I Me Mine

di Claudio Coletta

Racconto della domenica

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Un’amicizia tra ragazze, o forse qualcosa di ancora più forte. Qualcosa che non ha bisogno di parole né incontri per essere musica, sempre. Un’amicizia fatta di pianti disperati dopo lo scioglimento dei Beatles, viaggi in treno per comprare un LP che è già storia alla sua uscita, concerti di una stella pop in una piccola città sul lungomare. Poi l’estate della «vera libertà» finisce e la gelosia per i baci dei ragazzi, la paura di «dare nell’occhio a tutto il paese» e la stessa vita, tra università fuorisede e ritorni per le feste comandate, può abbassare il volume della loro canzone. Ma, alla fine di tutto, l’importante è poterla ascoltare insieme. In qualche modo, come quando ancora c’erano i Beatles. I Me Mine.

Claudio Coletta racconta due ragazze come tante e con loro la bellezza della fragilità umana sulle note dell’ultimo brano dell’iconica band inglese.

Eri tu, senza ombra di dubbio, la più carina della comitiva. Per esempio, era stato tuo il privilegio di essere la prescelta di Attila, prima di tutte noi, la numero uno della lista. Attila era il soprannome di un ragazzo piuttosto fascinoso, uno col naso schiacciato dai cazzotti ricevuti in palestra, o almeno era quello che lui diceva ma nessuno l’aveva mai visto tirare di boxe. Un tipo alla Belmondo, per capirci. Ripensandoci, non ricordo più neanche il suo vero nome, eppure aveva baciato anche me, una sera che avevamo bevuto tutti un po’ troppo, diverse settimane dopo.

Lo sappiamo, vivere in una piccola città di mare non è facile per nessuno, soprattutto per delle ragazze, c’è sempre il rischio che quello che combini si sappia in giro, bisogna stare attente, molto attente. Io non sono mai stata troppo brava in questo, e così preferivo evitare il rischio, o lui evitava me, che poi in fondo è lo stesso. Era una giornata di aprile, lo ricordo bene perché avevano iniziato i lavori sulla spiaggia davanti alla villa, e succede sempre dopo Pasqua. Sostituiscono le assi marcite, dipingono i casotti di bianco, smontano il pontile per scendere in acqua e ci ripassano la vernice delle barche. Cose così. Alzarmi dal letto, aprire le serrande, trovare gli uomini al lavoro sulla sabbia davanti a me, da sempre era l’annuncio dell’estate in arrivo, della fine della scuola, della libertà. Quella sarebbe stata l’ultima volta, ma non ci pensavo, un pensiero del genere non ce la fa a legare le ali della fantasia a una ragazzina di diciotto anni, discretamente carina e con la testa a posto, com’ero io allora.

Al solito, prima ancora che la sveglia suonasse, la mamma era entrata e mi aveva riempito di baci, mi ero alzata, avevo fatto colazione, mi ero vestita ed ero uscita con i libri sotto il braccio, legati dalla Pongo gialla — ne avevo di ogni colore, a seconda dell’umore della giornata — diretta a scuola. Ricordo di essermi sentita piuttosto allegra, quella mattina, perché non c’erano compiti in classe né interrogazioni previste. E la maturità sempre più vicina non rappresentava più l’incubo degli anni precedenti, tutto sembrava nuovo, facile, a portata di mano. L’università, i ragazzi, la musica rock, un mondo intero che si spalancava ai miei occhi, inesplorato, intatto, affascinante. Della mattinata in classe non ho più memoria, e credo di aver trascorso il pomeriggio sui libri, come sempre. Da un po’ facevo arrabbiare la mamma perché appena finito di mangiare mi sedevo e iniziavo i compiti, senza più il riposino che lei giudicava sacro. Avevo una gran fretta, già intorno alle sei qualcuno degli amici avrebbe iniziato a sedersi al caffè sul lungomare, qualcun altro avrebbe portato una chitarra: non potevo permettere che iniziassero a chiacchierare, fumare, cantare senza di me. Non potevo tollerarlo.

