Carlo Cattaneo innovatore, vecchie e nuove start-up

di Anna Gervasoni

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Idee come fatti

Per il 150 anniversario della scomparsa di Carlo Cattaneo (1801-1869), l’Università LUIC, che appunto reca il nome di Cattaneo nella sua stessa denominazione, ha tenuto, sulla poliedrica figura del pensatore lombardo, una giornata di studi a Castellanza. Dai lavori dell’incontro è stato tratto un libro dal significativo titolo Carlo Cattaneo ieri e oggi curato da Laura Ballestra e Daniele Pozzi (pubblicato da Guerini — con goWare per la versione digitale).

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Il volume su Carlo Cattaneo è disponibile sia in versione cartacea che in versione digitale.

Cattaneo ha uno spazio importante e tutto suo nella storia e nella cultura italiana. Lo ha da patriota militante e lo ha da pensatore. Una personalità che, tutt’oggi, affascina per l’attualità di tanta parte del suo pensiero. Affascina anche per le sue intuizioni che non è esagerato definire profetiche. Non è neppure esagerato dire che la sua opera è stata ed è un corpo vivo e vibrante in tutto il corso della storia italiana.

La filosofia di Cattaneo è un po’ anomala per la nostra tradizione di pensatori. Cattaneo cerca di accostare il pensiero ai problemi vivi del corpo sociale per ricercare una sintesi operativa che guidi le persone nel fare. Un pensiero che ispira azioni, scelte decisioni. Quelle di Cattaneo sono idee che stanno dietro i fatti ed è proprio questo aspetto che lo rende un intellettuale militante e un innovatore della nostra tradizione di pensiero. Ed è anche per questo che continua a ispirare.

Dei molti e interessanti contributi presenti nel libro abbiamo scelto l’intervento di Anna Gervasoni, Professore ordinario di Economia e gestione delle imprese presso LIUC, che si sofferma sui tratti di innovatore della personalità di Carlo Cattaneo. Qualcosa che lo avvicina, nello spirito e nelle intenzioni, ai giovani fondatori di startup che giocano il loro futuro personale e imprenditoriale proprio sulla scommessa dell’innovazione.

In questo senso Carlo Cattaneo ha veramente qualcosa da insegnare a tutti.

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Quando tu metti insieme la Scienzia […], ricordati di mettere, di sotto a ciascuna proposizione, li sua giovamenti, a ciò che tale scienzia non sia inutile.
Leonardo da Vinci

La fonte d’ogni progressiva ricchezza è l’intelligenza: l’intelligenza tende con perpetuo sforzo o procacciare a un dato numero d’uomini una maggior quantità di cose utili, o la stessa quantità di cose utili a un numero d’uomini sempre maggiore.
Carlo Cattaneo

La mia non è una fede nella tecnologia. È una fede nelle persone.
Steve Jobs

L’intelligenza come fonte della ricchezza

Vi devo traghettare verso il racconto di una bellissima storia di start-up, Antares, che è una storia di successo di una start-up universitaria. Vi parlerò quindi dell’attualità di Carlo Cattaneo cercando di darvi la mia chiave di lettura: insegno finanza aziendale, mi occupo di venture capital, di finanziamento dell’innovazione.

Sono stata portata tanti anni fa qui dal professor Vitale, dal professor Coda, sono molto contenta di aver partecipato alla start-up di questa università, e oggi cercherò di collegare il mondo di Carlo Cattaneo al nuovo mondo delle start-up, partendo proprio da una frase di Cattaneo.

Cattaneo dice che la fonte della ricchezza in realtà è l’intelligenza.

L’intelligenza però deve fare due cose: continuare a dare più cose utili e darne di più a tutti. Sottolineo il tema dell’impresa che deve aumentare i beni utili e dare tante più cose per tutti — bisognerebbe poi definire cosa si intende per beni utili. Credo che emerga un grande tema di redistribuzione di utilità nel mondo.

Ma prima di Cattaneo, in Italia abbiamo avuto un altro signore importante, di cui parliamo parecchio quest’anno perché ricorrono i 500 anni dalla sua morte. Parliamo di Leonardo Da Vinci, che ha detto una cosa molto simile a quello che diceva Carlo Cattaneo, e cioè che la scienza alla fine la devi calare per terra, tanta scienza sì, ma la devi mettere insieme ad altri elementi.

