Destino e responsabilità

di Enrico Roccato

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Due dipinti dell’artista francese Eliora Bousquet. A sinistra, “La Porte du destin”; a destra, “Destin à contre-bord”.

Persona e maschera

Usiamo spesso il vocabolo “persona” e ieri ho scoperto che l’etimologia deriva dal latino e sta per “maschera”. Ed è proprio vero che siamo delle maschere, consapevoli qualche volta, inconsapevoli spesso, perché abbiamo bisogno di sentirci parte di un viaggio insieme ad altri compagni di strada ma non sempre ci è chiaro perché stiamo camminando.

In questi giorni, quelli della lontananza esterna e insieme della vicinanza che si rafforza nella nostra intimità, siamo stati costretti, soprattutto nei nostri conviventi o con gli amici che frequentiamo, a pensarci diversamente e, forse, a toglierci un po’ la maschera che il tempo ci aveva costruito addosso.

Mostrarci con più naturalezza o mostrarci con una più facile richiesta di affetto per superare i distacchi reali, ridefinire alcuni confini e sentire alcune mancanze che forse non ci consentivamo di ammettere. Si è creata per me comunque una intimità personale che avevo sempre tenuta lontana, fedele ad un ritmo di vita che si è quasi sempre connotato sul piano dell’homo faber, del rispetto dei doveri da assolvere, del ruolo da interpretare.

Dinamismo e libertà

La nostra vita l’abbiamo sempre sentita libera proprio perché potevamo muoverci liberamente nel tempo e nello spazio, rispondendo agli stimoli esterni, soddisfacendo i nostri desideri che spesso sono state solo voglie effimere. Le nostre vite sono state parte di un moto incessante, fluido, torrentizio spesso, comunque il connotato principale era il dinamismo.

E questo dinamismo è parte dell’energia che ci siamo sempre detti essere indispensabile per la vita, soprattutto per la vita moderna alla ricerca di nuovi obiettivi, figlia di continua innovazione, dalla più ricca tecnologia all’ultimo vino alla moda.

Là dove dominano flessibilità, urgenza, efficienza, essere sé stessi non è facile né ovvio perché dobbiamo effettuare un grande sforzo di ricostruzione interiore, di acquisizione di autonomia rispetto alla forza fuori di noi che ci richiede di essere all’altezza.

Esiste un meccanismo di paragone continuo con la realtà che preme, con i modelli del denaro e del potere che ci sollecitano sempre, per cui facile è il rischio di non riuscire ad essere attori adatti al fine e di dover alzare ancora il livello di impegno mentre per molti significa assumere farmaci per resistere o per superare il grave senso di impotenza e di depressione.

La scoperta di un’intimità perduta

Soprattutto per noi soggetti economicamente e culturalmente privilegiati, poche in questi 50 giorni sono state le mancanze concrete nella vita quotidiana (diverso è per chi ha visto andar via persone care). Però abbiamo dovuto vivere guidati da alcuni limiti anche rigidi e allora abbiamo potuto scoprire che c’è molto da scavare in noi per misurarci con nostri limiti personali, cercando di lasciare voce a spazi interiori che la corsa quotidiana ci aveva negato. Possiamo (questo è quello che sento soprattutto alla sera prima del sonno) dare vita ad una nuova intimità personale.

E questa intimità personale sento che è anche lo spazio aperto in cui cogliere una nuova essenzialità rispetto al fluire delle cose quotidiane, una ragione nuova nel pensarmi dentro questo fiume.

Abbiamo tutti noi, le cose scritte in questi giorni lo testimoniano, una piena consapevolezza di alcuni argomenti su cui dovremo intervenire ed agire e questa consapevolezza deve necessariamente divenire responsabilità o individuale, quella in cui ripongono fiducia in molti o collettiva, quella che speriamo cresca a livello di gruppi di popolazione.

La scoperta di una nuova responsabilità

Il mondo che abbiamo vissuto è stato sempre alla ricerca del superamento dei limiti ma oggi i problemi della biosfera offesa, gli enormi debiti sociali scaricati sulle nuove generazioni, la crescita delle diseguaglianze conseguenza di una economia perversa e le diverse sfaccettature del problema demografico ci riportano alla incapacità di interrogarci sulla nostra responsabilità umana. Non ci sono Chiese a cui rivolgerci e non abbiamo Padri che ci guidino.

Come ha scritto un sociologo “i nostri circuiti cerebrali sono occupati dalla dopamina e sempre meno disponibili a produrre serotonina, che è deputata a fornire felicità più durature”. Dobbiamo riconquistarci spazi che le logiche economico-prestazionali ci hanno con forza sottratto, anche in questi giorni.

Che facciamo compulsivamente se non ascoltare esperti e scienziati, leggere documenti, ascoltare lezioni, cercare di interpretare ciò che accade e che ci viene proposto incessantemente con forme nuove ma ancor più penetranti? Riuscite voi a liberarvi da questo assedio, da questo bisogno di capire sempre senza avere spesso gli strumenti oggettivi per poter comprendere, da questo assalto che ci chiede di partecipare al gioco?

Un gioco con regole inedite

Siamo diventati davvero parti di un gioco dove esistono regole nuove, imposte, forse necessariamente, ma sempre imposte, dove algoritmi o app muovono i fili, mentre noi ci sentiamo deboli e fragili. Questa violenza del mondo esterno e al contempo la necessità di partecipare al gioco fa sì che sempre minore diventi il peso (ed il significato ) del tema intellettuale della domanda di un senso e del tema umano del valore degli affetti.

