Analisi del film “Quattro notti di un sognatore” di Robert Bresson

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Jacques, un giovane, fa l’autostop; passeggia in campagna e poi a Parigi.

Prima notte. Jacques nota sul Pont-Neuf una ragazza, Marthe, che sta per scavalcare il parapetto. Alcuni passanti la trattengono, lui la riaccompagna e le dà un appuntamento per il giorno dopo alla stessa ora.

Seconda notte. Lei gli chiede di raccontarle la sua vita. Storia di Jacques: vive da solo, va dietro alle ragazze ma non osa abbordarle; detta al magnetofono un romanzo d’amore romantico mentre dipinge. Quando un suo ex compagno delle Belle Arti viene a fargli visita, gira le sue tele contro il muro.

Storia di Marthe: vive con la madre che subaffitta una piccola camera a un giovane. Quest’ultimo le fa la corte, le presta i suoi libri erotici e la invita ad andare al cinema. Una notte, lei si contempla nuda allo specchio; quando sente dei colpi sul muro, va verso la porta del giovane ma poi torna indietro. Anche lui esce dalla sua stanza e va verso la porta della ragazza. Il giorno dopo la madre annuncia la partenza del giovane. Marthe va allora a trovarlo, si offre a lui e gli chiede di portarla via. Ma questi se ne va promettendole di tornare dopo un anno, giorno più giorno meno.

Ritorno su Jacques e Marthe: è passato un anno, il giovane inquilino è ritornato a Parigi ma non si è ancora messo in contatto con lei. Il giorno dopo, Jacques andrà dunque a portare una lettera a degli amici che la porteranno al giovane. Registra pure al magnetofono il nome di Marthe e lo ascolta a lungo.

Terza notte. La conversazione tra Jacques e Marthe si fa sempre più confidenziale, ma la ragazza piange per l’assenza del giovane inquilino. Il giorno dopo, gli amici della ragazza dicono a Jacques «forse domani». Lui passeggia per le strade di Parigi dove tutto gli ricorda Marthe.

Quarta notte. Marthe dice che sta dimenticando il giovane e la loro passeggiata diventa ben presto veramente da innamorati. Però Marthe, riconoscendo d’un tratto il giovane inquilino tra la folla, bacia Jacques sulle guance e se ne va con l’altro. Nel suo atelier, Jacques registra un nuovo testo su Marthe e si mette a dipingere.

Come Mouchette dopo Au hasard Balthazar, Quattro notti di un sognatore segue le tracce di Così bella così dolce. È il meno tragico dei film di Bresson, il più leggero e in sintonia col suo tempo. Senza dubbio testimonia cosa il cineasta avrebbe potuto fare più spesso se non fosse stato costretto dal sistema a girare molto poco e quindi a realizzare — raramente — soltanto delle opere gravi, dense, ogni volta con un’apparenza «definitiva». In Quattro notti di un sognatore, i suoi temi preferiti permangono, ma sono meno celebrati, quasi riproposti in tono minore e soprattutto dispersi nel cuore di una realtà molto più presente.

Bresson fa respirare il suo film, lo rinchiude di meno sui due protagonisti, soffermandosi a osservare alcuni hippy o a guardare dei bateaux-mouches dalle rive della Senna dove, d’altronde, il cineasta vive da molte decine di anni. Forse perché Jacques è pittore come Bresson, e forse anche un po’ scrittore dal momento che registra dei monologhi al magnetofono. In ogni modo nutre le sue opere sia di quello che vede e sente sia di quello che vive dentro di sé. Ma questa attenzione è la caratteristica solo del giovane perché Marthe, da parte sua, è molto tesa, come prigioniera del suo strano giuramento d’amore.

Il mondo esterno esiste per se stesso molto più che in Perfidia, Pickpocket o L’argent. In questo modo Quattro notti di un sognatore rappresenta un po’ il lato aperto del Diavolo probabilmente… Se Bresson aveva spesso soppresso i dettagli dell’abbigliamento per dare loro nei film precedenti un aspetto atemporale, la moda degli anni Settanta gli permette paradossalmente di rimanere fuori dal tempo pur essendo contemporaneo, perché la gioventù di allora si veste volentieri con un patchwork di elementi eterocliti provenienti da epoche e luoghi lontani (colore nero, ricami, corpetti, pantaloni, foulard…). E questo eccesso produce lo stesso risultato che l’autore ottiene con il suo abituale riserbo: generalizza, fa perdere i punti di riferimento.

