Cinematografia: un’arte morente

Perché i film della Marvel non sono cinema

di Martin Scorsese

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Scorsese ha ragione a metà

Si può senz’altro condividere il sentimento di tristezza che prova Martin Scorsese nel vedere tanti bei film esclusi dalla visione nelle sale cinematografiche. Il grande schermo è sempre più occupato dalle pellicole franchise che gli studios di Hollywood sfornano a catena di montaggio. Si può anche, parzialmente, condividere l’opinione che i film Marvel siano un surrogato del cinema con solo il sapore del cinema, ma non la sua aura.

Quello che non si può, però, condividere è che la cinematografia sia morta come arte. Certo Hollywood è perduto, almeno per ora. Fortunatamente c’è la tecnologia a lanciare un salvagente all’arte del cinema e alle sue espressioni non hollywoodiane. Che sono il cinema indipendente, gli autori sperimentali e quelli fuori dal coro.

Sono proprio i servizi di streaming, come Netflix, Prime Amazon, Hulu e altri, a produrre quel tipo di film che rimpiange Scorsese e a produrli in quantità mai viste. Mettono 30 40 milioni di dollari per finanziare un film su Heinrich, sulla siccità in Africa, sulla rivolta di Pasqua in Irlanda. Netflix ha dato a Scorsese 140 milioni di dollari per The Irishman.

Lo streaming aiuta l’arte del cinema

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La copertina di The Economist dedicata al fenomeno dello streaming.

I servizi di streaming hanno oltre mezzo miliardo di abbonati che domandano contenuti di ogni tipo per farsi prelevare a fine mese i 10 dollari dell’abbonamento. È un pubblico esigente e diversificato. C’è poi Mubi che è il più grande cinema d’essai di tutti i tempi. Lì c’è tutto il cinema che piace a Scorsese e a me. Se questi film finiscano o meno nelle sale è questione secondaria. Ci sono e ciò sostiene gli autori, ne richiama di nuovi ed educa gli spettatori dei franchise alla perduta arte del cinema.

È un fenomeno immenso, quello dello streaming. L’ultimo numero dell’Economist gli dedica la copertina e il servizio di fondo. Dice l’Economist che oggi lo streaming sta attraendo risorse e intelligenze che spingono pari a quelle che hanno sostenuto al boom delle ferrovie nel XIX secolo e quello dell’auto nella seconda metà del XIX secolo. Un baccanale da 650 miliardi di dollari, titola il settimanale londinese.

Succede la cosa inevitabile che il mezzo di fruizione di questi contenuti si trasferisce dalle sale cinematografiche allo schermo della televisione e dei più piccoli dispositivi mobili. E ciò lascia una certa amarezza in chi pratica e ama il cinema con la “C” grande. Ma così è e non si può fermare una piena con un secchiello. Poi se pochi film dello streaming finiscono nelle sale, la colpa non è certo dei servizi tecnologici. Forse è anche responsabilità delle scelte degli esercenti che, come gli editori di libri, si sono fatti il proposito di combattere e arginare il nuovo che avanza.

Il punto di vista di Scorsese è troppo importante per non essere considerato come deve. Pertanto offriamo il suo intervento, pubblicato sul New York Times, al lettore italiano.

Buona lettura. E viva il cinema!

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L’immagine che accompagna l’intervento di Martin Scorsese sul New York Times.

I franchise sono una calamità

A inizio ottobre sono stato in Inghilterra e ho fatto un’intervista per “Empire Magazine”. Mi hanno chiesto che ne penso dei film della Marvel. Ne ho guardati alcuni, ma non fanno per me. Somigliano più a un parco giochi che ai film che ho conosciuto e amato nel corso della mia vita. I film Marvel non sono cinema.

C’è chi si è sentito offeso dalla mia opinione e l’ha interpretata come una forma di disprezzo per la Marvel. Se qualcuno vuole leggere le mie parole in questo senso, non posso farci nulla. Ma non è questo il punto.

Molti franchise sono realizzati da persone di grande talento artistico. Il mio disinteresse per questi film è una faccenda di gusto personale. Se fossi più giovane o avessi raggiunto la maturità in un altro momento, sarei probabilmente un fanatico di questo tipo di cinema. Forse avrei persino potuto dirigerne uno io stesso. Ma sono cresciuto in un altro periodo e ho sviluppato una concezione del cinema — di ciò che era e di quello che avrebbe potuto essere — che è più distante dall’universo Marvel di quanto lo sia la Terra da Alpha Centauri.

