I nuovi volti del sistema capitalista

di Mario Deaglio

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Uno scorcio dell’Île Saint-Louis in un bello scatto di Laurence Garçon. Tratto dal volume “Paris Seine Stories”, Blurb, 2018.

Il tempo delle incertezze

È in libreria il 42° Rapporto annuale sull’economia globale e l’Italia, edito da Guerini con goWare per l’edizione digitale. Il libro è frutto della collaborazione fra il Centro di Ricerca e Documentazione Luigi Einaudi e UBI Banca. Uno studio importante che mette in stretta relazione l’andamento dell’economia considerata nella sua globalità con quella del nostro paese.

Il Rapporto è curato da Mario Deaglio e reca il significativo titolo di Il tempo delle incertezze. XXIV Rapporto sull’economia globale e l’Italia. Quest’anno pone la sua attenzione su un tema sempre più cruciale sia a livello internazionale che interno: il cambiamento. Un cambiamento che sta spingendo il senso di incertezza, tipico di queste transizioni, verso l’ansia. È c’è a essere ansiosi, in effetti.

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Il libro è disponibile in formato cartaceo e in digitale in tutte le librerie tradizionali e online. A breve lo sarà anche in formato audiobook.

Il Rapporto contiene contributi di Giorgio Arfaras, Mario Deaglio, Giuseppina de Santis, Gabriele Guggiola, Paolo Migliavacca, Giuseppe Russo e Giorgio Yernoni. I contributori toccano molti temi all’attenzione del dibattito pubblico. Abbiamo scelto di offrire ai nostri lettori uno dei contributi di Mario Deaglio dal titolo I nuovi volti del sistema capitalista. In effetti il modo di produzione dominante sta mostrando veramente dei nuovi volti. Infatti, l’impatto del complesso delle nuove tecnologico è un qualcosa che sta iniziando a cambiare la natura stessa del capitalismo.

Uno studioso brillante e innovativo come Yuval Noah Harari parla di uno scioglimento del capitalismo nel dataismo. La storica di Harvard, Shoshana Zuboff, parla di capitalismo della sorveglianza. Roba di cui preoccuparsi davvero, come ci incita a fare il columnist New York Times, Farhad Manjoo che ha coperto per molto tempo l’area media e tecnologia del quotidiano di New York.

Le conseguenze economiche delle nuove tecnologie continuano a restare fuori dai periscopi dei legislatori e dei policy maker, che non riescono a inquadrarle con sufficiente nitore per indirizzarci delle politiche. Le legislazioni dei paesi, i sistemi fiscali sono rimasti indietro. Alle volte sembra di navigare nella nebbia del Titanic.

Deaglio spiega bene che cosa sta avvenendo e lo spettro di estensione di quello che sta succendo. Raccogliere e proporre la riflessione di uno studioso attento del cambiamento come Mario Deaglio ci è sembrato il modo migliore per celebrare l’importante evento editoriale che è l’uscita di questo 42° Rapporto.

Buona lettura!

La diffusione di Internet e la sua dimensione politica

L’ascesa dei giganti digitali

All’inquieto orizzonte mondiale di capitale e lavoro fanno da contrappunto l’inquietudine e l’instabilità del capitalismo come sistema produttivo, fortemente accentuatesi negli anni più recenti. Le tradizionali divisioni in settori stanno scricchiolando e non solo l’«economia delle reti» si inserisce in pressoché tutti i comparti produttivi, ma i «giganti digitali» sono usciti dalla loro «gabbia settoriale» per fare il loro ingresso nelle attività più varie, dall’industria alla distribuzione e alla finanza.

Le novità del sistema produttivo si stanno ripercuotendo, a una velocità forse senza precedenti nella storia, sulle abitudini di vita — e in particolare di consumo — di più di metà della popolazione del mondo.

In questa loro espansione, i «giganti digitali» si stanno inevitabilmente scontrando con il potere pubblico e si devono confrontare con la società nel suo insieme, sia nei Paesi avanzati sia in quelli in via di sviluppo in cui prevalgono ancora importanti aree di povertà estrema.

