I grandi cimiteri sotto la luna

Lettera a Georges Bernanos (primavera 1938)

Vai al libro Mosaico “Simone Weil, Scritti sulla guerra 1933–1943”

Una scena del film “Madres paralelas” scritto e diretto da Pedro Almodóvar. Il gilm si sviluppa intorno al desiderio della protagonista di riportare alla luce i resti di un gruppo di vittime seppellite in una fossa comune durante la Guerra civile spagnola. Un cimitero sotto la luna.

Signore,

benché ci sia qualcosa di ridicolo nello scrivere a uno scrittore, che è sempre, per la natura stessa della sua professione, inondato di lettere, non posso trattenermi dal farlo dopo aver letto I grandi cimiteri sotto la luna.

Non è certo la prima volta che un suo libro mi colpisce; il Diario di un curato di campagna è, secondo me, il più bello, almeno tra quelli che ho letto, ed è veramente un gran libro. Ma anche se avevo amato altri suoi libri, non avevo alcuna ragione di scriverle e perciò di importunarla.

Per quest’ultimo, è un’altra cosa; io ho avuto un’esperienza che corrisponde alla sua, benché assai più breve, meno profonda, collocata altrove e vissuta in apparenza — solo in apparenza — con tutt’altro spirito.

Non sono cattolica

Io non sono cattolica, benché — ciò che sto per dire sembrerà certo presuntuoso a ogni cattolico, poiché proviene da un non cattolico, ma non posso esprimermi in altro modo — benché nulla di cattolico, nulla di cristiano mi sia mai sembrato estraneo.

Mi sono detta, talvolta, che se solo si affiggesse sulle porte delle chiese l’avviso che l’entrata è proibita a chiunque goda di una rendita superiore alla tale o talaltra somma, poco elevata, mi convertirei subito.

Dall’infanzia, le mie simpatie sono andate ai raggruppamenti che si richiamavano agli strati più disprezzati della gerarchia sociale, finché non ho preso coscienza del fatto che questi raggruppamenti sono di natura tale da scoraggiare ogni simpatia.

L’ultimo ad avermi ispirato un po’ di fiducia, è stato la CNT[1] spagnola. Avevo viaggiato un po’ in Spagna — piuttosto poco — prima della guerra civile, ma abbastanza per sentire l’amore, che è difficile non provare, per questo popolo; avevo visto nel movimento anarchico l’espressione naturale della sua grandezza e dei suoi difetti, delle sue aspirazioni, quelle più e quelle meno legittime.

La CNT, la FAI[2] erano un miscuglio sorprendente, dove si accettava chiunque, e dove, di conseguenza, erano a stretto contatto l’immoralità, il cinismo, il fanatismo, la crudeltà, ma anche l’amore, lo spirito di fraternità, e soprattutto la rivendicazione dell’onore, che è così bella negli uomini umiliati; credevo che quanti arrivavano là animati da un ideale avrebbero avuto la meglio su quanti erano spinti dal gusto della violenza e del disordine.

Non potevo non partecipare alla guerra

Nel luglio 1936 ero a Parigi. Non mi piace la guerra; ma, nella guerra, ciò che mi ha sempre fatto più orrore è la condizione di chi si trova nella retrovia. Quando mi sono resa conto che, malgrado i miei sforzi, non potevo impedirmi di partecipare moralmente a questa guerra, e cioè di desiderare ogni giorno, ogni ora, la vittoria degli uni, la sconfitta degli altri, mi sono detta che Parigi era per me la retrovia, e ho preso il treno per Barcellona con l’intenzione di arruolarmi.

Era l’inizio dell’agosto 1936.

Un incidente mi ha costretta ad abbreviare la mia permanenza in Spagna. Sono stata qualche giorno a Barcellona, poi in piena campagna aragonese, sulle rive dell’Ebro, a una quindicina di chilometri da Saragozza, nello stesso luogo in cui recentemente le truppe di Yaguë hanno passato il fiume.

