Far passeggiare un cane è un lavoro?

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L’architetto Melandri (Gastone Moschin) alle 5 di mattina porta a passeggiare Birillo che il Professor Sassaroli (Adolfo Celi) gli ha mollato insieme alla moglie, alle figlie e alla governante tedesca in uniforme. Come si fa a separarli, è un’unica catena di affetti! Una scena fondante di “Amici miei” di Mario Monicelli.

Con la dilagante pandemia si è scoperto che un hobby, un interesse, un’attività secondaria può diventare un lavoro vero e proprio e questo lavoro un primo passo verso un nuovo stile di vita. È un tema serissimo che Gillian Tett, giornalista di punta del “Financial Times”, affronta sul con questo brillante pie’ di pagina sul quotidiano di Londra. L’abbiamo tradotto per voi in italiano.

Buona lettura!

A New York si trova tutto

Il mese scorso ho affrontato un dilemma con il mio cane. Io e le mie figlie abbiamo dovuto fare un volo non previsto da New York a Denver per rimanere in Colorado piuttosto a lungo. Ecco che è sorto il dilemma di che fare con la nostra amata Charlie, una golden retriever, che era a New York.

Volevamo disperatamente portare Charlie con noi. Gli animali domestici, dopo tutto, sono di conforto nei momenti di stress e questo è purtroppo uno di quei momenti.

Ma non volevo tornare a New York a prendere Charlie e poi fare un viaggio di 26 ore in macchina per portarla a Denver e non c’erano opzioni di volo sensate.

“Trova qualcun altro che la accompagni. C’è un’applicazione per questo”, ha suggerito un amico. Ero dubbiosa: certo, uso le app per prenotare taxi, pasti e voli, ma non mi era mai capitato di dover trasportare un cane senza una adeguata preparazione, come se fosse una pizza.

Tutti felici e contenti

Ho preso sul serio quel suggerimento e ho quindi scoperto un sito chiamato CitizenShipper. Tre giorni — e 825 dollari — dopo, Charlie è arrivata a Denver nella macchina di una coppia di millennial amanti dei cani.

Le mie figlie erano così felici che ho ingoiato meglio il rospo del costo (più i 159 dollari aggiuntivi di intermediazione). Anche i traslocatori del cane erano contenti.

Mi hanno allegramente spiegato di avere iniziato questo servizio come un’attività secondaria e occasionale, ma durante la pandemia la domanda è aumentata a tale punto che il trasporto dei cani è oggi la loro principale fonte di reddito.

“Ci piace molto”, ha detto Robert, l’autista. Sua moglie ha partorito sei mesi prima e ha scoperto che portare in giro i cani era un modo per entrambi di stare di più e, in maniera semplice, insieme al loro figlio, mentre venivano pagati.

È una storia semplice. Ma mette in evidenza un tema chiave della nostra epoca: la digitalizzazione e la pandemia stanno trasformando molti di noi nell’equivalente cibernetico dei cacciatori-raccoglitori di un tempo, ma in modo del tutto nuovo.

Fa riflettere.

Nuovi lavori, non solo lavori spazzati via

Negli ultimi anni, c’è stato un turbinio di dibattiti sul modo nel quale la digitalizzazione sta spazzando via posti di lavoro.

Non c’è da stupirsi: uno studio del 2013 della Oxford Martin School, ampiamente citato, ha ipotizzato che la metà dei ruoli esistenti sul lavoro potrebbe essere automatizzata nei prossimi due decenni. Sembra spaventoso.

Ma ciò che viene spesso ignorato è che la digitalizzazione sta anche creando nuovi posti di lavoro. La velocità e la scala con cui questo avviene sono difficili da misurare: mentre i posti di lavoro che vengono eliminati avvengono in organizzazioni (e quindi facili da rilevare), i posti di lavoro che vengono creati sono spesso “gig” o legati a lavori non tradizionali, sia a termine che indeterminati.

Ma i dati disponibili sono impressionanti. Un sondaggio sull’economia delle famiglie e il lavoro, condotto dalla Federal Reserve, ha rilevato che, nel 2020–21, il 27 per cento degli adulti ha guadagnato qualcosa da lavoretti “gig” e l’8 per è un lavoratore gig regolare con più di 20 ore impiegate in attività gig.

