8.2 Indietro, prodi guerrieri cristiani! breve storia della casta militare in America

Timothy Leary. Caos e Cibercultura — 8. Follia millennale

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Legionari, malattia dei: Così chiamata perché il primo caso fu riscontrato alla Convention 1976 dell’American Legion: una forma di polmonite lodare dovuta a un batterio (Legionella pneumophila).

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Secondo la rivista Esquire, la guerra è l’amore segreto della vita dell’uomo bianco. La copertina del numero di novembre 1981 del periodico presenta ima splendida c giovane donna bianca che indossa un elmetto da Marine e una T-shirt da Gl strappata.

L’effetto era sessualmente ambiguo ma stimolante!

Grandiosi i titoli di copertina: «Guerra! Uno sballo sessuale… Un gioco brutale, mortale, ma è il gioco migliore che ci sia. Per il maschio è come il parto per la donna; è come sollevare un angolo dell’universo per scoprire cosa ci sia sotto.»

In quel momento a metà dell’era Brezhnev-Reagan il motto di Esquire è «L’uomo al suo meglio». Titolo del servizio riportato in copertina: «Perché il maschio ama la guerra». Sottotitolo poetico: «La bellezza impressionante, il suggestivo romanzo dell’incubo senza tempo».

Dobbiamo questo capolavoro all’autore William Broyles, Jr., bianco protestante ex-Marine del Texas che negli anni Ottanta si guadagnò da vivere (bene) ricombattendo nelle riviste la guerra di Vietnam e rendendo gloriosa la passione della casta guerriera americana, e dello sponsor di questa, il Partito repubblicano, per l’uccisione delle persone di colore con l’ausilio di armi ad alta tecnologia.

L’articolo su Esquire apparve proprio mentre Reagan faceva lobby per fare il prepotente con i nostri vicini latinoamericani — ancora una volta — si trattava di una ricaduta della vecchia febbre caraibica, un virus parossistico che è la peste della Casa Bianca. Sembra che sia impossibile disinfettare l’Ufficio Ovale, e presidente dopo presidente si ammalano della malattia spaccalatini dei Legionari.

Quando nel 1980 Ronald Reagan fu eletto presidente tutti sapevano che prudeva tutto e che era febbricitante per la voglia di mandare in azione le truppe americane. Da qualche parte. Doveva a tutti i costi fare il duro e fare il prepotente con qualche Paese del Terzo mondo per riconquistare quella virilità americana che secondo il Gen. William Westmoreland e Rambo abbiamo perduto nel Vietnam.

Ma dove condurre una piccola, simpatica e facile-da-vincere guerra per coccolare l’ego nazionale? Contro i Russki? Sono troppo duri.

Asiatici? Gli Occhiamandorla si erano dimostrati troppo duri per MacArthur in Corea e per Westmoreland nel ’Nam. Il Medio Oriente, allora? Fin troppo volatile. Ronnie fece un po’ la voce grossa nel Libano ma si ritirò in fretta dopo aver sprecato in modo frivolo, per sfizio, le vite di centinaia di militari USA.

Ah beh’, torniamo al vecchio e familiare parco giochi dei Repubblicani e della casta guerriera. Facciamo fuori un po’ di Latini in nome di Dio e della nostra virilità.

Cuba? Troppi rischi.

Grenada fu divertente come antipasto, ma breve, limitato e facile.

Hmmm … Beh, c’è sempre il caro vecchio Nicaragua. Fin dagli anni 1890, i militari americani hanno sempre occupato o controllato questa, la nazione meno popolosa dell’America centrale. E da quasi un secolo le forze guerrigliere locali si oppongono agli interventi americani. Nel 1933 abbiamo ritirato le forze d’occupazione e instaurato una dittatura fantoccio gestita dalla famiglia Somoza, beniamina dei guerrieri americani.

Anastasio Somoza Debayle si diplomò alla U.S. Military Academy, e tornato a casa assunse all’età di 21 anni il comando della Guardia Nacional. Per la brutalità di questo regime tutti gli elementi democratici hanno disprezzato gli USA. Nel 1979, i Sandinisti rovesciarono i Somoza, con il disappunto dei compagni di classe di Somoza alla West Point Academy.