Il mondo digitale è nato come frutto terminale della ventata «di sinistra» che percorse le università americane ed europee, negli anni Sessanta e Settanta, con l’ideale di «collegare tutti con tutti» senza distinzioni di reddito o di classi sociali. Ha ora in mano dati e potenza di calcolo che consentono di disegnare accuratamente il «profilo» degli utenti di Internet, di prevedere ragionevolmente una parte crescente dei loro comportamenti collettivi e spesso anche individuali. I «giganti digitali» sono così diventati, volenti o nolenti, più simili al Grande Fratello del celebre 1984 di George Orwell che a rivoluzionari illuminati e si trovano ora a «monitorare», a «spingere gentilmente» le persone collegate in rete verso determinati comportamenti considerati «buoni» o «migliori».

Internet nei paesi svluppati

Nei Paesi sviluppati oltre l’80 per cento della popolazione usa Internet, la cui crescita, assolutamente eccezionale fino al 2004, si è però interrotta nei due anni successivi per riprendere poi a un ritmo meno sostenuto. Dal 2018 si colgono segnali di rallentamento e perfino di calo nell’utilizzazione dei più diffusi e tradizionali «social».

Piuttosto regolare e in accelerazione, invece, appare l’andamento sia nei Paesi in via di sviluppo, sia nel mondo nel suo complesso. In ogni caso, a fine 2017 quasi metà della popolazione terrestre era connessa a Internet e nel 2019, secondo le prime stime, si sarebbe superato il livello del 50 per cento, al quale si può ragionevolmente ritenere che Internet si scontri — o si incontri — con la politica e con le problematiche sociali.

Naturalmente, la qualità e la velocità della connessione sono nettamente migliori nei Paesi più avanzati, ma è innegabile che si sta realizzando qualcosa di mai visto prima: proprio nell’ultimo decennio — denso per noi occidentali, e specie per noi europei, di incertezze e angosce e con l’emersione di particolarismi di ogni tipo — il pianeta sta vivendo un fenomeno di connessione, di «globalizzazione umana» prima ancora che economica, a costo immediato molto basso, o addirittura nullo, per gli utenti. Con il rischio per gli utenti stessi di veder impallidire il proprio status di cittadini, peraltro alquanto ridotto o persino inesistente in molti Paesi del mondo, e di diventare, appunto, principalmente degli utenti.

Verso l’Asia

Si delinea così un mondo ben diverso da quello che ci immaginiamo in Occidente, forse l’anteprima di un futuro radicalmente nuovo. Il primo chiaro esempio è la distribuzione per grandi territori degli utilizzatori di Internet.

L’effetto congiunto di dinamiche demografiche e dinamiche di reddito, all’incirca la metà degli utilizzatori di Internet si trova in Asia, mentre America settentrionale, Europa e Australia non arrivano complessivamente al 25 per cento del totale mondiale, due percentuali probabilmente destinate la prima a salire e la seconda a scendere. Non ancora altrettanto chiaramente appare nelle statistiche la rapidissima corsa dell’Africa — iniziata solo pochi anni fa — dove i collegamenti via Internet sono particolarmente importanti data la carenza di comunicazioni stradali, ferroviarie e di telefonia fissa.

Si comprende perché il «centro» di Internet, se di centro si può parlare, tende a spostarsi verso l’Asia e perché operatori asiatici fanno concorrenza agli occidentali, a cominciare da Alibaba, che può essere considerato l’Amazon della Cina sebbene rimanga di dimensioni nettamente inferiori a quelle dei «colleghi» americani. Le traiettorie di queste due organizzazioni sono abbastanza simili, essendo entrambe nate come piattaforme del commercio elettronico (e-commerce) per estendersi poi verso altri settori.

I GAFA

Ad Amazon si può premettere Google e aggiungere Facebook e Apple per ottenere l’acronimo GAFA: sono talvolta denominate la «banda dei quattro», un’espressione usata in maniera sicuramente non elogiativa.

