Come abbiamo sfasciato il mondo

4 crisi sistemiche in 20 anni

di Thomas Friedman

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Vi proponiamo nella sua integralità la traduzione italiana di How We broke the World, un esteso intervento di Thomas Friedman, uno dei più stimati e ascoltati opinionisti del New York Times, vincitore di due premi Pulitzer.

Si tratta di una riflessione lucida, e per certi versi amara, sull’ultimo ventennio che ha visto il succedersi di quattro grandi crisi sistemiche: l’11 settembre, la Grande recessione, il Covid-19 e il cambiamento climatico. Un filotto che ha pochi precedenti nella storia del mondo moderno.

Eppure per tutte queste crisi c’erano stati dei chiari segnali ammonitori. Avevano fatto capolino degli elefanti nella stanza. Quegli elefanti nella stanza, per incuria, avidità e calcolo, sono diventati un branco di elefanti neri dalle potenzialità distruttive incalcolabili.

Riusciremo a rinserrarli di nuovo?

Buona lettura.

Vulnerabilità

Se gli ultimi avvenimenti ci hanno mostrato qualcosa, è che il mondo non solo è piatto [titolo di un famoso libro di 580 pagine di Friedman, pubblicato in Italia da Mondadori nel 2006). È soprattutto fragile.

E siamo noi ad averlo reso vulnerabile. Noi, con le nostre stesse mani. Basta guardarsi intorno. Negli ultimi 20 anni abbiamo costantemente eliminato gli ammortizzatori naturali e artificiali, le ridondanze, i regolamenti e le norme che offrivano resistenza e protezione quando i grandi sistemi —fossero essi ecologici, geopolitici o finanziari — si stressavano. Abbiamo eliminato in modo sconsiderato questi ammortizzatori per l’ossessione dell’efficienza e della crescita a breve termine, o, semplicemente, senza pensare affatto alle conseguenze.

Allo stesso tempo, ci siamo comportati in modo sconsiderato, ferendo la natura e violando i confini politici, finanziari ed etici del semplice buon senso.

Interdipendenza

Nel frattempo, con la tecnologia abbiamo, trasformato il mondo da semplicemente connesso a totalmente interdipendente. Abbiamo eliminato ogni possibile attrito e ben oliato i mercati globali, i sistemi di telecomunicazione, internet e gli spostamenti delle persone e delle merci.

Così facendo, abbiamo reso la globalizzazione più veloce, più profonda, più economica e più avvinta che mai.

Mettendo insieme tutte queste tendenze abbiamo creato un mondo facilmente soggetto agli shock e alle conseguenze di eventi estremi senza avere più gli ammortizzatori per attutire questi colpi e con molte più organizzazioni e persone in rete pronte rimbalzarli a livello globale.

La frequenza delle crisi sistemiche

Tutto questo stato di cose si è chiaramente palesato nell’ultima crisi mondiale, la pandemia del coronavirus. Ci siamo accorti che crisi destabilizzanti sempre più periodiche si sono venute replicando negli ultimi 20 anni. Abbiamo avuto l’11 settembre, la Grande Recessione del 2008, Covid-19 e il cambiamento climatico.

Le pandemie non sono più solo biologiche, ma sono anche geopolitiche, finanziarie e ambientali. E ne subiremo sempre di più le conseguenze, a meno che non iniziamo a comportarci in modo diverso e a trattare Madre Terra in modo differente.

Lo schema delle crisi

Le crisi hanno seguito tutte uno schema ricorrente. Prima di conclamarsi, si è manifestato quello che si potrebbe definire un “lieve” attacco di cuore, cioè un avvertimento sul fatto che ci eravamo spinti troppo in avanti senza avere preso le dovute cautele. Ogni volta non abbiamo preso abbastanza sul serio quell’avvertimento — e l’esito è stato un bell’infarto devastante.

Gautam Mukunda, l’autore di Indispensable: When Leaders Really Matter, osserva correttamente.

Abbiamo creato reti globali perché potevano renderci più efficienti, più produttivi e rendere la vita più facile. Ma quando si rimuovono metodicamente le protezioni, le capacità di backup e i salvavita in nome dell’efficienza a breve termine o semplicemente per avidità, allora succede che i sistemi diventano non solo sono meno resistenti agli shock, ma questi, al pari dell’erbaccia, si diffondono ovunque.