Si sa che Le notti bianche di Dostoevskij, racconto che descrive la lotta fra sogno e realtà, era già stato adattato al cinema nel 1957 da Luchino Visconti (Le notti bianche), un film che aveva sorpreso per la sua teatralità e il suo onirismo spinto. Con la sua scenografia da studio, Visconti aveva allora privilegiato il sogno. Sebbene il titolo faccia esplicitamente riferimento al sottotitolo del breve racconto, Ricordi di un sognatore, Bresson conserva piuttosto il reale, cosa che era senz’altro inevitabile da parte di un ostinato del vero.

Nondimeno il personaggio dell’inquilino seduttore è del tutto improbabile. Il tono romantico di Dostoevskij lo rendeva un po’ meno incredibile, ma al cinema il suo modo di sedurre e poi di scomparire rende il suo ritorno assolutamente stravagante. In realtà, egli prende su di sé la parte del sogno di fronte al quale la coppia di Marthe e Jacques si definisce e si staglia. Quest’ultimo è il personaggio che Bresson ha trasformato di più. Prima di tutto, egli non è più il personaggio narrante come in Dostoevskij, infatti Bresson non ha adottato il procedimento della confessione con voce fuoricampo. Di conseguenza, non c’è più quell’intervallo di quindici anni tra il momento della narrazione e quello degli avvenimenti riportati, che faceva dell’opera russa il racconto di uno scapolo di quarant’anni completamente introverso, che narra l’unico ricordo importante della sua gioventù.

Per concludere, Jacques non è il modesto impiegato di Dostoevskij ma un giovanissimo pittore che ha sicuramente vent’anni di meno rispetto al protagonista del romanzo originario. In Bresson, il sogno cambia l’ordine e Jacques quasi reinventa la propria esistenza attraverso le confessioni sussurrate al magnetofono nella sua stanzetta, vera eco del Pont-Neuf e della Parigi notturna che Bresson contrappone a livello di immagine (le inquadrature degli interni sono molto composite mentre le riprese sulle rive sono molto più fluide).

Nell’ambientare una seconda volta Dostoevskij nella Parigi di oggi, Bresson conserva il comportamento passionale dei protagonisti ma si tuffa decisamente nella modernità e allo stesso tempo propone una contestazione radicale del mondo d’oggi. Fondamento di tutti i suoi film, l’inadeguatezza dell’uomo al suo ambiente appare chiaramente nella contrapposizione irriducibile tra le apparenze e ciò che costituisce l’essere umano come pure, in un modo un po’ semplicistico, quella tra spirito e corpo. Certo, questa inadeguatezza era già marcata in Dostoevskij tra i personaggi e la società del loro tempo, ma lo scrittore la rendeva esplicita servendosi di lunghe dimostrazioni psicologiche. In Bresson la sfasatura si impone come un’evidenza nel brutale corto circuito provocato dal raffronto con epoche e luoghi diversi.

Ma questo contesto da Nouvelle Vague (capelli, vestiti, comportamento dei giovani, elementi sonori, hippy…) viene comunque tenuto a distanza da questa storia di innamorati irrigiditi che discutono seduti su una panchina. Bresson non sembra raccontare la storia giusta, oppure sembra che sbagli date e luoghi, e questo lo spinge a ritrovare la struttura antagonista tipica di tutti i suoi film. Il cineasta mantiene infatti l’aspetto marginale dei protagonisti di Dostoevskij che non corrisponde affatto al comportamento dei giovani d’oggi. Lo sviluppo dei loro incontri rimane incoerente ma secondo un andamento opposto rispetto a quello dei suoi film precedenti: invece di una forza in più nel carattere degli eroi, questa volta si ha al contrario una forza in meno, e il disagio permane perché la coppia — che d’altra parte non lo è nemmeno — è decisamente fuori dalla norma.

Vi è indiscutibilmente in Jacques una paura dell’altro e, più precisamente, della donna, che turba. Ma il suo modo di mettersi a dipingere non appena prova un’emozione, fa vedere che è in grado di trasformare la debolezza del suo vissuto in uno slancio creativo. Il film si conclude infatti sulla connessione sonora tra il monologo amoroso al magnetofono e il rumore del pennello sulla tela. Il ragionamento è chiaro: è la sua diversità che fa di Jacques un artista.

