Geopolitica del covid-19

Dai pandemic-bonds alla “tecnologia civile” nell’irreversibile metamorfosi dell’ordine mondiale

di Edoardo Toffoletto

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Dall’isolamento, o nella lingua global, dal social distancing ai droni con voci inquietanti e pervasive di funzionari pubblici, il potere rivela il suo volto al contempo goffo e sinistro. Il coronavirus sembra agire da catalizzatore per far emergere i due inscindibili volti della storia: la gravità tragica e la sua farsesca ripetizione.

In effetti, il potere è un dispositivo della modernità che si struttura essenzialmente sulla separazione dei gruppi sociali, o degli individui in generale, abbinata ad un loro controllo e sorveglianza panottica, come insegnava Michel Foucault in Sorvegliare e Punire (1975) rileggendo attentamente il pensiero utilitarista di Jeremy Bentham (1748–1832), che scrisse appunto The Panopticon (1791).

E fu invece già Thomas Hobbes nel Leviatano (1651) che descrisse la società ben ordinata, in cui ognuno può liberamente raggiungere il proprio piacere, attraverso l’immagine potentissima degli atleti che corrono nello stadio separati da siepi, dove le siepi sarebbero le leggi che impediscono a ciascuno di ostacolare la libertà del prossimo.

Per questo, l’espressione inglese social distancing suona estremamente più sintomatica, quasi l’iperbole delle siepi del Leviatano, rispetto alle nozioni più neutre ed igieniche di “isolamento” o “quarantena”.

In questa prospettiva, l’uso alquanto maccheronico dei droni da parte del sindaco di Messina, Cateno de Luca, non può che farci un poco sorridere, giacché ciò ci rivela più il vuoto di potere, l’assenza delle vertebre dell’istituzione statale, che la sua piena potenza funzionante, la cui mancanza è dopotutto denunciata dal sindaco stesso.

Ed è proprio sulla devertebrazione sempre più drammatica dell’istituzione statale che occorre di nuovo e sempre interrogarsi.

Inoltre, quale impatto avrà il regime di social distancing per il mondo post-coronavirus?

La mascherata dei pandemic-bonds: un esempio di spreco di fondi pubblici

Le ripercussioni saranno ovviamente plurime a partire dal commercio internazionale e gli equilibri geo-politici mondiali. Ma incominciamo con ordine smascherando l’ennesimo prodotto finanziario nominalmente benefico, e praticamente satanico: i cosiddetti pandemic- bonds.

Mediaticamente se ne parla — e peraltro pochissimo — da forse appena un mese, ma essi sono molto più anziani: e hanno così dimostrato la loro sostanziale inutilità al miglioramento della salute mondiale, se non addirittura si sono mostrati un impaccio. Il 13 marzo su Repubblica, Vittoria Puledda informa che essi

«fanno parte di un segmento più ampio di obbligazioni — i Catastrophe-bond — che nel mondo valgono circa 37 miliardi”, e aggiunge “Il meccanismo è analogo: gli investitori percepiscono una cedola molto alta, ma se poi si verifica l’evento coperto dal Cat-bond, come è chiamato in gergo, si perde tutta o parte della somma investita».

Bene.

Ma è chiaro che un’epidemia o pandemia, benché sia di fatto una catastrofe, da un punto di vista logistico non può essere gestita come altre calamità, e quindi il sistema per finanziare le contromisure non può essere il medesimo per ogni forma di catastrofe.

Pensiamo ad un terremoto o a un uragano. In effetti, l’ammontare dei danni da esso causati è molto più quantificabile e soprattutto può essere fatto istantaneamente. Perciò i parametri ora vigenti per il coronavirus riguardanti il numero minimo di contagiati (o colpiti) per attivare l’assicurazione potrebbero valere, poiché il fattore temporale non entra in considerazione.

Non bisogna aspettare mesi per constatare i danni di un terremoto. Non è assolutamente il caso invece per un’epidemia, che ad ogni modo esige — e forse più di un terremoto — un intervento quanto più immediato possibile, proprio per prevenire il passaggio di scala a livello pandemico.