Tutto è cominciato con i Conquistadores

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I primi Europei a soggiogare gli indigeni Cubani, Nicaraguensi e Sudamericani in nome di Cristo e di Bottino furono gli Spagnoli. Nel 1493, Cristoforo (colui che porta Cristo) Colombo tornò nel Nuovo mondo con una folla di pirati maschi alla ricerca d’oro. Era una storia dura e per la terza spedizione nel 1498, Colombo fu costretto a coscrivere teppisti, galeotti, stupratori e ladri. Precedente, questo, di ottimo auspicio per la carriera del futuro Ollie North.

Gli interventi spagnoli nei secoli successivi non furono studiati per rendere allegra la vita dei nativi Caraibici che fin da subito vennero rapinati, stuprati, battezzati e ridotti alla servitù da malviventi in rappresentanza di Corona e Chiesa. Le colonie spagnole venivano rigidamente tenute sotto controllo da Madrid; i coloni erano la feccia d’Europa; soldati, saccheggiatori e sacerdoti. Si sequestrano Africani neri per farli lavorare come schiavi.

Furono poche le donne spagnole a far parte delle prime spedizioni e quindi furono inevitabili i numerosi incroci con schiave indie e africane. Questa antica tradizione produsse le ricche razze meticce che ora popolano queste feconde terre. Un aspetto positivo: all’America latina furono almeno evitate le vergognose politiche genocide caratteristiche della colonizzazione dell’America del Nord. Meglio il sistema cattolico — stuprarli, farli schiavi — che la tattica Cromwell-Protestante-Puritana del genocidio senza sperma.

Quando i Paesi sudamericani conquistarono l’indipendenza dalla Spagna, rimasero le tradizioni feudal-cattolico-militari, e fu così creato l’ambiente culturale instabile, volatile e romantico che ha lasciato l’America latina masochisticamente vulnerabile alle persistenti e spietate avventure dei Protestanti Yankee.

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Il partito repubblicano e la casta guerriera amano la guerra

L’ex tenente Broyles di Esquire ci racconta che egli e i suoi amichetti del Marine Corps adoravano il Vietnam perché la guerra «consente di giocare a giochi di ragazzi».

… Perché «la guerra sostituisce alle zone grigie della vita quotidiana una strana e chiara serenità.»
… Perché «la guerra è il miglior gioco che ci sia.»
… Perché «Nessuno sport che avessi mai praticato mi aveva mai condotto a una così profonda consapevolezza dei miei limiti fisici ed emotivi.»
… Perché «l’amore per la guerra nasce dall’unione, profondamente radicata nel cuore del nostro essere, tra sesso e distruzione, tra bellezza e orrore, tra amore e morte.»
… Perché certi ragazzi «che non avevano mai sospettato che esistesse in loro un impulso del genere hanno scoperto nella vita militare la folle eccitazione del distruggere.»
… Perché la guerra è divertente. «Dopo un’imboscata i miei uomini [sic] hanno portato indietro il corpo di un soldato nord vietnamita. Più tardi ho trovato l’uomo morto appoggiato su delle scatole di cartone. Portava occhiali solari e aveva una copia di Piayboy aperto sul grembo; dalle labbra pendeva allegramente una sigaretta. Sulla testa era appollaiato un grosso stronzo, perfettamente formato. Ho fatto finta di essere scandalizzato, perché la dissacrazione dei cadaveri era ufficialmente scoraggiata come poco americana e controproduttiva. Ma non è che mi sentissi scandalizzato. Sul viso ho mantenuto le mia espressione da ufficiale, ma dentro di me stavo … ridendo.

Mi creda, ex tenente Broyles: le persone che hanno fondato il nostro Paese, gente pensante come Thomas Jefferson e Ben Franklin — non ne avrebbero riso, né avrebbero riso i tre miliardi di cittadini non caucasici con i quali condividiamo questo pianeta. Tra i quali il sottoscritto.

Come la testa di un capo indiano finì per essere impalata nel Massachusetts

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Nel primo Seicento la Nuova Inghilterra era governata da un leader saggio e benevolo, i cui amici lo chiamavano Massasoit. Nel 1620, la prima ondata di immigranti europei cominciò ad arrivare nelle terre di Massasoit. A fondare la colonia originale di Plymouth fu una Minoranza Morale, una piccola quanto fanatica setta di fondamentalisti protestanti cromwelliani.

Questi Puritani erano cristiani rigenerati (rinati) che professavano una rigida fede calvinista nella lotta degli «Eletti contro i Dannati» e che proclamavano pubblicamente la loro esperienza di conversione. Questi fanatici militanti protestanti credevano ostinatamente che la natura umana era di per sé peccaminosa e malvagia.

