Dell’umano monumentale: Damien Hirst a Doha, Qatar

di Valentina Sonzogni

Vai agli altri articoli della serie “Scampoli d’arte e di pensiero”

Damien Hirst, The Miracolous Journey, 2005–2013, statua 10. Courtesy Qatar Museums Authority, photo credit Nadine Al Koudsi.

Didascalico fuori misura

Nel fare ricerca su questa installazione — la monumentale serie di sculture che non molti di noi riusciranno a vedere — dell’eterno bad boy Damien Hirst, diventato suo malgrado un classico dell’arte contemporanea, mi sono imbattuta spesso in un topos letterario e visivo che ben la descrive: il momento dell’inaugurazione nel video visualizzabile qui.

Il video riprende il momento dell’inaugurazione del 2013, in cui, al cospetto della famiglia reale del Qatar, i mega palloni che coprivano le sculture durante l’installazione, sono stati sollevati al ritmo amplificato del battito di un cuore. È un’opera molto suggestiva e di effetto sicuro; forse non avrete bisogno di me per comprendere queste opere che sono quanto di più didascalico vi sia: sono infatti delle gigantografie di quello che potete vedere rappresentato su una qualsiasi enciclopedia del corpo umano.

Ma le opere di Hirst, solo apparentemente ovvie, nascondono invece ancora qualcosa.

Damien Hirst, The Miracolous Journey, 2005–2013, statue 8–14. Courtesy Qatar Museums Authority, photo credit Nadine Al Koudsi.

Il viaggio mircoloso

Intanto qualche fatto per immergersi “ecfrasticamente” nelle atmosfere lussureggianti del Medioriente: siamo a Doha, capitale del Qatar, una grande città orizzontale con dei picchi di grattacieli, adagiata sulle rive del Golfo Persico. Mentre leggete in quella città la temperatura si aggira intorno ai 42 gradi e l’umidità potrebbe raggiungere il 90%.

Questa prima indicazione sensoriale ci permette di avvicinarsi con l’immaginazione alla mostra “Relics”, retrospettiva di Hirst curata da Francesco Bonami nello spazio ALRIWAQ e all’installazione The Miraculous Journey presso il New Sidra Medical Center, un ospedale pediatrico all’avanguardia inaugurato nel 2016. Dopo l’inaugurazione nel 2013 le installazioni, progettate da Hirst, sono rimaste sono state coperte fino al 2018.

Lo spazio espositivo ricoperto dai celeberrimi dots multicolori che sono diventati una sorta di marchio di fabbrica di Hirst, troneggia nel magnifico nulla della zona museale, accanto all’altrettanto ammirato museo di arte islamica rivolto verso il centro direzionale, estremo lembo della penisola che curva fino ad abbracciare la città.

Doha, capitale d’arte

La mostra di Hirst “Relics” (10 ottobre 2013–30 gennaio 2014), strettamente connessa all’installazione-scultura, è stata ospitata nel ALRIWAQ, un grande contenitore per mostre gestito da Qatar Museums Authority, senza dubbio il centro più importante per l’arte contemporanea in quest’area.

Gli Emirati Arabi si stanno velocemente allineando alla scena dell’arte internazionale, grazie alla donna più potente del mondo dell’arte (già da qualche tempo in cima alle classifiche delle riviste di settore) la Sheikha Al Mayassa Bint Hamad Bin Khalifa Al Thani e a fiere e biennali di richiamo internazionale.

La grande mostra ha presentato alcune delle opere più problematiche di Hirst, dallo squalo in formaldeide The Immortal, 1997–2005 al celebre teschio ricoperto di diamanti del 2007, For the Love of God.

L’opera di Hirst

Non è questa la sede per disquisire sulle opere di Hirst, questa volta lascio decidere a voi: se vi piace, appassionatevi, al contrario non sarò io a cercare di convincervi. Molti anni fa, negli ormai lontani anni novanta, io stessa mi recai in pellegrinaggio alla mitica “Pharmacy” di Hirst a Londra piena di aspettativa e di palpitazioni e tornai indietro preda della stessa delusione che si provava da bambini alle esposizioni di rettili se li si trovava profondamente addormentati nelle teche.

