Barbie, un’icona di bellezza e femminismo

Estratto dal libro “Barbie, la Venere di plastica”

di Valeria Arnaldi

Pubblicato per gentile concessione di “Sentieri Selvaggi Magazine”, che ringraziamo per la disponibilità.

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Creata nel 1959 da Ruth Handler, la bambola più famosa del mondo ha compiuto 61 anni.

La sua immagine irreale e perfetta ha incarnato i sogni e le aspirazioni di intere generazioni e ha saputo rivoluzionare a 360° i criteri performativi e sociali della femminilità. La celebriamo attraverso alcune pagine del bel libro scritto da Valeria Arnaldi, Barbie, la Venere di plastica (Lit Edizioni), che smonta la narrazione di modello di femminilità schiava di un immaginario maschile, per rovesciarla in una lettura che rimette la donna al centro di tutte le nuove narrazioni.

Oltre l’armonia

Modella e musa

Alta, bella, bionda, curvilinea, capace di ogni impresa. Iconica. Eternamente giovane.

Imperfetta per la realtà, ideale per i sogni. Modella — anche musa — di più stilisti e soprattutto modello di numerose generazioni. Di bambine e pure donne che sognano di diventare come lei e di uomini, che fantasticano di incontrarla. Barbie ha sessantanni. Tanti ne sono passati infatti dalla sua invenzione, ma il suo concept non conosce rughe. Né concorrenza.

Nonostante i cambiamenti di stile, esigenze, gusti e nonostante le molte bambole che hanno cercato di imitarla e superarla — e a tratti sono riuscite forse a scardinare il suo posto nel cuore delle piccole clienti — Barbie è rimasta sempre sul podio, fino a farsi mito, concetto prima ancora che oggetto, filosofia e non semplice prodotto.

Nata dalla fortunata intuizione di Ruth Handler, moglie del cofondatore del marchio Mattel, per donare alla figlia un gioco che le permettesse di immaginarsi adulta, la doll più famosa del mondo ha travalicato rapidamente il mondo del giocattolo per farsi fenomeno di costume. E come tale è stata celebrata, studiata ma anche “giudicata”.

Andy Warhol, nel 1986, l’ha portata nel mondo dell’arte, consacrandola immediatamente a icona pop e, al contempo, di femminilità alla pari con Marilyn Monroe. Altri artisti hanno seguito il suo esempio, trovando nelle sue forme il simbolo con cui sintetizzare un intero universo fatto di stereotipi e cliché, di lussi, frivolezze e aspirazioni, condannando l’orizzonte fittizio e limitato, più ancora ritenuto limitante, del suo mondo di plastica, ma anche animato da desideri, sogni, fantasie, meraviglia.

Eccesso. Allo stesso tempo però per quelle stesse caratteristiche che la rendevano — e rendono — iconica, Barbie nel tempo è stata oggetto di più accuse e proteste di molti, soprattutto molte, che hanno visto nella sua immagine quella di una donna schiava di un immaginario maschile, costretta a essere perfetta per appagare le richieste della società.

Il desiderio di una madre

Venere in miniatura, Barbie è nata il 9 marzo 1959 dal desiderio di una madre di proporre un giocattolo diverso alla figlia per permetterle di immaginare il suo futuro. La riflessione è semplice e nasce dalla mera osservazione.

Esistono giocattoli per l’infanzia, non per le bambine più grandicelle che cominciano a guardare al mondo e al domani, immaginandosi donne. Lasciati i bambolotti alle spalle, sua figlia passa il tempo con le immagini delle dive ritagliate dalle riviste.

Non si diverte più o almeno non solo giocando a farsi mamma di questo o quel bambolotto, le piace immaginarsi grande, bella, di successo. Felice. Ecco cosa Ruth vede nel gioco della figlia. Ed ecco cosa offre alle bambine della sua generazione e in realtà poi a molte più di quelle: la possibilità di inventarsi un domani differente da quello che la società suggerisce, di fatto impone, loro.