Per me, per i cineasti che mi hanno ispirato e per le persone con cui ho iniziato a lavorare, il cinema era un’esperienza estetica, emotiva e spirituale. Riguardava i personaggi, la loro complessità, le contraddizioni del loro essere, il modo in cui potevano amarsi o detestarsi e fare i conti con se stessi. Si trattava di narrare l’imprevedibile sullo schermo e nella vita. Una situazione che il cinema drammatizzava e interpretava, dando senso alle potenzialità espressive dell’arte.

Il nostro approccio

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Alfred Hitchcock, uno dei grandi maestri del cinema. Uno dei pochi che ha saputo coniugare arte e spettacolo in una sintesi mirabile.

Era quello il nostro approccio: si voleva costruire una forma d’arte. All’epoca ci fu un dibattito se il cinema fosse arte o divertimento. Noi ci siamo schierati dalla parte del cinema come arte per dire che era come la letteratura, la musica o la danza. Questa arte può esprimersi in luoghi diversi e in varie forme — in Corea in fiamme di Sam Fuller, in Persona di Ingmar Bergman. In È sempre bel tempo di Stanley Donen e Gene Kelly, in Scorpio Rising di Kenneth Anger, in Questa è la mia vita di Jean-Luc Godard, in Contratto per uccidere di Don Siegel.

O nei film di Alfred Hitchcock. Credo che si possa dire che Hitchcock sia stato il franchise di se stesso. O che sia stato il nostro franchise. Ogni nuovo film di Hitchcock era un evento. Stare in mezzo agli spettatori in un vecchio cinema a guardare La finestra sul cortile era un’esperienza straordinaria: un evento che produceva un’alchimia tra il pubblico e il film che scorreva sullo schermo. Era elettrizzante.

E, in un certo senso, alcuni film di Hitchcock erano anche un parco giochi. Sto pensando a L’altro uomo: il climax ha luogo in una giostra in un vero parco divertimenti. O a Psyco. L’ho visto alla première allo spettacolo di mezzanotte. Un’esperienza che non potrò mai dimenticare. Le persone sono uscite sorprese ed elettrizzate, non certo deluse.

Sessanta o settanta anni dopo stiamo ancora guardando questi film e proviamo lo stesso stupore. Ma sono i brividi e l’emozione che ancora creano l’incantesimo? Non credo. I set di Intrigo internazionale sono sorprendenti, ma non sarebbero altro che una sequenza di eleganti e dinamiche costruzioni rese avvincenti dal magistrale montaggio, se non ci fossero le emozioni intense della storia o la vicenda umana del personaggio di Cary Grant.

Il climax di L’altro uomo è una grande costruzione filmica formale, ma sono l’interazione tra i due protagonisti e la recitazione profondamente inquietante di Robert Walker che stregano ancora oggi lo spettatore.

Il difetto dei franchise

Alcuni dicono che i film di Hitchcock si somigliassero tutti tra loro. Forse è vero, lo stesso Hitchcock lo ha riconosciuto. Ma le somiglianze che troviamo tra i film dei franchise di oggi è tutta un’altra faccenda. Nel film della Marvel ci sono molti elementi che definiscono il cinema come lo penso io. Ciò che manca è lo svelamento, il mistero o il genuino coinvolgimento emotivo. Niente è veramente a rischio. I film sono progettati per soddisfare una certa domanda e pensati come una serie di variazioni su un numero limitato di temi.

Sono sequel nel nome, ma sono remake nello spirito che li anima. E non potrebbe essere diversamente. Questa è la natura dei franchise cinematografici di oggi: prodotti di ricerche di mercato, verificati appositamente sull’audience, messi a punto, modificati e rivisitati fino a quando non si ritengono adatti all’uso e al consumo del pubblico di riferimento.

