Esami

di Sandro Campani

Racconto della domenica

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Silvia è l’«angelo custode» di un ragazzo che non ricorda il colore dei suoi «occhi scuri», o forse «verdi», ma dopo tanti anni pensa ancora sia bella — persino ora che, magari, è «ingrassata e rancorosa».

Tutti e due amavano il cinema e trovavano noiosi gli stessi gruppi musicali, frequentavano l’università a Bologna, abitando gli stessi corridoi in penombra e quello stesso bar studentesco. Però non si sono incrociati quasi mai. Un mancato passaggio e poi del «sangue […] sparso nel cervello» ha cancellato Silvia dal futuro del ragazzo, ma non dal suo pensiero, perché ricorda «l’esatta lunghezza dei suoi capelli, e il tipo di curva che facevano attorno alle orecchie e accanto al mento».

Sandro Campani firma un racconto di giovinezza, che sembra scritto sulle note di un’ultima canzone rock dal finale profetico.

Vorrei scrivere di Silvia ma non riesco. Ogni volta mi fermo al pensiero.

Scrivere è l’unico modo che io abbia per tentare un ordine alle cose, ed essere sicuro che i volti non spariscano dov’è troppo tardi per tornare a rivederli. Vorrei tenere tutto di quei volti, vorrei trattenerli scrivendo. Ma quando cerco di farlo, capisco che niente ha valore se non lascio che le cose cambino, che i volti diventino diversi da quelli che io ricordavo. Il volto di qualcuno che io amavo assume le cicatrici di un altro, gli amici si scambiano i nasi, o il modo di muovere le mani. Le parole che ci siamo detti non sono le nostre parole, ma quelle di due sconosciuti che ho sentito l’altro giorno in un negozio. Devo travisare le cose per renderle più veritiere, ed è questo che con Silvia non mi riesce. Quindi non parlerò solo di lei.

Il volto di Silvia è un triangolo addolcito. Ha le lentiggini. Ha i capelli viola, lisci, e gli occhi scuri. Sugli occhi per esempio già non potrei giurare; se provo a ricordarli, mi sembra siano scuri: ecco una cosa, di Silvia, che se adesso riuscissi a reinventarla, lei diverrebbe credibile e viva, anche se le dessi gli occhi verdi; invece, ad affidarmi alla memoria, non ho la certezza di alcuna verità.

Ho conosciuto Silvia all’università, ma più che conoscerla io la guardavo.

Lavorando, a Bologna c’ero poco: andavo per gli esami e poco più. Sedevo sui gradini del bar degli studenti, era sempre novembre e il rimbombo dei passi m’intristiva.

L’ho guardata per un anno senza mai rivolgerle parola. Sapevo il suo nome per caso, per aver sentito due tizi sulle scale chiacchierare, e dire “Silvia”, intuendo che parlavano di lei. Ecco com’è che ho imparato il suo nome.

Dato il carattere timido che avevo, per avvicinarla avrei dovuto farmi forza e costruirmi una scusa robusta, che non sarei riuscito a sostenere; parlarle tranquillo, direttamente, non mi passava neanche per la testa.

Così siamo arrivati a fine anno. A fine anno, per strada era caldo e non c’era nessuno. Le lezioni erano finite, e il dipartimento aveva chiuso. Ma nella tale aula in via Zamboni c’era un professore che aspettava chi volesse convalidare l’esame dato con lui mesi prima, quando non erano ancora stati consegnati i libretti alle matricole, e il voto segnato su un foglietto provvisorio. Io sono andato là per quel motivo. Era il ventotto giugno del Novantasei, il cortile era vuoto e invaso di sole, nei corridoi molto più buio per contrasto, e una bidella con il disinfettante.

Sono entrato nell’aula, e c’erano soltanto due persone: il professore e Silvia. Lui seduto, lei in piedi davanti alla cattedra. Il professore l’ha guardata svagatamente, dal basso in alto, mentre le metteva la firma sul libretto. Era uno di quei professori che fanno i galanti con le studentesse; però mi ricordo che da come la guardava ho pensato che forse non la trovava bella come invece Silvia era per me.

Quando se n’è andata, Silvia ha scordato il suo libretto sulla cattedra. Il professore se n’è accorto, e senza alzarsi mi ha detto: “Chiamala”.

Mi sono affacciato fuori: lei stava finendo di attraversare il cortile. Avevo ancora un po’ di tempo per chiamarla forte, per nome, e lei si sarebbe voltata, domandandosi come facevo a sapere che si chiamava Silvia.