Non dovranno necessariamente diventare mogli e madri, potranno crearsi una carriera e, a giudicare dalle infinite professioni che intraprenderà Barbie, potranno seguire sogni, ambizioni e fantasie, certe che, come suggerisce quella felicità di plastica rosa, saranno sempre coronati da successo. Normale che le bambine se ne lascino conquistare. Normale che adolescenti e giovani cerchino di somigliarle.

Il modello cui guarda Ruth per dare alla figlia un orizzonte alternativo è l’unico che conosce ed è tutt’altro che infantile.

Si tratta infatti di Bild Lilli, bambola lanciata sul mercato tedesco qualche anno prima, nel 1955, ma destinata a un successo ben più breve di quello della sua “imitazione” — fu commercializzata solo fino al 1964 — e pensata non per un pubblico di bambine bensì per adulti. Lilli non è la classica bambola giocattolo ma la più sofisticata (e cresciuta) versione di un oggetto-donna. Non è pensata per farsi modello, né per farsi protagonista di scenari fiabeschi, ma per essere la regina di fantasie concrete, anzi carnali.

Non propone un ritratto della donna con cui identificarsi, bensì una parodia dell’immagine femminile vista dagli uomini. Sono proprio gli sguardi maschili a “disegnare” il suo corpo. Lilli è una ragazza formosa, fintamente ingenua, che si diverte a stregare uomini facoltosi. È la femme fatale del periodo. Una bionda patinata. Un’icona da cinematografo. Viene utilizzata come regalo o gadget che dir si voglia per addii al celibato o occasioni simili. Stuzzica le fantasie, non incarna sogni.

Famme fatale

A disegnarne il bozzetto e definirne carattere, temperamento e rimandi era stato il vignettista Reinhard Beuthien, per il tabloid tedesco “Bild”, che l’ha concepita, appunto, come una femme fatale: vita stretta, curve in mostra, abiti fasciami e irrinunciabili tacchi a spillo. Lilli è la bionda accondiscendente che si fa adorare e dice sempre sì, ben felice di essere un oggetto del desiderio.

Non è l’intuizione a guidare Ruth in realtà verso quella bambola decisamente insolita per l’infanzia, ma il mercato. Nella sua unicità, diversa da tutto ciò che il mercato propone, Lilli, con le sue curve adulte e il suo ricco guardaroba, diventa rapidamente l’oggetto del desiderio delle giovanissime.

Ruth ne compra un paio, poi le mostra al marito, esponendogli la sua idea: quella doll può essere il prodotto di punta del loro marchio. Il marito non è convinto, è una scommessa azzardata e non ha voglia di farla. Alla fine però si lascia persuadere e rivede la bambola per adattarla alla sua nuova platea.

Grazie al sostegno dell’ingegnere, Jack Ryan Mattel ripensa l’aspetto della doll non andando a stemperare quegli stessi caratteri che prima erano stati giudicati “eccessivi” ma addirittura esasperandoli. Le bambine sognano di essere donne seducenti, dive da riflettori? E sia, che lo facciano al meglio. Barbie avrà un fisico da burlesque, disegnato ad arte per sedurre. Ryan è la persona perfetta per farlo: subisce fortemente il fascino femminile, è al suo quinto matrimonio, e nutre una passione sfrenata per feste e divertimenti.

Sa come realizzare il prototipo di una donna cui nessuno sappia resistere.

Il prototipo di Mattel

Dando corpo alla Venere in miniatura, Mattel riprogetta i canoni estetici femminili, rivoluzionando secoli di canoni di bellezza muliebre e ideando una nuova misura di armonia, che sembra completamente dimentica della storia. I criteri antichi vengono superati. L’equilibrio cede il passo alla straordinarietà. Paradossalmente Mattel non riduce le forme della Lilli da cui ha preso ispirazione. Anzi. Tra seno prorompente, fianchi stretti e piedi piccoli e sempre in punta, a Barbie conferisce il caratteristico equilibrio precario, immaginifico, che la rende inconfondibile.

