8. Il carattere quasi-politico del movimento psicoanalitico

di Erich Fromm

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Nelle pagine che seguono cercherò di mostrare il peculiare carattere quasi politico del movimento psicoanalitico. Difficilmente si può trovare un’introduzione a questo argomento migliore della citazione dell’indice della prima parte del terzo[1] volume della biografia di Jones, intitolata Vita. I sottotitoli di questa parte sono: L’uscita dall’isolamento (1901-1906); I primi riconoscimenti internazionali (1906-1909); La società psicoanalitica internazionale, Opposizione, Dissensi (1911-1914); Il Comitato; Anni di guerra (1914-1919); Riunione, Dissensi, Progresso e sventura; Fama e sofferenza; Gli ultimi anni a Vienna; Londra — La fine.

Leggendo questi titoli chiunque potrebbe difficilmente dubitare che il libro si occupi della storia di un movimento politico o religioso, del suo sviluppo e dei suoi scismi; che si tratti della storia d’una terapia o d’una teoria psicologica, rappresenta una vera sorpresa. Tuttavia questo spirito d’un movimento che va alla conquista del mondo esisteva già nei primi anni della psicoanalisi. Prima del 1910, Freud aveva fatto le sue scoperte più fondamentali e le aveva presentate in un certo numero di libri e di articoli a un piccolo gruppo di medici e psicologi a Vienna.

Fino a questo momento, le sue attività non erano state diverse da quelle di qualsiasi altro scienziato creativo. Ma questo tipo di attività era insoddisfacente per Freud. Negli anni dal 1910 al 1914 «fu varato», come dice Jones, «quello che veniva definito il “Movimento Psicoanalitico”, titolo non molto felice che però fu adottato sia dagli amici che dai nemici».

In questi anni scrive Jones:

«La soddisfazione per il crescente successo e per i riconoscimenti ufficiali venne largamente intaccata da sinistri segni di crescente dissenso tra alcuni dei seguaci di maggior valore … Freud fu enormemente turbato e travagliato da tutti i problemi insolubili che ne derivarono, e dalla preoccupazione di fronteggiarli. In questa sede ci limiteremo comunque alla parte più luminosa della storia, cioè alla graduale espansione delle nuove idee, che tanto contava per Freud[2].

Ho già accennato al fatto che Freud, poco prima di fondare il «movimento», scrisse a Jung dicendo che stava accarezzando l’idea di far convergere i sostenitori in «un gruppo più ampio, che potesse lavorare per un ideale pratico»[3]. Egli pensava che la «Fratellanza Internazionale per l’Etica e la Cultura» avrebbe potuto costituire la cornice nella quale egli e i suoi sostenitori potevano organizzarsi. Ma ben presto l’idea della Fratellanza Internazionale per l’Etica e la Cultura fu sostituita dalla Fratellanza Internazionale per la Psicoanalisi, chiamata «Società Psicoanalitica Internazionale».

Questa Associazione fu fondata in uno spirito affatto differente da quello usuale per una società scientifica. Essa doveva essere organizzata secondo princìpi piuttosto dittatoriali.

Prima del congresso, Ferenczi aveva scritto a Freud in questi termini in un lettera a Freud, 5 febbraio 1910:

«L’avvenire della psicoanalisi non avrebbe portato ad un’eguaglianza democratica, bensì alla formazione di una élite, secondo lo schema della regola filosofica di Platone».

Anche se questa proposta era troppo drastica per essere accettata, essa è sintomatica dello spirito del movimento al quale Freud diede l’avvio assieme a Ferenczi, già fin dall’inizio.

Il secondo congresso psicoanalitico ebbe tutte le caratteristiche d’un congresso politico. «La discussione che seguì la relazione di Ferenczi fu», secondo Jones, «così arroventata che dovette esser rimandata al giorno seguente»[6].

Le cose andarono ancor peggio quando venne proposto di dare i posti di presidente e di segretario agli analisti svizzeri, ignorando i lunghi e fedeli servizi dei viennesi.