Esaminiamo in dettaglio ciascuna delle crisi sistemiche che ci hanno colpito negli ultimi venti anni.

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11 settembre 2001

La svolta fondamentalista del mondo islamico nel 1979

Cominciamo con l’11 settembre. Si potrebbe considerare Al Qaeda e il suo leader, Osama bin Laden, alla stregua di un agente patogeno politico sviluppatosi dal Medio Oriente dopo il 1979.

“L’Islam ha perso il controllo nel 1979, la sua capacità di resistere all’estremismo è drammaticamente venuta meno”, ha scritto Mamoun Fandy, esperto di politica araba.

Il 1979 è stato l’anno in cui l’Arabia Saudita ha abbracciato il fondamentalismo, dopo che gli estremisti islamici avevano preso il controllo della Grande Moschea alla Mecca e una rivoluzione islamica in Iran aveva portato al potere l’ayatollah Ruhollah Khomeini.

Questi eventi crearono un’aspra competizione tra l’Iran sciita e l’Arabia Saudita sunnita. Le due nazioni islamniche iniziarono a contendersi la leadership del mondo musulmano.

Quella battaglia culturale, politica e anche militare è coincisa con un’impennata dei prezzi del petrolio che ha trasferito ad entrambi i regimi fondamentalisti le risorse necessaria per propagare la loro visione dell’Islam puritano, attraverso le moschee e le scuole coraniche, in tutto il mondo musulmano e non.

Così facendo, seppur rivali ma uniti, hanno emarginato ogni tendenza verso il pluralismo religioso e politico e alimentato il fondamentalismo brutale e le sue frange violente.

Nel Medioevo il mondo musulmano era la culla della cultura più influente, sul piano delle idee, della scienza e dell’economia. Il suo avamposto era la ricca e diversificata policoltura nella Spagna moresca.

Il virus della monocultura

Gli ecosistemi diversificati, in natura così come in politica, sono più resistenti delle monoculture. Le monocolture in agricoltura, per esempio, sono più esposte alle malattie, un virus o un germe può spazzare via un intero raccolto. Le monocolture in politica sono enormemente vulnerabili alle idee balzane.

Dopo il 1979, per quello accaduto in Iran e in Arabia Saudita, il mondo arabo-musulmano è diventato molto più di una monocoltura. Ha preso campo l’idea che il jihadismo islamista violento sarebbe stato il motore della rinascita dell’Islam e che l’epurazione della regione dalle influenze straniere, in particolare americana, era il primo necessario passo verso questa egemonia.

Questo virus patogeno di tipo ideologico si è propagato — attraverso le scuole coraniche, le videocassette e poi attraverso internet — nel Pakistan, nel Nord Africa, in Europa, in India e in Indonesia. Continenti interi ne sono stati investiti.

Il campanello d’allarme

Il campanello d’allarme sulla minaccia di queste idee per la stabilità del mondo occidentale suonò il 26 febbraio 1993. Alle ore 12:18 un furgone a noleggio pieno di esplosivo scoppiò nel parcheggio sotto l’edificio del World Trade Center a Manhattan. La bomba non riuscì a far crollare l’edificio come speravano gli attentatori, ma danneggiò gravemente la struttura principale, uccidendo sei persone e ferendone più di mille.

La mente dell’attacco, Ramzi Ahmed Yousef, un pakistano, disse agli agenti dell’FBI che il suo unico rimpianto era che la torre di 110 piani non fosse crollata sulla sua gemella, mandando al creatore migliaia di persone.

L’attacco e le sue conseguenze

Quello che è successo dopo lo sappiamo bene: gli attacchi diretti a entrambe le torri gemelle, l’11 settembre 2001. Azioni che hanno scatenato una crisi economica e geopolitica globale che si è conclusa al costo di diversi trilioni di dollari da parte degli Stati Uniti per cercare di rendere immune l’America dell’estremismo islamico violento.

Ciò è avvenuto tramite l’introduzione di un massiccio sistema di sorveglianza pianificato dal governo, l’installazione di metal detector negli aeroporti e, infine, con l’invasione militare dell’Afghanistan e dell’Iraq.

