Come ho imparato a farmi felicemente i cazzi miei

di Fabrizio Patriarca

Racconto della domenica

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Il miracolo della vita? Una corsa di erculei, più veloci di Ferrari guidate da star dei centri benessere, con appresso integratori in barattolo e filosofia in pillole. E uno può essere sfigato — una testa di cazzo, insomma, che non si fa nemmeno i fatti suoi — prima ancora di arrivare all’utero? Esiste una genetica dei vincenti? Con irriverente acume, lo scrittore Fabrizio Patriarca esplora l’impietosa natura umana. Perché solo la nostra razza ha lo stronzeggiare scolpito nei cromosomi, più definito degli addominali di Mister Universo.

Sono stato sparato dal cannone di mio padre assieme ad altri cinquanta milioni di consimili — là, dritto nel mistero della fertilità. Stavo quasi per cacciarmi in uno di quei deprimenti rivoletti ex libidine, nell’anonimato del liquido pre-orgasmico, ma ho tenuto duro. “Non morirò in un rigagnolo”, mi sono detto. Non mi spaccerete tanto facilmente.

Sapevo di voler invecchiare e finire i miei giorni in una clinica svizzera, pantofole piumate e pigiamino di flanella. Era il mio piano, grossomodo. Così, con questa immagine di altezzose infermiere diplomate alla supsi stampata nel nucleo dei cromosomi, mi sono armato di sacra tenacia e ho risalito l’onda fino alla cresta mediana. È stato qui che ho conosciuto Armando, mio fratello.

«Vado bene per l’ovocita?»
«Non mi stressare.»

Armando era uno spermatozoo robusto, se avesse avuto l’addome sarebbe stato scolpito di addominali. Trasportava informazioni genetiche ad alto contenuto atletico. Dove io flagellavo in maniera un po’ spastica, da principiante privo di senso del ritmo, lui esibiva una tecnica esemplare, certi allunghi in cui la furia agonistica era sottomessa alla precisione dello stile. Aveva tutta l’aria del predestinato. Mettendomi nella sua scia mi sono portato alla testa dell’onda. Ogni tanto buttavo un’occhiata indietro e pensavo: “Eccoci qua, cinque millilitri di seme battagliero, alla conquista della mortalità”. Avrei voluto arringare la moltitudine alle mie spalle col discorso di San Crispino — Noi pochi, noi felici pochi, noi manipolo di fratelli”.

Quanto stronzeggio, alle volte.

Mia madre aveva un utero sproporzionato, un vaso in cui si celebravano primitive, ataviche lunghezze: abbiamo faticato per quasi due ore fra i canali e tutto il resto, prima di riuscire a inzepparci nella tuba. Fermo con lo sguardo sulla coda di Armando, cercavo d’ignorare le grida dei poveracci rimasti intrappolati nel muco cervicale. E mentre risalivo l’arcana tenebra di quel luogo mi domandavo se tutto ciò che mi circondava fosse reale, o se non fossi precipitato in una qualche metafora che ancora non riuscivo a comprendere. Forse l’utero, quell’oscurità spugnosa, erano un simbolo. Ma il simbolo di che?

L’eterna tentazione dell’ascesa?

Lo spirito incrollabile di noi gameti aploidi?

La legge-morale-fuori-di-me?

Teorizzavo un iperutero affollato di idee perfette, con un demiurgo maldestro che impacchettava la flora batterica.

«Armando… chi siamo?»
«Uh?»
«Da dove veniamo? Dove andiamo?»
«Nuota, cretino! Siamo quasi alle tube.»

Invidiavo la noncurante ottusità di Armando, la dimensione di muscolari automatismi in cui sembrava felicemente immerso. Proteso alla conquista di una Bastiglia senza ideali, fuso nella certezza di una brutalità elementare, col cromosoma x che ballava euforico sotto le membrane acrosomiche. Che gran figo, mio fratello. Forse non avrebbe mai scalato i gradini di un podio olimpico — quello no, la genetica è sempre relativa — ma aveva buone chance di diventare l’attrazione principale della palestra sotto casa.

Una zaffata di caldo ci ha investiti dal condotto di Falloppio. Non era il bollore acido della vagina — quanti ne muoiono in quella broda caustica, sia pace a loro — ma un refolo più tenue, con un retrogusto di panetteria.