«Freud, rendendosi conto che una base di lavoro più ampia di quanto potesse permettere l’ebraismo viennese avrebbe costituito un notevole vantaggio, ritenne opportuno farne convinti i suoi colleghi di Vienna.
Saputo che molti di loro stavano tenendo una riunione di protesta nella camera di Stekel, egli salì a raggiungerli e fece un appassionato appello alla loro adesione. Richiamò la loro attenzione sull’accanita ostilità che li circondava e sulla necessità di un appoggio esterno per affrontarla; poi, facendo l’atto di strapparsi di dosso la giacca, esclamò drammaticamente: «I miei nemici desidererebbero vedermi morire di fame: mi strapperebbero di dosso persino i vestiti»[7].

A parte il complesso del morire di fame di Freud, in relazione al quale ho precedentemente citato questo passo, vediamo qui il gesto drammatico e leggermente isterico del leader politico per costringere i suoi seguaci ad accettare l’idea che la psicoanalisi doveva essere un movimento mondiale e perciò la sua leadership doveva passare dalle mani degli Ebrei viennesi in quelle dei Gentili svizzeri.

Jung doveva diventare, per così dire, il Paolo della nuova religione.

«Per rappacificare i capi della rivolta. Innanzitutto annunciò le sue dimissioni dalla presidenza della Società di Vienna, dove lo avrebbe sostituito Adler.
Indi, per controbilanciare in parte lo «Jahrbuch» redatto da Jung, acconsentì alla fondazione di un nuovo periodico mensile, lo “Zentralblatt für Psychoanalyse”, redatto collegialmente da Adler e da Stekel. Allora i viennesi si calmarono, accondiscesero al fatto che Freud fosse direttore del nuovo periodico e che Jung fosse eletto presidente della Società»[8].

Da questa descrizione si può facilmente desumere come ciò che motivava Freud, Ferenczi e gli altri era l’entusiasmo di uomini che guidano un movimento quasi- religioso, tengono congressi e conclavi, attaccano e si rappacificano, piuttosto che l’atteggiamento di scienziati che si occupano di discutere la loro materia.

Un analogo spirito politico si può riconoscere, un po’ più tardi, nei rapporti di Freud con il grande psichiatra Bleuler. Alla fine dello stesso anno, Freud scriveva a Pfister:

«Ho avuto un bel po’ di seccature con Bleuler. Non posso dire di volerlo con noi ad ogni costo, dato che in fondo Jung mi è più vicino, però per Bleuler sono disposto a sacrificare tutto, tranne ciò che possa nuocere alla nostra causa. Disgraziatamente ho poche speranze»[9].

Dopo questi ultimi anni di unità, i dissensi cominciarono a dividere i ranghi del movimento. Superficialmente, questi dissensi sorsero su questioni di opinione scientifica; ma se avessero avuto soltanto questo aspetto, difficilmente ci sarebbe stata l’acredine che li accompagnò.

In larga misura i dissensi e gli umori ad essi relativi erano certamente condizionati dall’ambizione dei dissidenti di diventare i capi di nuove sette, ma anche ed altrettanto dallo spirito politico e fanatico di Freud e dei suoi seguaci.

La forma che assunsero questi dissensi e questi scismi era tuttavia il risultato non solo del carattere di Freud e dei oppositori, ma anche della struttura che il movimento aveva assunto.

In un movimento organizzato gerarchicamente, il cui ideale era quello di conquistare il mondo, questi metodi sono logici. Essi sono gli stessi di altri movimenti religiosi e politici aggressivi incentrati intorno a un dogma e all’idolizzazione del capo.

La rottura con Jung, più pericolosa dal punto di vista politico e più dannosa per Freud sul piano personale di qualsiasi altro dissenso, portò a un nuovo stringersi del movimento mediante la creazione di un comitato segreto internazionale di sette membri (compreso Freud), che doveva vigilare e influire sul corso del movimento.