Tra il 2017 e il 2019, infatti, l’atteggiamento generale — sia della politica sia dell’opinione pubblica — nei confronti di Internet è, a dir poco, diventato più guardingo, persino nettamente negativo. Sono lontani i tempi (febbraio 2016) in cui Apple, per bocca del suo amministratore delegato, Tim Cook, rifiutò categoricamente di sbloccare l’apparato crittografico del­l’iPhone del terrorista autore della strage di San Bernardino, in nome dell’inviolabilità della sfera della libertà individuale, ottenendo un chiaro appoggio dal mondo degli operatori di Internet.

Cook giudicò troppo pericolosa la possibilità, per l’autorità pubblica, di «entrare negli iPhone per la porta di servizio», e per questo venne applaudito. Ora i GAFA (e gli altri produttori di servizi e di componenti elettronici), a partire da Facebook, sono decisamente sulla difensiva e collaborano con le autorità in misura assai più ampia che in passato.

Il punto di svolta è stato quasi certamente il caso Cambridge Analytica, una società britannica di consulenza informatica, specializzatasi nell’analisi di dati degli elettori utenti di Facebook (a cui la legava un’intensa collaborazione) allo scopo di permettere alle forze politiche loro clienti di influenzare, spesso subdolamente, le scelte di voto degli americani, soprattutto degli elettori non schierati o incerti.

L’impatto politico di Internet

L’influenza politica può essere esercitata attraverso Internet in vari modi, che spesso non coinvolgono la piattaforma informatica che li diffonde, tra i quali la «fabbricazione» e diffusione di notizie false o deformate (fake news), oppure le campagne di insulti e di odio verso particolari esponenti politici con un livello di violenza accuratamente graduato, generati non da operatori umani ma da programmi informatici.

Il rapporto Internet-poteri pubblici può anche essere completamente ribaltato: possono essere i governi a usare Internet, anziché essere Internet a cercar di influire sui governi e sull’opinione pubblica, per risolvere legittimamente problemi collettivi (così, ad esempio, le analisi del traffico automobilistico effettuate mediante l’acquisizione e l’utilizzazione in tempo reale di dati sul percorso e la velocità dei veicoli allo scopo di ridurre le congestioni stradali). In Paesi non democratici, Internet può essere usato per controllare la popolazione, i suoi comportamenti e le sue convinzioni politicamente sgradite, talora mediante una censura preventiva di notizie e opinioni originate sia all’interno sia all’estero. Russia e Cina paiono all’avanguardia in questo campo; hanno inoltre sviluppato la capacità di escludere o limitare, temporaneamente o no, l’accessibilità a determinati siti dei residenti nei loro territori.

Infine, in campo bancario e di pubblica sicurezza, in molti Paesi, anche democratici, cominciano a essere applicati programmi di riconoscimento dei volti, mentre il monitoraggio dei «dialoghi» (chats) su Internet e anche delle conversazioni telefoniche è divenuto uno degli strumenti maggiormente usati nella lotta contro il terrorismo.

Verso la fine del «Far West digitale»?

La natura del prodotto Internet

Il confronto-scontro Stati-Internet presenta però anche un’altra dimensione, più banalmente collegata a un fenomeno assai più vecchio di Internet, ossia l’evasione fiscale. Il problema nasce dalla natura, difficile da qualificare, del «prodotto» di Internet, e in particolare di quei siti — e delle imprese che li controllano — che vendono, o comunque diffondono, programmi a pagamento di ogni tipo, dalla posta elettronica alle gestioni contabili. Dove vengono effettivamente prodotti questi servizi? La risposta è: in nessun luogo preciso bensì in un’altra «dimensione», ossia nel mondo impalpabile e scarsamente controllabile di Internet, appunto.

La logica conseguenza è che le imprese che producono questo fatturato tendono a farsi tassare in Paesi di loro scelta, e la scelta è naturalmente condizionata, prima di tutto, dal sistema di tassazione e dal livello delle aliquote, nonché, altrettanto naturalmente, dai costi e dalla disponibilità dei servizi essenziali. Nell’Unione Europea l’Irlanda, con le sue bassissime aliquote fiscali sulle imprese, è diventata la sede preferita per chi opera in Internet.