Ebbene, i famelici (perché hanno fame) pandemic-bonds appaiono disegnati proprio in modo tale da impedire qualsiasi disponibilità di fondi per permettere un pronto intervento. Vi si dice che bisogna attendere 12 settimane (ben 3 mesi!) prima della possibile valutazione per lo sblocco dei fondi. E così ora dei tre mesi, forse lo stesso fantomatico valutatore sarà colpito anche lui dal male che si dovrebbe debellare.

E nessuna dichiarazione dell’Oms, come sembra riportare Vittoria Puledda, dovrebbe essere all’origine di complicazioni per il rilascio delle coperture assicurative: è evidente che c’è qualcosa che strutturalmente non funziona.

Due ricercatori della London School of Economics, Bangim Brim e Clare Wenham, avevano pubblicato già il 9 ottobre 2019 sul British Medical Journal un breve articolo che mette in luce la problematicità di questo strumento finanziario, dimostrando quanto esso serva più l’interesse privato che la sicurezza della salute mondiale.

Il Pef (Pandemic Emergency Financial Facility, il nome tecnico del pandemic-bond) è stato costituito nel 2016, a valle dell’esplosione dell’ebola nell’Africa occidentale (2014–2016), dalla Banca Mondiale “con la consulenza dell’Oms e dei riassicuratori Munich Re e Swiss Re”, il quali non a caso sono i primi due riassicuratori mondiali secondo Reinsurance News, per appunto

«rilasciare rapidamente fondi per i paesi più poveri del mondo e le agenzie, al fine di mitigare le conseguenze umanitarie ed economiche di una potenziale pandemia causata da specifici virus».

Esso non si è ad oggi rivelato all’altezza del suo nobile principio ispiratore. Addirittura, negli ultimi 15 anni, ci informano Brim e Wenham, soltanto due occasioni avrebbero corrisposto ai criteri per attivare i rimborsi assicurativi del Pef.

Neanche il caso di ebola nel Congo avrebbe corrisposto ai criteri, e dunque a cosa serve il Pef?

È stato accolto come uno “strumento finanziario innovativo per rivoluzionare la sfida di raccogliere capitali”, che però ha tuttavia ostacolato il lavoro di altri fondi dipendenti da donazioni, quali il Cerf dell’Onu (Central Emergency Relief Fund) e il Cfe dell’Oms (Contingency Fund for Emergencies) che tuttavia hanno continuato a rilasciare fondi senza interruzione, anche a partire dalla creazione del Pef, che invece non ha fatto che pagare gli interessi (tra il 6,5% e il 11,1% sopra al Libor) agli investitori.

Le cifre sono in questo caso inequivocabili: benché abbia anche reso disponibili 50 milioni di dollari per l’ebola nel Congo, esso ha tuttavia anche pagato interessi per oltre 114 milioni di dollari ad investitori privati, quando la copertura assicurativa giungerebbe a oltre 400 milioni di dollari, più del necessario per fermare alla radice una potenziale pandemia, per la quale, secondo calcoli dell’Oms e della Banca Mondiale, servirebbero 100 milioni di dollari.

E chi paga questi interessi? Gli stessi attori implicati: la Banca Mondiale assieme alla Germania, Australia e Giappone che “governano questo meccanismo in quanto membri votanti e decidono sui rimborsi”. Vista la proporzione tra interessi resi ai privati e rimborsi effettuati, gli autori esprimono chiaramente che tanto vale per

«Australia, Giappone e Germania di dirottare la spesa pubblica nel finanziamento diretto per gli interventi anti-epidemici attraverso meccanismi già rodati [Cerf, Cfe], al posto di pagare costosi interessi a investitori privati».

Infatti, come se non bastasse, il meccanismo del Pef dirotta verso la sua rete di scambi finanziari possibili donazioni verso le agenzie quali il Cerf e il Cfe. L’intento del Pef era in origine anche quello di aumentare in vista di calamità il budget di queste stesse agenzie, ma di fatto il risultato non è stato altro che una riduzione delle donazioni dirette, giacché gli attori pubblici implicati devono pagare annualmente gli elevati interessi agli investitori privati — e per far cosa se al momento del bisogno, non si liberano i fondi necessari?

