Due memorie di Richelieu sulla politica estera

La politica delle due porte (1629–30)

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Dopo la caduta della Rochelle la politica francese cominciava a liberarsi dalla contraddittoria esigenza in cui era rimasta costretta nei decenni precedenti: reprimere, cioè, la potenza del partito protestante all’interno, per assicurare l’unità del regno e l’autorità della monarchia, e appoggiarsi nel tempo stesso, all’estero, sull’alleanza degli Stati protestanti contro l’egemonia continentale degli Asburgo. Ed è appunto al periodo immediatamente successivo alla resa del grande baluardo del protestantesimo francese che risale il primo dei due documenti qui riportati: un parere del cardinale di Richelieu in data 13 gennaio 1629, del quale si dà qui la parte più significativa, e in cui si delinea quella “politica delle porte” che, assai più di una direttiva propriamente espansionistica, caratterizza i disegni di Richelieu: assicurarsi cioè dei baluardi avanzati e delle piazze che consentano ad ogni istante di irrompere nei territori controllati dagli Asburgo, e di contrastarne perciò i tentativi di accerchiamento della Francia e l’egemonia fin qui esercitata in Italia come in Germania.

Un valore immediato era conferito a queste direttive dalla situazione determinatasi in Italia, dove, alla morte di Vincenzo II Gonzaga duca di Mantova, Spagna e Impero si erano opposti a riconoscere la successione del ramo francese di Carlo Gonzaga-Nevers. L’imperatore rifiutò di concedere l’investitura di Mantova, feudo imperiale, mentre forze spagnole, d’intesa col duca di Savoia, mettevano l’assedio a Casale, accampando loro diritti alla successione del Monferrato. Luigi XIII lasciava dunque Parigi il 15 gennaio 1629 (due giorni dopo la data del parere di Richelieu): il 6 marzo le truppe francesi forzavano il passo di Susa, e pochi giorni dopo la Savoia si impegnava a lasciare nelle loro mani la fortezza di Susa e a consentire il rifornimento di Casale, di cui gli spagnoli abbandonavano l’assedio. La Francia riappariva così sul teatro italiano, a bilanciare l’egemonia spagnola. In seguito il re si volgeva à completare la sottomissione dei protestanti all’interno, specie nella Linguadoca: e il 27 giugno emanava, da Alès, l’“editto di grazia”, che riconosceva ancora la libertà di culto ai riformati, ma li privava dei privilegi e delle piazze di garanzie concesse dall’editto di Nantes.

Ma nel frattempo l’imperatore faceva passare in Italia una colonna di forze imperiali, mentre la Spagna affidava il comando delle sue truppe stanziate nel milanese al migliore dei suoi generali, Ambrogio Spinola. Alla fine di novembre dello stesso 1629 Richelieu faceva decidere la ripresa della guerra, in Italia e otteneva egli stesso il comando della spedizione. Già nella stagione invernale del 1630, Richelieu varca la Dora e giunge sino a Rivoli, alle porte di Torino, poi con una brusca conversione punta sulla grande fortezza di Pinerolo, baluardo delle Alpi, e il 29 marzo 1630, ne ottiene la resa. È un grande successo, ma, come chiarisce Richelieu nel secondo dei documenti qui riportati, (una memoria del 13 aprile 1630) esso pone sul tappeto il problema di una lotta aperta contro l’egemonia spagnola: perché la Spagna non potrà accettare se non al termine di una lunga guerra che una porta di accesso all’Italia cosi importante come Pinerolo sia in mani francesi.

Ma la prospettiva di una lunga guerra suscitò perplessità e recise opposizioni all’interno: esse si alimentano delle manifestazioni di insofferenza e di disagio documentate dalle numerose rivolte popolari di quegli anni, e trovano la loro espressione nella politica del cancelliere Michel de Marillac, uomo di fiducia della Regina madre Maria dei Medici, e del partito cattolico, che auspica pace all’esterno e completa repressione dell’eresia all’interno del Regno. Ma Richelieu guarda agli interessi europei della Francia, e rifiuta di piegare alle proposte di alleviare le popolazioni del Regno: «L’avversione che i popoli hanno per la guerra — replica a Marillac — non è un motivo da prendere in considerazione per concludere la pace, poiché spesso i popoli sentono e si lamentano così dei mali necessari come di quelli che si possono evitare; ed essi sono tanto ignoranti di ciò che è utile a uno Stato quanto sensibili e pronti a dolersi di mali che bisogna soffrire per evitarne di più grandi».

L’urto definitivo tra le due politiche culminerà nella celebre “journée des Dupes” (10 novembre 1630), cioè nello scontro personale tra Richelieu e la Regina Madre, deciso da Luigi XIII a favore del Cardinale, e che condusse alla destituzione del Marillac, poi internato a Chàteaudun, e alla fine della influenza politica di Maria dei Medici, inaugurando quella politica europea che doveva sboccare nell’alleanza svedese e in seguito nell’intervento diretto della Francia nella guerra dei Trent’anni.