Nell’esagerazione è il primo gusto del gioco e pure la sua salvezza. L’eccesso doveva forse essere il segnale per far capire alle bambine che si trattava solo di un giocattolo e non di un traguardo concreto. Un indizio evidentemente troppo paludato. Barbie diventa un’icona e viene consacrata proprio a quel modello che si voleva evitare diventasse.

La virtù che riposa nel “medio” è concetto rinnegato.

È il momento a chiedere, forse pretendere, esuberanza. Barbie nasce in un’economia che prospera. La guerra appare ormai memoria lontana e ciò che è rimasto, la sua industria, si è fatta lezione — e cultura — del consumo. La classe media negli Stati Uniti sta bene. Ed è alla classe media che si rivolge la bambola con la ricchezza del suo guardaroba e dei suoi accessori.

Barbie non è una principessa, ma è la ragazza della porta accanto, quella che molte delle bambine che la riceveranno in dono saranno e che le altre potranno sognare di diventare. Il mercato costantemente sollecitato da nuove proposte risponde bene. E in tale contesto, la fashion doli è risposta che genera altra domanda: il prodotto perfetto.

Può dunque bandire dal suo mondo tutto ciò che è venuto prima, figlio di conoscenze e intellettualismi che, patrimonio elitario, per il mercato sono solo una nicchia.

Un nuovo paradigma di bellezza

Basta dunque con la visione classica della bellezza che è, in fondo, dono di natura, quindi ottenuta per nascita e non “acquistabile”. Largo alla fantasia concreta del commercio e soprattutto del commerciabile.

La lezione del Doriforo, passato alla storia come espressione del Canone di Policleto, secondo cui un corpo è bello quando ogni sua parte ha una dimensione proporzionata alla figura intera, viene dimenticata. Il canone estetico che, adattato e approfondito, ha attraversato i secoli, alimentando il dibattito sulla Bellezza, con la maiuscola della perfezione ambita da uomini e donne sin dall’antichità, è ormai “vecchio”.

Così tutto ciò che da quella premessa è conseguito. Così Vitruvio che misura ogni parte del corpo nel tentativo di fare architettura della figura, dunque di costruire l’aspetto secondo gusto e “progetto”. E pure i secoli di storia fatta nel quotidiano, non solo nell’arte, di una riscrittura che con artifici naturali prima, fino ad arrivare alla chirurgia estetica, si è fatta tensione al fisico perfetto e sua ossessione. C’è bisogno di qualcosa di nuovo. Un sogno diverso che alimenti fantasie alternative per poter essere l’unica risposta.

Dell’antica concezione, nella progettazione di Barbie, si intravedono indizi ma solo per farne base di una nuova riflessione iconografia. L’armonia classica appaga lo sguardo colto, seduce in modo subliminale, richiama perfino la sacralità della Vita.

Non è questo quello che serve alle piccole. Per conquistare il mercato occorre qualcosa di nuovo che prenda marcatamente le distanze da quanto noto fino a quel momento, non tanto in termini di giocattoli — non c’è grande concorrenza, come anticipato — ma in termini di conoscenze, immagini, filosofia. Ruth deve superare le bambole tradizionali ma anche le riviste patinate, rendendole meno appetibili come figurine. La sua immagine della donna deve dare di più.

Dal modello di bellezza classica, figlio delle proporzioni, alle sue esasperazioni il passo è breve. Nel suo mondo la bellezza va al di là dell’armonia per inseguire la straordinarietà. Barbie non è armonica appunto. Il suo seno non potrebbe essere sostenuto dal suo busto. I piedi non riuscirebbero mai ad assicurare l’equilibrio del corpo. La sua testa, pur “vuota”, è pesante per le gambe. Impossibile la sua vita così stretta.

Stando al rapporto di scala 1:6 applicato al suo mondo, Barbie nella realtà sarebbe alta 175 cm, avrebbe 91 centimetri di seno, 46 di vita, 84 di fianchi. La sua bilancia nel 1965 segna ito libbre, quindi poco meno di 50 chili, in evidente sottopeso.

E se è vero che questo ha sollevato pressoché immediatamente dubbi e proteste dei genitori, lo altrettanto vero che è stato proprio il suo modello impossibile, alla fine, a imporsi, di fatto, anche a quel mondo adulto che lo contestava.