The Miracolous Journey comprende 14 sculture monumentali in bronzo che variano in altezza dai 5 agli 11 metri e che rappresentano le varie fasi della gestazione umana. Si dice che il costo delle sculture si aggiri intorno ai 20 milioni.

Concepite dall’artista nel 2005 sono state realizzate in una fonderia britannica e i circa 500 pannelli di cui sono composte, spediti in Qatar. Fa una certa impressione pensare a tali progetti titanici, qui dalla vecchia Europa.

Il monumentale e l’umano

L’idea di Hirst è spiegata dall’artista stesso, che ne riconduce l’origine a un suo personale desiderio di creare “qualcosa di monumentale e al tempo stesso profondamente umano”.

Inoltre, affrontando direttamente il tema della nascita e introducendovi una temporalità scandita dalle varie fasi di crescita del feto umano nei nove mesi di gestazione, l’installazione s’inserisce perfettamente nel grande ciclo sulla vita e la morte che davvero è la chiave di lettura principale dell’opera di Hirst.

Tale tema ci può inoltre guidare nell’inquadramento storico e critico di alcune sue opere, nelle quali la decomposizione, l’entropia, la vanitas e infine la morte, risultano a prima vista difficili da comprendere e sovente suscitano lunghe e annose polemiche.

Per quelli che, come me, non hanno familiarità con la cultura islamica e si chiedono se l’esposizione della parte femminile più intima non possa, per tale cultura, essere reputata offensiva, soprattutto in scala monumentale, che pare sovrastare i passanti, forse questa questione è la più interessante sollevata dai “mega-feti”.

La Sceicca ha dichiarato, con grande tranquillità e fermezza al “New York Times”, che queste sculture non hanno creato alcun problema poiché nel Corano vi è un verso molto chiaro sul tema della nascita: è da considerarsi un miracolo e come tale è pienamente accettata dalla cultura e dalla religione islamica.

Una installazione anti-abortista?

Come è stato notato da “Huffpost”, l’effetto più esplosivo al quale Hirst non aveva forse pensato, è l’inedita lettura del suo lavoro in chiave anti-abortista, come si evince da parecchi blog e testate che hanno riportato l’installazione di Hirst.

Testate come “Independent Catholic News” e i supporters di Pro-Life, un movimento internazionale di diversi gruppi che hanno in agenda la protezione della vita umana già dal momento del concepimento del feto, si sono “appropriati simbolicamente”, per così dire, dell’installazione di Hirst.

Inoltre, è ben nota la situazione delle donne non sposate che restano incinte in alcuni paesi di cultura islamica dove, per alcune, la soluzione più conveniente è prendere un aereo e andare ad abortire oltre confine o lasciare il paese e non rientrarvi più con il bambino.

The Miraculous Journey è evidentemente un’installazione non scevra da qualche complicazione simbolica, forse non calcolata dall’artista, o forse sì, visto che si tratta pur sempre di uno degli artisti più controversi dei nostri tempi.

E, infine, il fatto che il feto rappresentato nelle sculture sia di genere maschile forse, anche questa, non è che una scelta casuale?

Valentina Sonzogni storica dell’architettura e dell’arte, ha ottenuto il PhD presso l’Universität für Angewandte Kunst di Vienna in Storia e teoria dell’architettura con una tesi sull’architetto Ico Parisi. Ha lavorato presso numerose istituzioni tra le quali Kiesler Foundation, Vienna; The Guggenheim Foundation, New York e ha pubblicato in riviste e cataloghi tenendo conferenze in università italiane ed estere. Dal 2008 lavora presso il Castello di Rivoli Museo d’Arte Contemporanea, Rivoli-Torino. Si occupa di studi animali e di antispecismo e ha pubblicato, con Leonardo Caffo, Un’arte per l’altro. L’animale nella filosofia e nell’arte (edizione digitale: goWare, 2013; edizione cartacea: Graphe.it 2014), tradotto in diverse lingue.

Il suo blog è: Coin Tray | In times of crisis it’s better to go digital.

Laureatosi in storia a Firenze nel 1977, è entrato nell’editoria dopo essersi imbattuto in un computer Mac nel 1984. Pensò: Apple cambierà tutto. Così è stato.

Laureatosi in storia a Firenze nel 1977, è entrato nell’editoria dopo essersi imbattuto in un computer Mac nel 1984. Pensò: Apple cambierà tutto. Così è stato.