Identikit del lavoratore gig

La maggior parte di questi lavoratori sono giovani, relativamente poveri e non bianchi.

Un sondaggio pubblicato dal Pew Research Center ne mese di dicembre 2021, per esempio, ha scoperto che il 30 per cento di persone con meno di 30 anni hanno fatto lavori gig, mentre nelle fasce d’età più anziane la percentuale è del 50%.

Al 30 per cento di ispanici che ha fatto un lavoro gig, corrisponde una percentuale molto più bassa di americani bianchi con una simile esperienza.

In modo significativo si stima che solo un americano ricco su 10 sia un gig worker, rispetto a uno su quattro dei gig tra i più poveri.

Il fulcro di tale lavoro varia con gli spostamenti della domanda di servizi: durante la pandemia il 25% dei lavoratori gig ha visto aumentare il proprio reddito, mentre un altro quarto lo ha visto diminuire.

Ma nessuno si aspetta che il lavoro gig scompaia alla svelta; al contrario, la pandemia lo ha radicato ancora di più.

È una cosa buona, il lavoro gig?

Gli economisti di sinistra potrebbero gridare “no”, dato che il lavoro gig non è solo precario e spoglio di tutele, ma spesso meno compensato delle forme tradizionali di occupazione.

Molti economisti del libero mercato, tuttavia, potrebbero argomentare che la mancanza di una struttura fissa del lavoro gig è precisamente ciò che lo rende così vivace e innovativo e quindi meglio in grado di adattarsi a modelli mutevoli di domanda.

Alcuni lavoratori gig amano la libertà che arreca, a patto che siano equamente compensati e trattati dalle piattaforme tecnologiche. Il che è un grande “se”.

Mentre il dibattito morale intorno al lavoro gig continua e infuria, soffermiamoci sul nostro concetto di lavoro, su quella che si chiama la cultura del lavoro.

Ancora 9-to-5? Che barba!

Nel 20° secolo, si presumeva diffusamente che il lavoro fosse separato dalla casa e dalla vita sociale del lavoratore; esistevano confini temporali e spaziali tra il lavoro e tutto il resto.

Tuttavia, come ha osservato l’antropologo evoluzionista Joseph Henrich, molti tratti che gli occidentali considerano oggi normali sono in realtà atipici per gli standard più ampi della storia: i cacciatori-raccoglitori, i contadini e chiunque altro al di fuori del moderno mondo occidentale hanno avuto confini assai fluidi tra lavoro, famiglia e vita privata.

Per costoro l’idea del “9-to-5” apparirebbe bizzarra.

Ciò che la gig economy del 21° secolo sta facendo è essenzialmente ripotare le persone verso quello che è sempre esistito.

Per qualcuno come Robert, che ha un cane e un bambino in macchina mentre sta lavorando, i confini tra casa e lavoro, o famiglia e colleghi, sono diventati impercettibili.

L’aumento del lavoro da casa durante la pandemia li ha ulteriormente confusi, anche per le persone che svolgono forme di lavoro più tradizionali.

Questo potrebbe sembrare terrificante. Ma per alcune persone — e per i loro cani — è stato anche liberatorio.

Da: Gillian Tett, What delivering a dog to Denver tells us about work, “The Financial Times”, 5 gennaio 2022

Gillian Tett è responsabile della redazione USA del “Financial Times”. Scrive di questioni economiche, finanziarie, politiche e sociali. Nel 2014, è stata nominata “Columnist of the Year” nel British Press Awards ed è stata la prima destinataria del Royal Anthropological Institute Marsh Award. Nel giugno 2009 il suo libro Fool’s Gold ha vinto il Financial Book of the Year.

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Laureatosi in storia a Firenze nel 1977, è entrato nell’editoria dopo essersi imbattuto in un computer Mac nel 1984. Pensò: Apple cambierà tutto. Così è stato.

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Mario Mancini

Mario Mancini

Laureatosi in storia a Firenze nel 1977, è entrato nell’editoria dopo essersi imbattuto in un computer Mac nel 1984. Pensò: Apple cambierà tutto. Così è stato.

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