Il Pef è quindi non solo un vero e proprio caso di spreco di fondi pubblici che potrebbero meglio essere investiti nell’ottica di rilanciare, al passo coi tempi, un vero e proprio stato imprenditore; ma anche un’ulteriore e inutile mediazione burocratica, che contribuisce alla perdita di potere compulsivo e capacità di intervento dell’istituzione statale. Il 26 marzo, Martin Sandbu propone sul Financial Times quello che sembra essere un’alternativa a misura europea, che consiste in un

meccanismo “federale” di trasferimento di fondi dai meno colpiti ai più colpiti.

In effetti, non sono sufficienti attualmente gli strumenti a disposizione a livello europeo per coprire i deficit prodotti dagli stati per rispondere al Covid-19. Infatti, scrive Sandbu, “un prestito dal Mes non gioverebbe, neanche i prestiti attraverso un comune corona-bond. Questi fondi dovrebbero, prima o poi, essere ripagati”, e ciò non farebbe altro che aggravare il circolo vizioso tra debito-deficit-aumento del debito, poiché i finanziamenti sarebbero sotto forma di prestiti da ripagare con interessi per quanto bassi.

“La sola cosa che possa fare una differenza è il prestare a se stessi in comune, creando fondi per dare — dare e non prestare — ai governi”. Analogamente ad una “assicurazione sulla calamità”, si coprirà “l’aumento del deficit di tutti i governi nazionali membri contratto spendendo per lottare contro il virus e la sua ricaduta economica”. Essa verrebbe calcolata in base alle previsioni economiche sul reddito del 2020 effettuate pre-coronavirus, il che significa che se il reddito dovesse scendere del 10%, il fondo dovrebbe coprire circa 1200 miliardi di euro.

Al contrario, la burocrazia europea è riuscita nel momento meno opportuno a produrre una “situazione inedita” , in cui per “la prima volta nella storia europea di un Consiglio si è chiuso senza neppure la votazione del comunicato finale”, scrive Giulio Sapelli ne ilSussidiario.

“Nove nazioni europee — Spagna, Italia, Francia, Malta, Portogallo, Grecia, Slovenia e Irlanda — hanno presentato una dichiarazione comune in cui di fatto sconfessavano le stesse istituzioni economiche europee chiedendo una condivisione del debito».

Ma Macron fece passo indietro e si allineò con il “prendere tempo dei tedeschi”.

E ci si dovrebbe dopotutto interrogare qualora l’unico meccanismo permesso per finanziare gli stati membri sia il Mes, o i prestiti della Bce, se alla fine anche queste forme di strutturazione del debito non siano che un’altra forma di spreco di fondi pubblici.

Mentre negli Stati Uniti si sta preparando la “più grande operazione anti-crisi della loro storia dopo il New Deal” stanziando “2mila miliardi di dollari per difendere tanto la domanda quanto l’offerta, dai disoccupati ai lavoratori stagionali e interinali sino alle imprese e le banche”.

Tanto quanto la proposizione di Martin Sandbu, il nuovo New Deal americano è possibile soltanto con l’indissolubile binomio tra uno stato imprenditore ed una banca centrale indipendente, di cui l’Europa manca e se ne tocca con mano ogni volta l’assenza attraverso gli intrichi burocratici presupposti per ogni suo intervento.

Il covid-19 o il cavallo di troia cinese: instabilità dell’ordine mondiale

Non solo. Nel sempre più indecifrabile teatro geopolitico, l’Europa manca ora più che mai di tutti gli strumenti necessari per situarsi all’interno della scena internazionale. Come all’interno dell’Ue signoreggiano Francia e Germania, così essi si proiettano in politica estera con approcci antitetici aprendo faglie sempre più tese all’interno dello spazio europeo: con la Francia che si pone mediatrice degli Stati e la Germania che tende sempre più verso la Cina.

Ancor più che mondiale, infatti, la polarità franco-tedesca è questione del nostro vecchio “vicinato” europeo, che qualora posta correttamente potrebbe eventualmente determinare il ruolo dell’Ue sulla scena internazionale.

Il 18 marzo su Foreign Affairs, Kurt M. Campbell e Rush Doshi mettono nero su bianco che se gli Stati Uniti non riprendono in mano la situazione immediatamente, potrebbe letteralmente essere la fine di un’epoca.