Il testo francese dei due documenti è da vedere rispettivamente in Documents inédits sur l’histoire de France, Lettres instructions diplomatiques et papiers d’Etat du Cardinal de Richelieu, [Documenti mediti sulla storia di Francia, Lettere istruzioni diplomatiche e carte di Stato del cardinale di R.], a cura di M. Avenel, vol. III, Paris, 1858, pp. 179-213, e in G. Pages, Autour du “Grand Orage”. Richelieu et Marillac: deux polìtiques [Intorno al “Grande Uragano”. R. e Marillac: due politiche], in «Revue historique», tomo 179 (1937) pp. 82-85. Su Richelieu e i problemi a cui si riferiscono i due documenti si veda, oltre al mediocre Burckhardt, Richelieu, trad. it. Torino, Einaudi, 1945, soprattutto V. Tapié, La France de Louis XIII et de Richelieu [La Francia dì Luigi XIII e di Richelieu], Paris, 1952, pp. 238-295.

1. Parere dato al re dopo la presa della Rochelle per il bene dei suoi affari

Ora che la Rochele è presa, se il Re si vuol rendere il più potente monarca del mondo e il principe più reputato, deve considerare davanti a Dio, ed esaminare accuratamente e segretamente, con i suoi fedeli consiglieri, ciò che v’è da desiderare nella sua persona e ciò che si deve riformare nei suoi Stati…

Per lo Stato occorre dividere i suoi interessi in due capi: l’uno che concerne l’interno, l’altro l’estero.

Per ciò che riguarda il primo, bisogna anzitutto terminare la distruzione della ribellione dell’eresia, prendere Castres, Nìmes, Montauban e tutte le altre piazze della Linguadoca, della Rouergue e della Guyenne…

Bisogna radere al suolo tutte le piazzeforti che non sono di frontiera, non controllano il passaggio dei fiumi, o non servono da freno a grandi città irrequiete e turbolente; e fortificare alla perfezione quelle di frontiera e particolarmente stabilire una piazzaforte a Commercy, che bisogna acquistare, diminuire gli aggravi del popolo, non ristabilire più la “paulette”[1] quando sarà scaduta di qui ad un anno, abbassare e moderare le “compagnie” che per una pretesa sovranità si oppongono costantemente al bene del regno[2].

Fare in modo che il re sia assolutamente obbedito dai suoi sudditi grandi e minori, coprire i vescovati con persone sagge e capaci, riacquistare il demanio del regno, e aumentare le sue entrate della metà, ciò che può essere fatto senza ricorrere a mezzi illegali.

Resteranno ancora altri disordini da regolare, ma per la prima volta è abbastanza rimediare ai principali.

Per quel che riguarda l’estero, occorre avere come scopo costante di arrestare il corso dei progressi della Spagna e, mentre questa nazione ha per iscopo di aumentare il suo dominio e di estendere i limiti, la Francia deve pensare solo a rafforzarsi e ad aumentare le sue fortificazioni, e ad aprirsi delle porte per entrare in tutti gli Stati suoi vicini, per poterli garantire dalle imposizioni della Spagna, quando se ne presenterà l’occasione.

A tale scopo, la prima cosa da fare è di rendersi potenti sul mare, che dà accesso a tutti gli Stati del mondo.

Inoltre, bisogna pensare a fortificarsi a Metz, ed avanzarsi fino a Strasburgo, se è possibile, per acquistare un ingresso in Germania; ciò che bisogna fare senza fretta, con gran discrezione e in maniera cauta e coperta.

Bisogna fare una gran cittadella a Versoy, per acquistare peso agli occhi degli Svizzeri, avervi una porta aperta e fare di Ginevra uno dei baluardi esterni della Francia.

Si potrebbe anche pensare ad acquistare da M.de Longueville la signoria di Neuchatel che, trovandosi in Svizzera, fornisce un ulteriore punto di appoggio in quel paese, e maggiore prestigio agli occhi di quella gente grossolana, che vede solo ciò che è vicino ai suoi occhi; e non v’è persona scrinata e affezionata alla Francia che non ritenga che questi stranieri sono quelli di cui il re deve conservare più accuratamente l’alleanza: e perché dividono la Germania dall’Italia, e perché, facendo professione della guerra, non è poco importante condurli a sé e staccarli dai propri nemici.

Bisogna pensare al marchesato di Saluzzo sia per un accomodamento con il duca di Savoia, se il suo umore mutevole lo fa tornare al servizio del re, dandogli qualche più grande acquisto in Italia, sia per profittare della inimicizia che vi era fra i sudditi di tale marchesato e lo stesso duca di Savoia, allo scopo di rendersene di nuovo padroni. La qual cosa egli non potrà impedire quando la si vorrà intraprendere con forze adeguate, come non potrà impedire di conservare tale acquisto, che, essendo contiguo ai nostri Stati, si conserverà facilmente, costituendovi una grande e robusta piazzaforte nel luogo che sarà considerato il più adatto a tale scopo.