Tutto questo, però, comincia a suscitare sia la protesta delle imprese «normali» che non dispongono di tali possibilità di «acrobazie fiscali», sia l’interesse dei governi alle prese, sempre più frequentemente, con deficit strutturali di bilancio. E porta quindi a quella che assomiglia ormai a una «guerra fiscale» degli Stati nei confronti delle grandi imprese di Internet, una «guerra» in atto da tempo ma particolarmente intensa nel 2018–2019, e che accomuna motivazioni finanziarie e motivazioni di etica pubblica.

Gli episodi di guerra fiscale

Ci sono episodi di questa «guerra fiscale», relativi soprattutto alle inchieste aperte contro e alle multe comminate a grandi «attori» di Internet. Essa va letta con l’avvertenza che non sempre è possibile riportare l’esito definitivo delle vertenze, in quanto queste si possono trascinare per anni e concludersi poi con transazioni per cifre inferiori a quelle indicate.

L’interazione tra le grandi imprese tecnologiche e le politiche economiche porta i governi ad azioni non già isolate ed estemporanee bensì concertate, le sole che possono veramente modificare la politica della dichiarazione dei redditi delle multinazionali (non solo nel settore Internet, ma anche di molte grandi imprese in settori «normali»).

L’iniziativa dell’OCSE del gennaio 2019 è stata ripresa nel corso della riunione annuale del Fondo Monetario Internazionale e della Banca Mondiale, tenutasi a Washington nella terza settimana di ottobre dello stesso anno, ossia in un periodo in cui gran parte dei Paesi ricchi stavano definendo le proprie leggi finanziarie per il 2020.

Negli Stati Uniti, l’accento è posto soprattutto sul lato normativo e non già su quello fiscale. I GAFA si trovano ad affrontare una dozzina di grandi indagini da parte del Dipartimento di Giustizia e del Congresso nonché della Federal Trade Commission, che tutela gli interessi dei consumatori, specie p

er quanto riguarda concorrenza e privacy ma anche — nel caso di Facebook — acquisizioni e criptovalute. A livello locale, tutti i 50 Stati americani hanno aperto indagini su Google per violazione delle regole dell’Antitrust.

La virata dell’opinione pubblica

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Gli elettori americani sono favorevoli allo smembramento dei grandi di Internet? (valori percentuali). Risposte alla domanda: «Siete favorevoli o contrari a una politica di smembramento delle società ad alta tecnologia, che annulli le recenti fusioni (come l’acquisto di Instagram da parte di Facebook) in modo da aumentare in futuro il livello di concorrenza?».

Un sondaggio svolto congiuntamente dal sito statunitense Data for Progress e da YouGov Blue, e pubblicato da Vox, mostra che una larga maggioranza degli elettori americani, indipendentemente dalle simpatie politiche, sarebbe favorevole allo smembramento dei grandi di Internet.

Ciò che colpisce è la relativa uniformità dei risultati, a prescindere dagli orientamenti politici degli intervistati. Ulteriori domande dello stesso sondaggio che esplorano altri possibili motivi di smembramento (come l’aumento della concorrenza che ne deriverebbe) mostrano la stessa uniformità di risultati. Non fa quindi meraviglia che candidati alla Casa Bianca ed esponenti dei due partiti si siano pronunciati apertamente in questa direzione, nella quale sono comprensibilmente più espliciti i democratici come Bernie Sanders ed Elizabeth Warren.

Nell’Unione Europea l’atmosfera è analoga, come suggerisce la volontà della nuova Commissione Europea. Nel suo discorso programmatico del 17 luglio 2019, la presidente, Ursula von der Leyen, ha indicato «la sicurezza e l’etica» come confini invalicabili per il mondo digitale e l’intenzione di introdurre rapidamente la web tax a livello dell’Unione: è facile immaginare che, per diversi Paesi incalzati dal deficit pubblico, questa nuova fonte di entrate tributarie possa assumere notevole importanza nei prossimi anni.