Gli Stati Uniti e i loro alleati hanno rovesciato i regimi dittatoriali in questi paesi, nella speranza di stimolare un maggiore pluralismo politico, di genere, religioso ed educativo. Tutti elementi che sono gli anticorpi contro fanatismo e l’autoritarismo. Purtroppo, non si sapeva davvero come poterli impiantare in terre così lontane e in culture così diverse. Ne è venuto fuori un gran pasticcio di fronte al quale gli sparsi anticorpi pluralisti presenti nella regione si sono vaporizzati.

In ogni caso — come in biologia, così anche in geopolitica — il virus di Al Qaeda è mutato, raccogliendo nuove specifiche dai suoi ospiti in Iraq e in Afghanistan. L’estremismo islamico violento è diventato ancora più virulento, grazie a sottili cambiamenti nel suo genoma che lo hanno trasformato in ISIS, o Stato islamico.

Questa comparsa dell’ISIS, e le mutazioni parallele nei Talebani, hanno costretto gli Stati Uniti a rimanere nell’area per gestire le epidemie, senza poter fare niente di più che una mera e triste gestione della crisi.

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La Grande Recessione

Il virus LTCM

La crisi bancaria globale del 2008 si è sviluppata in modo simile. L’avvertimento è stato lanciato da un virus noto con la sigla LTCM, Long-Term Capital Management.

LTCM era un hedge fund creato nel 1994 dal banchiere d’investimento John Meriweather, che aveva riunito un team di matematici, veterani del settore e due premi Nobel. Il fondo utilizzava modelli matematici per prevedere iil valore delle azioni e proegattre interventi di leva finanziaria. questi intervento dovevano per accrescere il suo capitale di iniziale di 1,25 miliardi di dollari con enormi operazioni di arbitraggio effettuate a condizioni fortemente convenienti.

Lo schema funzionò alla perfezione, fino a quando smise di funzionare. “Business Insider” ne scrisse in questi termini

Nell’agosto 1998 la Russia smise di ripagare il proprio debito. Tre giorni dopo, i mercati di tutto il mondo iniziarono ad affondare. Gli investitori cominciarono a ritirarsi in modo disordinato e caotico. Gli swap spread salirono a livelli incredibili. Tutto stava crollando. In un giorno LTCM perse 553 milioni di dollari, il 15% del suo capitale. In un mese bruciò quasi 2 miliardi di dollari.

Salvate il fondo LCTM

Ora, i fondi speculativi hanno sempre perso soldi, sono falliti e si sono estinti. Ma LTCM era un fondo diverso.

Il fondo aveva condotto le operazioni leva con così tanti capitali di così tante grandi banche a livello globale, senza la minima trasparenza, che nessuna delle parti coinvolte aveva un quadro preciso dell’esposizione totale di LTCM. Se gli fosse stato consentito di andare in bancarotta e di fallire, decine di compagnie di investimento e banche di Wall Street e all’estero avrebbe subito enormi perdite, con il rischio di una crisi di tipo sistemico.

Più di mille miliardi di dollari erano a rischio. E allora intervenne la Federal Reserve, con un pacchetto di salvataggio da 3,65 miliardi di dollari, per creare ai “tori” di Wall Street e alle banche l’immunità del gregge dal virus LTCM.

La crisi fu contenuta e la lezione che si apprese si rilevò piuttosto evidente: non bisognava più permettere a nessuno di fare operazioni a rischio così grandi, e per certi versi estreme, con una leva così enorme all’interno di un sistema bancario globale dove non esisteva trasparenza e con un singolo giocatore che si approvvigionasse da così tante e diversificate fonti.

I quattro veicoli dell’apocalisse

Appena un decennio dopo, la lezione fu dimenticata, e si verificò così l’immenso disastro finanziario del 2008.

Questa volta c’erano tutti nel casinò. C’erano soprattutto i quattro principali veicoli finanziari (che sono diventati gli agenti patogeni finanziari) che interagirono per scatenare il caos che portò la crisi globale del 2008. Questi veicoli erano i mutui subprime, i mutui a tasso variabile (ARM), i titoli garantiti da ipoteca commerciale (CMBS) e le obbligazioni di debito collateralizzate (CDOs).

Le banche e le istituzioni finanziarie, sempre meno regolamentate, lavoravano a pieno ritmo con i mutui subprime e con i mutui ipotecari a tasso variabile. Frazionavamo questi mutui ad alto rischio e li raggruppavano con altri mezzi a rischio inferiore per ottenere dei nuovi titoli garantiti da ipoteca e obbligazioni che le agenzie di rating classificavano spesso con tripla A, facendoli apparire più sicuri di quanto in realtà lo fossero.

