Cobden vs Pritt: le corn laws

Gli interventi del premier del conservatore Robert Peel (8 febbraio, 3 luglio 1844)

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Nel 1813, alla fine del lungo periodo di guerre contro la Francia rivoluzionaria e napoleonica, il Parlamento inglese aveva approvato una legge che fissava un dazio di protezione sul grano da applicarsi fino a che i prezzi sul mercato interno raggiungessero gli 80 scellini a quarter (1 quarter = hl. 2,83): al di là di questo prezzo le importazioni erano dichiarate esenti da dazio. Quanto alle esportazioni, esse erano state dichiarate libere nel 1814, qualunque fosse il prezzo sul mercato interno.

Queste misure suscitarono vivaci agitazioni a Londra e nei centri industriali, ma il declino dei prezzi seguito alla fine del periodo di guerra, e accelerato dalle misure monetarie del governo inglese, recò gravi danni agli interessi agrari, senza che a compensarli bastassero neanche nuove misure protettive, come quelle approvate nel 1822, che proibivano le importazioni se il prezzo interno non raggiungeva i 70 scellini a quarter, e al di là di questo limite fissavano un dazio a scalare.

In realtà queste misure non riuscirono nello scopo, ché i prezzi interni del grano non raggiunsero mai, dopo il 1815, la misura sperata di 80 scellini, mentre l’avversione contro la protezione granaria cresceva dopo le riforme operate in senso liberista da Huskisson nel settore dei prodotti manifatturieri. Nel 1828, poi, una nuova legge abbandonò il principio del divieto di importazione al di sotto di un certo prezzo, e fissò invece un dazio a scalare con forti sbalzi a seconda dei vari livelli dei prezzi.

Nel 1838 sette commercianti di Manchester davano vita ad una associazione che doveva diventare la «Lega contro la legge sul grano» (Anti-Corn Law League). Ne fu anima fin dall’inizio Richard Cobden (Midhurst, Sussex 1804-Londra 1863), industriale cotoniero che dell’abolizione del dazio fece la missione della sua vita, svolgendo un’abile e intensa campagna. Per lui, liberismo economico, disarmo e pace internazionale erano strettamente collegati; e accanto a lui John Bright fu il grande oratore di massa della Lega, mentre Cobden agiva più efficacemente a livello dei ceti dirigenti.

La Lega conduceva una propaganda differenziata a seconda dei vari ceti, cercando per esempio di sollevare l’opinione dei fittavoli contro i proprietari fondiari: essa dichiarava di agire nell’interesse delle classi medie e industriali, ma con il tema del pane a buon mercato riscosse larghi consensi nei ceti popolari. Gli industriali la appoggiavano compatti, nella speranza che una riduzione nel prezzo delle derrate alimentari significasse anche riduzione dei salari, e che al tempo stesso il liberismo agricolo inglese facilitasse l’abbandono del protezionismo industriale degli altri paesi, facilitando così la conquista di nuovi mercati ai prodotti delle manifatture britanniche.

Cobden, per parte sua, era uno schietto idealista: il suo più grande discorso ai Comuni (era stato eletto deputato nel 1841) fu forse quello del 13 marzo 1845, quando si dice che il primo ministro Sir Robert Peel, capo del governo contro il quale Cobden parlava, si volgesse a un suo collega di governo dicendogli sottovoce: «a questo dovete rispondere voi, perché io non posso».

In realtà Peel era già avviato sulla via delle riforme: nel 1842 ridusse il dazio sulle importazioni fino a un massimo del 20 % del valore; nel 1845 abolì la protezione su oltre quattrocento articoli. Seguì, nel 1843, la disastrosa crisi del raccolto delle patate in Irlanda, che provocò la morte di migliaia di persone: da ogni parte si chiese l’abolizione del dazio sulle importazioni di grano.

Peel sperò che toccasse a un governo liberale di presentare un progetto di legge a questo fine: ma dopo il fallimento di una soluzione ministeriale in questo senso, lo presentò egli stesso. Esso divenne legge il 25 giugno 1846, ma provocò una vera insurrezione dei conservatori contro il capo del governo, che quattro giorni dopo dovette dimettersi. La legge di abolizione stabiliva che, quando il prezzo interno fosse sceso al di sotto di 48 scellini a quarter, si applicasse un dazio massimo di 10 scellini, decrescente col crescere del prezzo.

Dal febbraio 1849 tutti i dazi erano aboliti tranne un diritto di uno scellino, che fu anch’esso abolito nel 1869. In realtà, il dazio era già stato ridotto a un livello così basso, alla vigilia della abrogazione nel 1846, che la sua scomparsa ebbe un valore soprattutto simbolico: in effetti dal 1841 al 1843 il prezzo medio del grano era stato di 33 scellini a quarter; dal 1846 al 1830 fu di 32 scellini; dal 1831 al 1833, di 56 scellini. Tuttavia, l’era che adesso si apriva apparve e fu di generale prosperità, per l’incremento di tutta l’attività economica del paese.