«Gli ordini mondiali hanno la tendenza di cambiare inizialmente gradualmente e poi tutt’in una volta. Nel 1956, un pasticciato intervento nel canale di Suez rivelò la decadenza della potenza britannica e segnò la fine dell’epoca retta dal potere globale del Regno Unito. Oggi, i politici statunitensi dovrebbero riconoscere che se gli Stati Uniti non si elevano all’altezza del momento, la pandemia del coronavirus potrebbe segnare un altro momento Suez».

In questo scenario sarebbero gli Stati Uniti a perdere lo scettro. Almeno questa sarebbe neanche troppo velatamente la scommessa della Cina nuovamente imperiale di Xi Jinping.

Infatti, già da prima del virus gli Stati Uniti incominciavano a isolarsi in se stessi, seguendo la loro intima dialettica secolare, tra intervenzionismo e isolazionismo, salvo che in questo momento il ripiego in se stessi potrebbe rivelarsi fatale. La Cina si sta posizionando chiaramente “riempiendo il vuoto per posizionarsi in quanto leader globale nella risposta alla pandemia”.

E attraverso questa immagine di buon sammaritano improvvisato, intende riempire sempre più i vuoti di potere lasciati non soltanto dagli Usa, ma anche dall’Ue stessa, troppo dilaniata dai consoli imperiali franco-tedeschi. Se fossero giunti aiuti europei, l’Italia non si sarebbe certo rivolta alla Cina.

Ma al di là delle effettive forniture di materiali dalle mascherine ai respiratori N95, di cui ne produce circa la metà del totale globale, o gli antibiotici e farmaci, di cui copre il 95% del mercato americano, la disinformazione promossa dallo stesso Partito Comunista, accusando gli americani di avere impiantato il virus in Cina, o ancora i dati imprecisi circa i propri contagi, assieme all’inaudita “espulsione di massa di giornalisti di tre quotidiani americani di punta, danneggiano alla radice l’ambizione della Cina ad assumere il ruolo di potenza globale egemonica”.

Il Covid-19 si rivela un vero e proprio “cavallo di Troia” cinese per portare avanti progetti di lungo termine, che in condizioni non eccezionali, non potrebbero mai essere realizzati. Sono gli stessi attori tecnologici cinesi da Huawei, Zte e Alibaba a donare mascherine ed altro materiale all’Europa ed all’Italia in particolare, per poi proporsi, come Huawei, “di sviluppare una rete cloud per connettere alcune strutture ospedaliere con le unità di crisi in tempo reale e di collegare i più importanti centri italiani con gli ospedali di Wuhan”, scrive Giorgio Cuscito su Limes.

Quindi la scusa dell’emergenza sanitaria copre anche importanti progetti di annessione da parte cinese del ciberspazio italiano che includono anche le sperimentazioni della rete 5G di Zte in collaborazione con l’Università dell’Aquila, per la città della quale Zte ha non a caso donato 2000 mascherine.

Eppure, le nuove vie della seta “non hanno determinato i risultati auspicati dall’Italia. Trieste e Genova non sono ancora snodi della sua rotta marittima. Le esportazioni del nostro paese nella Repubblica Popolare sono aumentate solo del 1%”. E al contempo, scrive Cuscito:

«gli Usa si sono rivalsi contro l’Italia in maniera più o meno diretta. Prima hanno colpito con i dazi alcuni beni alimentari nostrani. Poi hanno indotto Roma a rinunciare allo sviluppo di moduli pressurizzati per la stazione spaziale cinese e a firmare un altro accordo con la Nasa».

Insomma, la Cina sta rigorosamente applicando una “mask diplomacy”, come la definisce Mattia Ferraresi il 31 marzo su Foreign Policy.

«In seguito a settimane di inazione e mancanza di aiuto reciproco tra stati europei”, scrive Ferraresi, “la Commissione europea sta ora attivamente contrastando la narrazione cinese sottolineando la solidarietà tra gli stati membri. Francia e Germania assieme hanno ora donato all’Italia molte più maschere della Cina, e l’Austria ha contribuito con 1.6 milioni in più della Cina. Ospedali tedeschi stanno accettando alcuni pazienti dall’Italia, mentre la Francia ha donato 200.000 tute protettive».