Superata l’armonia della Venere classica, Barbie viene incoronata come Venere moderna.

Il virtuale sconfigge il reale. La bellezza in carne e ossa è vinta da quella di china e colore. Desiderata perché inarrivabile e proprio per questo, spesso, ossessivamente inseguita. Nei secoli prima, poi, più veloce, nei decenni, il gusto ha cambiato misure e rapporti, spesso con il desiderio di volumi “extra”, dalle labbra al seno, fino a trasformare la proposta di un tipo raggiungibile nell’imposizione di un modello irrealizzabile.

Ma, si badi bene, perseguibile, come suggeriscono gli interventi estetici, anche questi sempre più estremi.

Il passare degli anni e il mutare di gusti e valori hanno comportato significative trasformazioni nell’immagine di Barbie, chiamata ad adattarsi alle richieste della società e farsi testimone del suo tempo. Ogni tempo. E quei mutamenti si fanno metro dei mutamenti della società stessa, delle sue fantasie e dei suoi desideri confessabili. Ma, in fondo, anche di quelli inconfessabili. Perché se la doli è stata messa “a misura”, il suo messaggio è rimasto legato alla purezza di quel primo ideale.

Chi sogna l’aspetto di Barbie non guarda al suo realismo ma proprio alla sua straordinarietà, nonostante i correttivi applicati al modello nel tempo, che non risultano altro che maschere utilizzate per tacitare il perbenismo della società e la sua falsa morale. Non è Barbie a determinare l’orizzonte estetico delle bambine, ma è il mondo reale a rendere possibile e desiderabile l’orizzonte — specie allo specchio — di Barbie.

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Femminista incompresa

Oltre il giocattolo

Quando Ruth Handler “pensa” a Barbie non c’è neppure sentore delle polemiche che nasceranno. L’idea è solo quella di creare un giocattolo, come tale, con ricadute limitate pressoché inesistenti su consuetudini e valori che non siano quelli, auspicati, di mercato.

Il politically correct è filosofia e “moda” ancora lontana. Barbie si fa simbolo di lusso e benessere, è l’emblema di una società ricca che alle donne chiede soltanto di essere belle per renderle felici.

Ruth vuole solo creare un giocattolo e vuole farlo per la figlia, lo abbiamo detto, è proprio qui però la chiave dell’ideazione della bambola. Ruth non vuole una bambola qualsiasi ma un’amica per la sua bambina e, augurandole come fa ogni mamma con i propri figli, un futuro radioso, non può che darle come modello un ideale di perfezione che è quello, in gomma e plastica, dell’epoca. Dunque, Barbie deve essere bella, buona, sorridente e deve avere tutto quello che desidera.

Non c’è il diktat del modello dunque ma l’intensità dell’augurio di una madre. Ruth vuole dare alla figlia una bambola con cui proiettarsi nel futuro, Barbie deve assicurare il gioco di un domani perfetto: in grazia e bellezza, come vogliono le favole, ma con l’aggiunta di una patina di successo, come suggeriscono le cronache. Irraggiungibile forse, ma imitabile per moltiplicare le possibilità di divertimento. Fin qui il desiderio di una madre, che, nella potenza dell’imprenditrice, finisce per farsi inconsapevole — e incompreso — messaggio politico.

La potenzialità di Barbie

L’invenzione di Barbie, poi duramente condannata dalle femministe, può essere in realtà sin dalle origini, forse suo malgrado, uno strumento di rivalsa, presa di coscienza di sé e del proprio potenziale. Le bambine non sono più costrette a vedersi realizzate solo perché amate da un uomo e generatrici di figli. E, neppure a immaginarsi adulte solo come bimbe cresciute. Ora possono sognarsi, seguire la propria fantasia, credere nelle proprie aspirazioni, nel plurale di un potenziale illimitato.