Potevo aver letto il suo nome sul libretto, ma non ho pensato a quella scusa. L’ho chiamata a bassa voce per non essere sentito.

Il professore ha richiuso il libretto di Silvia, ha detto: “Poco male, se ne accorgerà e tornerà indietro”. Ha aperto il mio libretto e l’ha guardato, con la medesima aria svagata: era uscito dal tedio un momento, e poi niente.

Ho rivisto Silvia il nove marzo del Novantasette, al Link, per il concerto degli Swans.

Nel corso degli anni m’è capitato di conoscere varie persone che erano presenti a quel concerto, e tutti continuano a giurare, persone che non si conoscono fra loro, d’aver provato quella volta la sensazione impressionante di essere trasportati dalla musica fino a staccarsi dal proprio corpo e prenderlo in braccio.

Quando il concerto è finito e si sono riaccese le luci, giravamo tutti istupiditi per la sala, e la prima persona che io ho visto è stata Silvia. Stavolta mi sentivo così scosso e forte che l’ho chiamata per nome. Era vestita di rosso, e aveva una collana pure rossa di cui toccava i grani nel parlare.

“Cosa strana” mi ha detto “fino a poco tempo fa, se mi mettevo qualcosa che non fosse nero mi sentivo male”.

Non aveva il tono da darkettona sprezzante che per un anno le avresti immaginato. Era una voce gentile, con un’inflessione del centro Italia. Abbiamo parlato di esami.

“Sto dando Storia del Cinema” ha detto.

“Io l’ho appena dato” le ho risposto. “Tu che monografico hai scelto?”

“L’espressionismo tedesco” ha detto, e ovviamente era quello che avevo scelto anch’io.

Siamo stati in piedi, l’uno di fronte all’altra, finché la sala si è svuotata. Poi Silvia ha raggiunto i suoi compagni, e io sono andato dai miei. Non le ho chiesto l’indirizzo né il telefono. Non c’era motivo di fare un passo storto, adesso che tutto poteva cambiare, incontrandola al bar dello studente o in corridoio: perché adesso io la conoscevo.

L’ho pensata per delle settimane, tutti i giorni, ma nei corridoi non l’ho più vista.

Oggi, che sono passati undici anni, sto riascoltando Soundtracks for the Blind mentre vorrei scrivere di Silvia e non ci riesco: è l’ultimo disco che hanno fatto gli Swans prima di sciogliersi, il disco di quel tour, e alla terza canzone mi ricordo l’esatta lunghezza dei suoi capelli, e il tipo di curva che facevano attorno alle orecchie e accanto al mento.

Poi l’otto luglio del Novantasette, per caso, ero con un mio amico alla Festa dell’Unità di Carpi. Suonava un gruppo che a me non piaceva più di tanto, ma era gratis, perciò in quattro eravamo andati là.

Carpi, per Bologna, è fuori mano. O meglio, a me sono estranei entrambi i posti, così non posso dire, ma che uno da Bologna, dove sembra ci sia tutto quel che serve, si prenda su e vada a Carpi è bizzarro.

Comunque erano mesi che cercavo Silvia dove doveva essere, continuamente, e non c’era; invece lì dove non doveva, Silvia c’era.

Ho lasciato il mio amico a parlare con gli altri e sono andato da lei. Non so con chi fosse venuta: con lei non ho visto nessuno. Abbiamo chiacchierato e ballato fianco a fianco per un po’, e quando ho deciso che del concerto non ne potevo più e volevo solo parlare con lei, nell’istante che stavo aprendo bocca Silvia ha detto che quel gruppo l’annoiava, e se andavamo a bere qualcosa.

La festa dell’Unità era un posto bellissimo per chiacchierare con una persona di cui eri innamorato, perché eri in maglietta e stavi bene, perché c’era tanta gente ed era splendido annullare tutto il resto e parlarsi in due quando attorno c’era così tanta gente, e poi è vero che c’erano i neon, e la musica e il banco di un bar, ma appoggiato alla meglio sulle assi di legno, in mezzo all’odore dell’erba pestata.

Silvia ha detto che era molto indietro con gli esami; voleva rimettersi in pari dandone quattro in poco più di un mese. Le serviva un passaggio per tornare a Bologna, quella sera. Mi sono maledetto perché odiavo guidare, perché ero così imbranato in macchina da evitare il più possibile di usarla. Se fossi stato lì con la mia macchina, avrei potuto riportare Silvia a casa, passare tutto quel tempo con lei. Invece, quando alla fine del concerto ci siamo lasciati, ho dovuto guardarla mentre si voltava in cerca di qualcuno che potesse accompagnarla.