Perché poi la scienza deve essere utile. Torna il concetto di utilità sociale della scienza. Questo tema lo ritroveremo nello spin-off di cui si parlerà dopo il mio intervento. La scienza che elaboriamo nei nostri ottimi atenei italiani deve essere calata a terra e deve essere calata a terra con spirito imprenditoriale, quello che insegniamo qui ai nostri ragazzi.

Non ho trovato un italiano contemporaneo con tanta visione come Steve Jobs, e siccome i ragazzi lo amano e lo amo anch’io, cito lui. Steve Jobs dice che la sua fede è la fede nelle persone. Io credo che detto da una persona come lui, che ha saputo diffondere la tecnologia in tutto il mondo, quello della centralità delle persone sia un tema molto importante.

La centralità delle persone ricorre anche in Carlo Cattaneo. Potevo citare come suggerite [il prof Vitale interviene dicendo che si dovrebbe ricordare il nostro Olivetti] anche Adriano Olivetti, però i ragazzi oggi conoscono e amano di più Steve Jobs.

Sarebbe bello tra qualche anno poter citare qualche giovane, qualche giovane che deve ancora esprimersi e magari che viene fuori dalla nostra università con qualche buona idea.

L’attualità di Carlo Cattaneo

È ancora attuale Carlo Cattaneo? Assolutamente sì, è ancora innovatore? Assolutamente sì. Su questo ho «rapinato» anch’io un po’ di temi, che poi riporto alla fine del mio intervento perché sono temi secondo me attualissimi: le infrastrutture. Non si può fare innovazione, non si può fare impresa, se non ci sono le infrastrutture e ovviamente le ferrovie sono al centro del pensiero di Cattaneo — il tema è ancora di grande attualità.

Dovremmo averlo in mente ancora noi, perché sono importanti, e perché oggi abbiamo anche le infrastrutture digitali. Non c’è sviluppo se non c’è infrastruttura efficiente, ampia, che collega, che è disponibile a tutti. E poi ci sono tanti altri temi: rendere gli scambi liberi, il commercio deve essere libero, come vedremo dopo. L’Europa è un insieme di tanti pezzettini, un grande puzzle che dobbiamo vedere costruito tutto insieme.

Dobbiamo avere la massima libertà di scambi per unire i tasselli del puzzle e dare un senso ad aree economiche più grandi e dinamiche, dove sia possibile crescere tutti insieme. Questo oggi è un tema non così banale.

Sicuramente è attuale il tema dell’istruzione: bisogna ancora elevare nel nostro paese il livello di istruzione e dobbiamo aumentare quelle che oggi inseriamo nel cosiddetto progetto industria 4.0, le competenze tecniche dei ceti produttivi, come diceva Cattaneo, e introdurre nuove tecnologie.

Questo vuol dire non solo fare start-up (che sono cose fantastiche), ma anche fare technology transfer, quella commistione tra vecchio e nuovo che sta funzionando molto bene nel nostro paese, cioè far sì che le imprese tradizionali investano in nuove tecnologie.

Finanziariamente i capitali si trovano nel mondo dell’investimento nel capitale di rischio, il cosiddetto private equity, che sta affiancando bene alcune imprese alla ricerca di capitali per crescere implementando nuove tecnologie in sistemi produttivi tradizionali. Si investe nel manifatturiero, nell’industria agricola, nel food, nel made in Italy: in quelle imprese che hanno scelto di diventare giovani, di ringiovanire attraverso le nuove tecnologie.

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La distruzione costruttiva nell’industria della musica.

La carta tecnologica

D’altra parte, la tecnologia fa paura a tanti. Facciamo un esempio riferendoci alla musica. La musica non è cambiata, si continua a fare, ad ascoltare, ma si trasmette con metodologie che hanno distrutto vecchi modi di sentire la musica. Però la tecnologia sta aiutando a diffondere la musica in modo più veloce, a farvi sentire più musica perché costa di meno, in tanti casi è gratuito, e a diffondere in tutto il mondo musica che altrimenti sarebbe stato molto complicato ascoltare; quindi io credo che la tecnologia sia importante, deve essere rivoluzionaria, guai se non lo è.