E possono immaginarsi al meglio. Bellezza e bontà sono le uniche vie note, che si fanno forse catene, ma di fatto aprono un orizzonte illimitato, un futuro tutto da scrivere. Barbie nasce miss ma riesce rapidamente a diventare molto altro. Già nel 1962 indossa un outfit ispirato a Jackie Kennedy e quella che può apparire solo una scelta dettata dalla moda nel seguire una riconosciuta icona di eleganza, offre comunque alle bambine nuovi spunti di riflessione.

E nel 1965 quella riflessione viene ulteriormente proiettata in avanti e “guidata” grazie alla proposta di abiti concepiti come completi da lavoro. In meno di dieci anni, Barbie passa da reginetta di bellezza a donna in carriera. Nel 1975 è un’atleta da oro olimpico, che conquista in più di una disciplina.

Nel 1985, torna a farsi business woman, con tanto di cartella da lavoro: il look “Day- to-Night” ben si presta a sintetizzare l’animo di Barbie, seria e diligente nella professione ma capace di lasciarsi andare e divertirsi la sera. La sua doppia vita non si fa denuncia di una maschera, bensì riprova della sua perfezione: Barbie eccelle in tutto ciò che fa. Si consacra al lavoro, arrivando ai vertici di ogni carriera, ma non trascura mai la vita privata, tra amici e fidanzato.

E l’evoluzione prosegue di anno in anno. Nel 1989 è ambasciatrice Unicef. Nel 1992 si candida alla presidenza degli Stati Uniti d’America per la prima volta. Lo rifarà anche nel nuovo millennio più volte. Tutto questo può fare quella piccola doll che possedeva solo un costume da bagno. È il prototipo della filosofia americana: ognuno può diventare quello che vuole, bastano sacrificio e determinazione.

Favola ingannevole?

Il lieto fine che Barbie promette è un’illusione che fa male alla crescita? Forse, ma proporre il modello di una carriera fortunata e di un lavoro danaroso non è più grave e illusorio di un lieto fine in cui il principe azzurro risolve ogni problema e “dona” — concessione dunque, non conquista — la felicità. Quali che siano le priorità personali, entrambi i finali probabilmente, forse inevitabilmente, non saranno per tutte. E dunque, quale prigione ha le sbarre più strette? Quale favola è più ingannevole? A ogni epoca il suo giudizio morale.

Nell’epoca di Barbie, fine Anni Cinquanta/inizi Sessanta, lavoro e business non erano utopie come può sembrare oggi, nella civiltà — tutt’altro che civile — degli eterni precari, ma erano obiettivi raggiungibili, quindi perché non proporli come possibili traguardi? Barbie così si fa strumento e vessillo della libertà, quantomeno, dell’alternativa, dove il domani non è più strada segnata ma via da tracciare.

Mentre Biancaneve, Cenerentola e le altre eroine della tradizione classica, di fatto, spostano l’attenzione sull’Altro, riconoscendo all’uomo il potere di salvarle perfino da se stesse, ammettendo così una sorta di debolezza originaria, Barbie invita a dire “io”, relegando il suo compagno Ken al ruolo di gregario. È lei l’eroina del gioco.

Il fidanzato le serve come accessorio, esattamente come abiti e scarpe, e a ribadire la sua identità è perfino il guardaroba costruito solo per affiancarla in questa o quell’occasione. Incornicia la sua storia ma non la determina. È lei la star, lui cresce nella sua ombra. E anche questo è un messaggio innovativo. L’uomo non è il protagonista della storia, né della coppia.

La donna non è costretta a stare dietro di lui. Ken esiste finché è al suo fianco, poi svanisce. Non ha altra identità, né funzione nel suo mondo-giocattolo. E lui a essere definito dalla donna, non il contrario. La rivoluzione è in atto senza che chi l’ha avviata se ne renda pienamente conto, così chi gioca.

Bersaglio delle femministe

Le femministe intanto incalzano. Barbie diventa il nemico da combattere, simbolo di secoli di sottomissione, sintesi dei pregiudizi moderni. A rendere ingannevole il messaggio è la “confezione”. L’animo da rivoluzionaria è custodito nel corpo di una pin-up. Barbie è bella, esageratamente bella. Eccessivamente curvilinea, ostentatamente sensuale, evidentemente compiaciuta di sé e serenamente vanitosa.