Nel corso dei decenni le azioni del Partito repubblicano (esattamente come quello nazista in Germania e quello comunista in Russia) sono comprensibili solo se ricordiamo che essi erano stati allevati con la convinzione di essere gli Eletti di Dio. Ronald Reagan è profondamente convinto che non esiste salvezza per i non credenti.

Chi non sia «uno dei nostri» non merita alcuna pietà. Vi ricordate come Reagan ha definito «immorali» i Democratici perché non votarono il suo budget militare? Vi ricordate delle sue raggelanti omelie sulla necessità di distruggere il comunismo ateo? Questa non era retorica elettorale. Il tipo ci crede davvero, crede che lui e i suoi amici militari siano agenti del Dio totalitario. Brezhnev e amici credevano di essere agenti del loro assurdo profeta totalitario, Karl Marx.

Quando i Puritani arrivarono a Plymouth, ritennero fosse un loro diritto e dovere religioso saccheggiare le terre degli indiani pagani Pequot. Il povero re Massasoit non si aspettava il tradimento. In perfetta buona fede aveva firmato nel 1621 un trattato di pace che egli e suo figlio, re Filippo, rispettarono fedelmente per molti anni malgrado le continue invasioni delle loro terre da parte dei coloni bianchi.

Nel 1675, scoppiò una classica guerra di liberazione coloniale, in cui le forze di re Filippo riuscirono a evitare battaglie campali e continuarono il conflitto fino a quando gli invasori europei, con l’aiuto dei contro locali, riuscirono a rovesciare il governo indigeno. Filippo, tradito da un convertito cristiano, venne sbudellato e squartato, e la sua testa fu impalata davanti alla chiesa di Plymouth. Questa, si disse, fu la soluzione finale.

Andava tutto bene, capite, perché questi pagani erano già dannati. Nei 365 anni dallo sbarco dei Pellegrini a Plymouth Rock, la fazione Guerrasantista dei Bianchi, padri spirituali del Partito repubblicano, ha tenuto in piedi una serie di crociate espansioniste contro le persone dalla pelle più scura della loro.

Per i militanti Rinati è diventato una tradizione, un rito di passaggio, un rituale religioso. E non è soltanto una mia opinione. Si trova d’accordo con me anche il signor Broyles.

Uno sballo religioso

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Su Esquire, William Broyles ci informa che la guerra offre estasi religiose ed estetiche. Racconta il caso di un «sensibile» ufficiale dei Marine che osservava mentre venivano distrutti i cadaveri nemici «come tanti rifiuti» e che aveva sul viso «un’espressione che contentezza creativa che non avevo mai visto se non nelle chiese carismatiche. Era lo sguardo di una persona trasportata nell’estasi».

«È bella la guerra,» scrive Broyles entusiasta. «C’è qualcosa in un conflitto a fuoco notturno … brillanti disegni luminosi che sembrano, data la loro grande velocità, stranamente fuori del tempo, come intagliati nella notte.» E qui Broyles si libra poetico come elegante conoscitore: «Molti uomini amavano il napalm… io preferivo il fosforo bianco.»

Nella sua ebbrezza di testimonial a favore del fosforo bianco, l’ex tenete Broyles invoca il suo dio calvinista bianco:

«E poi forse sarebbero arrivate le navi bombardiere Spooky a sparare i loro cannoni incredibili come grandi getti d’acqua che venissero giù dal Cielo a lavare tutto, come una cosa che Dio potrebbe fare se fosse veramente arrabbiato.»

Qui vediamo la versione ufficiale, dei Guerrieri Repubblicani, del Dio cristiano: una vendicativa deità coloniale che distrugge tranquillamente i contadini del Terzo mondo che lo irritano.

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Eletti e dannati

Il Republican party è la casta guerriera. Il Republican party, bianco e molto Protestante, rappresenta da sempre la tradizione militarista in America.

Il Democratic party, suppergiù, rappresenta la fazione anti-guerriera. In questo secolo i Democratici sono stati il partito dei progressisti, dei Cattolici, dei passivisti, scientisti, gay, intellettuali, ecologisti, agnostici, Ebrei, Neri, Latini — gruppi di minoranza da sempre esclusi dai ranghi militari più alti.

Nel 1985 la lotta sul budget vide i Repubblicani che volevano tagliare i fondi ai programmi sociali ed educativi, e i Democratici che volevano dare una spuntatina ai fondi militari.