Ovvio che poi bisogna saper gestire la tecnologia con un sistema solido di valori. Va messa al centro la cultura, perché la tecnologia comporta temi che oggi pomposamente chiameremmo etici, che sono temi di cultura e di sistemi di valori condivisi. Su questo ho semplificato moltissimo, ma proprio per dire che siamo tutti coinvolti nel ciclo di sviluppo, perché lo sviluppo lo fanno le imprese, ma lo fanno anche coloro che fanno parte del sistema sociale e che interagiscono inevitabilmente con le imprese, come lavoratori, come consumatori e non solo.

E questo vale soprattutto per le nuove imprese. Non pensiate che solo quelli che sanno di tecnologia e di scienza facciano start-up, perché poi c’è bisogno di tanta imprenditorialità, tanto management. E chi fa tecnologia, chi fa management, deve unire le forze e un po’ di soldi, che oggi, grazie anche al venture capital si trovano, per fare nuove imprese e tradurre l’innovazione in sviluppo.

Si tratta di un percorso molto importante per creare nuove energie nei nostri paesi. Nuovi cicli di sviluppo. Riporto qualche frase ancora di Cattaneo:

«Il livello culturale di una nazione non dipende tanto dalla qualità delle scoperte, quanto dalla qualità delle ricerche».

La ricerca

Le scoperte sono importanti. Però se non c’è tanta ricerca sotto non ci sono scoperte. Noi in Italia non siamo messi male come ricerca, tutt’altro, non siamo messi male come brevetti, tutt’altro, c’è tanta ricerca nelle università, ricerca di qualità, anche nelle aziende, brevettiamo tanto.

Bisogna poi tirare fuori qualcosa «di utile» e questo non è banale. Anche perché solo adesso incominciamo a far sì che il nostro sistema accademico sia aperto. Non era così scontato essere aperti, i sistemi devono essere sempre più aperti perché dal chiuso non si va da nessuna parte.

Oggi i giovani lavorano con altri ricercatori in tutto il mondo, la nostra università li agevola in questo percorso che è fondamentale, perché se ti chiudi in te stesso, guai! Ma l’apertura non è solo tra accademici o tra giovani ricercatori.

Soprattutto, parlo per noi aziendalisti, il tema è che il giovane ricercatore, di economia, di economia aziendale, deve essere aperto nei confronti dell’economia reale, se no non va da nessuna parte. Se facciamo solo brainstorming tra tre ragazzi che lavorano in giro per il mondo su equazioni e asettiche analisi statistiche, non andiamo da nessuna parte.

Dobbiamo uscire dall’accademia, vedere le aziende, le «fabbriche» e vedere come funzionano, per poi tornare in accademia. Questo dà molta ricchezza a chi fa ricerca, ma contribuisce anche a trasmettere la ricerca nelle imprese, perché diversamente ci parliamo addosso e non andiamo — ancora una volta — da nessuna parte, come diceva correttamente Carlo Cattaneo.

Non mi ripeto sul capitale umano, sul fatto che sia fondamentale l’intelligenza, ma c’è un altro tema che è fondamentale: la ricchezza, la finanza, non si auto-genera: la finanza e i capitali devono essere utilizzati per impieghi produttivi. Così si genera nuova ricchezza.

Il risparmio verso l’economia reale

Oggi c’è una grande battaglia mondiale per cercare di raccogliere il risparmio, la ricchezza che c’è. Ce n’è tanta in Italia, ma per portarla su impieghi produttivi, la finanza non è fine a se stessa, deve essere trasmessa all’economia reale in modo selettivo.

Fondi pensione, casse di previdenza, ricche famiglie devono investire nell’economia reale, soprattutto nel proprio paese, perché sennò non si sviluppa il paese. Magari per un po’ di anni si guadagna, si guadagna investendo in titoli sintetici, poi queste cose si sgonfiano e non resta nulla.

Quando si investe sull’economia reale, sulle imprese, sulle infrastrutture, intanto si fa qualcosa per il proprio paese e per la collettività, e poi di solito si guadagna pure.