Nel momento stesso in cui afferma di non avere bisogno di un uomo al suo fianco per essere, ribadisce pure il suo diritto al piacere, nelle sue diverse forme. Barbie desidera e prende. Avrà ville, macchine sportive, guardaroba da star, un intero mondo costruito a misura del suo volere. E sarà sempre perfetta. Perché non è nata per essere una bambola comune, è stata concepita come una mini-diva, piccola di dimensione, monumentale per impatto, capace di scardinare gli stereotipi e rivoluzionare l’immaginario.

Il suo primo outfit è un semplice costume da bagno intero a righe bianche e nere, indossato con sandali e un paio di occhiali scuri sulla testa. Gli occhi sono sottolineati da un pesante tratto di eyeliner nero, le labbra sono tinte da un rossetto scarlatto. Il look è semplice ma aggressivo. Il body mette subito in risalto le forme della figurina, ribadendo la distanza dalle altre doll. Barbie non è una bambina ma una donna, e anche qui non è una donna comune, né soltanto una star, è una bomba sexy, fatta per suscitare desiderio. E sollecitarlo sempre più.

È per il piacere e per il proprio compiacimento che negli anni si sottopone a qualche “ritocco”. Prima ancora che la società raccolga gli stessi stimoli a farne regola, Barbie racconta la lotta delle donne per la bellezza che non è più però strumento per garantirsi l’avvenire ma mezzo per assicurarsi il piacere. “Tutta la mia filosofia su Barbie — ha spiegato nel 1994 Ruth Handler nella sua autobiografia Dream Doll: The Ruth Handler Story — era che attraverso la bambola, la bambina poteva essere qualsiasi cosa lei volesse essere. Barbie ha sempre rappresentato il fatto che una donna ha delle scelte”.

Una bambola e una bandiera. Essere ciò che si vuole, per la Handler, significa anche andare oltre il noto, perfino quando si tratta di strutture umane e aspetto. Barbie è impossibile perché non deve imprigionare le ragazzine, costringendole nella realtà e nella concretezza del domani. Il confronto e conseguente potenziale conflitto tra l’immagine che le bambine vedono nello specchio e quella della loro bambola non è tema che interessa Ruth perché è solo contingenza presente e nulla ha a che vedere con il domani cui guardano lei e le piccole giocatrici. Il presente è limite, il futuro è potenziale.

La condanna di Barbie infatti non è negli occhi delle bimbe che, generazione dopo generazione l’hanno eletta compagna prediletta, ma in quelli dei genitori che, calati nella concretezza del quotidiano e nelle sue problematiche, non hanno più la leggerezza per andare oltre la forma e godersi un semplice intrattenimento.

La rivoluzione sessuale

La protesta intanto avanza. Pochi anni dopo la sua nascita e nel pieno della sua affermazione, Barbie si scontra, letteralmente, con la rivoluzione sessuale. Paladina della libertà di essere, avere e soprattutto volere e prendere, viene in realtà bandita in quanto cliché di un mondo che si vuole credere perduto.

La donna oggetto è retaggio del passato che il femminismo vuole dimenticare e che quella sexy-eroina pare invece continuare a promuovere e ricordare, monumento alla donna che deve essere sempre perfetta per essere “accettata” dal maschio. Nei decenni la sua figura iconica resiste, così radicata nel patrimonio culturale collettivo.

Il nuovo millennio però le impone più di una trasformazione, rifuggendo dagli eccessi per approdare a una versione più minimal, che non è ritorno alla naturalezza ma approdo a una dimensione che non ha mai conosciuto, decisamente lontana dal progetto della sua ideatrice per cui Barbie non doveva essere “specchio” ma modello.

La sua immagine fa paura agli adulti. Le passerelle hanno portato sotto i riflettori bellezze bambine, ancora senza forme, imponendo canoni estetici impossibili da incarnare. L’immagine è diventata ossessione. I disturbi alimentari si diffondono. La consunzione si fa moda. E per contrastare il fenomeno, alimentato ben più dalla moda che dal gioco, è contro la bambola, bersaglio più facile degli altri, che si punta l’indice.

