Escher: l’olandese dell’arte psichedelica

Estratto dal libro: Voli d’artista. Vite (e opere) da collezione, di Marika Lion, goWare, 2019, pp. 44–50

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Ma cosa hanno di diverso gli artisti olandesi? Se pensiamo a Vincent van Gogh che si tagliò un lobo di un orecchio o a Frans Hals che piangeva a calde lacrime mentre dipingeva i suoi allegri beoni, allora anche Maurits Cornelis Escher può sorprenderci quanto a stranezze.

A scuola è una vera frana, soprattutto in matematica, ma quando comincia a dedicarsi alla xilografia e alla litografia si rivela un vero talento. Escher diventa un idolo in campo scientifico, al punto da evidenziare alcune leggi matematiche e la logica in esse nascosta in maniera tale da sbalordire gli studiosi.

Nato a Leeuwarden nel 1898, figlio di un ingegnere benestante, fino a cinquant’anni non sbarca il lunario e anche se si impegna a dipingere, abitando tra l’altro in Italia (1923–1935), la vita gli è un po’ ostile. Vende le sue stampe e disegna copertine di riviste, francobolli, banconote, carta da parati ed esegue dipinti murali per cimiteri.

Negli anni Cinquanta, la ruota della fortuna prende a girare e nel 1952 partecipa anche alla Biennale di Venezia, cominciando a guadagnare persino di più di quanto lui stesso si aspetti. In un solo anno vende seicentomila stampe.

Inizialmente gli acquirenti sono per lo più giovani americani interessati alla Pop Art e hippy che riconoscono in lui il primo autentico artista psichedelico. Si comincia a vedere i suoi lavori stampati sulle magliette e sulle copertine dei dischi o trasformati in poster. La sua personale del 1972 alla National Gallery of Art di Washington ha un enorme successo di pubblico e la fama raggiunge anche la sua Olanda.

Gli amici lo apprezzano per quella sorta di umorismo spesso presente nelle sue opere: del resto lo stesso Escher sostiene di cercare, soprattutto, di meravigliare ed eccitare la gente, non tanto di volerla compiacere quanto di farsene beffe.

Anche i matematici sono entusiasti della sua arte, nonostante si sappia che Escher non ne capisca nulla di questa scienza. Eppure dimostra i principi basilari della stereometria mediante l’uso perfetto della prospettiva e disorienta gli scienziati con le sue costruzioni di edifici a dir poco “impossibili”.

Escher, con la sua arte, sopravvive, ci sfida, ci fa cambiare e ancora ci diverte.

Da: Marika Lion, Voli d’artista. Vite (e opere) da collezione, goWare, 2019, pp. 74–78

Contenuti del libro:

Pierre-Joseph Redouté, il Rembrandt delle rose
Escher: l’olandese dell’arte psichedelica
Novecento italiano, l’arte e la storia di Giorgio Morandi
Il Cubismo, Braques e Picasso: ecco la vera storia
John Constable, il pittore inglese innamorato delle nuvole
Fotografia, ma chi era Duncan?
Vermeer: donne preziose come perle
Amedeo Modigliani e la sua sfrenata passione per le donne
Il teatro-museo di Figueres, testamento artistico di Dalí
Tamara de Lempicka, l’erotismo celato negli sguardi
Augustus John, il pittore zingaro delle donne
Bernini: il trionfo del barocco a Roma
Andy Warhol, storia di un artista, sceneggiatore e attore
Bauhaus, l’architettura che rivoluzionò se stessa
Espressionismo, emozioni e paure di Edvard Munch
Marc Chagall e la sua storia: mucche che volano, amanti abbracciati e violini

Marika Lion è autrice di testi su arte e cultura, responsabile del magazine first Arte. Specialista di arte moderna e contemporanea, fotografia e mercato dell’arte. Opera nel settore dell’Art Heritage Management e nello specifico in area patrimoniale. Esperta in strategie di comunicazione pubblica-istituzionale, valorizzazione e promozione di patrimoni artistico-culturali. Docente in Economia dell’Arte e Marketing e comunicazione degli eventi culturali. Fondatrice di Manifesto12 | Arts | Culture | Wealth, studio specialistico associato per la valorizzazione e promozione di collezioni e archivi privati. Ama scrivere, fotografare, i fiori e i gatti. Tutte le sue opere sono dedicate a un libro mai pubblicato, Avrei voluto la luna

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Graduated in European history in Florence, he started working in publishing soon after having come across a Mac computer in 1984

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