I due Steve

L’incredibile viaggio di Jobs e Wozniak

di Carlo Gubitosa

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Si inizia con il phone hacking

La storia dei due fondatori della Apple Computer, Inc. è un chiaro esempio di come la cultura hacker, l’underground digitale statunitense, la controcultura di San Francisco e la “tecnologia da strada” degli anni ’70 abbiano aperto la via alla moderna industria del computer e al rivoluzionario concetto di computer “personale”.

Tutto inizia in California nel 1971, a Berkeley, dove i giovani Steve Wozniak e Steve Jobs leggono sul numero di ottobre della rivista “Esquire” un articolo a firma di Ron Rosenbaum, dal titolo Secrets of the little Blue Box.

Nell’articolo si parla di Capitan Crunch, un leggendario “phone phreak”, e delle sue “scatole blu”. Il vero nome di Capitan Crunch è John Draper, una vera e propria leggenda.

Prima dell’avvento dei personal computer, chi non aveva la fortuna di poter mettere le mani su di un grande calcolatore universitario aveva comunque l’opportunità di “hackerare” il più complesso sistema ingegneristico mai realizzato: la rete telefonica.

È quello che avviene durante gli anni ’70, l’età del “Phone Phreaking”: l’obiettivo dei “freak dei telefoni” non è risparmiare qualche gettone, ma capire i meccanismi tecnologici che trasformano un filo di elettroni in uno strumento in grado di portare la nostra voce in ogni angolo della Terra in cui sia presente un telefono.

Woz chiama il Vaticano

Le Blue Box (scatole blu) devono il loro nome al colore della scatola utilizzata per contenere il primo apparecchio di questo tipo. I “due Steve” contattano Capitan Crunch, e dopo averne appreso le tecniche, iniziano a costruire delle Blue Box da vendere porta a porta nei dormitori universitari di Berkeley per sbarcare il lunario.

Una telefonata in Vaticano (ovviamente gratuita) fu la “prova d’esame” con la quale Wozniak volle sperimentare per la prima volta le tecniche di boxing appena apprese. “Woz” cercò di farsi passare per il segretario di Stato Henry Kissinger, e per pochissimo non riuscì a entrare in contatto diretto con il Santo Padre.

L’episodio è ricostruito anche nella biografia di Jobs scritta da Isaacson. Ecco come viene riportato l’episodio:

Wozniak si finse Henry Kissinger e disse che desiderava conferire con il papa. «Ziamo al zummit di Mozca e abbiamo bizogno di parlare con papa» ricorda di avere detto imitando l’accento tedesco di Kissinger. Gli fu risposto che erano le cinque e mezzo di mattina e che il papa stava dormendo.

Oltre che per le sue Blue Box, Capitan Crunch è famoso anche per la realizzazione di numerosi programmi, tra cui Easy Writer, un elaboratore testi distribuito assieme ai primi modelli di personal computer Ibm del 1981. Il nome di questo programma si riferisce al film Easy Rider, e riflette il tono scanzonato con cui gli hacker dell’epoca affrontavano il loro lavoro, unendo professionalità e informalità, e producendo codice efficiente nella più totale assenza di regole per quanto riguarda l’abbigliamento, l’alimentazione in ufficio e gli orari.

Dall’hackeraggio per il gusto di farlo al business

Il destino di Wozniak e Jobs è drasticamente differente da quello di John Draper: i due iniziano la loro carriera cercando di vendere Blue Box nei dormitori di Berkeley per ritrovarsi poi alla guida di una compagnia multimiliardaria, mentre Capitan Crunch, a causa delle stesse Blue Box, finì più volte dietro le sbarre.

Comunque la storia delle Blue Box, come ci racconta Isaacson, finì presto con episodio increscioso che invitiamo a scoprire andandovi a leggere il libro del biografo di Jobs. Ma la vicenda delle scatole blue è stata una grande palestra sia per Jobs che per Woz, entrambi intervistati da Isaacson in proposito. Ecco che cosa i due hanno detto a Isaacson:

«Senza blue box, non ci sarebbe stata la Apple» ha ricordato a distanza di tempo Jobs. «Ne sono sicuro al cento per cento. Woz e io imparammo a lavorare insieme, e acquisimmo la certezza di poter risolvere i problemi tecnici e mettere realmente in produzione qualcosa. Avevano creato un dispositivo con un piccolo circuito stampato che era in grado di controllare infrastrutture del valore di miliardi di dollari. Non può immaginare quanta fiducia in noi stessi ci diede questo» dice Jobs.
Woz è giunto alle stesse conclusioni. «Fu forse una cattiva idea vendere le blue box, ma rappresentò un saggio di quello che potevamo fare con le mie competenze tecniche e la sua capacità di immaginare il futuro».

Inizia l’avventura di Apple

La storia dei “due Steve” continua nel 1976, anno in cui Wozniak e Jobs realizzano il personal computer Apple I. La base operativa è il garage di Jobs, e il capitale iniziale viene ricavato dalla vendita della calcolatrice programmabile HP di Wozniak e del pulmino Volkswagen di Jobs.

La sfida quasi maniacale di “Woz” con sé stesso è quella di utilizzare il minor numero possibile di componenti elettronici per dare vita alle sue creazioni. Gli Apple vengono realizzati con il chip 6502 della Mos Technology, scelto per i bassi costi e l’affinità con il 6800 della Motorola che Wozniak conosce molto bene.