La richiesta di un maggiore realismo toglie a Barbie il privilegio del suo passo eternamente in punta, con un connaturato tacco 12, garanzia di sensualità e grazia, portandola a una terrena pianta piatta. E la fa uscire sconfitta dalla sfida lanciata alla gravità, condannandola ad allargare i fianchi e la vita. Le toglie anche qualche centimetro di altezza per renderla meno “spaventosa” nella sua irrealtà comunque apprezzata e desiderabile.

Ne fa immagine simile a quella di molte bambine, limitando così di fatto la loro fantasia, costringendole a fare i conti con il possibile e il reale. Non è più irraggiungibile. Questo modello più naturale però non è meno seducente dell’originario. Barbie rimane la “top” che molte hanno cercato di oscurare.

Il cambio di temperamento

Cambia il fisico e muta pure il temperamento. Neppure la sua frivolezza è più accettabile nell’universo del politically correct che pare guardare con sospetto ogni sorriso leggero. Barbie si fa sempre più ambiziosa. Aspira ai vertici di ogni carriera. Di più, ai vertici in ogni ambito della vita. È un’atleta, una donna in carriera, una veterinaria, una rockstar, perfino la presidente degli Stati Uniti d’America, prima “donna” della storia a rivestire il ruolo.

È buona, capace di una generosità che si fa sacrificio, sempre pronta a prendersi cura degli altri: si occupa di sorelline, bambini di amiche, cuccioli. È una cuoca eccellente e una perfetta padrona di casa, come dimostrano cura e arredi di tutte le sue — tante — abitazioni. Ed è adorabile, nel senso pieno del termine, tanto che l’eterno fidanzato Ken le perdona tutto, perfino il tradimento con il toy-boy Blaine, quando nel 2006 — la notizia è rimbalzata sulle pagine nazionali dei giornali di tutto il mondo — lo lascia per concedersi una pausa con il biondo surfista.

L’universo di Barbie si conferma infinito. Non conosce limiti neppure culturali. È osannata in tutto il mondo, tanto da essere realizzata in versioni “multiculturali”. È idolatrata dalla moda. È incoronata dal cinema. E arriva ad avere abitazioni a grandezza naturale, dove le bambine possono entrare realmente per sentirsi a casa della loro amica e compagna di tante avventure. E attenzione, non è solo questione di bambini.

L’età più adulta della doli le regala una vita più lunga pure in termini commerciali. Barbie piace alle bambine ma di fatto in ugual modo a quelle più cresciute, anche adolescenti, che cambiano modalità di gioco, non giocattolo, e alle donne che la scelgono come icona e “logo” su vestiti e accessori. Perché Barbie non è un mero passatempo ma la chiave di un preciso stile di vita, tra lusso, successo, fashion, sex appeal. E tutto questo — ecco la vera seduzione — nel suo mondo garantisce felicità. Una felicità piena, inesauribile, indipendente.

Eva e poi Adamo

Finalmente. Nel suo universo, l’Eden vede Eva nascere prima di Adamo — Ken viene ideato due anni dopo la sua creazione — e dunque è lei a dettare nomi, sguardi, filosofia. A essere proposto è un universo femmino-centrico, condannato però, ironia, proprio da molte donne che da quella femminilità dominante si sentono offese per un male interpretato femminismo rinnegante che alla donna chiede di farsi “uoma” per assicurarle il diritto alla parità.

I termini della questione sono chiari. Alle donne che chiedono l’uguaglianza, Barbie impone con forza la straordinarietà del suo pretendere privilegi. Non stupisce che il suo modello conquisti. Si fa vessillo di un universo al femminile, che la vede appagata, pure da sola.

Il gioco è vestire e spogliare la bambola, farle fare — bene — questo o quel mestiere, farle godere la sua realtà di lusso. Non è certo essere gregaria. Così le bambine si allontanano veloci dalla tradizione, in tutti i suoi stereotipi, a bordo di una Ferrari fiammante o di una Porsche fucsia.