Non che fossi innamorata di qualcuno, ma trovavo sempre più insopportabile rimanere sola, reclusa fra le quattro mura di casa. Dopo un’infanzia e un’adolescenza da figlia unica, avevo scoperto il piacere di stare insieme con gli altri, di far parte di un gruppo che allora ci sembrava invincibile, e forse lo è stato anche se per poco. Quando arrivai non c’era ancora nessuno, a parte Andrea, chiuso a parlare con Franco nella fiammante Cinquecento rossa di lui, che a me piaceva perché dentro odorava di gomma nuova, di plastica e di libertà. Andrea era stato appena mollato da Angela e si sfogava con il suo miglior amico, che ascoltava con pazienza. Non potevo interromperli, mi chiesi se fare un giro d’attesa o accettare per una volta di essere la prima, decisi che non sarebbe stato un dramma e mi sistemai in un posto non troppo in vista, tanto per non dare nell’occhio a tutto il paese.

Sei arrivata poco dopo, avevi un’aria strana, gli occhi cerchiati, come di chi ha pianto a lungo. Ti sei guardata intorno irrequieta, turbata. Ti ho fatto un cenno ma non mi hai visto, ho dovuto chiamarti perché ti accorgessi di me e ti avvicinassi. Ricordo ancora com’eri vestita quella mattina, avevi una camicia bianca arricciata al collo e ai polsi, la gonna azzurra lunga fino alle caviglie, di quel velluto leggero e cangiante che non si usa più da secoli. Eri più bella del solito, certo sapevi di esserlo, ma in quel momento non te ne importava, qualcos’altro ti angosciava, un dolore nuovo, intollerabile.

«Hai sentito? Non sai niente?»

«No, che devo sapere?»

«I Beatles, si sono separati, oggi. È definitivo, l’ha detto Paul in un’intervista alla BBC questa mattina, fra pochi giorni uscirà il suo album solista, è finita!»

«Ma… com’è possibile, sapevo che era quasi pronto il nuovo LP, tutti dicono che è bellissimo, e poi il film sul loro concerto di Londra…»

«Non lo so, non lo so, sono disperata, come faremo adesso?»

Scoppiasti a piangere, lo so che può sembrare assurdo, ma fu un pianto violento, infrenabile, singhiozzi che ti scuotevano le spalle sottili, i riccioli fitti sul collo. Mi guardai intorno, sentivo gli sguardi su noi, chissà cosa pensavano tutti. Avvicinai la mia sedia alla tua, rimanendo seduta ti abbracciai, ti carezzai i capelli, provai a calmarti. Dissi che non dovevi disperarti, che forse non era vero, non poteva essere vero. Solo da poco avevamo smesso di sentire e risentire in religioso silenzio Abbey Road sul mio stereo, di ballare Something avvinghiate al ragazzo di turno, di sospirare leggendo la traduzione dei testi, di guardare e riguardare le foto scattate al parco di Ascot, con loro più affascinanti di sempre. A ripensarci bene qualcosa nei volti poteva farlo già capire: nelle pose nessuno sorrideva davvero, come se stare lì, essere Beatles, fosse diventato un compito troppo gravoso per tutti. Come se quel gruppo irripetibile, invincibile, già non esistesse più e fossero rimasti solo quattro ragazzi, straordinari, certo, eppure vulnerabili, come tanti altri. Ti sei calmata poco a poco, non era più il caso di attendere gli altri e ci siamo allontanate abbracciate, tu piegata dal tuo nuovo, improvviso dolore e io triste, come non mi capitava più da tanto.