Per mettersi ancor più in condizione di essere rispettati in Italia per la propria forza, bisogna mantenervi trenta galere, e farle comandare per commissione, cambiando ogni tre anni quello a cui sarà affidata, affinché ognuno abbia passione di segnalarsi nel proprio incarico e non disertare nei porti per profittare del loro soggiorno, con gran vergogna della Francia, come si è fatto finora.

2. Memoria del 13 aprile 1630

Pinerolo è presa ed è impossibile rappresentarsi l’importanza di questa conquista. Bisogna però vedere quale dev’essere il seguito di questo successo e ciò che può derivarne. Il legato (Mazzarino) ci toglie ogni speranza di poter fare la pace senza la restituzione di Pinerolo e gli Spagnoli sanno troppo bene di quale importanza è per loro questa piazza, se rimane nelle mani del re, per non fare l’impossibile per sottrargliela. Io dico loro, ciò che del resto è vero, che non ho poteri per decidere su questo e non posso ancora averli, non avendo avuto ancora tempo di ricevere notizie del re dopo la presa di questa piazza. Io dico d’altra parte che questa piazza nelle mani del re non può dare gelosia alla potenza spagnola in Italia, dato che, finché noi la avremo, il duca di Savoia sarà sempre nostro nemico, e di conseguenza sarà unito alla Spagna contro di noi e i suoi Stati faranno barriera fra Pinerolo e il Milanese. Dico inoltre che alla Spagna importa di più di fare in modo che noi abbiamo cattivi rapporti col duca di Savoia, che non di privarci di Pinerolo. Infatti, privi di questa piazza e in buoni rapporti col duca, avremo tutta la possibilità di attaccarli, mentre se la avremo e il duca sarà contro di noi, come lo sarà sempre, noi non avremo alcuna di queste possibilità…

Comunque, per parte mia, essendo lontano dai consigli del re, io mi asterrò dal dire se Pinerolo si deve restituire o no. Ma dirò che, se si conserva e si mette nello stato di difesa in cui la si può mettere, il re ha fatto la più grande conquista che si possa fare, e avrà modo di essere l’arbitro e il padrone dell’Italia… D’altra parte, se si restituisce, bisogna perdere il pensiero dell’Italia per sempre, non essendo una piazza che possa essere ripresa, quando essa sarà sistemata come noi stiamo cominciando a fare, e come il duca di Savoia può farlo seguitando quello che noi abbiamo cominciato: poiché i passaggi in Italia sono tali che è impossibile per la Francia farvi guerra se essa non ha una grande piazza come questa in cui essa ponga dapprima i suoi magazzini. Noi lo sperimentiamo tutti i giorni perché nonostante tutte le nostre cure da sei mesi a questa parte non si potrebbe avanzare tre miglia più oltre senza perirvi per mancanza di viveri…

La questione consiste dunque nel vedere se conviene acquistare la pace restituendo Pinerolo oppure conservarla con una lunga guerra, che obbligherà a tenere un forte esercito in Piemonte, un altro in Savoia con la persona del re, e un altro potente nello Champagne. Se si vuol fare la pace la si farà non solo senza vergogna, ma con gloria. Ma c’è da dubitare della sicurezza nell’Italia per l’avvenire. Se si fa la guerra, essa si farà con sicurezza per la conquista della Savoia e la conservazione di Pinerolo. Ma v’è da dubitare di essere attaccati nello Champagne e da temere la continuazione della guerra. Bisogna vedere inoltre se si troveranno sempre i mezzi finanziari per sostenerla e se l’interno del Regno sarà sempre in pace…

Se ci si risolve alla pace, bisogna farla prontamente senza perdere un istante, finché gli affari del re sono in stato favorevole. Se invece ci si risolve alla guerra bisogna attaccare la Savoia senza ritardo, e anche se si farà prestissimo sarà sempre tardi. Se il re si risolve alla guerra, bisogna abbandonare ogni pensiero di riposo, di risparmi e di regolamento interno del regno. Se d’altra parte si vuole la pace, bisogna abbandonare i disegni sull’Italia per l’avvenire, e cercare tuttavia di garantirla quanto si potrà, in condizioni che non potranno non essere incerte, e contentarsi della gloria presente, che il re avrà, di aver mantenuto con la forza il signore di Mantova nei suoi Stati contro la potenza dell’Impero della Spagna e della Savoia uniti assieme…

Note

[1] Dal finanziere Paulet, che ne suggerì l’istituzione: imposta il cui versamento assicurava il diritto alla trasmissione ereditaria delle cariche acquistate in virtù della venalità degli uffici (R.T.).

[2] Cioè le cosiddette corti sovrane: parlamenti, Camere dei Conti ecc.

Fonte: Rosario Romeo e Giuseppe Talamo (a cura di), Documenti storici. Antologia, vol. II L’età moderna, Loescher, Torino, 1966.

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Graduated in European history in Florence, he started working in publishing soon after having come across a Mac computer in 1984

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