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Audrey Hepburn in versione Barbie

Barbie al cinema

Il libro Barbie, la Venere di plastica racconta dell’arrivo al cinema di Barbie nel capitolo “Che Star!”

Barbie e lo schiaccianoci (Barbie in the Nutcracker, 2001)

Barbie Raperonzolo (Barbie as Rapunzel, 2002)

Barbie e il lago dei (Barbie of Swan Lake, 2003)

Barbie Lo principessa e lo povera (Barbie as the Princess and the Pauper, 2004)

Barbie Fairytopia (2004)

Barbie e la magia di Pegaso (Barbie and the Magie of Pegasus, 2005)

Barbie Fairytopia: Mermaidia (2005)

Il diario di Barbie (The Barbie Diaries, 2006)

Barbie e le 12 principesse danzanti (Barbie in the 12 Dancing Princesses, 2006)

Barbie Fairytopia — La magia dell’arcobaleno (Barbie Fairytopia: Magie of the Rainbow, 2007)

Barbie principessa dell’isola perduta (Barbie as the lsland Princess, 2007)

Barbie Mariposa (Barbie Mariposa and Her Butterfly Friends, 2008)

Barbie e il castello di diamanti (Barbie and the Diamond Castle, 2008)

Barbie e il canto di Natale (Barbie in a Christmas Carol, 2008)

Barbie presenta Pollicino (Barbie Presents Thumbelina, 2009)

Barbie e le tre moschettiere (Barbie and the Three Musketeers, 2009)

Barbie e l’avventura nell’oceano (Barbie in a Mermaid Tale, 2010)

Barbie — La magia della moda (Barbie: A Fashion Fairy Tale, 2010)

Barbie — Il segreto delle fate (Barbie: A Fairy Secret, 2011)

Barbie e l’accademia per principesse (Barbie Princess Charm School, 2011)

Barbie — Il Natale perfetto (Barbie: A Perfect Christmas, 2011)

Barbie e l’avventura nell’oceano 2 (Barbie in A Mermaid Tale 2, 2012)

Barbie — La principessa e la popstar (Barbie: The Princess & The Popstar, 2012)

Barbie e le scarpette rosa (Barbie in The Pink Shoes, 2013)

Barbie Mariposa e la principessa delle fate (Barbie Mariposa & the Fairy Princess, 2013)

Barbie e il cavallo leggendario (Barbie & Her Sisters in A Pony Tale, 2013)

Barbie la principessa delle perle (Barbie in the Pearl Princess, 2014)

Barbie il regno segreto (Barbie in the Secret Door, 2014)

Barbie una Superprincipessa (Barbie in Princess Power, 2015)

Barbie Principes a Rock (Barbie in Rock’n Royals, 2015)

Barbie il tesoro dei cuccioli (Barbie and Her Sisters in The Great Puppy Adventure, 2015)

Barbie Squadra speciale (Barbie: Spy Squad, 2016)

Barbie Avventura stellare (Barbie Star Light Adventure, 2016)

Barbie e la ricerca dei cuccioli (Barbie and Her Sisters in a Puppy Chase,2016)

Barbie — Nel mondo dei videogame (Barbie Video Game Hero, 2017)

Barbie La magia del delfino (Barbie Dolphin Magie, 2017)

Valeria Arnaldi romana, laureata in scienze politiche, è giornalista, scrittrice e saggista. All’attività giornalistica e letteraria ha affiancato la realizzazione di cortometraggi, tra i quali Dietro le quinte di un bacio con l’attore Enrico Lo Verso. Ha curato mostre fotografiche, come Passione e Sport, esposta a Roma, Lisbona e Atene, la multisensoriale Kiss, Graffi di Città e Roma violenta: le foto di cronaca mai pubblicate. Tra i suoi libri più recenti, Donne bersaglio – Mobbing e stalking dal lavoro al cuore; Nico, o dell’infelicità; Gli amori di Frida Kahlo: Tina Modotti hermana.

Written by

Graduated in European history in Florence, he started working in publishing soon after having come across a Mac computer in 1984

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