Il buffet liberale

Quale exit dalla crisi del liberalismo?

di Salvatore Sechi e Mario Mancini

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Mash-up dottrinale

Anche nel pensiero politico e nell’azione dei partiti si va diffondendo il mash-up. Si tratta di un mix di generi e attività che, prima dell’avvento non lontano di questo pratica, appartenevano a campi ben distinti, delimitati e spesso alternativi. È iniziato nella musica e poi si è esteso a tutte le altre forme di comunicazione visuale e scritta.

Thomas Friedman è uno dei più apprezzati e seguiti editorialisti del “New York Times”. È anche un autore, per usare un’espressione osé, progressista e cosmopolita. Nel presentare il suo ultimo libro (Grazie per essere arrivato tardi) ha dichiarato di essere completamente d’accordo con il “Wall Street Journal” sull’economia. Se fosse per lui lascerebbe fare tutto al mercato per imporre una sola tassa, quella sulle emissioni di CO2. Sulle politiche sociali e sui diritti civili sta invece con i socialisti di Bernie Sanders e della Ocasio-Cortez. Una sorta di socialiberismo. Un ossimoro che è anche il programma dei Radicali italiani: liberismo, diritti civili e politiche sociali.

Che cosa sta succedendo al liberalismo? Sta succedendo quello che lo storico israeliano Yuval Noah Harari chiama il buffet liberale, che è l’ultima capriola della crisi del liberalismo post caduta del Muro di Berlino. Nessuno mette in discussione il liberalismo nel suo insieme, ma ognuno piglia dal sistema di idee liberali, e dal programma del liberalismo storico quello che gli piace o gli fa più comodo in quel momento. È vero che il liberalismo è una chiesa dalla dottrina piuttosto lasca e a maglie larghe, ma qualche principio, santo Dio!, ce l’ha. Almeno tre paiono irrinunciabili: il libero mercato, il libero scambio e la libertà individuale in tutte le sue forme.

Liberalismo a sprazzi

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È lo studioso israeliano Yuval Noah Harari ad aver coniato l’espressione buffet liberale per definire l’ultima evoluzione di questo sistema di pensiero e di azione.

Invece di sostenere l’intero menu del liberalismo, si iniziano a prenderne solo alcune portate. Trump sostiene il libero mercato all’interno del suo paese, ma lo combatte a livello internazionale. I cinesi sono diventati i paladini del libero scambio e della cooperazione internazionale, ma negano le libertà politiche nel loro paese. I brexitari non mettono in discussione la libertà personale, ma non vogliono la libera circolazione della gente nel loro paese. Bolsonaro è un paladino del libero mercato, ma non ne vuol sapere di temi come il controllo delle armi o i matrimoni gay. Norendra Modi ed Erdogan spingono l’economia di mercato, ma imbavagliano l’opinione pubblica. Orban tiene libere elezioni ma dichiara il suo governo illiberale. Questa lista potrebbe continuare a lungo.

E allora è opportuno interrogarsi come fa Harari se il buffet liberale sfocerà in un ulteriore sfarinamento del sistema liberale sia a livello delle nazioni che internazionale, senza che sia ancora minimamente chiaro che cosa lo sostituirà.

L’autunno del liberalismo

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Recentemente ho raccolto in un libro dal titolo L’autunno della liberal democrazia. La narrazione liberale da Stuart Mill all’Economist, alcuni contributi sulla crisi del liberalismo e sulle sue possibili vie d’uscita. In questo lavoro ho è stato rivisitato in chiave contemporanea il pensiero dei maggiori artefici della narrazione liberale.

Il libro è introdotto da uno scritto di Giuseppe Cotroneo che discute i due temi più importanti della riflessione liberale: la libertà e la giustizia sociale. Poi si suddivide, grosso modo, in tre parti. La prima è l’evoluzione dell’idea liberale secondo i suoi principali interpreti e avversari. La seconda presenta tre brillanti contributi su temi di grande attualità: identità (Appiah), meritocrazia (Ignatieff) e tecnologia (Harari). La terza e ultima parte offre in traduzione italiana il manifesto per la rinascita del liberalismo del maggior think-tank liberale del mondo, il magazine inglese “The Economist”. Infine nella sezione di eXtra, che sarà ampliata nelle prossime edizioni, è riprodotto il Discorso sulla libertà degli antichi paragonata a quella dei moderni di Benjamin Constant.

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L’ultimo libro di Salvatore Sechi. Vi si racconta una storia ricca di omissis, quella del rapporto tra il PCI e il KGB. Affrontare questo tema è come camminare sulla uove. Ma Sechi ha ricostruito questa vicenda sulla base dei documenti e delle testimonianza che da storico coscienzioso qual’è ha cercato, reperito, esaminato incrociato, verificato e infine utilizzato. Niente a che vedere con molta pubblicistica di oggi.

