F.D. Roosevelt: Romperemo le tradizioni sciocche

✎ Think|Tank. Il saggio del mese [dicembre 2020]

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Jacob H. Perskie, Ritratto di F.D. Roosevelt, particolare, Empire State Plaza, New York.

Chicago, Ill., 2 luglio 1932

Presidente Walsh, amici della convenzione nazionale democratica del 1932, apprezzo la vostra capacità, dopo sei dure giornate, di rimanere qua, poiché conosco bene le ore insonni che voi e io abbiamo avuto. Mi rincresce di essere giunto in ritardo ma non posso controllare il corso dei venti e posso solo essere grato per la mia esperienza in marina.

La presenza di fronte alla convenzione nazionale della persona che ha ricevuto la candidatura alla presidenza, perché questa gli venga notificata formalmente, è senza precedenti e inconsueta, ma questi sono tempi senza precedenti e inconsueti. Ho intrapreso i compiti che mi stanno davanti rompendo l’assurda tradizione secondo cui il candidato pretende di ignorare l’accaduto per settimane, sino a che la nomina non gli viene notificata con molte settimane di ritardo.

Amici miei, possa questo essere un simbolo delle mie intenzioni di essere onesto e di evitare tutte le ipocrisie e le dissimulazioni, di evitare di chiudere stupidamente gli occhi alla verità in questa campagna. Voi mi avete nominato e io lo so, e sono qui per ringraziarvi di questo onore.

Possa essere simbolico anche il fatto che così facendo io rompo delle tradizioni. D’ora innanzi poniamo fra gli obbiettivi del nostro partito quello di rompere le tradizioni sciocche. Romperemo le tradizioni sciocche e lasceremo ai leaders repubblicani il compito, in cui sono molto più abili, di rompere le promesse.

Stabiliamo qui e subito di riprendere l’interrotta marcia del paese lungo il sentiero del vero progresso, della vera giustizia, della vera eguaglianza per tutti i nostri cittadini, grandi e piccoli.

Il nostro indomabile dirigente in questa marcia non è più con noi, ma vive ancor oggi il suo spirito. Molti dei suoi capitani, grazie a Dio, sono ancora con noi, per darci un saggio consiglio.

Possiamo noi sentire che in tutto ciò che facciamo vive con noi se non il corpo, il grande, indomabile, inesauribile, animo progressista del nostro comandante in capo, Woodrow Wilson.

Vi sono molti punti su cui voglio mettere in chiaro la mia posizione quanto prima è possibile, nel corso di questa campagna. Quell’ammirevole documento, la piattaforma che avete accettato, è chiara. Io la accetto al cento per cento.

E voi potete accettare il mio impegno che io non lascerò dubbi o ambiguità circa la mia posizione su ogni problema nel corso di questa campagna.

Mentre ci prepariamo a questa nuova battaglia, teniamo sempre presenti alcuni degli ideali del partito: il fatto che il partito democratico, per tradizione e per la perdurante logica della storia, passata e presente, è il portatore del liberalismo e del progresso, e nello stesso tempo della sicurezza delle nostre istituzioni.

E se questo appello fallisse, amici miei, ricordate bene che un risentimento contro il fallimento della dirigenza repubblicana — e notate bene che in questa campagna io non userò il termine «partito repubblicano», ma sempre e comunque, quello di «dirigenza repubblicana» — e il fallimento della dirigenza repubblicana nel risolvere i nostri problemi potrà degenerare in uno sfrenato radicalismo.

Il grande fenomeno sociale di questa depressione, diversamente da altri casi che l’hanno preceduta, è che essa ha prodotto pochissime di quelle disordinate manifestazioni che troppo spesso avvengono in tempi come questi.

Il radicalismo selvaggio ha fatto pochi adepti, e il massimo che io posso offrire ai miei concittadini consiste nel dire che in questi giorni di violento bisogno persiste uno spirito di ordine e di speranza fra i milioni di persone che hanno sofferto tanto. Fallire nell’offrir loro una nuova possibilità equivarrebbe non solo a tradire le loro speranze, ma a fraintendere la loro pazienza.