«Mi sa che mamma ha mangiato la pizza.»

L’espressione di Armando, voltatosi di scatto nella mia direzione, era di quelle da nemico giurato dei carboidrati. L’ho affiancato con un guizzo che mi è quasi costato la frattura del centriolo.

«Mi spieghi perché la metti giù così severa?»
«Sono concentrato. Ho uno scopo, io.»
«… disse il piccolo spermatozoo.»
«Senti, scemo, lascia che ti dica due parole. Noialtri campiamo in media tre giorni, quattro quando va bene. Se non ci schizzano sulla ceramica di un lavello.»
«Che immagine elaborata.»
«Be’? È il mio stile. Ma bada alla sostanza. L’evento assoluto è questo. Svegliati! L’adesso, il qui. La corsa all’oro, piccolo. La fottuta fecondazione. Non c’è tempo per prepararsi. Dai tutto, sùbito. Oppure ti nascondi in una cripta della mucosa e aspetti il degrado. Vorresti accumulare esperienza? Lascia perdere. La saggezza non fa per noi. Siamo sperma, sperma umano. Siamo il più potente esplosivo della natura!»

Sorprendente. Mio fratello ha una vena filosofica. Ma no, è un coglione, come suo padre.

«Dici “evento assoluto”: si dà il caso che sia l’unico. E l’amore? Come ci regoliamo con l’amore? E il piacere? Avrò diritto a un briciolo di piacere?»

«Blatera, fai pure. Quanto a me, non chiedo spropositi. Vorrei fondermi con un ovocita abbastanza attraente, superare la membrana pellucida, mettere su un po’ di materiale genetico, che c’è di male? Far parte di qualcosa di più grande.»

«Sentitelo, family man, già parla come uno zigote. Diventare un organismo diploide! E me lo chiami amore? Ficcare la testa in un budino di enzimi… è questo il tuo concetto di scopata?»

«Bello, la mia scopata è laggiù che mi aspetta.»

L’ovulo era apparso all’orizzonte. Palpitava solenne di fronte a noi. A guardarlo, tutto gonfio di nutrienti, più che eccitazione ti metteva addosso una fame spaventosa. Armando all’improvviso si è stretto a me.

Ci credereste? Tremava.

«Ma quanto cazzo è grosso?»
«Farà cento, centocinquanta micron.»
«Sembra un pianeta, mi aspettavo una roba più modesta.»
«Ansia da prestazione?»
«No, davvero, è troppo grosso per me.»
«Piantala. Sei lo spermatozoo più in forma che abbia mai visto!»

Niente. Mio fratello si era tappato in un ridicolo piagnisteo: «È troppo… troppo grasso!».
«Ma non volevi “far parte di qualcosa di più grande”?»
«Vacci tu, buh, ci ho ripensato.»
«Comportati da uomo, Cristo!»

Ma era appunto quello, il problema. Puoi essere il più potente esplosivo della natura, l’umanità è un’altra storia.

«Allora mi tuffo, vediamo che succede. Addio, Armando.»
Lui ha blaterato una cosa, come per scusarsi: «Ho sempre guardato avanti…».
«Non tanto avanti», ho pensato.
«Il futuro a cui rinunci adesso, Armando, è il passato di cui non avrò mai memoria. Addio.»

Così gli ho risposto, prima d’impilottarmi nell’ovulo.

Quanto stronzeggio, alle volte.

Fabrizio Patriarca ha trascorso gli ultimi vent’anni tappato dentro un’università della capitale, non si sa bene a far cosa, e soprattutto a quale titolo. Ha scritto roba non proprio memorabile. Gli piacciono i libri facili, quelli illustrati, quelli con le donne nude in copertina. Possiede l’intera collezione de Lo scrigno di Liala. Il suo romanzo preferito è I love shopping con il baby, il film preferito Natale in India. Dopo l’esordio con il saggio Leopardi e l’invenzione della moda (Gaffi, 2008), prosegue la collaborazione con l’editore romano (Seminario Montale, 2011; Qualcosa abbiamo fatto, 2012). Tokyo tansit è il suo ultimo romanzo (66thand2nd, 2016).

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