Salvatore Sechi ha recensito il libro sul “L’Avanti!” e siamo lieti di proporvi di seguito il testo della recensione. Sechi è professore di storia contemporanea all’Università di Bologna, politologo, editorialista e studioso della politica italiana e internazionale. Sechi è anche uno dei pochi storici del nostro tempo che passa grande parte del suo tempo negli archivi a disseppellire storie e verità su vicende sulle quali la coscienza nazionale ha raggiunto una bonaria zona di confort all’intorno della quale ha poca voglia di mettersi in discussione e perfino di sapere. Si tratta di temi che sarebbero caldissimi: il caso Moro, il ruolo del KGB in Italia, il rapporto Stato Mafia, gli omissis del PCI e via dicendo.

Per questo siamo grati a Sechi per aver dedicato un po’ del suo tempo a questo libro che senz’altro presenta un tema meno ferrigno di quelli di cui generalmente si occupa.

Come evitare il danno dei cattivi governanti

C’è un problema epocale come quello delle migrazioni dal continente africano che sono destinate a durare a lungo. L’Unione europea continua ad ignorarlo, trasformandolo in un onere quasi esclusivamente per l’Italia. Il nostro ministro dell’Interno e il (brutto) governo di cui fa parte si pasce a muso duro di una ricetta tipica dell’estrema destra: quella di affidarlo a una più aspra legislazione repressiva, cioè ridurlo ad una questione di ordine pubblico alimentando irresponsabilmente la xenofobia.

Una volta messo da parte come un sussulto razzista e fascistoide quello della Lega, bisogna dire che non è facile neanche per i partiti e i governi socialdemocratici trovare una soluzione allo spostamento in Europa (in direzione prevalentemente della Germania e dell’Italia) di milioni di persone dall’Africa sub-sahariana.

La domanda che è tornata in primo piano è quella di un filosofo come Karl Popper:

In che modo possiamo organizzare le istituzioni politiche affinché i governanti cattivi o incompetenti, che dovremmo evitare di procurarci, ma, che in ogni caso è così facile ottenere, non possano fare troppo danno?

La crescita economica è il presupposto della stabilità politica?

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Come liberarsi dai cattivi governanti. È stato questo uno dei principali temi di riflessione del grande filosofo sociale Karl Popper nel sul duello con il totalitarismo.

Popper scriveva nel 1948. Non poteva immaginare che negli ultimi decenni del Novecento sia regimi di destra (come Grecia, Portogallo e Spagna) sia regimi di sinistra (come quelli comunisti dell’Europa orientale) si sarebbero liberati delle rispettive dittature, dando vita a sistemi di governo liberali, e senza spargimento di sangue. Né si poteva pensare che dalla Spagna (il paese più politicamente instabile) sarebbe venuta la smentita del teorema secondo cui la crescita economica presuppone la stabilità politica.

Non si può certamente dire che questa democratizzazione dei regimi liberali sia avvenuta ad opera di un meccanismo istituzionale, come le elezioni (cioè per i limiti impostosi dallo Stato).

In realtà, è avvenuta per la forza dirompente irresistibile di un altro elemento che fa parte del modello di Stato di diritto da Popper valorizzato. Si tratta della separazione dagli apparati istituzionali della società civile e dei singoli cittadini che la compongono.

Questo è un principio-cardine del pensiero liberale teorizzato nel 1690 da John Locke nel saggio intitolato Secondo Trattato sul governo.

Scritto subito dopo la rivoluzione inglese del 1688, Locke sosteneva:

Il potere legislativo… ha il diritto di regolare come la forza della società politica debba essere impiegata per la conservazione della comunità e dei membri di essa.

La nascita del socialismo liberale

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In Italia fu Carlo Rosselli a compiere una sintesi efficace tra la tradizione del liberalismo e quella socialista. Operazione che fu fatta anche in altri paesi. In particolare nerl Regno Unito produsse dei frutti importanti per il movimento dei lavoratori.

Fino alla prima guerra mondiale il liberalismo si occupò di aumentare la sfera dei diritti individuali, e di garantirli contro la tendenza dello Stato a limitarli. Non dedicò, invece, eguale interesse alla sfera della giustizia, cioè ad aumentare l’eguaglianza tra i cittadini e in generale gli esseri umani. I grandi spostamenti di intere popolazioni dall’Africa all’Europa hanno aggravato (alimentando un’impressionante guerra tra poveri) e dato una dimensione continentale al problema.

Fu proprio l’esigenza dell’eguaglianza tra i cittadini, come dimostrerà la rivoluzione bolscevica in Russia, ad entrare in corto circuito proprio con i principi di libertà (di stampa, di organizzazione, di critica ecc. ).