La casta guerriera in America — generali, ammiragli, poliziotti — è in stragrande maggioranza repubblicana. Ciò è di cattivo auspicio. George Marshall, unico generale Democratic celebre di questo secolo è noto soprattutto per la sua strategia di pace.

Questo collegamento tra repubblicani e casta guerriera non è cosa nuova. Dalla Guerra civile fino a Eisenhower, ben sette dei dodici presidenti repubblicani sono stati ex generali o eroici e romantici guerrieri.

Tradizione, questa del Presidente Guerriero, che risale agli inizi. George Washington, Padre del nostro Paese, si conquistò i primi allori nelle Guerre Indiane. È importante notare come l’altro «Padre del nostro Paese», Thomas Jefferson, padre spirituale del Partito democratico fosse antimilitarista. Fu Jefferson a stilare i documenti filosofici e legali che condussero alla Rivoluzione e che scrisse la Dichiarazione d’indipendenza. La loro Costituzione era studiata precisamente per proteggere i diritti dei singoli Stati e dell’individuo contro un’autorità federale centralizzata.

Un presidente jeffersoniano avanza una seria proposta per evitare la guerra con l’Europa

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Il presidente James Monroe, discepolo di Jefferson, è noto per i trattati e per gli accordi diplomatici con Inghilterra, Francia e Spagna, che conseguirono la finalità di espandere gli interessi americani senza scendere in guerra. Particolarmente celebre è la Dottrina Monroe, un manifesto politico che contiene fra l’altro due clausole importanti e interdipendenti.

La prima di queste riafferma quella neutralità Washingtoniana che è volta a mettere in primo piano l’America stessa. Evitare i coinvolgimenti all’estero! Gli Stati Uniti promettevano di non interferire nella politica europea e (implicitamente) in quella asiatica. In cambio di queste garanzie gli USA mettevano il Nuovo Mondo off limits per gli interventi eruopei

I presidenti americani moderni, come Kennedy e Reagan seguono precedenti solidi e sensati quando si oppongono all’interferenza russa a Cuba e nell’America centrale. Siamo tutti d’accordo a voler tener fuori le armi sovietiche dal Nuovo Mondo. Reagan è però in diretta violazione della Dottrina Monroe quando va a ficcare il naso nei conflitti del Vecchio Mondo. Dando armi al Pakistan e alla Turchia. Oltre duecentomila soldati USA in Germania, quarantamila con Corea. I Marine che atterrano in Libano per proteggere i nostri interessi petroliferi.

Un filibustiere presidente

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Filibustiere: … avventuriero che intraprende azioni militari di tipo privato in un Paese straniero (dall’olandese vrijbuiter, pirata, «chi saccheggia liberamente»).

Il classico stratagemma di utilizzare un’avventura all’estero come leva per arrivare alla Presidenza fu inventato da Andrew Jackson. Nel 1818, Jackson, che al momento era generale maggiore, fu inviato in Florida per condurre la campagna contro gli indiani Seminole. Questi indigeni, usando una tattica standard delle guerre di liberazione, fuggirono attraverso il confine rifugiandosi nella Florida spagnola. Ignorando gli ordini ricevuti e in violazione delle leggi internazionali, Jackson invase il territorio spagnolo e sprecò un certo numero di indigeni.

Fece inoltre giustiziare due cittadini britannici. Questa guerra privata e personale di Jackson provocò una crisi internazionale. Mentre gli ufficiali americani più responsabili si espressero contro l’azione, il comportamento illegale di Jackson vinse il sostegno di populisti, espansionisti, ultranazionalisti, imperialisti, e di protestanti Calvinisti alla ricerca di una bella crociata contro i pagani.

Jackson cavalcò un’ondata di popolarità personale che quasi lo portò alla Presidenza nel 1824. Nel 1828 vinse con una valanga di voti e per due quadrienni riuscì a servirsi del sostegno dei populisti del West per proteggere gli interessi finanziari dell’Est. Una tattica familiare, Ronnie?

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Bisogna amare la guerra per considerarsi maschi?

Nel suo pezzo su Esquire, che glorifica con tanta passione l’assassinio meccanizzato in massa di asiatici, non si può dire che l’ex-Marine William Broyles, Jr., sia proprio scientifico. Scrive:

«La maggior parte degli uomini che sono stati in guerra deve ammettere, se vuole essere onesta, che da qualche parte dentro di loro, l’ha amata … amata quanto ogni altra cosa le sia capitata prima o dopo.»