Come sempre l’Europa vegeta e letargicamente reagisce quasi zoppicando, quando il peggio è ormai già accaduto.

Ed è così che “la risorse principale della Cina nella sua ricerca per l’egemonia globale — di fronte al coronavirus e in generale — è l’inadeguatezza percepita e il ripiego isolazionista degli Stati Uniti”, come suggeriscono Kurt M. Campbell e Rush Doshi, ma potremmo affermare la stessa cosa per l’Europa, dove il ripiego solipsistico delle burocrazie europee sui dogmi dell’ideologia ordo-liberale, accompagnato dal dilaniarsi fra Francia e Germania, produce la stessa percezione di inadeguatezza delle istituzioni europee.

In questo contesto, Matthew J. Slaughter e Matt Ress sostengono il 26 marzo su Foreign Affairs che lo scenario peggiore possa includere una depressione — ai livelli di quella del ’29, con perdite nei consumi fino a 3.000 miliardi di dollari — a causa dell’arresto di una fetta importante delle attività commerciali, e soprattutto un calo decisivo dei consumi, dovuta al social distancing, che non è che un indiretto blocco dei consumi, comportando un rallentamento della produzione e quindi degli investimenti.

Perciò invocano l’assoluta necessità degli Stati Uniti di adottare uno “spirito di guerra”, per il quale in virtù del Defense Production Act la presidenza possa sospendere le leggi anti-trust per far collaborare assieme i grandi gruppi, privati e pubblici, di ricerca e produzione farmaceutica per arrivare a sintetizzare il vaccino in modo più efficiente senza la dispersione di energia richiesta dal regime di libera concorrenza.

In seguito, pongono come condizione imperativa di coprire direttamente le perdite al 100% di tutte le attività che si sono fermate a causa del virus e che altrimenti sarebbero state redditizie alla condizione di mantenere i salari all’epoca pre-crisi.

Infatti, ciò che il coronavirus colpisce è in primo luogo l’economia reale, fatta di prodotti, merci e consumi, e circolazione di componentistica per macchine ad altro tasso tecnologico, quindi le politiche monetarie non bastano. Per questo motivo, l’unica via è affrontare il problema del virus cooperando per far avanzare la ricerca e aumentare la produzione locale di tutto ciò che risulta necessario per affrontare la crisi sanitaria e l’investimento diretto pubblico, il cui ritorno sarà sotto forma di tasse, una volta ripresa l’economia.

Scenari post-coronavirus: dalla “tecnologia civile” all’economia contributiva

Tutti stiamo a fare quasi il conto alla rovescia per sapere quando il social distancing possa avere fine, finché non c’è un vaccino è difficile che vi sia una fine assoluta dell’isolamento. Anzi, sempre che funzioni il vaccino, Gideon Lichfield avvisa sul MIT Technology Review che potrebbero passare anche 18 mesi prima che si arrivi ad ottenerlo. Se già alcuni mesi di arresto del fluire del processo economico potrebbero già essere la condizione di una depressione, cosa potrebbero essere 18 mesi?

Uno studio dell’Imperial College di Londra immagina che la soluzione meno complessa sarà quella di adottare regimi di isolamento alterni a seconda del numero di ricoverati settimanali per Covid-19, tenendo come soglia critica per esempio 100 casi oltre i quali si dovrà imporre il regime di emergenza. Così si dovrà vivere in social distancing per circa 2/3 del tempo.

Ciò comporta l’instaurarsi di altre abitudini, e di ciò a cui Lichfield si riferisce adottando il termine “shut-in economy”: essenzialmente il lavoro da casa. Ma è evidente che

non tutti i settori possono adattarsi a tale organizzazione del lavoro: dai ristoratori ai cinema e dalle palestre ai musei e dai teatri agli eventi culturali tutti questi lavori o luoghi di concentrazione a volte massificata di persone non potranno mai adattarsi alla shut-in economy.

Si troveranno, immagina Lichfield:

«dei bizzarri compromessi che ci permetteranno di mantenere una qualche sembianza di vita sociale. Forse i cinema dimezzeranno i posti a sedere, appuntamenti e riunioni si terranno in stanze più grandi con sedie distanti l’una dall’altra, e le palestre esigeranno prenotazioni dagli utenti in anticipo al fine di non creare affollamenti al loro interno».