Scoprimmo che era estate il giorno dopo la fine degli esami. Salii a svegliarti e tua madre fu molto gentile con me, mi offrì dei biscotti, un’aranciata, rimase a chiacchierare mentre ti aspettavo in salotto, nella povertà che avevo imparato ad amare, a sentire mia, come se non fosse pensabile che la vita potesse presto iniziare a dividerci, lentamente, inesorabilmente. Uscimmo insieme, allegre, nella nostra prima mattina di vera libertà dopo tredici anni di regole. Non c’importava il voto finale, non ci sentivamo in pericolo, avevamo tre mesi da spendere come volevamo e ci sembrava un tempo infinito, inimmaginabile. Andammo al mare per il nostro primo sole, il primo bagno della stagione, neanche avevamo pensato alla possibilità di qualcosa di diverso. Ce ne stavamo stese al sole, bianche di crema e di pomeriggi sui libri, quando arrivò Franco.

«Ragazze, non sembra possibile, bentornate alla vita! Non so se già lo sapete, ma stasera c’è Mina che canta al Baobab, noi andiamo tutti, voi che pensate di fare?»

Andammo, è ovvio, e non fu difficile raccontare una balla ai miei sul prezzo del biglietto, che diventò sufficiente per due ingressi semplici. Volevo vederti felice e volevo esserlo anch’io, sarebbe stata la nostra serata, il nostro trionfale esordio nella vita vera, qualcosa troppo a lungo immaginato, intravisto attraverso i cancelli di recinzione, spiato dalle finestre socchiuse, per lasciarselo scappare. Ci trovammo al caffè alla solita ora, eravamo bellissime, io in microgonna blu e maglietta bianca trasparente, tu completamente in nero, ancora più alta e sottile, quella sera. Andammo con tutti gli altri e aspettando che Mina salisse sul palco rimanemmo in piedi in fondo alla sala, vicine, quasi a proteggerci l’una l’altra dall’emozione in arrivo.

Cantò e mai avrei immaginato che fosse possibile cantare così. Quando rientrò il gruppo spalla, tutti tornarono sulla pista per ballare. È stato in quel momento che mi sono guardata intorno, ti ho cercato, ma tu non c’eri. Ho chiesto agli altri, nessuno ti aveva visto, nessuno sapeva. Qualcuno mi ha detto che forse eri in spiaggia, a smaltire le sensazioni del concerto. Ma sì, ti avrei trovata seduta sulla sabbia davanti al mare, il mento sulle ginocchia, come quando parlavamo al buio per ore e ore di ragazzi, ascoltando il rumore dell’acqua sul bagnasciuga e seguendo le luci dei pescherecci al largo, che si confondevano con le stelle.

Lungo la spiaggia non c’era nessuno, solo un paio di coppiette amoreggiavano fra le sdraio chiuse. Sentii improvvisamente freddo, con la mia camiciola leggera e le gambe nude, e per tornare in fretta attraversai le file dei casotti. Fu in quel momento che ti vidi, distesa sulla sabbia fra le cabine, ma non eri sola, c’era un ragazzo sopra di te. Quando con le tue gambe chiare e sottili hai allacciato il suo corpo, il gemito soffocato l’ho sentito bene, è stato come un urlo lacerante per le mie orecchie. Se fossi tornata al locale, se ti avessi aspettato, ti avrei visto arrivare tenendo per mano un ragazzo, me l’avresti presentato, avremmo scherzato e chissà, organizzato qualcosa per il giorno dopo con un suo amico, tutti e quattro insieme al mare, o in collina. Invece sono scappata via, con dentro un’insopprimibile voglia di piangere e tanta rabbia nei tuoi confronti, ancora più dolorosa perché neanch’io riuscivo a capirla.

L’esame di Anatomia patologica è uno dei momenti peggiori nella vita di uno studente di Medicina. Proprio quando sembra che tutto stia per finire, quando la strada s’inclina in discesa, ecco comparire improvvisa, inattesa, la cupa minaccia di un esame insormontabile. Per quasi tutti, ma non per me. Io frequentavo con piacere le esercitazioni in sala settoria e trascorrevo gran parte delle mie giornate sui tre mattoni dell’esame, senza altri pensieri, senza nubi per la testa. La sera, dopo cena, con le compagne uscivamo dal convitto e ce ne andavamo al piccolo caffè sotto i portici, dalle parti di piazza San Martino, frequentato da studenti e aspiranti artisti. Qualcuno suonava la chitarra, si beveva una birra, si rideva, finché rientravamo, oppure salivamo in camera di qualche ragazzo con la scusa di sentire l’ultimo disco dei Genesis o del country americano, che adoravamo. Avevo imparato a fumare e a illudermi spesso di essere innamorata, due cose che scaldavano il cuore.