La bolla immobiliare svapora

L’intero sistema dipendeva dalla tenuta del mercato immobiliare. Quando la bolla immobiliare deflagrò — e molti proprietari di case non poterono più pagare i ratei dei mutui –, lo stato di insolvenza si estese a un numero enorme di banche e compagnie di assicurazione a livello mondiale, per non parlare delle milioni di famiglie che ne furono coinvolte.

Ci si accorse che si era ampiamente oltrepassato il confine del buon senso finanziario. Con il sistema finanziario mondiale più che mai iperconnesso e ramificato, solo gli enormi piani di salvataggi da parte delle banche centrali evitarono una pandemia economica e una depressione generale causata dal fallimento delle banche commerciali e dei mercati azionari.

Una minaccia che torna

Nel 2010 si cercò di immunizzare il sistema bancario contro il ripetersi di questi fenomeni abnormi. Si avviò la riforma di Wall Street con il Dodd-Frank e il Consumer Protection Act in America e con i nuovi standard di capitale e liquidità previsti da Basilea III e adottati dai sistemi bancari di tutto il mondo.

Ma da allora, e in particolare sotto l’amministrazione Trump, le società di servizi finanziari hanno fatto pressione, spesso con successo, per indebolire questi ammortizzatori pensati per contenere, in futuro, un nuovo contagio finanziario.

Una crisi finanziaria oggi potrebbe essere ancora più disastrosa di quella del 2008, perché il trading online rappresenta più della metà del volume di scambi azionari a livello globale. Questi trader, infatti, utilizzano algoritmi e reti che elaborano i dati al millesimo o milionesimo di secondo per comprare e vendere azioni, obbligazioni, future e materie prime.

Ahimè, non c’è immunità del gregge all’avidità.

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Covid-19

La Sars

Non credo di dover passare molto tempo sulla pandemia di Covid-19, se non per dire che, anche in questo caso, ha suonato un campanello d’allarme. È squillato alla fine del 2002 nella provincia del Guangdong, nella Cina meridionale. Si trattava di una malattia respiratoria virale causata da un coronavirus — il SARS-CoV — noto come SARS.

Come osserva il sito web del Centers for Disease Control and Prevention, “Nei mesi successivi, la malattia si diffuse in più di due dozzine di paesi in Nord America, Sud America, Europa e Asia” prima di essere contenuta. Più di 8.000 persone in tutto il mondo si ammalarono. Quasi 800 morirono. Gli Stati Uniti ebbero otto casi confermati di infezione e nessun decesso.

Habitat e virus

Il coronavirus che causò la SARS fu portato dai pipistrelli e dagli zibetti. È passato agli esseri umani perché si erano spinti i centri urbani, ad alta densità di popolazione, troppo in profondità nelle aree naturali, distruggendo il cuscinetto di habitat naturale e sostituendolo con monocolture e cemento.

Quando si incoraggia lo sviluppo di azioni che distruggono sempre più gli habitat naturali, cacciandone la fauna selvatica, “l’equilibrio naturale delle specie crolla a causa della perdita dei principali predatori e di altre specie iconiche e gli stessi habitat si popolano di specie più generiche, adatte a vivere in ambienti dominati dall’uomo”, mi ha spiegato Johan Rockstrom, il capo scienziato di Conservation International.

Queste specie includono ratti, pipistrelli, zibetti e alcuni primati, che sono più predisposti a diventare ospiti della maggior parte dei virus in grado di trasmettersi all’uomo. Quando questi animali vengono poi catturati, ingabbiati e portati nei mercati — in particolare in Cina, Africa centrale e Vietnam, dove vengono venduti come cibo, come medicamento tradizionale o animali domestici — questo commercio mette in pericolo gli esseri umani, che non hanno ancora sviluppato gli anticorpi per questi virus.

2003: Stanza 911, Hotel Metropole, Hong Kong

La Sars è passata dalla Cina continentale a Hong Kong nel febbraio 2003, quando il dottor Liu Jianlun, che inconsapevolmente aveva la Sars, occupò la stanza 911 dell’Hotel Metropole di Hong Kong.