Ed in ogni caso sarà attraverso l’identificazione dei portatori positivi utilizzando la tecnologia che si potrà convivere con una latenza persistente del virus, senza al contempo negarsi la vita sociale, senza la quale l’uomo non è più umano.

Ma le condizioni stesse della shut-in economy sono in verità globali. E così proprio sotto l’intensificarsi dei contagi del Covid-19, la multinazionale italiana Tecnocap, terzo produttore mondiale di imballaggi metallici (chiusure metalliche per contenitori in vetro e plastica e di bombole aerosol e bottiglie di alluminio) e nato nel 1993, ha siglato il 28 febbraio 2020 una joint-venture con il Gruppo Indiano produttore di imballaggi in metallo e plastica Oricon Entreprise costituendo “Tecnocap Oriental Pvt” con sede a Mumbai detenuta per il 75% dal Gruppo Tecnocap e per il 25% da Oricon.

Con otto centri produttivi nel mondo (Spagna, Repubblica Ceca, Ucraina e Stati Uniti), di cui 3 in Italia con sede principale a Cava de’ Tirreni (Salerno), Tecnocap realizza il 75% del suo giro di affari tra l’Europa e gli Stati Uniti e conta di realizzare nel corso del 2020 un fatturato consolidato di circa 180 milioni.

Tra i suoi oltre 900 dipendenti più di 1/3, circa 350, sono in Italia, in cui si trova uno dei suoi tre centri di ricerca e sviluppo (Repubblica Ceca e Stati Uniti) che rendono il gruppo una realtà produttiva strutturata sulla sostenibilità, la responsabilità sociale e la trasformazione digitale.

Infatti, per il gruppo “sostenibilità e innovazione digitale sono i pilastri di ogni processo decisionale strategico”, si scrive, “per noi, creare valore sostenibile significa compiere azioni positive per anticipare le sfide globali, essere orientati verso il futuro e avere successo nel lungo periodo” . Inoltre, tali prodotti essenziali per la filiera non soltanto dell’agro-alimentare ma anche di quella farmaceutica, inclusa la cosmetica e la nutraceutica, grazie all’attività dei centri di ricerca diventano un elemento chiave dell’economia circolare arrivando ad essere 100% riciclabili abbattendo così notevolmente l’impatto in termini di energia impiegata e quindi dell’entropia sistemica.

La joint-venture con Oricon “rappresenta”, secondo l’azionista, fondatore e AD di Tecnocap, Michelangelo Morlicchio:

«un capitolo importante della nostra strategia di crescita internazionale realizzata attraverso la diversificazione del business e l’espansione verso mercati ad alta crescita».

Egli fu insignito del titolo onorifico di Cavaliere del Lavoro il 22 ottobre 2019 per il

«costante impegno etico e sociale volto al miglioramento delle condizioni di vita e di lavoro del Paese, unito allo spirito di iniziativa, al coraggio e all’intelligenza imprenditoriale».

Infatti, la persistenza del coronavirus non sarà tanto causa dell’arresto delle filiere del commercio internazionale quanto una metamorfosi dell’ordine mondiale che più che trasformare rivelerà l’inesistenza del feticcio della globalizzazione: il coronavirus comporterà un discorso ideologico securitario per controllare le supply chain che non farà che allinearsi con la realtà del commercio internazionale che è da decenni almeno strutturato su intrecci di accordi bilaterali, più che sull’apertura di accordi multilaterali su scala globale, come suggerisce Giulio Sapelli nella sua ultima pubblicazione 2020. Pandemia e Resurrezione (e-book, Guerini e Associati/goWare, 2020).

Inoltre, Sapelli giudica “sconcertanti” alcune “misure governative assunte dall’Italia” perché incapaci di difendere al contempo

«la parte essenziale dell’apparato produttivo senza di cui neppure le risorse per abbattere l’epidemia possono riprodursi. Il messaggio di ‘stare a casa’ — afferma Sapelli — è una rinuncia ad utilizzare in primo luogo tutte le possibilità e potenzialità tecnologiche che oggi poss[de]iamo per vincere il virus senza interrompere la macchina produttiva, distributiva e riproduttiva della società».