Ma prima ci siamo salutati: Silvia mi ha accarezzato la spalla sinistra, e poi il braccio, e poi la mano, fino a tenere le sue dita premute nelle mie.

Dieci giorni dopo ho avuto un aneurisma. Ero sul palco, col mio gruppo di allora, e mentre suonavo ho sentito un colpo alla testa, fortissimo; ho fatto cenno agli altri di tagliare gli ultimi tre pezzi, ma loro non capivano il perché, e abbiamo finito il concerto. Dopo non ho fatto che vomitare, nel bagno della birreria dov’eravamo entrati a festeggiare e io non ero riuscito a bere altro che un tè caldo, e ho vomitato anche quello. Poi ho vomitato accanto alla mia macchina. Sono tornato a casa da solo, guidando, con il sangue che mi si spandeva in testa, mentre io non lo sapevo. Mi sono steso sul letto, a pancia in su, ma il dolore era sempre più forte. Sono andato in bagno a vomitare ancora, sono tornato a letto, ma dopo qualche minuto mi sono alzato e sono andato a bussare alla porta della camera dei miei dicendo che mi sentivo morire.

I miei si sono svegliati; oltre la fessura della porta, la luce si è accesa fra rumori di sorpresa e intontimento, i miei hanno parlato nel vestirsi, qualcosa che io non intendevo, poi ha aperto la porta mia madre, e ha cominciato a domandarmi cos’avevo, se mi ero drogato, e io le giuravo di no.

Mia madre mi ha portato all’ambulatorio di Montefiorino. La dottoressa di turno mi ha fatto sdraiare. Mi ha chiesto se avevo preso qualcosa di strano, ma io faticavo a rispondere, ormai.

“Lui dice di no” diceva al mio posto mia madre e io pensavo, che cosa triste, che adesso mia mamma non mi creda, che brutto, che se avessi preso delle droghe non avrei mica nessun problema a dirtelo, secondo te non te lo direi, mamma, mentre sono dietro a morire. Mi hanno caricato sull’ambulanza, e mi hanno portato giù all’ospedale di Sassuolo.

All’ospedale di Sassuolo non hanno capito cos’avevo. Sono andati avanti per una settimana a dire meningite o chissà cosa, e intanto il sangue mi si spandeva in testa, senza che nessuno lo sapesse, e loro mi lasciavano libero di camminare in giro con la flebo. Ogni volta che mi alzavo per trascinarmi fino al bagno affrontavo un dolore alla testa tremendo, di fitte violente e reiterate, più forte di qualsiasi altro dolore io avessi mai potuto sentire o immaginare, e che non sono in grado di descrivere; dire che era come se mi spaccassero la testa con un martello dentato dall’interno è un tentativo che serve a poco, perché è cercare di spiegare una sensazione, che non avevi mai provato prima, paragonandola a un’altra che non proverai mai. Devi pescare fra quel che già conosci, per descrivere quel tipo di dolore, ma fra quel che già conosci, per tua fortuna, non c’è niente di simile.

Alla fine, dopo una settimana inconcludente all’ospedale di Sassuolo, i miei hanno firmato per portarmi via.

All’ospedale di Modena, invece, mi hanno fatto gli esami appropriati e hanno subito detto che si trattava di un’emorragia cerebrale: era scoppiato un capillare e il sangue si era sparso nel cervello.

Quei giorni passati in ospedale sono un’altra cosa che non riesco a reinventare.

Sono rimasto più di mese a letto immobile. La prima settimana perdevo conoscenza. Poi piano piano ho cominciato a migliorare, e a pensare che non sarei morto. Ricordo i volti del mio capo e dei colleghi di lavoro, che sbiancano ogni volta che mi vengono a trovare. Il mio volto è strano per mio padre, che fatica nel farmi la barba. Dice che c’è uno scannafosso sotto al mento, dove non si arriva col rasoio. Il volto di mio padre è insicuro e impreparato. Non mi ero mai dato la pena di scovare quelle cose sul volto di mio padre. A pranzo mi imbocca, e più avanti, quando sembra che io stia un po’ meglio, ridiamo insieme, quando la domenica c’è il prete che fa il giro a dare l’ostia, e io gli dico: “Grazie, ho già fatto colazione”.