Poi, sono stata nel palazzo di Sitges, trasformato in ospedale; quindi di nuovo a Barcellona. In tutto, circa due mesi. Ho lasciato la Spagna mio malgrado e con l’intenzione di ritornarci; in seguito, non ne ho fatto, volontariamente, nulla.

Non sentivo più alcuna necessità interiore di partecipare a una guerra, che non era più, come mi era sembrata all’inizio, una guerra di contadini affamati contro i proprietari terrieri e un clero complice dei proprietari, ma una guerra tra Russia, Germania e Italia.

L’odore di guerra civile e di sangue

Ho riconosciuto quell’odore di guerra civile, di sangue e di terrore che il suo libro emana; l’avevo respirato. Non ho né visto né sentito — devo dirlo — nulla che raggiunga veramente l’ignominia di alcune delle storie che lei racconta: quegli assassinii di vecchi contadini, quei balilla che fanno correre i vecchi a colpi di manganello.

Quello che ho sentito, tuttavia, è stato sufficiente. Per poco non ho assistito all’esecuzione di un prete; durante i minuti d’attesa, mi chiedevo se avrei semplicemente guardato, o se mi sarei fatta io stessa fucilare cercando di intervenire; non so ancora cosa avrei fatto, se un caso fortuito non avesse impedito l’esecuzione.

Quante storie si affollano mentre sto scrivendo… Ma sarebbe troppo lungo, e a che scopo? Basterà una sola.

Ero a Sitges, quando i miliziani della spedizione di Maiorca sono ritornati, vinti. Erano stati decimati. Su quaranta ragazzi partiti da Sitges, nove erano morti. Lo si seppe solo al ritorno degli altri trentuno.

Nella notte che seguì, vennero fatte nove spedizioni punitive: si uccisero nove fascisti, o sedicenti tali, in quella piccola città dove, in luglio, non era successo nulla. Tra questi nove, c’era un fornaio duna trentina d’anni, il cui crimine era — come mi è stato detto — quello di essere appartenuto alla milizia dei “somaten”; [3] il vecchio padre, di cui era il solo figlio e il solo sostegno, è impazzito.

In Aragona con Durruti

Un’altra ancora: in Aragona, un piccolo gruppo internazionale di ventidue miliziani di tutti i paesi catturò, dopo un breve scontro, un ragazzo di quindici anni, che combatteva come falangista. Appena preso, tutto tremante perché aveva visto uccidere i camerati che gli stavano accanto, disse che era stato costretto ad arruolarsi.

Venne perquisito e gli fu trovata addosso una medaglietta della Vergine e una tessera di falangista. Fu mandato da Durruti, capo della colonna, il quale dopo avergli esposto per un’ora le bellezze dell’ideale anarchico, gli propose questa scelta: morire o arruolarsi immediatamente nelle fila di coloro che l’avevano fatto prigioniero, contro i suoi camerati del giorno prima.

Durruti concesse al ragazzo ventiquattrore per riflettere; alla fine delle ventiquattrore, il ragazzo rifiutò e fu fucilato.

Eppure Durruti era, sotto certi aspetti, un uomo ammirevole. La morte di questo piccolo eroe non ha mai cessato di pesarmi sulla coscienza, benché ne sia venuta a conoscenza solo a fatti avvenuti.

E ancora…

E ancora: in un villaggio che rossi e bianchi avevano preso, perduto, ripreso, riperduto non so quante volte, i miliziani rossi, avendolo conquistato definitivamente, trovarono nelle cantine un piccolo gruppo di esseri stravolti, terrorizzati e affamati, fra cui tre o quattro giovani.

Ragionarono così: se questi giovani, invece di venire con noi l’ultima volta che ci siamo ritirati, sono rimasti e hanno atteso i fascisti, vuol dire che sono fascisti.

Li fucilarono dunque immediatamente, poi diedero da mangiare agli altri e si credettero molto umani.

Un’ultima storia, questa avvenuta nella retrovia: due anarchici mi raccontarono una volta come, con dei compagni, avessero preso due preti. Uno era stato ucciso sul posto, in presenza dell’altro, con un colpo di pistola; poi era stato detto all’altro che poteva andare.