Affrontare con la reazione questo pericolo del radicalismo significa invitare al disastro. La reazione non è una barriera ai radicali. È una sfida, una provocazione. La via per affrontare quel pericolo sta nell’offrire un programma possibile di ricostruzione, e il partito che può farlo è quello con le mani pulite. Questo, e solo questo, può essere una valida protezione contro la cieca reazione da una parte e un opportunismo improvvisato, irresponsabile e senza via d’uscita dall’altra.

Esistono due modi con cui guardare al compito del governo sui problemi che toccano la vita economica e sociale. Il primo fa sì che alcuni privilegiati vengano aiutati e spera che parte della loro prosperità scivoli, scenda giù, sino all’operaio, al contadino, al piccolo uomo d’affari.

Questa teoria appartiene al partito tory, e io speravo che la maggior parte dei suoi aderenti avessero lasciato il paese nel 1776.

Ma questa non è e non sarà mai la teoria del partito democratico.

Questo non è il tempo della paura, della reazione, o della pavidità. Qui e ora invito quei repubblicani che ritengono che la loro coscienza non può venire beffata dalle difficoltà e dal fallimento dei leaders del loro partito a unirsi a noi; qui e ora, in ugual misura, io avverto quei democratici che guardano il futuro con volti rivolti al passato, e che non sentono la responsabilità delle richieste dei tempi nuovi, che essi non stanno andando al passo con il partito.

Sì, il popolo di questo paese quest’anno vuole una vera scelta, non una scelta fra due nomi per la stessa dottrina reazionaria. Il nostro deve essere il partito del pensiero liberale, dell’intervento pianificato, della prospettiva internazionale illuminata, e del massimo bene per il massimo numero di cittadini.

Ora è inevitabile — e la scelta è quella del momento — è inevitabile che il principale problema di questa campagna sia quello delle nostre condizioni economiche, una depressione così profonda da essere senza precedenti nella storia moderna. Non basterà affermare, come fanno i leaders repubblicani per spiegare le loro infrante promesse di continua inattività, che la depressione è mondiale.

Questa non era la loro spiegazione dell’apparente prosperità del 1928. La gente non dimenticherà la loro pretesa di allora secondo cui la prosperità era solo un prodotto nazionale fabbricato da un presidente repubblicano e da un congresso repubblicano. Se chiedono la paternità dell’una non possono negare la paternità dell’altra.

Non posso affrontare adesso tutti i problemi. Voglio toccarne solo alcuni vitali. Diamo un’occhiata alla storia recente e ad alcuni semplici elementi di economia, il tipo di economia di cui voi e io e l’uomo e la donna comuni parlano.

Sappiamo che negli anni precedenti al 1929 questo paese aveva completato un vasto ciclo di espansione e di inflazione: per dieci anni ci siamo sviluppati sulla teoria di por riparo ai danni della guerra, ma in realtà espandendoci ben oltre questo livello, e anche ben oltre il nostro sviluppo naturale e normale.

Ora vale la pena di ricordare, e le fredde cifre delle finanze lo provano, che durante quel periodo si verificò una caduta scarsa o nulla nei prezzi al consumo, sebbene quelle stesse cifre provino che i costi di produzione caddero grandemente; i profitti che le compagnie industriali ricavarono in quel periodo furono enormi; al contempo ben poco di quei profitti venne devoluto alla riduzione dei prezzi.

Il consumatore venne dimenticato. Ben poco si trasformò in incremento dei salari; il lavoratore venne dimenticato, e non venne mai pagata in nessun modo una proporzione adeguata in dividendi — l’azionista venne dimenticato.

E, tra l’altro, ben poco venne prelevato attraverso la tassazione dal benevolo governo di quegli anni. Quale fu il risultato? Si accumularono enormi surplus societari — i più grandi della storia.

Dove andarono, secondo i dettami della delirante speculazione, questi surplus? Diciamo dunque cose che le cifre provano e che possiamo capire. Perché, essi andarono principalmente in due direzioni: in primo luogo, in nuovi e inutili impianti che ora stanno fermi e oziosi; e, in secondo luogo, nel mercato del denaro a breve di Wall Street, sia direttamente dalle società, sia indirettamente attraverso le banche. Questi sono i fatti. Perché nasconderli?