Il prete s’introduce, s’impiccia della mia cartella clinica appesa in fondo al letto, e ci dice: “Campani… Campani… C’era un Campani anni fa, sacerdote in montagna, a Riolunato…”. E mio padre, che quel Campani non lo conosceva e non ne ha mai saputo niente, dice: “La pecora nera della famiglia”.

Il prete fa il brillante e sta allo scherzo.

C’è mia madre che arriva accaldata, col fiato che sa di caffè; mi fa patire ancor più voglia di caffè. Le dico che sono in astinenza da caffè, ed è un modo per dirle che io e lei ci assomigliamo.

Ci sono i volti di alcuni amici del tempo di prima che scompaiono, che si fanno consumare, come mattoni capitati su una spiaggia, finché non diventano sabbia indistinta. Mandano a dire ogni giorno che verranno, così, senza motivo. Io non li aspettavo, ma così finisce che li aspetto, poi loro non vengono. È una cosa senza senso e a suo modo mi fa male, eppure, all’istante, mi è chiaro che è niente, nella scala relativa allo star male.

Ho pensato banalmente, molto dopo, di essere uscito di là sapendo quello che davvero mi importava, e quello che invece non mi importava più.

Ma già là dentro mi ricordo di preciso che più notti, cominciando a girarmi nel letto, non sapendo ancora se avrebbero dovuto aprirmi la testa e operarmi pensavo: “È l’anno più bello della mia vita”.

Poi, alla fine, dopo l’ultimo esame mi hanno detto che l’emorragia era stata riassorbita, si era dissolta da sola. Mi hanno fatto sedere su una sedia. Dopo così tanto tempo, sedermi su una sedia è stato nuovo. Ne avevo perso la memoria tattile.

Altri mesi li ho passati in convalescenza a casa. Settembre, ottobre, parte di novembre. Stavo sul dondolo a leggere, fuori, che non volevo star solo, e mi piaceva sentire le voci dei villeggianti in procinto di partire, e dello zio nella vigna, e della nonna. Stavo sul dondolo a leggere man mano che l’ippocastano perdeva le foglie, e i ricci cominciavano a cadermi sulle gambe, e parlavo un pochino con chiunque passasse a trovarmi. Non mi dispiaceva di chiudere il libro e d’interrompermi.

Ho ripreso sul dondolo a studiare per gli esami. Storia dell’Arte moderna, e un complementare di Cinema. Ho ripreso a immaginare Silvia. Il dieci novembre, sono tornato a Bologna: c’era la nebbia, un altro mondo. Da quel giorno e per tutto l’inverno, ho cercato sempre Silvia, ma non l’ho mai trovata. A volte andavo alla sede di Cinema e guardavo se per caso quel giorno c’erano appelli d’esame e fra i nomi propri c’era qualche Silvia, meglio se il cognome era un po’ da Centro Italia.

In questi anni ci sono sempre state delle volte in cui l’ho pensata. Poi avrei voluto scrivere di lei, però non ci sono mai riuscito.

La immagino sposata, con due figli. Suo marito fa l’apicoltore.

Immagino botteghe di norcineria, scarpate di ginestre, deltaplani che si lanciano dal monte Vettore verso la piana di Castelluccio, e atterrano sull’erba secca in piedi.

La immagino ingrassata e rancorosa.

Immagino che Silvia sia il mio angelo custode, e che quell’estate muoia al posto mio.

La immagino che lascia l’università e ritorna a casa per colpa del terremoto in Umbria, per aiutare i suoi, che non la possono più mantenere. Oppure semplicemente non ce la fa a recuperare gli esami di cui m’aveva parlato e rinuncia.

In ogni caso non l’ho vista mai più, e non la vedrò mai più finché non riuscirò a reinventare i suoi occhi.

Sandro Campani è nato nel 1974 a Vitriola (Modena). È cresciuto leggendo Steinbeck e Pavese, poi Faulkner, Flannery O’Connor e Fenoglio. Un suo racconto, Sputati, è stato pubblicato nel 2001 in un’antologia di Marcos Y Marcos. Il romanzo d’esordio è È dolcissimo non appartenerti più (Playground, 2005). Nel 2011 ha vinto il Premio Loria con la raccolta di racconti Nel paese del Magnano (Italic Pequod). Il suo secondo romanzo, La terra nera, è uscito per Rizzoli (2013). Questo racconto rappresenta una sorta di prequel all’ultimo romanzo pubblicato: Il giro del miele (Einaudi, 2017).

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Graduated in European history in Florence, he started working in publishing soon after having come across a Mac computer in 1984

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