Perciò, ci si rivolge più all’esempio “prezioso a questo riguardo” della Corea del Sud e di Taiwan più che al Singapore e alla Cina. Spiega Sapelli:

«Il controllo delle frontiere non è stato considerato un livello adeguato di sicurezza, mentre grande attenzione è stata riservata alle linee guida per le scuole, le università e i luoghi di lavoro».

Di questo uso virtuoso della tecnologia alternativo all’inquietante Moloch cinese, ci informano Jaron Lanier e E. Glen Weyl su Foreign Affairs. Innanzitutto, il modello Taiwan catalizza

«il desiderio diffuso tra i cittadini di essere utili in quanto produttori, e non essere solo dei consumatori, degli strumenti necessari per la vittoria sul nemico — sia esso un esercito straniero o un virus letale. Le società che falliscono di agire secondo tale prospettiva in tempo di crisi sprecano la loro risorsa fondamentale».

Questo implica che lo stato non interviene unilateralmente in quanto produttore per fornire alla propria popolazione i beni necessari come se fosse una massa inerte di consumatori. La produzione si determina a partire dalle esigenze locali

«basata su un ethos di ampia partecipazione digitale e lo sviluppo di strumenti guidato dalle comunità».

Un approccio che rese attraverso l’uso di tecnologie il processo logistico di gestione della crisi sanitaria “veloce, preciso, e democratico”.

Perciò questa produzione di tecnologia viene detta “tecnologia civile”. Ampliando la partecipazione allo sviluppo di strumenti informatici attraverso l’intera società,

«Taiwan ha evitato sia la tecnocrazia, sia la tecnofobia, mantenendo la fiducia e il flusso bidirezionale dell’informazione di fronte alla crisi».

L’istituzione statale ha quindi provveduto

«le risorse computazionali necessarie e la banda larga per permettere che questi strumenti possano essere utilizzati dall’intera popolazione. L’esito non fu soltanto una distribuzione più efficace delle maschere, ma ha anche ridotto il panico ed ha generato un ampio, e giustificato, orgoglio».

La mano pubblica funge qui da vettore scalare per implementare su più larga scala ciò che si produce localmente secondo le logiche e necessità espresse di volta in volta da comunità specifiche. Tale “tecnologia civile” ci riporta alle proposte di Bernard Stiegler per far fronte agli effetti socio-economici dello sviluppo tecnologico che avevamo intervistato su Business Insider all’inizio del 2019.

Il lettore italiano potrà finalmente accedere al primo volume de La società automatica (trad. it. Paolo Vignola, Sara Baranzoni e Igor Pelgreffi, Edizioni Meltemi, 2019), dove il filosofo pone le basi della sua lettura delle sfide socio- economiche del contemporaneo. Come scrive in Operavivamagazine Peppe Allegri nella sua recensione al volume, il suo intento è “quello di contribuire a fomentare l’invenzione di una società post-salariale dentro e contro le sfide dell’innovazione tecnologica nella società digitale che diviene automatica”, dove l’economia contributiva emerge dall’azione sinergica di

«associazionismo di base e frammenti di classe dirigente” per ripensare “il territorio digitalizzato come interfaccia sociale, piattaforma abilitante, spazio di sperimentazione istituzionale e trasformazione delle relazioni sociali in prospettiva cooperativa, mutualistica, collaborativa, circolare, rigenerativa».

L’importanza della proposta stiegleriana, incentrata sull’economia contributiva, deriva dal fatto che il mondo post-coronavirus sarà sicuramente più post-salariale di oggi.

Edoardo Toffoletto, milanese, ha studiato all’Università degli Studi di Padova, al King’s College di Londra e alla Freie-Universität di Berlino. Vive a Parigi ed è dottorando in “Musica, storia e società”, affiliato al Cral (Centre de Recherche sur les Arts et le Langage) de l’Ehess (École des Hautes Études en Sciences Sociales) di Parigi. Collabora con l’Institut de Recherche et d’Innovation (Iri) dove segue temi di geopolitica e relazioni internazionali. Contribuisce regolarmentesu questi temi a Business Insider Italia.

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Graduated in European history in Florence, he started working in publishing soon after having come across a Mac computer in 1984

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