Poi venne il crollo. Sapete la storia. I surplus investiti in impianti inutili vennero immobilizzati. Gli uomini persero i loro lavori; la capacità di acquisto si prosciugò; le banche si spaventarono e cominciarono a riscuotere i loro crediti. Coloro che disponevano di denaro non volevano separarsene. Il credito si ridusse. L’industria si fermò. Il commercio diminuì, e la disoccupazione crebbe.

E qui stiamo oggi.

Traducete tutto ciò in termini umani. Vedete come gli avvenimenti degli ultimi tre anni hanno toccato alcuni gruppi di persone: in primo luogo, il gruppo che dipende dall’industria; in secondo luogo, il gruppo che dipende dall’agricoltura; in terzo luogo, i cosiddetti «piccoli investitori e risparmiatori», costituiti in larga misura dai primi due gruppi.

Di fatto, il legame più stretto fra i primi due gruppi, l’agricoltura e l’industria, è il fatto che i risparmi e in una certa misura la sicurezza di entrambi sono congiunti in quel terzo gruppo — la struttura creditizia della nazione.

Non è mai accaduto nella storia che gli interessi di tutto il popolo fossero così fusi in un unico problema economico. Figuratevi, ad esempio da voi, i grandi gruppi di proprietà posseduti da milioni dei nostri concittadini, rappresentati dai criteri emessi sotto forma di titoli e ipoteche — titoli pubblici di tutti i tipi, federali, statali, di contea, municipali; titoli di società industriali, di società pubbliche, ipoteche su beni immobili in campagna e in città, e infine i vasti investimenti della nazione nelle ferrovie. Quale è il grado di sicurezza di ciascuno di questi gruppi? Noi sappiamo bene che nella nostra complessa e intersecata struttura creditizia se uno di questi gruppi vacilla, tutti possono crollare.

Un pericolo per uno è un pericolo per tutti.

Come ha trattato, mi chiedo, l’interrelazione fra questi gruppi creditizi l’attuale amministrazione a Washington? La risposta è chiara: essa non ha riconosciuto affatto l’esistenza di qualsiasi interrelazione.

Perché, chiede la nazione, Washington non è riuscita a comprendere che tutti questi gruppi, ciascuno e tutti, la cima e il fondo della piramide, ciascuno e tutti sono interdipendenti; influendo ciascuno e tutti sul tessuto finanziario nel suo complesso?

Una capacità di visione prospettica e nazionale, amici miei, comporta l’offerta di aiuto a tutti e nello stesso tempo.

Solo poche parole sulle tasse, le tasse che tutti paghiamo per i costi di tutti i servizi del governo.

Io so qualcosa delle tasse. Per tre lunghi anni ho percorso in lungo e in largo questo paese predicando che il governo — federale, locale e statale — costa troppo. Non smetterò di predicarlo. In linea pratica, dobbiamo cominciare coll’abolire gli uffici inutili.

Dobbiamo eliminare le funzioni inutili del governo –- funzioni che, in realtà, non sono assolutamente essenziali all’attività del governo. Dobbiamo riunire, unificare le suddivisioni del governo e, come il privato cittadino, eliminare i lussi che non ci possiamo permettere.

Con il nostro esempio a Washington, avremo l’opportunità di indicare la strada delle economie ai governi locali, giacché sappiamo bene che di ogni dollaro di tasse pagate in media a uno Stato di questa nazione, 40 centesimi entrano nel Tesoro di Washington, 10 o 12 centesimi vanno alle capitali degli Stati, e 48 centesimi sono consumati dai costi dei governi locali nelle contee, nelle città e nei villaggi.

Io propongo a voi, amici miei, e attraverso di voi, che i governi di tutti i tipi, grandi e piccoli, diventino solventi e che l’esempio venga dato dal presidente degli Stati Uniti e dal suo gabinetto.

