Bob Dylan su Joan Baez

Estratto da: Bob Dylan, Chronicles, vol. I, Milano, Feltrinelli, 2005

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Baez, la regina del folk

Quanto alla Regina dei folksinger, non poteva che essere Joan Baez. Joan aveva la mia stessa età e il nostro futuro sarebbe stato unito, ma a quell’epoca sarebbe stato risibile perfino pensarlo.

C’era un suo disco su etichetta Vanguard intitolato semplicemente Joan Baez, e l’avevo vista alla televisione, in un programma di musica folk della Cbs, prodotto a New York e trasmesso in tutta la nazione.

C’erano altri artisti in quello spettacolo, inclusi Cisco Houston, Josh White, Lightnin’ Hopkins. Joan aveva cantato alcune ballate da sola, poi si era seduta accanto a Lightnin’ e aveva cantato alcune canzoni con lui.

Non riuscivo a smettere di guardarla, non volevo nemmeno battere le palpebre. Aveva qualcosa di assassino nell’aspetto, lucidi capelli neri che le scendevano fino alle agili curve dei fianchi, lunghe sopracciglia un po’ sollevate, non era esattamente Raggedy Ann, la bambola di pezza.

Mi bastava vederla per sentirmi eccitato. E poi c’era la sua voce. Una voce che cacciava via gli spiriti maligni. Era come se fosse scesa da un altro pianeta.

Vendeva molti dischi ed era facile capire perché.

Nella musica folk le cantanti erano come Peggy Seeger, Jean Ritchie e Barbara Dane, che non riuscivano a comunicare bene con la folla moderna. Joan era completamente diversa da loro.

Nessuna era come lei. Ci sarebbero voluti ancora alcuni anni prima che Judy Collins o Joni Mitchell facessero la loro comparsa. A me piacevano le cantanti più anziane, Aunt Molly Jackson e Jeanie Robinson, ma non avevano quella qualità penetrante che Joan possedeva.

Alcune delle cantanti blues le avevo ascoltate parecchio, come Memphis Minnie e Ma Rainey, e in qualche modo Joan era più simile a loro. Non avevano certo l’aria di ragazzine, e nemmeno Joan l’aveva.

Un po’ scozzese e un po’ messicana, Joan sembrava un’icona religiosa alla quale ci si poteva sacrificare, e cantava con una voce che veniva direttamente da Dio… Ed era anche una strumentista eccezionalmente brava.

Quel disco della Vanguard non era poca cosa. Faceva quasi paura: un repertorio impeccabile, tutte canzoni rigorosamente tradizionali. Lei appariva molto matura, seduttrice, intensa, magica. Tutto quello che faceva, era così che doveva essere fatto. Che avesse quasi la mia età era una cosa che quasi mi faceva sentire inutile.

Per quanto illogico fosse, una voce mi diceva che lei era la mia controparte, che insieme a lei la mia voce poteva trovare un’armonia perfetta. A quell’epoca tra lei e me c’erano solo distanza, mondi interi e grandi barriere. Io ero ancora confinato nella profonda provincia. Ma una strana sensazione mi sussurrava che inevitabilmente ci saremmo incontrati.

Non sapevo molto di Joan Baez. Non avevo idea del fatto che era sempre stata un vero spirito solitario, un po’ come me, sbattuta parecchio da una parte e dall’altra del mondo e vissuta in luoghi che andavano da Baghdad a San José.

Aveva molta più esperienza di quella che avevo io. Anche così, pensare che forse lei era più simile a me di quanto lo fossi io stesso sarebbe sembrato un po’ eccessivo.

Dai suoi dischi non si poteva capire che era interessata a cambiare la società o niente del genere. Io pensavo che fosse stata fortunata ad aver avuto a che fare fin da subito con la musica folk giusta, ad averci subito messo gli occhi sopra, imparando a suonarla e a cantarla in modo esperto, al di là di ogni critica, al di là di ogni categoria.

Non c’era nessuno al suo livello. Era lontana e inaccessibile, una Cleopatra in un palazzo italiano. Quando cantava ti faceva restare a bocca spalancata. Come John Jacob Niles, era potentemente strana. Avrei avuto paura di incontrarla.

Magari mi avrebbe affondato le zanne nella nuca. Non volevo incontrarla ma sapevo che sarebbe successo. Facevamo la stessa strada anche se per il momento io ero molto indietro rispetto a lei.

Quel fuoco che aveva lei, ero convinto di possederlo anch’io. Tanto per cominciare, anch’io sapevo fare le canzoni che cantava lei, Mary Hamilton, Silver Dagger, John Riley, Henry Martin. Anch’io sapevo dar loro il tono giusto come faceva lei, ma in maniera differente.