Ma andiamoci piano. Non è per caso che l’ex tenente Broyles vada descrivendo una notissima condizione di alterazione della coscienza che può essere raggiunta con altri e meno violenti mezzi, peraltro più normalmente impiegati a questo scopo?

Scientificamente, la situazione sembra essere più o meno come segue. Esistono nel cervello umano circuiti che, se attivati, producono stati intensificati di consapevolezza. Essi comprendono alcune aree neurali del cervello centrale che mediano i comportamenti di sopravvivenza. Questi antichi e primitivi circuiti si attivano fra l’altro in relazione alla fuga, alla difesa territoriale e al dominio maschile,

Quando un tizio si comporta in modo violento, cade in uno stato simile alla trance che produce un afflusso incredibile di adrenalina. C’è chi parla del riflesso del cane pazzo, o di andar fuori di testa. Questo sballo del sistema nervoso simpatico è elemento indispensabile del nostro repertorio di sopravvivenza.

È come l’afflusso di endorfine oppiacee che ci protegge dal dolore, ed è utile nelle condizioni disperate. Dà luogo, però, a pericolose condizioni di dipendenza.

A questo punto ci tocca far presente all’ex tenente Broyles che lo stato parossistico distruttivo (SPD) che egli romanticizza e politicizza, non è limitato alla guerra. Abbiamo tutti sentito qualche volta questo seducente invito a «darci entro» con furia distruttiva.

Non è necessario spedire otto milioni di giovani Americani attraverso il Pacifico per mettere e ferro e a fuoco un piccolo Paese asiatico. Basta andare in centro, Broyles, e vedere una scazzottata da bar in un film tipo Burt Reynolds-Clint Eastwood. Si sintonizzi su un programma Tv di grande ascolto come A-Team.

L’alcool fa scattare l’SPD. Basta entrare in un volgarissimo bar del Texas, Broyles.

Visiti una clinica per le mogli maltrattate, ex tenente Broyles, ed ecco a Lei una visione del Suo angolo preferito dell’universo. Si metta un po’ di cuoio nero e si iscriva a un club di biker. I bulli amano esprimere la loro virilità girando in bande maschili. Si iscriva alla Mafia messicana, una banda dei bassifondi. Lo sentono i pulotti e i bulli del ghetto. Lo sentivano le Waffen SS: si chiama «amore guerriero».

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«From the halls of Montezuma to the shores of Tripoli»

[Parole dall’inno dei Marine — NdT.]

La Guerra messicana (1846–48) è un altro ottimo esempio delle gratificazioni in termini di divertimento-fama-guadagno del dare le botte ai Latini, in seguito a questo conflitto il Messico cedette i due quinti del proprio territorio agli Stati Uniti. Hai sentito bene, Adolf Hitler?

La Guerra messicana è stata un terno al lotto per la casta dei guerrieri e per i politicanti repubblicani ambiziosi. Prendiamo a titolo d’esempio Zachary Taylor. Tanto per cominciare, Zach si è guadagnato le stelle di generale facendo fuori indiani Sac, Fox e Seminole, guadagnandosi il soprannome «Old Rough and Ready». Grazie ai trionfi della Guerra contro il Messico ha ottenuto la presidenza all’età di 65 anni.

Il generale Winfield Scott aveva il curriculum vitae imperniato sulla distruzione di indigeni. Combatté contro Creek e Seminole e gestì il trasferimento dei Cherokee nel sud-ovest. Vinse la battaglia di Città del Messico e durante i negoziati di pace rinnegò il plenipotenziario americano, ciò che provocò notevole imbarazzo a Washington. Gli Unti di Dio non dovrebbero essere obbligati a stare alle regole diplomatiche; Reagan e Ollie North hanno capito questo principio. Anche Adolf e Brezhnev!

La recente riabilitazione dell’etica del filibustiere

Come — non possiamo non domandarci — può un presumibilmente rispettabile giornalista come William Broyles, Jr., farla franca con un articolo su Esquire a celebrazione dell l’insensata, nazista, stalinista, Pol-Pot-marxista macellazione di milioni di asiatici, in nome della realizzazione del sé? Si scopre che Broyles, per motivi di auto-stima e a scopi di lucro, cavalcava furbescamente l’onda di neomilitarismo generata dal regime Reagan.

Durante il movimento umanista contro la guerra degli anni Sessanta e il movimento per i diritti umani sotto Carter, l’etica puritana della morte subì qualche contraccolpo ma non scomparve. Le eroiche figure alla Schwarzenegger-Stallone riuscivano ancora a riempire i cinema. E il regime Reagan riuscì in modo brillante a riabilitare il militarismo. Ronald era una stella del cinema, sapeva come rimettere in sella l’eroe avventurista!