E a proposito dell’opportunità di dare esempi chiari, io mi congratulo con questa convenzione per aver avuto il coraggio di scrivere senza paura nella sua dichiarazione di principi quello che una schiacciante maggioranza qui riunita pensa effettivamente del 18° emendamento[1]. Questa convenzione ne chiede l’abrogazione. Il vostro candidato ne chiede l’abrogazione. E io sono certo che gli Stati Uniti d’America ne chiedono l’abrogazione.

Due anni fa la piattaforma con cui io posi la mia candidatura per la seconda volta a governatore conteneva sostanzialmente la stessa richiesta.

L’opinione prevalente fra la popolazione del mio Stato, mostrato dal voto di quell’anno, si estende, ritengo, alla popolazione di molti altri Stati. Vi dico ora che da questa data in poi il 18° emendamento è condannato.

Quando questo accadrà, noi come democratici avremo il dovere, morale e materiale, di mettere in grado gli Stati di proteggersi contro l’importazione di liquore nocivo laddove ciò possa violare le leggi dello Stato. Dobbiamo materialmente e moralmente impedire il ritorno dei saloons.

Per tornare all’arido soggetto della finanza, giacché tutto è collegato — anche il 18° emendamento ha qualcosa a che fare con la finanza — in un complesso programma per la ricostruzione dei grandi gruppi creditizi, compreso il governo, io metto in una posizione eminente quella preziosa dichiarazione di principio presente nella piattaforma qui adottata, che chiede che vengano poste alla luce del giorno le emissioni di titoli, stranieri e nazionali, che vengono offerti in vendita agli investitori.

Amici miei, voi e io, come cittadini di buon senso, sappiamo che gioverà proteggere i risparmi del paese dalla disonestà dei ladri e dalla mancanza di onore di alcuni esponenti dell’alta finanza. La pubblicità è nemica della malafede.

E ora una parola sulla disoccupazione, e incidentalmente sull’agricoltura. Io ho favorito l’utilizzo di alcuni tipi di lavori pubblici come mezzi di emergenza per stimolare l’occupazione e remissione di titoli per pagare questi lavori, ma ho sottolineato che nessun fine economico viene servito se noi costruiamo senza un necessario disegno.

Questi lavori, naturalmente, debbono essere per quanto è possibile autosufficienti, se debbono essere finanziati mediante l’emissione di titoli. Per estendere gli effetti di tutti questi interventi quanto più è possibile, dobbiamo intraprendere dei passi decisivi verso la riduzione della giornata e della settimana lavorativa.

Cerchiamo di usare il buon senso e il senso degli affari. Per esempio, noi sappiamo che un mezzo molto immediato ed efficace di ripresa, sia per il disoccupato che per l’agricoltore, verrebbe da un ampio piano per convertire molti milioni di acri di terra marginale e inutilizzata in boschi cedui attraverso la riforestazione.

Ci sono decine di milioni di acri soltanto a est del fiume Mississippi, dove sono fattorie abbandonate, terre tagliate fuori, sulle quali ora crescono solo cespugli selvatici. Del resto ciascuna nazione europea ha una ben precisa politica territoriale e ne ha avuta una da generazioni. Noi non ne abbiamo.

Non avendone, abbiamo davanti un futuro di erosione del suolo e carestia di legname. E chiaro che una programmazione economica e l’impiego immediato vanno avanti di pari passo con la richiesta di rimboschimento di queste vaste aree.

Con questo programma potremmo dare lavoro a milioni di uomini. Questo è un genere di lavoro profittevole, e quindi capace di essere finanziato mediante l’emissione di titoli che vengono assicurati con la crescita di formidabili raccolti che forniranno adeguate garanzie all’investimento.

Sì, io ho un programma molto preciso per trovare occupazioni con questi mezzi. L’ho già attuato, e continuo ad attuarlo nello Stato di New York. So che il partito democratico può attuarlo con successo in tutta la nazione. Questo metterà gli uomini al lavoro e ci darà un esempio del tipo di intervento che potremo avere.

Quindi, come ulteriore aiuto all’agricoltura, lo sappiamo molto bene — ma l’abbiamo detto anche con chiarezza e precisione — dovremo abolire quei provvedimenti di legge che costringono il governo federale a entrare nel mercato per comprare, vendere e speculare sui prodotti agricoli in un futile tentativo di ridurre i surplus dell’agricoltura.