Il prezzo del primo modello è di 666 dollari e 66 centesimi, i diagrammi di costruzione, fin nei minimi dettagli di progettazione, sono liberamente consultabili, e assieme al computer viene distribuito gratuitamente l’interprete Basic scritto dallo stesso Wozniak. Negli annunci pubblicitari questa scelta viene commentata spiegando che “la nostra filosofia è fornire software per le nostre macchine gratuitamente o a costi minimi”.

Tra i primi dipendenti della Apple troviamo anche John Draper, che si dedica al progetto di una scheda di espansione per Apple I, in grado di connettere il computer a un comune telefono. Draper aggiunge alla scheda funzioni di composizione automatica dei numeri telefonici che la trasformano in uno strumento versatile e potente per il “Blue Boxing”, ma il progetto viene bloccato perché potenzialmente “pericoloso”.

Dall’Apple II al Mac

Il 15 aprile 1977, al San Francisco Civic Center vengono presentati i primi prototipi di Apple II, un computer la cui progettazione viene attribuita interamente a Steve Wozniak, probabilmente il primo e l’unico “personal” progettato da una sola persona.

Il 1979 è l’anno della visita di Steve Jobs al Palo Alto Research Center, dove l’incontro con il modello sperimentale Alto gli suggerisce l’utilizzo del mouse e di un’interfaccia grafica a icone per i successivi modelli.

Nel 1983 la Apple mette in commercio Lisa, che a causa del prezzo troppo alto (circa diecimila dollari) non riesce a ottenere un buon successo di vendita, nonostante l’utilizzo di molte delle idee vincenti mutuate dal prototipo della Xerox, come il mouse e l’utilizzo di finestre multiple.

Nel 1984 viene realizzata una versione ridotta e molto più economica del modello Lisa, battezzata col nome di Apple Macintosh, un personal computer destinato a passare alla storia, che afferma definitivamente la metafora del “desktop” con le sue “finestre”, “cartelle” e “icone” come standard per rappresentare graficamente in maniera intuitiva le informazioni contenute all’interno del calcolatore.

il 1984 non è il “1984”

La relativa campagna pubblicitaria che accompagna il lancio di Apple Macintosh è una tra le più efficaci che siano mai state realizzate da un’azienda informatica. Per la prima volta la pubblicità di un computer abbandona il terreno delle riviste specializzate per approdare perfino sulle pagine di “Playboy”. Il 22 gennaio 1984, durante la XVIII edizione del SuperBowl (12 gennaio 1984, a Tampa, Florida, Los Angeles Raiders-Washington Redskins 38–9) le 72mila persone presenti allo stadio, assieme ad altri milioni di telespettatori americani incollati agli schermi televisivi, ammirano la prima e unica proiezione di uno degli spot pubblicitari più famosi della storia, girato da Ridley Scott, il noto regista del cultmovie Blade Runner.

La scena è ambientata in un salone pieno di prigionieri dalla testa rasata che osservano inebetiti un megaschermo, sul quale un dittatore annuncia che oggi celebriamo il primo glorioso anniversario delle Direttive di Purificazione dell’Informazione. Abbiamo creato, per la prima volta nella storia, un giardino di ideologia pura, dove ogni lavoratore può vivere al sicuro dalla peste delle verità contraddittorie e confuse.

La nostra Unificazione del Pensiero è un’arma più potente di ogni esercito. Siamo un solo popolo, con una sola volontà, una sola determinazione, una sola causa. I nostri nemici si parleranno addosso a morte. E noi li seppelliremo con la loro stessa confusione. Vinceremo!

Al termine del discorso una ragazza inseguita da alcuni poliziotti lancia un martello verso il megaschermo, mandandolo in frantumi e risvegliando i prigionieri dal sonno delle loro menti, mentre una voce fuori campo annuncia che “Il 24 gennaio Apple Computer introdurrà Macintosh. E vedrete perché il 1984 non sarà come 1984”.

I differenti destini dei due Steve

Il riferimento è a 1984, l’opera maestra di George Orwell, un libro in cui viene descritta una società totalitaria basata sul controllo assoluto delle attività dei cittadini, esercitato da un onnipresente “Big Brother” velatamente associato nella similitudine pubblicitaria alla Ibm che controllava dall’alto il mercato informatico di quegli anni, soprannominata “Big Blue” per il colore del logo aziendale.

Sappiamo quale è stato il percorso di Steva Jobs. Steve Wozniak ha preferito una vita più tranquilla. Dopo quell’avventura, che gli ha fruttato una rendita annuale di diverse migliaia di dollari in qualità di “impiegato n.1”, Wozniak si è dedicato al volontariato, insegnando gratuitamente a Los Gatos, in California, dove “Woz” aiuta gli alunni delle scuole locali e ha addirittura costruito una scuola di informatica in uno dei locali di casa sua, sulle colline di Los Gatos, dove gli studenti delle scuole elementari hanno la possibilità di poter ricevere gratuitamente lezioni di informatica da uno dei più grandi pionieri della storia del personal computer.

La casa di Wozniak è anche il quartier generale della UNUSON (Unite Us in Song), un ente no-profit che ha prodotto alcuni festival di musica rock e che sostiene alcune istituzioni scolastiche, acquistando attrezzature per laboratori didattici di informatica, utilizzati da bambini che imparano sin da piccoli a prendere confidenza con quei computer che fino agli anni ’70 erano solo un sogno appena nato nel garage di due giovani inventori.

Written by

Graduated in European history in Florence, he started working in publishing soon after having come across a Mac computer in 1984

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