Quando fu a venti passi, venne ucciso.

Chi mi raccontava questa storia era molto stupito di non vedermi ridere.

Le brutalità e gli omicidi

A Barcellona, si uccidevano in media, sotto forma di spedizioni punitive, una cinquantina di uomini per notte. Era proporzionalmente molto meno che a Maiorca, poiché Barcellona è una città di quasi un milione di abitanti; e d’altronde vi si era svolta per tre giorni una battaglia micidiale nelle strade.

Ma le cifre non sono forse l’essenziale in una materia del genere. L’essenziale, è l’atteggiamento di fronte all’omicidio. Non ho mai visto, né fra gli spagnoli, e nemmeno tra i francesi, venuti per battersi o per fare un giro — si trattava in quest’ultimo caso, il più delle volte, di intellettuali spenti e inoffensivi — non ho mai visto nessuno, nemmeno in confidenza, esprimere repulsione, disgusto o solo disapprovazione per il sangue inutilmente versato.

Lei parla della paura. Sì, la paura ha avuto una parte in questi massacri; ma dov’ero io, non ha avuto il ruolo che lei le attribuisce.

Uomini in apparenza coraggiosi — ce n’è almeno uno di cui ho constatato con i miei occhi il coraggio — nel mezzo di un pranzo in un’atmosfera amichevole raccontavano con un bel sorriso fraterno quanti preti, o quanti “fascisti” — termine assai ampio — avevano ucciso.

L’ebrezza di uccidere

Personalmente, ho avuto la sensazione che quando le autorità temporali e spirituali hanno separato una categoria di esseri umani da coloro per i quali la vita umana ha un prezzo, non c’è niente di più naturale per l’uomo che uccidere.

Quando si sa che è possibile uccidere senza rischiare né castigo né biasimo, si uccide; o, perlomeno, si circondano di sorrisi incoraggianti coloro che uccidono.

Se per caso si prova all’inizio un po’ di disgusto, lo si tace e ben presto lo si soffoca per paura di apparire privi di virilità.

C’è in questo caso una fascinazione, un’ebbrezza cui è impossibile resistere, senza una forza d’animo che devo proprio ritenere eccezionale, perché non l’ho riscontrata da nessuna parte.

Ho incontrato invece dei francesi pacifici, che fino ad allora non disprezzavo, che non avrebbero avuto l’idea di andare loro stessi a uccidere, ma che erano immersi in quest’atmosfera impregnata di sangue con evidente piacere. Per costoro non potrò mai più avere j in futuro alcuna stima.

Un’atmosfera come questa cancella immediatamente il fine stesso della lotta. Non si può infatti formulare il fine che riconducendolo al bene pubblico, al bene degli uomini — e gli uomini non hanno alcun valore.

In un paese in cui i poveri sono, in grande maggioranza, contadini, il maggior benessere dei contadini deve essere il fine essenziale per ogni raggruppamento di estrema sinistra; e questa guerra è stata forse all’inizio, prima di tutto, una guerra a favore e contro la divisione delle terre.

La perdita del senso della guerra

Ebbene, questi miseri e magnifici contadini di Aragona, rimasti così fieri sotto le umiliazioni, non erano per i miliziani nemmeno un oggetto di curiosità. Senza offese, senza ingiurie, senza brutalità — io almeno non ho mai visto niente di simile, e so che I furto e stupro, nelle colonne anarchiche, erano passibili della pena di morte — un abisso separava gli uomini armati dalla popolazione disarmata, un abisso del tutto simile a quello che separa i poveri dai ricchi.

Ciò si avvertiva nell’attitudine sempre un po’ umile, sottomessa, timorosa degli uni, e nella spigliatezza, nella disinvoltura, nella condiscendenza degli altri.

Si parte come volontari, con idee di sacrificio, e si va a finire in una guerra che somiglia a una guerra di mercenari, con molta più crudeltà e un minor senso del rispetto dovuto al nemico.