L’idea fuori dall’usuale d’un comitato di questo genere mostra lo spirito politico che il movimento aveva assunto. Il piano venne da Ferenczi. Già nel 1912, dopo la defezione di Adler e Stekel e dopo che Freud aveva detto (in luglio) che i suoi rapporti con Jung cominciavano ad essere tesi, Ferenczi fece notare a Jones:

«L’ideale sarebbe poter disporre nei vari centri e nei diversi paesi di un gruppo di uomini analizzati a fondo da Freud in persona. Siccome per il momento non sembravano esistere prospettive del genere, io [Jones] proposi che nel frattempo formassimo intorno a Freud un piccolo gruppo di analisti fidati — una specie di Vecchia Guardia. Ciò gli avrebbe dato quella sicurezza che solo una solida cerchia di amici fedeli può dare, e gli sarebbe stato di conforto nel caso di nuove divergenze»[10].

La proposta fu vigorosamente condivisa da Rank e da Abraham. Ancora una volta è caratteristico del movimento che proprio al tempo in cui questa proposta veniva discussa, Ferenczi chiese a Rank se sarebbe rimasto fedele al movimento e scrisse a Freud, a proposito di Jones: «Tenga costantemente sottocchio Jones, in modo da tagliargli la via della ritirata»

Freud stesso fu entusiasta dell’idea e rispose immediatamente alla lettera di Jones:

«La Sua idea di un consiglio segreto composto dei nostri uomini migliori e più fidati, il quale si occupi dell’ulteriore sviluppo della psicoanalisi e difenda la causa contro persone ed eventi quando io non ci sarò più, si è subito impadronita della mia mente… Scommetto che vivrei e morrei più tranquillamente se sapessi che esiste un’associazione simile che vigila sulla mia creazione. Prima di tutto: questo comitato dovrebbe essere strettamente segreto, sia per quanto riguarda la sua esistenza, che le sue azioni… Qualsiasi cosa accada in avvenire le future vedette del movimento psicoanalitico potranno uscire da questo ristretto ma scelto gruppo di uomini, dei quali sono ancora pronto a fidarmi nonostante le mie ultime disillusioni in fatto di persone»[11].

Un anno dopo il comitato, costituito da Jones, Ferenczi, Abraham, Rank e Sachs, si riunì per la prima volta. Freud celebrò l’avvenimento donando a ciascuno un antico cammeo greco della sua collezione, che essi poi montarono in un anello d’oro. Freud stesso portava da molto tempo un anello di questo tipo e quando, alcuni anni più tardi, ne venne dato uno anche a Eitingon, ci furono i Sette Anelli di cui parla Sachs nel suo libro.

L’ulteriore sviluppo del movimento seguì il cammino indicato dagli eventi fino alla formazione del comitato. Nella sua Storia del movimento psicoanalitico, Freud palesa chiaramente lo spirito quasi politico del movimento; egli enumera le varie conquiste del movimento in diversi paesi.

Esprimendo soddisfazione per i progressi fatti in America, aggiunge caratteristicamente:

«Tuttavia, proprio per questo, è evidente che la lotta per l’analisi si decide necessariamente dove si è formata la maggiore resistenza, cioè sul territorio degli antichi centri di civiltà»[12].

Oppure scrive, a proposito della lotta con gli oppositori:

«Essa [la storia dell’opposizione alla psicoanalisi] non è granché lusinghiera per gli uomini di scienza dei nostri tempi. Ma voglio aggiungere subito che non ho mai pensato di condannare in massa come spregevoli gli avversari della psicoanalisi per il solo fatto di essere tali, a parte alcuni individui indegni, avventurieri ed impostori che siamo soliti trovare, in periodo di lotta, da entrambe le parti»[13].

Freud espose quindi la necessità di un «capo», ritenendo che dei molti errori che attendevano chiunque si disponesse all’analisi, «creando un’autorità che fosse pronta ad insegnare e consigliare, non pochi potessero essere evitati... Bisognava che ci fosse un quartier generale in diritto di affermare: “L’analisi non ha niente a che vedere con tutte queste frottole, questa non è psicoanalisi”»[14].

