita dal termine più generico «società».

Nella contrapposizione Società civile-stato per «Società civile», s’intende la sfera dei rapporti tra individui, tra gruppi, tra classi sociali, che si svolgono al di fuori dei rapporti di potere che caratterizzano le istituzioni statali. In altre parole, la Società civile viene rappresentata come il terreno dei conflitti economici, ideologici, sociali, religiosi, che lo stato ha il compito di risolvere o mediandoli o sopprimendoli; come la base da cui partono le domande cui il sistema politico è chiamato a dare una risposta; come il campo delle varie forme di mobilitazione, di associazione, di organizzazione delle forze sociali che muovono verso la conquista del potere politico.

Richiamando la nota distinzione weberiana tra potere di fatto e potere legittimo, si può anche dire che la Società civile è il luogo dei rapporti di potere di fatto, lo stato è il luogo dei rapporti di potere legittimo. Così intesi, Società civile e stato non sono due enti senza relazione tra loro, ma tra l’uno e l’altro c’è passaggio continuo.

Uno dei modi più frequenti di definire i partiti politici è quello di mostrarne la funzione di articolazione, di aggregazione, di trasmissione delle domande, che provengono dalla Società civile e sono destinate a diventare oggetto di decisione politica.

La contrapposizione tra Società civile e stato è spesso adoperata a scopi polemici, per affermare, ad esempio, che la civile si muove più rapidamente dello stato, che lo stato non è in grado di cogliere tutti i fermenti che provengono dalla Società civile, che nella Società civile si forma continuamente un processo di delegittimazione che lo stato non sempre è in grado di arrestare.

Una vecchia formulazione di questa stessa antitesi è quella che contrappone il potere reale al potere legale. Di qua la frequente affermazione che la soluzione delle crisi che minacciano la sopravvivenza di uno stato debbono essere ricercate prima di tutto nella Società civile, dove si possono formare nuove fonti di legittimazione, e quindi nuove aree di consenso. Nei momenti di rottura si predica il ritorno alla Società civile, come i giusnaturalisti predicavano il ritorno allo stato di natura

Tratto da Norberto Bobbio, Nicola Matteucci, Gianfranco Pasquino, Dizionario di politica, Utet, Torino, 2016

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Graduated in European history in Florence, he started working in publishing soon after having come across a Mac computer in 1984

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