Sì, stanza 9–1–1. Non me lo sto inventando. Ma guarda le coincidenze!

Ha riferito il “Washington Post”:

Quando fece il check out, Liu aveva tramesso un virus mortale direttamente ad almeno altri otto ospiti dell’albergo. Questi ultimi, inconsapevolmente, lo portarono a Singapore, Toronto, Hong Kong e Hanoi. Da queste città il virus avrebbe continuato a diffondersi.
Su più di 7.700 casi di sindrome respiratoria acuta grave finora registrati in tutto il mondo, l’Organizzazione Mondiale della Sanità stima che più di 4.000 casi siano riconducibili al soggiorno di Liu al nono piano dell’Hotel Metropole.

È importante notare, tuttavia, che la SARS fu contenuta fino al luglio 2003 — prima di diventare una vera e propria pandemia — grazie in gran parte alle rapide misure di quarantena e alla stretta collaborazione globale tra le autorità sanitarie pubbliche di molti Paesi.

La governance multinazionale collaborativa si rivelò un buon antidoto.

2019: Mercato di Wuhan

Ahimè, questo fu. L’ultimo coronavirus è stato giustamente chiamato SARS-CoV-2, con enfasi sul numero 2. Non sappiamo ancora con certezza da dove provenga questo coronavirus che causa la malattia Covid-19, ma è comune il sospetto che sia saltato ad un umano da un animale selvatico, forse un pangolino, a Wuhan, in Cina. Passaggi simili sono destinati ad accadere sempre più spesso, mentre si continua a spogliare la natura della biodiversità naturale e degli habitat nativi.

Ecco che cosa mi ha detto Russ Mittermeier, il capo della Global Wildlife Conservation e uno dei massimi esperti mondiali di primati:

Più i sistemi ecologici si spogliano e perdono diversità, soprattutto in aree urbane enormi e in continua espansione, più diventeranno il bersaglio di parassiti emergenti, non ostacolati dalla vasta gamma di altre specie che popolano un ecosistema sano.

Quello che sappiamo per certo, però, è che cinque mesi dopo che questo coronavirus è passato a un essere umano a Wuhan, più di 500.000 persone sono morti nel mondo e in America ci sono più di 40 milioni di disoccupati.

La facilità del contagio

Mentre il coronavirus è arrivato negli Stati Uniti sia attraverso l’Europa che l’Asia, la maggior parte della gente, probabilmente, non si rende conto di quanto sia stato facile per questo agente patogeno arrivare dove vuole e fare quello che vuole.

Da dicembre a marzo, quando la pandemia è iniziata, ci sono stati circa 3.200 voli dalla Cina alle principali città americane, secondo uno studio di ABC News. Tra questi ci sono stati 50 voli diretti da Wuhan. Da Wuhan! Quanti americani avevano sentito parlare di Wuhan prima?

La vasta rete globale di aerei, treni e navi, unita agli insufficienti sistemi di cooperazione e governance globale e congiunta al fatto che oggi ci sono quasi otto miliardi di persone sul pianeta (rispetto a 1,8 miliardi quando la pandemia influenzale del 1918 colpì il mondo), ha permesso a questo coronavirus di diffondersi a livello globale in un batter di ciglio.

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Catastrofe climatica

Il tempo strano

Bisogna essere dei negazionisti puri per non vedere nelle manifestazioni del clima un gigantesco segnale d’allarme che annuncia un incombente — e potenzialmente peggiore — disastro globale, il cambiamento climatico.

Non mi piace il termine “cambiamento climatico” per descrivere ciò che sta succedendo. Preferisco di gran lunga il termine “stranezza globale”, perché il tempo che diventa “strano” è ciò che sta realmente accadendo. La frequenza, l’intensità e le conseguenze di eventi meteorologici estremi è in aumento. Le piogge diventano più umide, il caldo diventa più caldo, i periodi secchi diventano più secchi, la neve più pesante, gli uragani più forti.

Il tempo è una faccenda troppo complessa per attribuire ogni sua singola manifestazione al cambiamento climatico, ma il fatto che gli eventi meteorologici estremi stiano diventando sempre più frequenti e più devastanti — soprattutto in un mondo di metropoli affollate — è indiscutibile.