La tradizione politica comunista non ammetterà compromessi e sarà, quindi, un feroce e inesauribile censore del liberalismo. Chi, invece, tra le due guerre verrà a patti con esso, trovando un punto d’incontro, saranno le forze politiche di sinistra. Nasceranno così prima la liberal-democrazia e subito dopo il socialismo liberale.

Ma questa contaminazione tra le idee dei filosofi (per lo più scozzesi del XVII secolo), degli illuministi francesi e dei riformatori italiani (da Beccaria a Cattaneo fino a Salvemini, ai fratelli Rosselli ecc.) non fu facile, e mai scontata.

Le contraddizioni del socialismo liberale

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Durante i fatti d’Ungheria del 1956, Il Partito socialista italiana si rifiutò di dare pubblicità al manifesto di 101 intellettuali che criticava l’azione sovietica a Budapest.

Consentimi, caro direttore, di ricordare un episodio su cui non si è fatta ancora luce. In un saggio molto bello, Uscita di sicurezza di Sergio Bertelli nella crisi comunista del 1956, pubblicato nel volume che raccoglie gli atti del convegno in memoria dello studioso a lungo comunista, Itinerari di ricerca di uno storico del ’900) un docente universitario come Roberto Pertici ha evocato un episodio del 1956. Quando gli intellettuali anti-stalinisti del Pci si rivolsero al Psi per cercare di far ospitare il loro manifesto di critica all’aggressione sovietica a Budapest e al sostegno dato ad essa da uno stalinista cinico (tanto intelligente quanto impenitente) come Togliatti, si trovarono le porte chiuse.

Dunque, il gruppo dirigente socialista in quell’occasione drammatica tra l’opzione per la libertà di critica dentro il Pci e contro la sovietizzazione della sua leadership manifestata da 101 intellettuali scelse di stare dalla parte dell’establishment stalinista guidato dal Migliore.

Siamo in presenza di una vicenda che è una cartina di tornasole. Voglio dire che non si può spiegare solo con i finanziamenti che il Kgb, per conto di Stalin, fece a lungo traghettare nelle casse anche del Psi oltreché (e più a lungo) del Pci.

La resistenza del Psi a schierarsi con l’opposizione antitogliattiana ebbe anche un segno culturale-ideologico ancora da approfondire.

Il ritorno della tradizione liberale

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Il manifesto per il rinnovamento del liberalismo pubblicato dal magazine “The Economist” in occasione del 150° anniversario della sua nascita. Il testo tradotto in italiano si trova nel volume “L’autunno del liberalismo” qui citato.

Nel dibattito su “L’Avanti!”, che il direttore, Mauro Del Bue, ha aperto con Enrico Pedrelli, la grande tradizione liberale è tornata in primo piano. Mi pare anzi cruciale, per cercare di capire il mondo che stiamo vivendo e lo stesso futuro (centrato sul ruolo egemonico della Cina, dell’Africa e dell’America latina).

Ad approfondirla, offrendo ai lettori i termini essenziali e l’itinerario storico, è un editore ed esperto di tecnologie non rassegnato a rinunciare alla sua originaria vena di studioso di storia, Mario Mancini.

Dopo un saggio sulla politica estera delle socialdemocrazie negli anni Trenta, ha ora redatto, pur nei limiti di una sintesi, una succosa ed esauriente silloge delle origini e delle crisi del liberalismo.

Il saggio si intitola L’autunno della liberal democrazia. La narrazione liberale da Stuart Mills all’Economist, e si avvale di un’introduzione puntuale e di grande leggibilità di un professore universitario come Girolamo Cotroneo.

Nelle pagine precedenti mi sono servito delle attente analisi sia sue sia di Mancini. Confesso qualche perplessità di fronte alla decisione di Cotroneo di sostituire, nella riconsiderazione critica della polemica con Benedetto Croce su liberalismo e liberismo, il grande Luigi Einaudi con un intellettuale napoletano di grande signorilità come Vittorio De Caprariis.

Il volume appena in stampa è pubblicato dalla casa editrice che a Firenze Mancini ha contribuito a fondare e a dirigere, goWare.

Mi pare doveroso consigliarne la lettura a chiunque, non importa se di destra o si sinistra, si occupa di politica e voglia capire il nuovo volto, i protagonisti sociali e le idee che negli ultimi decenni ne dominano il campo.

Insieme ad alcuni classici del pensiero liberale vi troverà l’itinerario del migliore (non solo in Europa) settimanale che le abbia assunte (e ancora oggi le porta avanti), l’inglese “The Economist”. Una lente di straordinaria forza analitica.

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Graduated in European history in Florence, he started working in publishing soon after having come across a Mac computer in 1984

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