Fu costruita un’organizzazione internazionale con diramazioni in molti paesi e con severe regole che stabilivano chi avesse il diritto di considerarsi uno psicoanalista. Assistiamo qui allo spettacolo, tanto raro in altri campi scientifici, del progresso d’una teoria scientifica che viene incatenato per decenni alle scoperte del suo fondatore, e senza che venga lasciata alcuna libertà di rivedere certe tesi fondamentali del maestro.

Lo stesso linguaggio usato da Freud ha questo carattere quasi-politico. Così egli parla di un congresso tenuto nel 1910 come del “Reichstag di Norimberga”, che «chiude l’infanzia del nostro movimento»[15]. E quando Jung cominciò, secondo l’opinione di Freud, a interessarsi troppo dell’interpretazione dei miti, Freud lo ammonì, e scrisse a Jones a proposito di questo ammonimento (22 gennaio 1911):

«Sono più convinto che mai che egli sia l’uomo del futuro. Le sue ricerche l’han portato assai addentro nel regno della mitologia, che egli vuole dischiudere con la chiave della teoria della libido. Per quanto tutto ciò sia bello gli ho però consigliato di tornare alle nevrosi, poiché quello è il terreno sul quale dobbiamo prima rafforzarci, contro tutto e contro tutti»[16].

Freud spesso parlava di questi altri campi come delle colonie della psicoanalisi, non della sua patria[17]. Il bambino che ammirava il maresciallo Masséna, l’adolescente che voleva essere un leader politico liberale o socialista, l’adulto che si identificava con Annibale e Mosè, vide nella sua creazione, il movimento psicoanalitico, lo strumento per salvare — e per conquistare — il mondo per un ideale.

Non è facile dire di quale ideale si trattasse. Freud e i suoi seguaci repressero la consapevolezza della loro missione; la loro idea non si prestava direttamente a questi scopi quasi-religiosi; essa era un metodo terapeutico e la teoria psicologica dell’inconscio, della rimozione, della resistenza, del transfert, dell’interpretazione dei sogni, ecc.

Non c’era nulla che potesse formare esplicitamente il nucleo di una fede; il contenuto di questa fede rimase sempre implicito. Esplicitamente, Freud negò che la psicoanalisi fosse una Weltanschauung, una filosofia della vita.

«La psicoanalisi — egli disse — a mio parere, è incapace di crearsi una sua particolare Weltanschauung. Essa non ne ha bisogno, è parte della scienza e può aderire alla Weltanschauung scientifica. Questa, tuttavia, quasi non merita tale nome altisonante, perché non abbraccia ogni cosa, è troppo frammentaria, non ha alcuna pretesa di essere un tutto in sé compiuto e di costituire un sistema» [18].

Freud quindi, secondo le sue stesse parole, disconosce l’esistenza d’una particolare filosofia di cui la psicoanalisi sia l’espressione; tuttavia, considerando tutti i fatti, posso unicamente giungere alla conclusione che questo era ciò che Freud coscientemente credeva, e desiderava credere, mentre il suo desiderio di aver fondato una nuova religione filosofico-scientifica era rimosso e quindi inconscio.

Tuttavia, lo stesso Freud scrisse, in una commovente lettera a Ferenczi (8 marzo 1913):

«È possibilissimo che questa volta rimaniamo veramente sepolti, dopo l’inno funebre che ci hanno cantato invano tante volte. Questo cambierà molto il destino personale di ciascuno di noi, ma non cambierà minimamente quello della scienza. Noi siamo in possesso della verità, di questo sono sicuro come quindici anni fa»[19].

Qual era questa verità? Qual era il nucleo di questa religione psicoanalitica, qual era il dogma dal quale scaturirono le energie per fondare e diffondere il movimento?