Non sono canzoni che chiunque possa cantare in modo convincente. Il cantante deve far credere nella realtà di quello che sta cantando, e Joan ci riusciva.

Io ci credevo, che la madre di Joan avrebbe ucciso chi si era innamorato della figlia. Ci credevo. Credevo che lei venisse davvero da una di quelle famiglie.

Bisognava crederci. La musica folk, più di qualunque altra cosa, ti rende uno che crede. Credevo anche a Dave Guard del Kingston Trio. Credevo che avrebbe ucciso o che avesse già ucciso la povera Laura Foster[1].

Credevo che avrebbe ucciso anche qualcun altro, non pensavo affatto che stesse scherzando.

[…]

Baez e l’impegno politico di Dylan

Joan Baez aveva inciso una canzone di protesta su di me (To Bobby) che veniva molto trasmessa per radio, insistendo che io uscissi di casa, prendessi il comando e mi mettessi alla guida delle masse, che diventassi un avvocato difensore, che comandassi la crociata.

Mi invocava dalla radio come se io fossi stato richiamato in servizio. E i giornali non mi lasciavano in pace. Ogni tanto dovevo farmi forza e concedere un’intervista, così almeno non buttavano giù la porta.

Di solito le domande cominciavano con: “Possiamo parlare un po’ di quello che succede?”. “Certo, di che cosa?” I giornalisti mi mitragliavano di domande e io gli ripetevo di non essere un portavoce di niente e di nessuno e che ero solo un musicista.

Mi guardavano negli occhi come per trovare tracce di bourbon e manciate di anfetamine. Non avevo idea di che cosa gli passasse per la mente.

Poi un articolo avrebbe fatto il giro delle strade con il titolo: “Il portavoce nega di essere un portavoce”. Mi sembrava di essere un pezzo di carne gettato ai cani.

Il “New York Times” pubblicava interpretazioni deliranti delle mie canzoni. “Esquire” fece uscire un mostro a quattro facce in copertina, la mia insieme a quella di Malcolm X, Kennedy e Castro. Ma che assurdità era? Mi sembrava di essere al limite della terra.

La copertina del numero di Esquire del 1965, la grafica è di George Lois. 1. Bob Dylan perché parla come un poeta e canta la ribellione. 2. Malcolm X perché ha raccontato come lo era. 3. Castro perché incarna la rivoluzione romantica. 4. Bob Kennedy perché ha reso la gioventù rispettata da tutti.

Se qualcuno aveva qualche buon consiglio o un suggerimento da offrire, purtroppo non si faceva avanti. Quando mi aveva sposato, mia moglie non aveva idea di quello che le sarebbe capitato. Nemmeno io, a dire il vero, e adesso eravamo in una situazione senza via d’uscita.

Una cosa era sicura: che i miei testi avevano toccato un nervo mai toccato prima, ma se le mie canzoni si riducevano alle parole allora perché Duane Eddy, il grande chitarrista di rock and roll, ne aveva registrato un album di versioni puramente strumentali?

I musicisti l’avevano sempre saputo che nelle mie canzoni c’era qualcosa di più che non le sole parole, ma la maggior parte della gente non fa il musicista.

Quello che dovevo fare era ricondizionarmi la mente e smettere di dare la colpa a contingenze esterne. Dovevo rieducarmi, lasciar perdere la zavorra inutile. Ciò che non avevo era la solitudine del tempo.

Qualunque cosa fosse la controcultura, io ne avevo vista abbastanza. Ero stufo del modo in cui i miei testi venivano estrapolati, il loro significato sovvertito a scopo di polemica, come ero stufo di essere stato promosso a Grande fratello della ribellione, Grande sacerdote della protesta, Zar del dissenso, Duca della disobbedienza, Duce degli scrocconi, Kaiser dell’apostasia, Arcivescovo dell’anarchia, Pezzo da novanta ma di che diamine stiamo parlando?

Definizioni orribili, comunque le si voglia considerare. Tutte parole in codice per dire Fuorilegge.

Note

[1] “Laura Foster”. Nel 1866, l’assassinio di Laura Foster da parte del suo ex amante Tom Dula ispirò la Ballad of Tom Dooley che nel 1958 fu un grande successo del Kingston Trio e segnò l’inizio del folk-revival.

Da: Bob Dylan, Chronicles, vol. I, Milano, Feltrinelli, 2005

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Laureatosi in storia a Firenze nel 1977, è entrato nell’editoria dopo essersi imbattuto in un computer Mac nel 1984. Pensò: Apple cambierà tutto. Così è stato.

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Mario Mancini

Mario Mancini

Laureatosi in storia a Firenze nel 1977, è entrato nell’editoria dopo essersi imbattuto in un computer Mac nel 1984. Pensò: Apple cambierà tutto. Così è stato.