Per motivi molto concreti di finanza pubblica come per motivi più elevati di carattere sociologico e politico, il «Far West digitale» deve finire, come ha osservato Maurizio Molinari, e chi lo domina deve sottomettersi a regole che difendano il mercato e i consumatori. Va inoltre ricordata la decisione del Parlamento europeo di approvare la tutela del copyright con una direttiva che diventerà legge entro 24 mesi in tutti gli Stati membri. Naturalmente, regole analoghe devono riguardare anche altri aspetti dell’innovazione digitale, quali l’«Internet delle cose», l’«industria 4.0» e l’«intelligenza artificiale», aspetti sempre più cruciali di un mondo in ebollizione.

La rivoluzione tecnologica divora i suoi figli?

L’innovazione disruptiva

Una delle caratteristiche di quest’imponente ondata innovativa — che comprende almeno sette passaggi diretti, in una chiara progressione tecnologico-temporale è l’accavallarsi, soprattutto in questi ultimi anni, di innovazioni fondamentali nel senso schumpeteriano del termine. Esse non rappresentano un semplice miglioramento delle tecnologie del passato, bensì una rottura con il passato stesso, e modificano la scena tecnologica. Lo stanno facendo probabilmente con una rapidità molto superiore al passato, spesso ben prima che le potenzialità delle innovazioni precedenti siano sfruttate in pieno e ammortizzate.

In questa prospettiva di «accavallamento delle innovazioni fondamentali», il personal computer nelle sue varie forme è sicuramente ormai vecchio (il primo modello di desktop fu introdotto dall’Olivetti nel 1965). Insieme al laptop dei primi anni Ottanta, ha reso più facili le operazioni elettroniche — come la «navigazione» su Internet — che già sembravano una meraviglia quando venivano effettuate da una base fissa, per esempio il tavolo di un ufficio.

Oggi, proseguendo nell’evoluzione, tali operazioni si possono eseguire tranquillamente non solo dal tavolino di un bar o dal sedile di un treno, ma anche da una sedia a sdraio su una spiaggia mediante uno smartphone. Introdotto nella seconda metà degli anni Novanta, lo smartphone, del resto, ha detronizzato, tra le altre cose, le macchine fotografiche digitali; ora potrebbe essere a sua volta parzialmente scalzato dai nuovi orologi digitali.

Il tablet vede la luce nei primi anni Duemila e unisce la leggerezza e l’estrema trasportabilità dello smartphone alla potenza dei personal computer di maggior peso e dimensioni. Tutti questi progressi sono «figli» della rivoluzione elettronica e si può ritenere che tale rivoluzione li abbia fagocitati in breve tempo, sostituendoli con altre innovazioni più potenti, più facili da utilizzare e molto spesso disponibili, dopo pochi trimestri di commercializzazione, a prezzi più bassi.

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Le innovazioni di Internet

L’innovazione laterale

Al di là di queste innovazioni in linea diretta, ci sono, largamente impreviste, le innovazioni che potremmo definire «laterali».

La principale innovazione laterale, esplosa negli ultimi anni, può essere considerata la condivisione di beni un tempo di proprietà strettamente personale e ora di più ampia utilizzazione: si va dalle biciclette di proprietà pubblica — in moltissime grandi città, alle quali si accede con una carta elettronica, mentre il «telefonino» indica dove sono state lasciate le biciclette libere — alle automobili del cosiddetto car sharing, alle auto pubbliche con autisti «non professionali» della Uber. Su questa linea si collocano anche gli «affitti brevi» delle abitazioni, prevalentemente in località turistiche, conclusi per via totalmen­te informatica.

Una seconda linea laterale riguarda il sistema dei pagamenti: le carte di credito e di debito potrebbero, entro tempi assai brevi, risultare superate da più agili, «piccole» carte di debito collegate mediante Internet al telefono cellulare dell’utente, attraverso cui passa l’operazione. Così, con la possibilità di effettuare con tali tessere spese anche minime, «il conto corrente si trasferisce nel telefonino», il che comporta una velocizzazione e una semplificazione di molte operazioni bancarie, con conseguente chiusura di filiali e riduzione del personale degli istituti.