Il mondo sta crescendo. Avete parlato tanto di confini. Questa idea che enuncio l’ho presa da un banchiere che qualche giorno fa ha tenuto qui una bella lezione. L’Italia sta crescendo poco, sono cose che sapete. Però la lezione che ha dato questa persona di banca e finanza è stata che nel complesso il mondo sta crescendo.

Ci sono dei pezzi del mondo, ahimè anche il nostro pezzettino, che crescono poco, ma il mondo nel complesso sta crescendo e questo è un messaggio comunque positivo per i giovani e per gli imprenditori, che ormai nascono a Milano per andare a produrre e vendere in tutto il mondo, e speriamo possano continuare a farlo.

La cosa particolare è che se noi pensiamo a un G7 fra vent’anni, forse non ci saranno alcuni paesi presenti oggi, soprattutto europei, soprattutto se da soli, per cui l’unica speranza è metterci tutti insieme, perché se ci mettiamo tutti insieme parteciperemo al G7 nel 2030 come Europa; se pensiamo di partecipare ancora come singoli probabilmente non ci saremo. Invece ci saranno dei pezzi di mondo che stanno crescendo.

La crescita del venture capital

Pensate al mio piccolo settore, il venture capital, che è nato dopo la seconda guerra mondiale negli Stati Uniti, la data di nascita è il 1946, e oggi ha un flusso di capitali e di start-up straordinario. Ogni anno nascono 9000 nuove imprese col venture capital.

Se guardiamo quello che fa l’Italia facciamo pochissimo, ma stiamo cercando di fare di più. Però se noi guardiamo all’Europa nel suo insieme, sono 4000 start-up all’anno. Quando vado in giro a parlare di queste cose, parlo da europea, anche perché le start-up che nascono a Berlino, a Milano, a Londra, nelle grandi città, di solito lavorano, attraggono cervelli, capitali, intelligenze e vendono in tutta Europa.

I «confini» interni all’Europa sono solo un vincolo. Dobbiamo romperli perché brevettare a livello europeo e lavorare a livello europeo è l’unica possibilità per i giovani di partecipare a un paese grande e importante. Ma guardate che nel venture capital la dinamica è fortissima anche nei paesi asiatici.

Si fanno 1500 start-up innovative l’anno, con tantissimi capitali, che crescono in fretta: in Cina, in India, i confini limitano delle aree territoriali più grandi, è come essere Stati Uniti, appena tu sperimenti una cosa, funziona, se sei cinese hai immediatamente un mercato domestico di sbocco fantastico e fenomenale. Se noi continuiamo a farci la guerra tra Milano, Berlino e Londra non andiamo da nessuna parte.

E questo mondo, guardando al «mondo vecchio», cioè gli Stati Uniti, che cosa provoca? Provoca la nuova impresa, provoca il fatto che oggi, diversamente da 20–25 anni fa, o anche 10 anni fa, le prime otto società sulle prime dieci quotate al Nasdaq sono venture backed, cioè avviate grazie al venture capital; il venture capital americano, partito negli anni Quaranta, ha trasformato l’economia americana.

Oggi i protagonisti dell’economia americana sono imprenditori che hanno fatto un mix di intelligenza e capitale istituzionale (venture capital) che ha ribaltato e rilanciato l’occupazione americana. Se prendiamo dei settori che prima non esistevano, come il Bio Tech, vediamo che un 74% degli occupati lavora in aziende venture backed. Quindi si è trasformata l’occupazione, si è creata occupazione.

Riporto altre ricerche. Nel settore ICT sono stati distrutti in America 3 milioni di posti di lavoro, però ne sono stati creati 15, quindi c’è stato un ricambio. Il che non vuol dire che un posto vale un posto, non è vero, perché se io perdo il lavoro non è detto che trovi un nuovo posto di lavoro.

Nella nuova economia deve agire la società, la cultura, la «riformazione», la rifondazione di profili professionali che riallocano le risorse umane. Però il saldo è positivo e questo ci dà delle sfide molto, molto importanti.

Per cercare di capire quale sarà l’industria di domani, provo a vedere dal mio piccolissimo angolo dove stanno investendo i venture capitalist, perché di solito scelgono attività promettenti — l’abbiamo visto negli Stati Uniti — su cui scommettere i capitali, guadagnare e anche creare occupazione, creare un nuovo modo di fare impresa.