E questa è la gente che parla di tener il governo fuori del mondo degli affari. La maniera pratica per aiutare l’agricoltore consiste in provvedimenti che, oltre ad alleggerire in parte il peso che lo grava, facciano qualcosa per una riduzione del surplus di prodotti che giacciono sul mercato. Dovrebbe essere nostro compito aggiungere al prezzo internazionale dei prodotti agricoli la protezione di una ragionevole tariffa, per dare all’agricoltura la stessa protezione che ha oggi l’industria.

E sono certo che in cambio di questo immediato incremento dei guadagni gli agricoltori di questa nazione accetteranno alla fine di pianificare la loro produzione per ridurre il surplus e vanificare negli anni successivi la necessità di dipendere dalla svendita di questi surplus all’estero per sostenere i prezzi interni.

Questo risultato è stato raggiunto in altre nazioni; perché non anche in America?

I leaders e gli economisti agricoli, in genere, ritengono che un piano basato su questo principio costituisca un primo augurabile passo nella ricostruzione dell’agricoltura. Non costituisce di per sé un programma completo, ma servirà grandemente sul lungo periodo a rimuovere il gravame del surplus senza la perpetua minaccia di un dumping mondiale.

Una riduzione volontaria dei surplus è parte del nostro obbiettivo, ma la lunga presenza e l’attuale peso dei surplus esistenti rende necessario por riparo ai grandi danni del momento attuale mediante immediate misure d’emergenza.

Un piano di questo genere, amici miei, non costa denaro al governo, né lo inserisce nel mondo degli affari e della speculazione.

Per quanto riguarda l’effettiva presentazione di un progetto di legge, io credo che il partito democratico sia pronto ad adottare quello che i gruppi responsabili di agricoltori indicheranno. È il principio a essere valido; e nuovamente io chiedo di agire.

Un’altra parola ancora sui contadini, e so che ogni delegato in questa sala che vive in città sa perché io pongo l’accento sui contadini. È perché metà della nostra popolazione, oltre 50 milioni di persone dipendono dall’agricoltura; e, amici miei, se quei 50 milioni di persone non hanno denaro per comprare ciò che viene prodotto nella città, le città soffrono in misura analoga o maggiore.

Questa è la ragione per cui ci prepariamo a far comprendere agli elettori quest’anno che questa nazione non è soltanto una nazione indipendente, ma è anche destinata a essere, se vogliamo sopravvivere, una nazione, interdipendente — tra città e campagna, nord e sud, est e ovest. Questo è il nostro obbiettivo e questo obbiettivo verrà compreso dagli abitanti di questo paese dovunque essi vivano.

Sì, il potere d’acquisto di quella metà della nostra popolazione che dipende dall’agricoltura è svanito. Le ipoteche agricole raggiungono quasi i dieci miliardi di dollari e soltanto gli interessi su queste ammontano a 560 milioni di dollari all’anno.

Ma questo non è tutto. Il peso fiscale provocato dall’inefficienza e dall’inettitudine dei governi locali costituisce un fattore addizionale. Nostro obbiettivo immediato deve essere la riduzione del peso degli interessi su queste ipoteche.

Il risconto delle ipoteche agricole in condizioni di salutari restrizioni deve esser aumentato e in futuro dovrebbe essere condizionato da una riduzione dei tassi di interesse. Il pagamento degli ammortamenti, e degli interessi, dovrebbe essere allungato prima di permettere il risconto, laddove il debitore sia in grave difficoltà.

Questo, amici miei, è un altro esempio di aiuto pratico e immediato: l’azione.

Io ho intenzione di fare la stessa cosa, e può essere fatta, per i piccoli proprietari di case nelle città e nei paesi. Possiamo alleggerire le loro spese e sviluppare il loro potere d’acquisto.

Allontanate, amici miei, lo spettro della data di scadenza per un po’. Salvate le case; salvate le case per migliaia di famiglie rispettabili, e allontanate lo spettro dell’insicurezza tra di noi.