Nel luglio 1994 Bill Gates fece la celebre profezia: «Le banche sono dei dinosauri e noi le aggireremo». Le banche non sono state aggirate, ma la sfida oggi appare più realistica di un quarto di secolo fa. La risposta degli istituti si orienta nel senso di offrire servizi più rapidi tramite Internet.

Amazon e il sistema commerciale

Una terza linea laterale è quella del sistema commerciale e si identifica essenzialmente con un nome: Amazon. Fondata nel 1994 da Jeff Bezos, Amazon era inizialmente una «libreria elettronica»; all’insegna della lateralità, allargò i suoi interessi alla vendita di software, videogiochi e poi di abbigliamento, mobili, generi alimentari, giocattoli, farmaci e quant’altro, pressoché ovunque nel mondo, investendo espressamente sulla rapidità della consegna, sul mantenimento di prezzi bassi e sul forte reinvestimento dei profitti.

La sua espansione ha creato difficoltà al sistema dei supermercati, in quanto Amazon è talora simile a un supermercato nel quale si può fare shopping da casa, una formula oggi seguita anche da molte catene del settore.

Una crescita «troppo» rapida di questo sistema di vendite potrebbe risultare estremamente destabilizzante da un punto di vista sociale: basti pensare che, nei soli Stati Uniti, gli addetti alle casse dei supermercati sono, secondo le statistiche ufficiali, circa 3,6 milioni, in larga prevalenza donne, attive soprattutto nei fine settimana, il cui salario può fare la differenza tra uno scenario di mera sopravvivenza e quello di una vita orientata in modo positivo in famiglie dal reddito medio-basso.

I robot

Una quarta linea laterale è quella dei robot di ultima generazione, dei quali si è parlato nel primo paragrafo di questo capitolo. I robot stanno uscendo dalle fabbriche ed entrando nelle case, all’inizio sotto forma di aspirapolvere «intelligenti» che memorizzano i percorsi di pulizia e possono attivarsi a ore predeterminate.

Si sta già, però, andando molto più in là, con il robot che si trasforma in assistente e infermiere, soprattutto per anziani, dei quali può tenere sotto controllo, anche a distanza, la respirazione e il battito cardiaco senza creare alcun disagio al paziente. Oltre, naturalmente, a servire la colazione a letto.

Parallelamente, stanno aumentando altri tipi di sperimentazioni, come il robot-barman che prepara i cocktail personalizzati secondo i desideri dei clienti. A queste indicazioni di alta tecnologia se ne possono poi associare altre, a tecnologia bassissima, che permettono, mediante semplici «app», la consegna a domicilio, ad esempio, della pizza calda.

Motori elettrici e guida autonoma

L’utilizzazione delle nuove tecnologie procede a ritmi velocissimi anche per quanto riguarda le automobili, favorite dalla manifesta insostenibilità dell’inquinamento atmosferico nelle grandi concentrazioni urbane. Per questo i motori elettrici e le auto ibride stanno mettendo in mostra cambiamenti importanti, con il possibile ingresso in forze dei grandi dell’informatica nel settore auto.

Al di là dell’automobile che si autoguida, ancora molto lontana, se mai si realizzerà, sono stati introdotti automatismi che permettono al veicolo di controllare direttamente numerosi dei suoi sottosistemi, calibrandone il funzionamento alla situazione in cui il veicolo stesso si viene a trovare.

Più in generale, il sistema dei trasporti sta vivendo una trasformazione rapida e profonda. I treni ad alta velocità non solo hanno alterato il tradizionale senso della distanza, rimasto fermo da oltre un secolo, ma sono in diretta concorrenza (e, apparentemente, con buone probabilità di vittoria) con le linee aeree sulle rotte tra 500 e 1.000 chilometri.

Sono degni di nota anche veicoli del passato, rivisitati alla luce della modernità, come la bicicletta (che può diventare elettrica «spendendo» al momento opportuno l’energia accumulata con le pedalate) e il monopattino.