In altre parole, possiamo dire che sono tutto ciò che i film di Paul Thomas Anderson, Claire Denis, Spike Lee, Ari Aster, Kathryn Bigelow o Wes Anderson non sono. Quando esce un film di uno di quei registi sono certo che vedrò qualcosa di assolutamente nuovo che mi procurerà delle esperienze nuove e sicuramente non ripetibili o replicabili in serie. La mia concezione di ciò che è possibile narrare attraverso un film ne verrà ampliata.

Il mio problema con Marvel

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La regista canadese Kathryn Bigelow che Scorsese cita tra i registi che fanno ancora del grande cinema.

Qual è il mio problema con Marvel? Perché non lascio stare in modo che i film sui supereroi e altri franchise facciano quello che devono fare? Il motivo è piuttosto semplice. Qui da noi, e in tutto il mondo, i franchise sono divenuti quasi l’unica opzione disponibile sul grande schermo per il pubblico delle sale cinematografiche. È una faccenda estremamente pericolosa per la cinematografia. Oggi c’è sempre meno cinema indipendente.

Tutto si è capovolto. Lo streaming è diventato il modo principale di fruizione del cinema. Tuttavia, non conosco un solo regista che non sia desideroso di creare un film per il grande schermo, un film da proiettare al pubblico in una sala cinematografica. Me incluso. E sto parlando da regista che ha appena girato un film con Netflix.

Grazie a Netflix abbiamo potuto realizzare The Irishman nel modo in cui volevamo farlo, e per questo gli sarò sempre grato. Vorrei però che il film fosse proiettato anche nelle sale per sempre? Certo che lo vorrei. Ma non importa con chi fai un film, il fatto è che gli schermi nella maggior parte dei multisala sono occupati dai franchise.

E se pensate che alla fine è semplicemente una questione di domanda e offerta o di dare alle persone ciò che vogliono, mi trovate in disaccordo. Se alle persone viene proposto solo un genere di cose, e viene venduto all’infinito solo quello, ovviamente ne vorranno sempre di più.

Potremmo chiederci che male fa questa gente a starsene a casa e guardare una cosa qualsiasi su Netflix, Apple TV o Hulu? Certo che non fa del male. Può guardare ovunque ma non sul grande schermo, dove il regista o la regista vuole che il suo film sia visto.

L’avversione degli studios per il rischio

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The Irishman, l’ultimo film di Martin Scorsese prodotto da Netflix che ha investito 140 milioni di dollari nella realizzazione della pellicola.

È notorio che negli ultimi vent’anni l’industria cinematografica è cambiata completamente. Il cambiamento più allarmante è però avvenuto sottotraccia, in segreto. Il sistema degli studios ha deciso di eliminare la componente di rischio dalla loro attività. Molti film oggi sono prodotti formalmente perfetti, confezionati per un consumo immediato. Molti di essi sono assai ben realizzati da team con molti talenti al loro interno. Nonostante ciò, sono privi di una componente essenziale del vero cinema: la visione unificante dell’artista. Perché, ovviamente, l’artista indipendente è il più grande fattore di rischio.

Non voglio dire che i film dovrebbero essere una forma d’arte sovvenzionata, né che lo sia mai stata. Quando il sistema degli studios hollywoodiani era ancora vitale e in salute, le tensioni tra gli artisti e i businessman erano frequenti e furiose. Ma era una tensione produttiva che ci ha regalato alcuni dei più grandi film della storia. Usando le parole di Bob Dylan, i migliori erano “eroici e visionari”.

Oggi quella tensione è scomparsa e ci sono alcune persone nel settore che mostrano la più grande indifferenza verso le necessità dell’arte nel cinema. Hanno un atteggiamento arrogante e assertivo nei confronti della storia del cinema: una combinazione distruttiva.

Attualmente, purtroppo, la situazione è caratterizzata da due campi distinti: in uno c’è l’intrattenimento multimediale distribuito globalmente, nell’altro c’è il cinema. Talvolta si sovrappongono virtuosamente, ma ciò piano piano succede sempre di meno. Temo che il dominio finanziario dell’uno sia usato per marginalizzare o addirittura annichilire l’altro.

Per chiunque sogni di fare film o abbia appena iniziato, la situazione odierna è brutale e desolante per il cinema come arte. Il solo dover scrivere queste parole mi riempie di grande malinconia.

Written by

Graduated in European history in Florence, he started working in publishing soon after having come across a Mac computer in 1984

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