Il testo inglese dei due discorsi di Cobden di cui si riproducono qui alcune parti nella traduzione di O. Bariè, I liberali vittoriani, Bologna, Il Mulino, 1961, pp. 39-43, è da vedere in Speeches of Richard Cobden [Discorsi di Richard Cobden] ed. J. Bright e J. T. Rogers, London, 1870, vol. I, pp. 118-133, 187.208. Cfr., per un primo orientamento, le voci Corn-Laws e Cobden R. in Encyclopedia Britannica, e J. A. Williamson, Storia d’Inghilterra, trad. ital., Bologna, Cappelli, 1937, p. 616 sgg.

1. Discorso dell’8 febbraio 1844 a Londra.

Perché dunque accettiamo con tanta compiacenza questo monopolio del grano? Semplicemente perché voi ed io e il resto di noi abbiamo una superstiziosa reverenza per i proprietari terrieri e abbiamo molto poco rispetto per noi stessi e per la nostra vocazione. Io dico che i monopolisti del grano, che si arrogano il potere alla Camera dei Comuni, agiscono ingiustamente verso ogni altra categoria di capitalisti.

Prendiamo ad esempio il settore del ferro, straordinariamente importante. Il ferro di certe qualità è diminuito di prezzo, negli ultimi cinque o sei anni da 15 sterline e io scellini a 5 sterline e io scellini la tonnellata. Vi sono uomini, che io conosco, i quali hanno visto i loro patrimoni, che raggiungevano le 300.000 sterline, sfaldarsi finché ora non toccano le 100.000.

Ebbene, forse che qualcuno ha assistito alla Camera dei Comuni al tentativo di protestare contro questa situazione, di protestare cioè contro il governo e il paese perché non si poteva mantenere allo stesso livello il prezzo del ferro? Forse che qualcuno si è fatto avanti a proporre che venisse stabilita una legge per cui la ghisa costasse tanto, il ferro in barre tanto e gli altri prodotti di ferro in proporzione? No; e questo non è stato il caso nemmeno per qualsiasi altro settore della produzione del paese. Che avviene invece riguardo al grano?

La prima sera in cui mi trovai alla Camera in questa sessione, ho visto il primo ministro alzarsi con un foglio di carta dinanzi e preoccuparsi di dirci quale era stato il prezzo del grano negli ultimi cinquant’anni, e quale era ora. Egli non ha altra funzione che quella di una sorta di intendente del grano, attento a mantenere i prezzi per i suoi padroni…

I nostri oppositori ci dicono che il nostro scopo nel sollecitare l’abolizione delle Leggi sul grano è quella di abbassare, riducendo il prezzo del grano, l’entità dei loro guadagni. Posso solo rispondere su questo punto per le regioni manifatturiere; ma per quanto le riguarda, dichiaro che negli ultimi vent’anni, ogni volta che il grano era a buon mercato, i salari nel Lancashire erano alti; e d’altra parte quando il pane era caro, i salari venivano assai ridotti…

Ora, lasciatemi spiegare chiaramente che cosa vogliono realmente i fautori del libero scambio. Noi non vogliamo che il grano sia a buon mercato semplicemente per avere bassi prezzi. Ciò che noi vogliamo è grano in abbondanza, e ci importa ben poco quale sia il suo prezzo, posto che possiamo ottenerlo al suo prezzo naturale. Tutto ciò che noi chiediamo è che il grano segua la medesima legge che i monopolisti dei generi alimentari sono disposti ad accettare riguardo al lavoro, ossia che «esso cerchi il suo livello naturale nei mercati del mondo…».

Per pagare quel grano questo paese avrebbe bisogno di maggior numero di industrie; ciò porterebbe a un aumento della domanda di lavoro nelle regioni manifatturiere, che provocherebbe a sua volta un aumento dei salari, sì che venissero prodotte nuove merci allo scopo di cambiarle con il grano importato dall’estero… Osservo che vi sono nelle regioni agricole uomini di mentalità ristretta che ci dicono: «Se voi introducete il libero scambio, e importate un quar- ter di grano dall’estero è chiaro che ne venderete un quarter di meno in Inghilterra…».

Che! vorrei chiedere questo: se voi metteste a lavorare un maggior numero di gente a salari migliori — se voi liberaste le strade dagli spettri che le infestano elemosinando il loro pane quotidiano — se voi poteste spopolare i vostri asili ed eliminare i due milioni di poveri viventi della carità pubblica che ora esistono nel paese e li metteste a lavorare in un’industria produttiva, non pensate che essi consumerebbero parte del grano tanto come voi; e non potrebbero essere, come noi siamo ora, consumatori di pane di grano, invece di continuare nella loro attuale miserabile dieta?