Poi in questa confusione scopriamo che esiste la sofferenza dei singoli soggetti colpiti e scopriamo che esiste la partecipazione affettiva e che siamo un po’ impreparati a gestirla, anzi cerchiamo di controllarla, come vogliamo tenacemente rimuovere sullo sfondo la paura del limite estremo che in questo tempo moderno è stato cancellato dalla quotidianità, anche se la Grande Consolatrice (Guccini) vive vicino a noi.

Abbiamo invece bisogno di affetti, tanto bisogno ma ci accorgiamo che siamo stati costretti o abbiamo scelto di starne spesso lontani, se non per un numero molto limitato di persone. Siamo umani capaci di scegliere tra mille offerte, sempre disponibili e quasi istantanee (vedi Amazon con la sua fantastica organizzazione che ci porta tutto quanto vogliamo in pochissimo tempo, anche tutto quanto non ci serve davvero) consentendoci di ritenere ancora una volta che non ci siano limiti al possibile ma facciamo molta fatica a metterci in gioco là dove non c’è la voglia di qualcosa ma la domanda di qualcuno.

Destino è sé

Alcuni filosofi sostengono che la libertà consiste nel prendere in mano il proprio destino. Siamo noi padroni della nostra vita? La cultura anglosassone continua a raccontarci che siamo gli autori del nostro destino e che la nostra volontà personale, il suo esercizio perseverante, l’impegno indefesso portano al successo.

Io sono figlio della cultura greco-latina che pensa che la nostra vita sia sovrastata dal tema della fatalità (il fato) che tutto guida e noi siamo foglie guidate da volontà esterne, spesso capricciose. Penso invece che il destino sia il nostro insieme di storie, di condizioni famigliari, di desideri, di legami, un coacervo che plasma le singole persone che siamo.

Il destino personale non coincide con la fatalità che ci può aspettare ad ogni angolo di strada. Il destino è qualcosa che ci accompagna e che richiede l’accettazione delle condizioni poste. La pressione del mondo esterno e la constatazione della nostra debolezza rispetto ad esso porta all’impotenza ed al fatalismo che può far crescere la disperazione dentro di noi, anche giustificata dalla immane forza di alcuni dati oggettivi ( il cambiamento climatico, la tecnologia invasiva, l’economia in crisi).

La consapevolezza della fragilità

Dobbiamo cercare di guardare in faccia questo insieme creando un approccio nuovo. Possiamo partire dalla accettazione della nostra fragilità che va riconosciuta, fatta nostra e usata per camminare con nuova consapevolezza. L’unica strada, sia scegliendo la logica anglosassone che il pensiero greco, è quella di rispettare la propria fragilità e di mettersi ogni giorno in cammino senza pensare al domani.

Usciamo da un periodo storico dove l’elemento principale che ha guidato la gestione del mondo è stata la cultura del possesso dei beni, naturali e materiali. Abbiamo quindi rafforzato sempre più l’idea della proprietà delle cose che sono oggetti dal carattere statico e quindi li viviamo come stabili a fronte della nostra identità personale che per sua natura è mutevole, variabile e che ci espone (ritorno sul solito punto) alla nostra fragilità da riconoscere e afferrare.

Ci sono oggi le condizioni per ripensarci dentro una cultura del rispetto delle cose intorno a noi senza la loro ricerca forzata per arrivare a superare la paura di perdere le cose e a concentrarci sulla nostra identità profonda.

Il distacco dalla materialità

Mi riconosco in una frase di un filosofo cinese:

“tutti conoscono l’utilità dell’utile ma pochi quella dell’inutile.”

che è l’utilità della vita interiore, del desiderio e dei sentimenti di affetto per il mondo e per le persone.

Tutte queste chiacchiere sono per me indubbiamente legate anche alla “saggezza” segnata dagli anni, perché sempre più mi ritrovo a misurarmi con alcuni limiti fisici che prima non conoscevo e a poter guardare con giusto distacco il flusso della vita intorno a me.

Posso sempre arrabbiarmi molto per la stoltezza che mi circonda ma con sempre minore entusiasmo. Un entusiasmo che mi coglie più facilmente quando mi abbandono all’abbraccio con i miei legami familiari, alla loro profondità, all’importanza del sentirmi vicino agli amici e nel pensarmi anche nel futuro insieme a loro.

Questi anni non hanno il “peso del tempo” ma la leggerezza di sapere che c’è spazio per condividere la nostra fatica di vivere e per avvicinarsi con la necessaria pazienza all’antico insegnamento della atarassia che non può certo essere quella di 2000 anni fa ma è il progressivo distacco dalla materialità e la fiducia nelle forze che ancora ci sono nel mondo per migliorare la qualità della vita delle persone.

Enrico Roccato nasce al confine con la Svizzera e ne porta i segni. Ha studiato per “fare il dottore” ma, dopo la laurea in Medicina, si è occupato di ambiente e prevenzione primaria per poi arrivare a ruoli di gestione e governo dei servizi sanitari. Conosce a fondo il mondo della sanità con la sua ricchezza e le sue contraddizioni, ma oggi è impegnato in nuove riflessioni e ricerche su come la salute dipenda da fattori solidi quanto i farmaci e le tecnologie.

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Graduated in European history in Florence, he started working in publishing soon after having come across a Mac computer in 1984

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