Negli Stati Uniti c’è ancora molto investimento in ICT, poi c’è Healthcare, Pharma e Biotech; l’Europa è molto simile.

I venture capitalist italiani

L’Italia è un animale strano e, a mio parere, interessantissimo. Abbiamo tantissimo Healthcare — secondo me sarà una delle industrie del domani — che si radica all’interno di una fortissima e solidissima industria medicale, presente nei nostri distretti italiani, dove stanno nascendo interessanti start-up. Per fortuna, buona è la tradizione dell’industria farmaceutica italiana, e noi siamo proporzionalmente tra i maggiori investitori in questo campo, che avrà tantissime, secondo me, possibilità nel futuro; e poi c’è quella meravigliosa categoria statistica che è «altro».

L’«altro» è fantastico, perché i venture capitalist italiani investono in molti settori diversi, che rappresentano altrove quote residuali, settori poco battuti. E l’«altro» è una cosa bellissima, perché vuol dire che c’è un grande fermento che non va solo in quei due o tre settori oggi di moda, ICT, Bio Tech, eccetera, ma c’è tantissima innovazione molto diffusa.

Ci sono parecchie idee legate al nostro fortissimo manifatturiero e anche ai nostri giovani, per catalizzare nuove energie e lanciare nuove imprese. L’Italia è ancora piccola, lo sappiamo. Nel recente Decreto sviluppo si prevede di destinare più risorse al venture capital in Italia, e questo è importante perché all’inizio serve anche un po’ di finanziamento pubblico.

Poi devono lavorare i privati. Tutti i grandi sistemi di venture capital in America, in Israele, in Inghilterra, in Germania sono partiti inizialmente con delle buone misure pubbliche, per cui un po’ di soldi pubblici ci vogliono. Però devono essere spesi bene, diversamente fanno dei danni enormi.

E poi ci vogliono i capitali privati e ci vogliono i capitali degli anziani, dei fondi pensione, delle casse di previdenza, che anziché continuare a investire nel mattone o nei titoli di Stato o in improbabili attività internazionali dovrebbero dare più soldi, attraverso bravi intermediari, alle start-up italiane.

Le start up di ieri e di oggi

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Le start up di ieri e di oggi.

Quando si parlava di Cattaneo, di Antares parlerete dopo, facevo un paragone tra le nuove start-up nate nell’Ottocento — anche allora erano start-up — e il contesto attuale. Sono serviti gli indirizzi di Cattaneo e tante altre cose che hanno fatto anche alcuni professori, come ha scritto Marco Vitale in tanti suoi scritti.

Tante aziende sono rimaste, si sono trasformate, hanno cambiato proprietà. Però quel periodo ha generato alcuni grandi colossi in tanti settori del nostro mondo, del nostro mercato.

Di tutte le imprese che nasceranno adesso, non so cosa succederà, qualcuna morirà, qualcuna andrà avanti e non so dirvi quali e quante imprese ci saranno domani, però se non c’è fermento imprenditoriale ci sarà il nulla.

Torno all’inizio del mio intervento. Oggi non possiamo pensare di fare impresa, far crescere il nostro paese, senza le infrastrutture, senza le tecnologie, senza delle buone università e senza tutte quelle cose che Cattaneo spiegava molto bene e senza fare trasferimento di ricchezza. Come ha scritto Marco Vitale qualche tempo fa:

«La decisione di investimento più rischiosa è quella di investire sul vecchio, sul passato».

Dobbiamo guardare al futuro, ai giovani, alle startup e trasferire tanta ricchezza che oggi sta nei nostri fondi pensione, nei nostri Family Office, in questo nuovo mondo bellissimo.

Sono sicura che questo farà anche guadagnare, ma non solo.

Anna Gervasoni è Professore ordinario di Economia e gestione delle imprese presso LIUC — Università Cattaneo, dove dirige il Master in Private Capital ed il Centro sulla Finanza per lo Sviluppo e l’Innovazione della LIUC Business School. È Direttore Generale di AIFI e consigliere indipendente in alcune società quotate.

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Graduated in European history in Florence, he started working in publishing soon after having come across a Mac computer in 1984

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