Era febbraio, lo ricordo bene perché c’era ancora neve sporca, agli angoli delle strade, e con Tiziana ce ne stavamo sedute al tavolo in fondo, a parlare del nostro futuro. Avevo deciso di dare la tesi in Istopatologia, di specializzarmi proprio in Anatomia patologica. Quella sera le avevo confessato la mia insana tendenza lasciandola sbalordita, salvo poi profetizzare che avrei cambiato idea subito dopo Pediatria, ne era certa. Non avevo ritenuto opportuno deluderla, già lo sapevo che non avremmo potuto fare lo stesso tipo di lavoro. Un ragazzo di Filosofia che conoscevamo da poco si era unito a noi, aveva un bel sorriso franco, gli occhi allegri, mi piaceva, ma feci presto a capire che non ero io a interessarlo. Fra l’altro ero stanca, non aveva senso restare lì e appena vidi arrivare al tavolo un paio dei nostri amici mi alzai per andarmene. Non credo che a Tiziana dispiacesse restare sola con il filosofo, e a quel punto potevo farlo senza metterla in imbarazzo. Faceva un freddo cane e i portici non riuscivano a imbrigliare del tutto il vento gelido e secco che scendeva dal nord, penetrava dentro la giacca, bloccava il respiro. In un angolo defilato, due tizi se ne stavano accovacciati, indifferenti al freddo e ai passanti, riparati da una coperta a due piazze e da un cappotto verde pieno di macchie, di quelli dell’esercito. Il ragazzo tese la mano verso di me, aveva gli occhi grandi e spenti, i capelli neri, sporchi e lunghi fino alle spalle. Nell’oscurità spiccava il pallore del volto accentuato dai radi baffetti lisci e dalla peluria fine sulle guance scavate. Non poteva avere più di vent’anni e per questo mi sono fermata, turbata dalla sua giovinezza. Avevo in tasca delle monete, mi sono chinata per dargliele e in quel momento hai alzato la testa verso di me. Non credo che mi avessi riconosciuta, ero controluce e il tuo sguardo è rimasto indifferente. Quanto a me, è stato come se qualcuno mi avesse infilato una lama di ghiaccio nel cranio e l’avesse lasciata scivolare lenta, inesorabile, fino ai miei piedi. Sono rimasta muta, immobile, solo il ragazzo si è accorto del mio strano comportamento.

«Beh, che hai da guardare? Per caso avresti anche un paio di sigarette, fatina della notte?»

Che cosa avrei dovuto fare, tirarti su e scuoterti per le spalle? Oppure prenderti a schiaffi, abbracciarti e poi scoppiare a piangere insieme, come una volta? Forse, ma non feci niente. Mi allontanai, la mente invasa dall’angoscia, dal rimorso. Da quando te n’eri andata, in paese girava voce che avessi fatto una brutta fine, ma mi ero sempre rifiutata di crederci perché lo sapevo che sarebbe toccato a me, solo a me, venirti a cercare. Rientrai in camera, fu una notte interminabile, che si trascinò fra brevi incubi e lunghe ore di veglia fino al momento di alzarmi per l’esercitazione. Pur di farcela volli illudermi che ti avrei rivisto, in fondo la città era piccola, in quel caso giurai a me stessa che ti avrei preso e portata via. A me l’avresti lasciato fare, di questo ero convinta. Invece non c’incontrammo mai più. È la vita, a volte, a saper decidere per noi.