Una via senza ritorno

La cosa più saggia sarebbe che ci impegnassimo a preservare tutti gli ammortizzatori ecologici di cui la natura ci ha dotato, in modo da riuscire a gestire in modo ragionevole quelli che sono ormai gli effetti inevitabili del cambiamento climatico ed evitare quelle che sarebbero conseguenze impossibili da gestire.

Perché, a differenza delle pandemie come Covid-19, il cambiamento climatico non “raggiunge il picco”. Una volta deforestata l’Amazzonia o sciolta la calotta artica della Groenlandia, non c’è modo di ripristinarle o di tonare indietro. E allora dovremo fare i conti con qualsiasi evento atmosferico estremo si scateni.

Un piccolo esempio. Il “Washington Post” nota che il crollo della diga di Edenville nel Michigan, dopo piogge primaverili insolitamente abbondanti e costringendo 11.000 persone a evacuare le loro abitazioni:

ha colto di sorpresa alcuni residenti, ma non è stato una sorpresa per gli idrologi e gli ingegneri civili che avevano ravvisato che il cambiamento climatico e l’aumento delle precipitazioni stava mettendo a rischio la tenuta delle dighe a cattiva manutenzione o decrepite poiché costruite, come quelle delle Midland, per generare energia all’inizio del XX secolo.

Sappiamo, però, che cosa fare

Ma a differenza della pandemia di Covid-19, noi abbiamo tutti gli anticorpi necessari per contenere il cambiamento climatico.

Possiamo avere l’immunità del gregge se solo conserviamo e potenziamo gli elementi che sappiamo fornirci la necessaria resilienza. Ciò significa ridurre le emissioni di CO₂, proteggere le foreste che immagazzinano carbonio e filtrano l’acqua, gli ecosistemi e la diversità delle specie che le mantengono salubri, proteggere le mangrovie che limitano e inondazioni.

Più in generale, significa coordinare le risposte dei governi a livello globale così da fissare obiettivi e limiti e monitorare i risultati.

Elefanti neri

Guardando indietro agli ultimi 20 anni, quello che queste quattro calamità globali hanno in comune è che tutte sono “elefanti neri”, un termine coniato dall’ambientalista Adam Sweidan. Un elefante nero è un incrocio tra “un cigno nero” — un evento improbabile e inaspettato con enormi ramificazioni — e l’”elefante nella stanza” –, cioè un disastro visibilmente incombente e che nessuno vuole vedere.

In altre parole, il viaggio che vi ho descritto potrebbe sembrare meccanicistico e semplicistico. In realtà non lo è stato. Non è scaturito da fatalità, ma da scelte e da valori che gli esseri umani e i loro leader hanno deciso di portare avanti, in momenti diversi, nella nostra era di globalizzazione.

La globalizzazione

Tecnicamente parlando, la globalizzazione è inevitabile. Come la costruiamo, invece, non lo è.

O, come mi ha fatto notare Nick Hanauer, venture capitalist ed economista politico: “Gli agenti patogeni sono inevitabili, ma che si trasformino in pandemie non lo è affatto”.

Abbiamo deciso di rimuovere gli ammortizzatori in nome dell’efficienza; abbiamo deciso di lasciare che il capitalismo si scateni riducendo le capacità d’intervento del governo; abbiamo deciso di non cooperare in una pandemia globale; abbiamo deciso di deforestare l’Amazzonia; abbiamo deciso di invadere ecosistemi incontaminati e di cacciare fauna selvatica.

Facebook ha deciso di non limitare nessuno dei post incendiari del presidente Trump; Twitter invece l’ha fatto. E troppi chierici del mondo musulmano hanno deciso di lasciare che il passato seppellisca il futuro, non che il futuro seppellisca il passato.

Condivisione e reciprocità

Questa è la lezione più importante: man mano che il mondo si intreccia sempre più profondamente, il comportamento di tutti — i valori che ognuno di noi porta all’interno di questo mondo interdipendente — sono più importanti che mai.

Pertanto, anche la “Regola d’oro”, ovvero l’etica della reciprocità, non è mai stato un fattore così decisivo.

Fate agli altri ciò che vorreste fosse fatto a voi. Perché più persone in molteplici luoghi, in molteplici modi e continuativamente possono determinare la vostra vita e voi la loro come mai prima d’ora è successo nella storia dell’umanità.

Written by

Graduated in European history in Florence, he started working in publishing soon after having come across a Mac computer in 1984

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