Dalle tonnellate di carta stampata, dalle ore di discussione, dalle recriminazioni, dalle difese, dai facili progetti di Washington e di tutti gli Stati, emerge un semplice dato, chiaro come il cristallo ed è che durante gli ultimi dieci anni una nazione di 120 milioni di persone è stata portata dai dirigenti repubblicani a erigere un inespugnabile reticolato di filo spinato attorno ai suoi confini per mezzo di tariffe strumentali che ci hanno isolato dagli altri esseri umani nel resto del mondo.

Io accetto la pregevole decisione sulle tariffe che è nella piattaforma di questa convenzione. Proteggerebbe il mondo degli affari e i lavoratori americani. Con le nostre azioni passate noi abbiamo richiesto e ricevuto il trattamento che ci meritavamo da parte delle altre nazioni.

Io propongo di invitarle a dimenticare il passato, a sedersi attorno a un tavolo assieme a noi, da amici, e di pianificare con noi la ripresa del commercio mondiale.

Andate a casa dell’uomo d’affari. Egli sa bene quello che gli hanno fatto le tariffe. Andate a casa dell’operaio. Sa perché le merci non si muovono. Andate a casa del contadino. Sa perché le tariffe lo hanno rovinato.

Finalmente abbiamo aperto gli occhi. Finalmente il popolo americano è pronto a riconoscere che i dirigenti repubblicani hanno sbagliato e che quelli democratici hanno ragione.

Il mio programma, del quale posso esporre solo questi punti, si fonda su di un semplice principio morale: il benessere e la salute di una nazione dipendono in primo luogo da ciò di cui ha bisogno e che desidera la maggioranza della sua popolazione; e in secondo luogo dal fatto che lo ottenga o meno.

Cos’è che la popolazione americana desidera più di ogni altra cosa? Secondo me essa vuole due cose: il lavoro, con tutti i valori morali e spirituali che comprende; e assieme al lavoro, un ragionevole livello di sicurezza — sicurezza per sé stessi, per le proprie mogli e per i propri figli. Lavoro e sicurezza — queste sono più che parole. Sono più che fatti. Sono valori spirituali, i veri obbiettivi che dovremmo raggiungere con i nostri sforzi di ricostruzione. Questi sono i valori a cui mira il nostro programma; questi sono i valori che non siamo riusciti a raggiungere coi governanti attuali.

I nostri leaders repubblicani ci parlano di leggi economiche — sacre, inviolabili, immutabili — che causano situazioni di panico che nessuno può prevenire. Ma mentre essi blaterano di leggi economiche, uomini e donne muoiono di fame.

Dobbiamo essere coscienti del fatto che le leggi economiche non sono state fatte dalla natura. Sono state fatte da esseri umani.

Sì, quando — e non se — quando ne avremo la possibilità, il governo federale prenderà audacemente l’iniziativa per la ripresa dalla depressione. Per anni Washington si è divisa tra il mettere la testa sotto la sabbia dicendo che non c’era tra noi un grosso numero di disoccupati bisognosi di cibo e abiti, e il dire che, se ce ne erano, dovevano farsene carico gli Stati.

Invece di pianificare due anni e mezzo fa di fare quello che stanno cercando di fare ora, l’hanno rimandato di giorno in giorno, di settimana in settimana, e di mese in mese, fino a che la coscienza dell’America ha richiesto l’azione.

Io dico che mentre la responsabilità primaria dell’assistenza spetta agli enti locali, ora e sempre, tuttavia il governo federale ha sempre avuto, e ha tuttora, la responsabilità permanente dell’assistenza pubblica intesa in senso più vasto. E presto adempirà questo compito.

E ora, qualche parola per i progetti dei prossimi quattro mesi. Venendo qua, invece di aspettare la nomina ufficiale, ho chiarito che ritengo che dovremmo eliminare cerimoniali costosi e che dovremmo mettere in moto subito, stasera, amici miei, l’apparato necessario per una presentazione adeguata dei nostri programmi all’elettorato della nazione.