La lista potrebbe essere decisamente più lunga, ma immaginiamo che il lettore possa essere colto da un, sia pur lieve, senso di vertigine. Devono però essere menzionati almeno due altri campi di cambiamento epocale, il che ci porta, anche in questo caso, al mitico numero di sette.

La medicina

Proponiamo, in primo luogo, il campo della medicina e dei farmaci, dal momento che l’uso di sperimentazioni condotte con strumenti elettronici ha consentito di acquisire una conoscenza enormemente approfondita dei meccanismi cellulari e delle modificazioni che le varie patologie possono provocare.

Tutto ciò non si è tradotto in «medicine prodigio», come, ad esempio, gli antibiotici, ma in una vasta azione di miglioramento delle cure in settori specifici. L’andamento sta portando verso farmaci studiati per diversi tipi genetici e probabilmente addirittura verso il farmaco progettato individualmente dopo l’esame genetico del paziente.

Il progresso di altre tecnologie ha reso possibili operazioni chirurgiche via via meno invasive, effettuate con tecniche endoscopiche che permettono di inserire, in prossimità della zona malata, un piccolissimo bisturi e una minuscola telecamera, il che consente persino interventi a distanza: il chirurgo che comanda, tramite un pulsante e uno schermo, un bisturi elettronico può non essere in sala operatoria ma persino — perché no? — in un altro continente.

Il sistema dell’istruzione

Chiudiamo con il cambiamento nei sistemi di istruzione, soprattutto nell’ottica di una necessità permanente di aggiornamento in un orizzonte così mutevole come quello sopra delineato, nel quale tutte le competenze invecchiano nel giro di pochi anni.

L’istruzione a distanza degli adulti ha ormai una lunga storia, da quando la Open University britannica venne fondata nel 1969, ossia mezzo secolo fa, con severi livelli qualitativi, ponendo una preparazione universitaria eccellente alla portata di persone, tipicamente di mezza età, con un lavoro e poco tempo a disposizione.

Da allora, le università telematiche e i corsi a distanza sono andati aumentando rapidamente, specie da quando alcune tra le principali università americane hanno posto gratuitamente su Internet gran parte del loro materiale didattico. Tale materiale, di per sé, non serve a un profano della disciplina, che ha bisogno di qualcuno che glielo spieghi.

Ecco allora i primi passi, soprattutto nell’insegnamento delle lingue, di «prodotti didattici» che mettono assieme lezioni fruibili mediante Internet e compiti ed esercizi che possono essere corretti a distanza e poi spiegati — sempre via Internet — allo studente interessato, che può così prendere coscienza dei propri errori.

Panta Rei

La vita di tutti i giorni, in altre parole, sta cambiando faccia sotto i nostri occhi, così come stanno cambiando faccia lavoro e capitale, finanza e fonti di energia, sensibilità al cambiamento climatico e percezione della necessità di uno sviluppo sostenibile. Parallelamente, come vedremo nel capitolo che segue, cambiano gli equilibri politici e militari.

Non abbiamo le capacità dei profeti per sapere come tutto ciò andrà a finire, e questo Rapporto deve prima di tutto mettere a fuoco i cambiamenti, lasciando ai lettori il giudizio e le conclusioni (e anche le incertezze e le non conclusioni, in un mondo sempre più complicato).

La «messa a fuoco» di questo paragrafo e di questo capitolo vuole, in ogni caso, essere un punto di partenza e non un punto di arrivo. Una presa di coscienza, un momento di discussione, non già l’indicazione di una strada che solo talvolta ci sembra di intravedere, spesso in maniera, almeno ap­parentemente, ingannevole.

Tratto da Il tempo delle incertezze. XXIV Rapporto sull’economia globale e l’Italia, a cura di Mario Deaglio, pp. 104–111
edizione cartacea
edizione digitale
I titoli dei paragrafi sono redazionali.

Mario Deaglio è professore emerito di Economia internazionale presso l’Università di Torino.

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Graduated in European history in Florence, he started working in publishing soon after having come across a Mac computer in 1984

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