Credo che questo dogma centrale sia espresso nel modo più chiaro da Freud ne L’Io e l’Es:

«L’evoluzione dell’Io va dal riconoscimento degli istinti al loro dominio, dalla loro obbedienza alla loro inibizione. Il Super-io, essendo in parte una formazione di reazione ai processi istintuali dell’Es, ha un ruolo importante in questa evoluzione. La psicoanalisi è lo strumento destinato alla progressiva conquista dell’Es»[20].

Qui Freud esprime un fine etico-religioso: la conquista della passione da parte della ragione.

Fino a Freud si era fatto il tentativo di dominare gli affetti irrazionali dell’uomo mediante la ragione senza conoscerli, o meglio senza conoscere le loro cause più profonde. Freud, credendo di aver scoperto queste cause nei desideri libidici e il loro complicato meccanismo di rimozione, sublimazione, formazione dei sintomi, ecc., dovette credere che ora, per. la prima volta, l’antico sogno dell’autocontrollo dell’uomo e della razionalità potesse essere realizzato.

Per fare un’analogia con Marx: proprio come Marx credeva di aver scoperto le basi scientifiche del socialismo, in contrasto con quello che egli chiamava socialismo utopistico, così Freud sentiva di aver scoperto le basi scientifiche per un antico obiettivo morale e di aver così fatto un progresso rispetto alla moralità utopistica presentata dalle religioni e dalle filosofie.

Poiché non aveva alcuna fiducia nell’uomo medio, questa nuova moralità scientifica era un obiettivo che poteva essere raggiunto soltanto dall’élite, e il movimento psicoanalitico era l’attiva avanguardia, piccola ma ben organizzata, per conseguire la vittoria dell’ideale morale.

Forse Freud sarebbe potuto diventare un leader socialista o il leader d’un movimento culturale etico o, per altre ragioni, un leader del movimento sionista; sarebbe potuto — e tuttavia non potè diventarlo, poiché, a parte il suo desiderio di risolvere l’enigma dell’esistenza umana, era completamente assorbito dall’interesse scientifico per la mente umana, aveva iniziato la sua carriera come medico ed era troppo sensibile e scettico per essere un leader politico.

Ma sotto il travestimento d’una scuola scientifica realizzò il suo vecchio sogno di essere il Mosè che mostrava alla razza umana la terra promessa, la conquista dell’Es da parte dell’Io, e la strada per arrivare a questa conquista.

Note

[1] In realtà si tratta delle prime parti del secondo e del terzo volume dell’opera di Jones (N.d.T.).

[2] Jones, op. cit., Vol., II, p. 94.

[3] Ibid.

[4] Lettere citate da Jones, op. cit., Vol. II, p. 96.

[5] Ibid.

[6] Ibid.

[7] Ibid., pp. 96–7.

[8] Ibid., pp. 96–7.

[9] Citato, Ibid., p. 100.

[10] Ibid., p. 196.

[11] Lettera di Ferenczi a Freud, 6 agosto 1912, citata da Jones, Ibid., p. 197.

[12] S. Freud, Storia del movimento psicoanalitico, trad. it., in Storia e sviluppo della psicoanalisi, Newton Compton ed., Roma, 1971, p. 124.

[13] Ibid., p. 180 (il corsivo è mio. E. F.).

[14] Ibid., pp. 137–8.

[15] Lettera a Ferenczi, 3 aprile 1910, citata da Jones, op. cit., Vol. II, p. 98.

[16] Ibid., p. 180 (il corsivo è mio. E. F.).

[17] Ibid.

[18] S. Freud, Introduzione alla psicoanalisi, trad. it., Boringhieri, Torino, 1969, p. 574.

[19] JONES, op. cit., Vol. II, pp. 189–90

[20] S. Freud, L’Io e l’Es, trad. it. in Nuovi saggi di psicoanalisi, O.E.T. Edizioni del secolo, Roma, 1947, p. 213.

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Graduated in European history in Florence, he started working in publishing soon after having come across a Mac computer in 1984

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