Il testo di Dostoevskij si inscriveva nella grande corrente romantica della seconda metà del XIX secolo in Europa. Conservandone l’essenziale, Bresson punta quindi sull’irruzione del romanticismo nella gioventù degli anni Settanta. Eppure l’ondata porno comincia ad abbattersi sul cinema francese e la sua visione originale dell’amore non può non sorprendere. Bisognerà aspettare gli anni Ottanta perché Jean-Jacques Beineix registri a sua volta questo ritorno all’amore e ai valori della coppia nei giovani d’oggi. Bresson spinge dunque, in modo aggressivo, il suo film controcorrente, precursore di un’evoluzione che sorpasserà il movimento permissivo, per coglierne solo l’aspetto liberatorio di questa esperienza dei limiti.

Lontano sia dalla drammaturgia classica che dal rigore abituale del sistema bressoniano, la costruzione del film si avvicina alla modernità di un Godard o di un Antonioni. Gli intertitoli separano infatti nettamente le quattro notti successive ma, all’interno della seconda, le due intrusioni dei racconti di Jacques e di Marthe, pure precedute da intertitoli, vengono a rompere l’ordine apparente per fornire ciascuna dei propri caratteri distintivi. Bresson non fa altro che rispettare esattamente la struttura di Dostoevskij ma, appunto, questo squilibrio senza una reale progressione drammatica è rara nel cinema.

È vero che la narrazione è più complessa di quanto non sembri di primo acchito: diario di un timido corteggiatore, il racconto di Jacques è filmato direttamente e al contempo rifratto attraverso dei monologhi sulle ragazze che egli ha notato e seguito per un momento, che il giovane confida al magnetofono. Alla storia di questo solitario corrisponde inoltre il resoconto dei rapporti fra i tre personaggi: Marthe, sua madre e l’inquilino.

L’attualizzazione dell’aneddoto è totale: l’opera di Dostoevskij diventa un film di gangster, i romanzi di cappa e spada che vengono prestati dall’inquilino si trasformano in libri erotici, Marthe non vive più con sua nonna ma con sua madre e i timidi incontri del racconto sono sostituiti da una conquista amorosa molto decisa! Il fiume di dialoghi di Dostoevskij è compensato dai movimenti rapidi e dalle micro-sequenze spezzettate che relativizzano la rigorosa cronologia dovuta alla successione preannunciata delle quattro notti. Di fatto, diverse scene fuori dal tempo (alcune deambulazioni di Jacques, il suo lavoro di pittura…) e soprattutto il riproporsi di situazioni identiche (appuntamenti fra Jacques e Marthe, risvegli del giovane, sedute al magnetofono…) danno al film un andamento ciclico, un po’ come se si trattasse di un sogno che costantemente si ripete notte dopo notte.

In un modo più chiaro rispetto a Dostoevskij, l’origine della passione che lega Marthe all’inquilino viene rappresentata come essenzialmente erotica; Bresson vi introduce una dialettica voyeurismo-esibizione molto contemporanea che dallo scrittore non era nemmeno suggerita: Marthe si guarda nuda allo specchio mentre l’inquilino va in giro, per bussare subito dopo sul muro divisorio. Quando si trovano svestiti l’uno di fronte all’altra, rimangono in silenzio, per non tradire la loro presenza alla madre che va avanti e indietro nel resto dell’appartamento chiamando la figlia.

Se questo impulso sessuale veniva segnalato come negativo nell’attrazione tra Marie e Gérard (Au hasard Balthazar) e se era insufficiente ad appagare gli sposi di Così bella così dolce, provoca invece in Quattro notti di un sognatore un turbamento molto dinamico e traduce una positiva volontà di autonomia della ragazza.

Marthe è insomma presa tra l’amore sentimentale e l’amore passionale incarnati da due giovani molto diversi. Alla fine, lei si allontana stretta a quello che rappresenta l’amore passionale, ma con indosso la sciarpa rossa che le ha dato l’altro. Così bella così dolce si concludeva con la sciarpa bianca che scendeva più lentamente del corpo della suicida. Qui ha vinto la vita. D’altra parte il film si apre e si chiude su alcune immagini di Jacques: il sognatore è lui; Quattro notti di un sognatore è la sua storia, quella dell’affermazione di una vocazione artistica passibile solo di inscrivere nel reale questa dimensione onirica.

Da: René Prédal, Tutto il cinema di Bresson, Baldini&Castoldi, Milano, 1998, pp. 224–231

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Laureatosi in storia a Firenze nel 1977, è entrato nell’editoria dopo essersi imbattuto in un computer Mac nel 1984. Pensò: Apple cambierà tutto. Così è stato.

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Mario Mancini

Mario Mancini

Laureatosi in storia a Firenze nel 1977, è entrato nell’editoria dopo essersi imbattuto in un computer Mac nel 1984. Pensò: Apple cambierà tutto. Così è stato.