Il libero scambio del grano, invece di porre fuori uso una parte della terra e di danneggiare la coltivazione dei terreni più poveri, è il vero modo per aumentare la produzione interna e per stimolare la coltivazione dei terreni più poveri, sollecitando l’uso di maggiori capitali e di mano d’opera più numerosa. Noi non pensiamo di trarre un solo quarter di meno dal suolo del paese; non prevediamo di avere una libbra di meno di burro o di formaggio, o un capo di bestiame di meno; ci attendiamo invece di avere un grande aumento della produzione e del consumo interno; ma ciò che noi sosteniamo qui è che, quando noi abbiamo comprato tutto ciò che si può trovare in patria, dobbiamo poter andare 3000 miglia lontano — in Polonia, in Russia o in America — per ottenerne di più; e che non dobbiamo incontrare alcun impedimento quando intendiamo procurarci queste ulteriori quantità.

2. Discorso del 3 luglio 1844 a Londra

In primo luogo noi vogliamo il libero scambio del grano perché lo riteniamo giusto; noi chiediamo l’abolizione di tutte le restrizioni poste a tale articolo esclusivamente e semplicemente perché, se noi l’otteniamo ci libereremo senza difficoltà di tutti gli altri monopoli. Noi non desideriamo il libero scambio del grano con l’intento fonda- mentale di acquistarlo ad un prezzo più basso. Noi vogliamo acquistarlo al prezzo naturale del mercato mondiale; sia che con il libero scambio esso divenga più caro — come ad esempio sembra che diventi la lana ora, dopo l’eliminazione di un penny di dogana alla libbra — sia che diventi più a buon mercato, per noi non conta, posto che il popolo britannico lo abbia al prezzo naturale, e che ogni fonte dì rifornimento sia aperta, come la natura e il Dio della natura intesero che fosse; allora e soltanto allora noi saremo soddisfatti…

Non crediamo che il libero scambio del grano danneggerà gli agricoltori; siamo convinti anzi che ragricoltore-fittavolo ne trarrà beneficio quanto ogni commerciante o industriale. Né crediamo che il libero scambio danneggerà il lavoratore agricolo; pensiamo che esso anzi amplierà il mercato del suo lavoro e gli darà maggiori possibilità di trovare impiego sulla stessa terra in conseguenza dei miglioramenti apportati dagli agricoltori. Inoltre riteniamo che la cresciuta domanda di lavoro nelle città vicine produrrà un aumento generale dei salari, ponendo i giovani contadini di fronte alla possibilità di scegliere fra il lavoro dei campi e quello delle industrie.

Noi non riteniamo d’altra parte che ciò danneggerà i proprietari terrieri, anche ammesso che essi considerino soltanto i loro interessi finanziari; dubitiamo però che costituirà un ostacolo all’esercizio del loro dispotismo politico, quale ora esiste alla Camera dei Comuni e in certa misura, sebbene sia terribilmente scosso, anche nelle contee del paese. Noi crediamo che il libero scambio costituirebbe un impedimento alla conservazione di tale situazione, e che quando fosse stato stabilito il libero scambio del grano, gli uomini dovrebbero ricercare il potere politico piuttosto con mezzi onesti — guadagnandosi l’approvazione e l’amore dei loro compatrioti — che con l’aiuto di questo monopolio, che accomuna alcuni individui opprimendo e danneggiando i loro concittadini.

Noi siamo convinti che per i proprietari terrieri i quali introducono miglioramenti nelle loro tenute e rinunciano al potere politico concedendo lunghe affittanze agli agricoltori, i quali sono convinti del danno recato dal godimento di certi loro privilegi feudali di caccia, i quali aumentano quindi la produttività delle loro tenute non occupandosi d’altro che dei propri affari, il libero scambio non comporterebbe perdite finanziarie…

Noi crediamo che il libero scambio aumenterà la domanda di lavoro di ogni genere, non soltanto delle categorie di lavoratori industriali e in genere dei lavoratori manuali, ma anche degli impiegati, commessi di negozio e addetti al commercio, dando lavoro a tutti quei giovani che voi siete ansiosi di ben avviare nel mondo…

Infine noi crediamo che il libero scambio non diminuirà, ma al contrario accrescerà il reddito fiscale…

Fonte: Rosario Romeo e Giuseppe Talamo (a cura di), Documenti storici. Antologia, vol. II L’età conteporanea, Loescher, Torino, 1966.

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Graduated in European history in Florence, he started working in publishing soon after having come across a Mac computer in 1984

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