Potrei estendere all’infinito riflessioni come queste, ma bisogna limitarsi. Da quando sono stata in Spagna, da quando ascolto, leggo ogni genere di considerazioni sulla Spagna, non posso citare nessuno — eccetto lei solo — che, per quanto ne sappia, si sia immerso nell’atmosfera della guerra spagnola e vi abbia resistito.

Le sono vicino anche se è monarchico

Lei è monarchico, discepolo di Drumont — che cosa importa? Lei mi è, senza confronto, più vicino dei miei compagni delle milizie d’Aragona — di quei compagni che, pure, amavo.

Mi è penetrato in fondo all’animo anche ciò che lei dice del nazionalismo, della guerra, della politica estera francese del dopoguerra.

All’epoca del trattato di Versailles avevo dieci anni. Fino ad allora ero stata patriota, con tutta l’esaltazione dei bambini in un periodo di guerra. La volontà di umiliare il nemico vinto, che dilagò dappertutto in un modo così disgustoso in quel momento (e negli anni successivi), mi ha guarito una volta per tutte da quell’ingenuo patriottismo.

Le umiliazioni che il mio paese infligge sono per me più dolorose di quelle che può subire.

Temo di averla importunata con una lettera così lunga. Non mi resta che esprimerle la mia viva ammirazione.

S. Weil

M.lle Simone Weil, 3, rue Auguste-Comte, Paris (vie).

P.S. — Ho messo automaticamente il mio indirizzo. Penso infatti che lei debba avere qualcosa di meglio da fare che rispondere alle lettere. E poi trascorrerò uno o due mesi in Italia, dove una sua lettera forse non mi raggiungerebbe senza essere bloccata durante il tragitto.

Da: Simone Weil, Sulla guerra. Scritti 1933–1943, Edizioni del Corriere della Sera, 2022, pp. 53–59

Questa lettera fu probabilmente scritta nella primavera del 1938; è stata pubblicata in EHP, pp. 220–224. La prima traduzione italiana è apparsa sulla rivista Micromega, n. 3, 1989.

[1] Confederación Nacional del Trabajo, associazione sindacale spagnola, ispirata agli ideali rivoluzionari anarchici e socialisti. Particolarmente attiva nella Catalogna industrializzata, influenzò il movimento operaio fino all’epoca della guerra civile.

[2] Federación Anarquista Ibèrica, costituita nel 1927 per opporsi alle tendenze moderate in seno alla cnt, incarnò l’espressione più pura degli ideali anarchici rivoluzionari. Il contrastato rapporto della fai con la sinistra marxista sfociò, durante la guerra civile, nei sanguinosi scontri di Barcellona nel maggio 1937.

[3] Formazione combattente che non apparteneva all’esercito.

Simone Weil (1909–1943) Filosofa e scrittrice di origini ebraiche, si formò all’École Normale Supérieure di Parigi e, dopo la laurea in Filosofia, insegnò in alcuni licei francesi, avvicinandosi ai movimenti dell’estrema sinistra e al sindacalismo rivoluzionario. Animata da un profondo desiderio di rinnovamento sociale, appoggiò le rivendicazioni degli operai e nel 1934, per dimostrare la sua partecipazione, scelse di abbandonare l’insegnamento e lavorare in fabbrica. Nel 1936, durante la guerra civile spagnola, si arruolò nelle file delle brigate rivoluzionarie contro le milizie di Franco. Dopo l’esperienza bellica si aprì per lei un periodo di crisi spirituale, che la portò ad avvicinarsi al cristianesimo. Durante il secondo conflitto mondiale si rifugiò prima negli Stati Uniti e poi in Inghilterra, dove militò a fianco delle autorità in esilio della Resistenza francese e dove morì di tubercolosi.

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Laureatosi in storia a Firenze nel 1977, è entrato nell’editoria dopo essersi imbattuto in un computer Mac nel 1984. Pensò: Apple cambierà tutto. Così è stato.

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Mario Mancini

Mario Mancini

Laureatosi in storia a Firenze nel 1977, è entrato nell’editoria dopo essersi imbattuto in un computer Mac nel 1984. Pensò: Apple cambierà tutto. Così è stato.

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