Non ricordo chi fu a dirmi della tua morte. Ero tornata a casa per la festa di laurea, non ne avevo nessuna voglia ma quella volta i miei non ne vollero sapere e fecero a modo loro. Sentii pronunciare il tuo nome in una conversazione a bassa voce, mi avvicinai, chiesi se qualcuno sapesse dov’eri, cosa facevi, con finta noncuranza. A pensarci adesso sembra incredibile eppure continuai a ballare, tagliai la torta, aprii i regali uno a uno, applaudii di gioia ai fuochi d’artificio. Come se tu fossi lì a festeggiare con me, e non distesa nel gelo di una bara di zinco, al deposito del cimitero, in attesa di essere sepolta. La mattina dopo mi chiesi se passare a trovare tua madre, ma non lo feci, né quella volta, né mai più. Da allora, giorno dopo giorno, ho rinviato il momento di venire a trovarti e tu sai perché. Avrei dovuto parlarti, spiegarti che non volevo lasciarti sola, che se le cose erano andate così la colpa non era mia, ma della vita, che ci aveva diviso. E sapevo che non era vero.

Solo oggi ho trovato la forza per farlo. Mi sono alzata presto, mi sono vestita e truccata con cura, ho preso tutto quello che serviva e l’ho sistemato nella borsa grande, la stessa che uso per i libri quando vado e torno da Bologna. Sono uscita e ho fatto colazione da sola nel nostro caffè sul lungomare, con calma, seduta fuori, incurante del freddo. Quando mi sono sentita pronta, mi sono alzata e ho camminato fino alla fermata dell’autobus. Sono stata l’unica persona giovane a scendere davanti al cancello e sai, in quel momento ho capito quanto puoi sentirti sola, qui dentro. Comunque eccomi qui, sono tornata, siamo di nuovo tu e io, contro il resto del mondo. Proprio come in quel pomeriggio di maggio, il nostro viaggio in treno fino ad Ancona per comprare il loro disco appena uscito, che sarebbe anche stato l’ultimo.

Ti ricordi com’eravamo allegre? Tu dicevi che sarebbero tornati a suonare insieme, io non volevo crederci, ma che ci vuoi fare, sono sempre stata più pessimista di te. Ormai non importa più, sarà la loro musica a rimanere per sempre, in fondo avevi ragione, torneranno a suonare insieme ogni giorno, in milioni di posti nel mondo, per milioni di persone. Il disco l’avevi preso tu, ma prima l’avevamo registrato in una cassetta, ecco, questa. Oggi suoneranno di nuovo qui, per noi due, chissà se sarà la prima volta in un cimitero, ma non credo che a loro dispiacerebbe, anzi, scommetto che sapendolo ne sarebbero felici, soprattutto John. Perché John? Non so, immagino che sia quello con più senso dell’umorismo.

Ecco, guarda, ho con me il vecchio mangianastri, funziona ancora benissimo. Sai, ho pensato a lungo quale fosse il pezzo giusto, alla fine ho scelto questo perché mi è tornato in mente il tuo pianto disperato, quella sera di tanti anni fa, quando mi hai detto che non avrebbero mai più suonato insieme. È la loro ultima canzone, mi ha sempre affascinato l’idea di come finisce qualcosa e poi è molto bella, spero che sarai contenta della scelta. Non potrò alzare troppo il volume, lo sai perché, ma basterà per sentircela insieme, tu e io, per una volta ancora.

Claudio Coletta è nato a Roma nel 1952. Di professione cardiologo, ha all’attivo una lunga attività di ricerca scientifica in ambito clinico, con numerose presentazioni e pubblicazioni su prestigiose riviste di medicina nazionali ed estere. Appassionato di cinema, nel 2007 ha fatto parte della giuria internazionale del Festival del Cinema di Roma. Scrittore di racconti di vario genere, nel 2011 ha pubblicato il romanzo noir Viale del Policlinico per Sellerio, a cui sono seguiti Amstel blues (2014), Il manoscritto di Dante (2016); a breve uscirà Prima della neve per la stessa casa editrice. Soprattutto, è un appassionato lettore di narrativa contemporanea e di grandi classici.

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