Io stesso ho compiti importanti come governatore di un grande Stato, compiti che di questi tempi sono più duri e più gravi che in ogni periodo precedente. Tuttavia ritengo che riuscirò a fare un numero di brevi viaggi in molte parti della nazione.

Questi miei viaggi avranno come obbiettivo principale lo studio di prima mano, dalle labbra di uomini e donne di tutti i partiti e di tutti i mestieri, delle condizioni attuali e dei bisogni di ogni parte di un paese interdipendente.

Ancora una parola: l’umanità esce da ogni crisi, da ogni tribolazione, da ogni catastrofe, con un’accresciuta dose di consapevolezza e di rispetto, con obbiettivi più elevati. Oggi usciamo da un periodo di scarso rigore intellettuale, di poca moralità, da un’era di egoismo, sia tra uomini e donne, che tra nazioni.

Non rimproveriamo di ciò solo i governi. Rimproveriamo noi stessi in egual misura. Siamo franchi nel riconoscere che molti fra noi hanno obbedito a Mammone, che i profitti della speculazione, la strada facile che non costa fatica, ci hanno attirato dalle vecchie barricate. Per tornare a livelli più alti, dobbiamo abbandonare i falsi profeti e cercare nuovi governanti di nostra scelta.

Mai prima nella storia moderna le differenze sostanziali tra i due principali partiti americani sono state così in contrasto come oggi. I leaders repubblicani non hanno solo fallito nel concreto, ma hanno dato prova di non possedere una prospettiva nazionale, poiché nel momento del disastro essi non hanno avanzato nessuna speranza, non hanno indicato alcuna strada alla gente in basso per ritornare ai luoghi della sicurezza e della salvezza del nostro modo di vita americano.

In tutta la nazione, uomini e donne, dimenticati dalla filosofia politica del governo degli ultimi anni guardano a noi in cerca di una guida e di una possibilità più equa di partecipare alla distribuzione della ricchezza nazionale.

Nelle campagne, nelle grandi aree metropolitane, nelle città e nei paesi, milioni di cittadini gioiscono alla speranza che la loro vecchia maniera di vivere e di pensare non sia sparita per sempre. Questi milioni non possono e non debbono sperare invano.

Io impegno voi tutti, impegno me stesso, a un nuovo patto (new deal) per il popolo americano.

Proclamiamoci, tutti qui riuniti, profeti di un nuovo ordine di competenza e di coraggio. Questa è più di una campagna politica; è una chiamata alle armi.

Datemi il vostro aiuto, non solo per conquistare voti, ma per vincere questa crociata il cui scopo è restituire l’America al suo popolo.

Franklin Delano Roosevelt (1882–1945) ricoprì la carica di Presidente degli Stati Uniti d’America dal 1932 al 1945.

Esponente del Partito Democratico, Roosevelt ricostruì l’economia americana travolta dalla grande crisi del 1929 con il New Deal (nuovo patto), una politica d’intervento dello Stato in campo economico e di sviluppo della democrazia sociale e sindacale.

Allo scoppio della seconda guerra mondiale si schierò con le democrazie europee in guerra contro il nazifascismo e, dopo l’entrata in guerra degli Usa che seguì l’attacco giapponese a Pearl Harbor (1941), guidò lo sforzo bellico contro le potenze dell’Asse. Fu tra i protagonisti, con Stalin e Churchill, della conferenza di Jalta (febbraio 1945) in cui furono gettate le basi del nuovo assetto mondiale del dopoguerra.

Morì nella primavera del 1945, pochi giorni prima della capitolazione della Germania.

Note

[1] II diciottesimo emendamento alla Costituzione proibiva la fabbricazione, la vendita, il trasporto di alcolici sul territorio nazionale, eliminando nel contempo la diffusione dei saloons. Approvato dal Congresso nel 1917, ratificato da un certo numero di stati nel 1919, diventò effettivo su tutto il territorio nazionale il 16 gennaio 1920.

Tratto da: Franklin D. Roosevelt, Il discorso del New Deal, trad. it. di Bruno Cartosio, Roma, manifestolbri, 1995

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Graduated in European history in Florence, he started working in publishing soon after having come across a Mac computer in 1984

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