Tornò di moda lo sterminio di indigeni. Fu il trionfale ritorno del Wild West, del pirata John Wayne-Ollie North che ignora sprezzante i cavilli legali dei politici minchioni e prende la legge nelle proprie mani.

Tenente Calley, Lei è perdonato. Gli eroi di My Lai marciano lungo la Fifth Avenue nella tradizionale parata degli eroi. Evviva Ollie North.

Uno strano episodio in Nicaragua

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William Walker (1824–60) merita una nota a piede di pagina come guerriero americano alla Ollie North con un’inarrestabile passione per i raid privati quanto illegali di predazione in Paesi caraibici. Nel 1853 Walker capeggiava una banda di malviventi di frontiera alla ricerca di bottini latinoamericani. Prima questi teppisti americani dalla pelle bianca tentarono a Sonora, in Messico ma questa missione di filibustieri fallì miseramente e Walker fu arrestato per aver violato le leggi sulla neutralità. Fu assolto da una comprensiva giuria americana di frontiera. Sembra che fosse un bullo carismatico tipo John Wayne. Un parlatore convincente. E in fondo aveva sprecato solo dei Messicani.

Nel 1855, Walker si unì a un gruppo di terroristi contra rivoluzionari nel Nicaragua.

Una volta rovesciato il governo, ottenne il riconoscimento da parte del U.S. State Department e si instaurò come dittatore del Paese. Ma il vero potere in Nicaragua a quei tempi era il tycoon americano Cornelius Vanderbilt, la cui Accessory Transit Company aveva il monopolio del commercio in quell’invitante Paese. Quando le operazioni di Walker entrarono in concorrenza con le sue, Vanderbilt lo sbatté fuori.

Walker però soffriva ancora di quella malattia dei filibustieri dei Caraibi, ricorrente come la malaria terzana. Nel 1860, da una sua base nell’Honcluras, fece ancora un tentativo pirata di prendere il controllo dell’America Centrale. Fallì, e lo spaccalatini Walker fu finalmente fatto fuori da un plotone d’esecuzione del Governo honduregno, lasciando come testimonianza di sé ma libro che ha una certa pertinenza anche ai nostri tempi. Si intitola War in Nicaragua!

Il partito comunista prende il comando in america

La Guerra civile americana (1861–65), tra i conflitti più sanguinosi della storia, fu provocata quando un uomo forte, un bullaccio maniaco-depressivo psicotico cristiano, certo Abraham Lincoln, si servì di truppe federali per sopprimere spietatamente l’indipendenza degli stati del Sud costringendoli contro la loro volontà a far parte dell’Unione americana. Prima di questa manovra degna di Brezhnev, gli USA erano una confederazione libera di piccoli stati sovrani a economia prevalentemente agricola.

Lincoln, come avrebbe fatto sessantanni più tardi Lenin, creò un governo centralizzalo, industriale, militarista, espansionista. Così come il Partito comunista gestì l’URSS a partire dal 1921, così il Partito Repubblicano degli USA ha controllato polizia, forze amate, banche, fabbriche e organi di informazione.

Non è il caso di demonizzare Abraham Lincoln, perché questa transizione da piccoli stati feudali, indipendenti-interdipendenti, verso una società centrata sullo stato, altamente organizzata, meccanicistica, imperialista, monolitica, rappresenta una fase inevitabile dell’evoluzione umana. Era giunto il momento della fase industriale, e negli ottanta anni successivi alla presa del controllo in America da parte di Lincoln e del «partito», altri Paesi — Giappone, Germania, Italia, Russia — instaurarono analoghi sistemi centralizzati, militar-industriali sotto il controllo di un «partito».

Dopo la Guerra civile la leadership del «partito» in America passò automaticamente nelle mani di uomini militari. A U.S. Grant succedette il maggior generale Rutherford B. Hayes. Poi al generale maggiore James Garfield, predicatore laico dei Disciples of Christ, succedette il Generale Chester A. Arthur. Il presidente Benjamin Harrison fu brigadiere generale. Tutti, ovviamente, iscritti al Partito. Era in questa fase di crescita industrial-militare che raggiunse le vette più alte la glorificazione della casta guerriera. Al centro di ogni paese e di ogni città vennero erette statue — un generale capo di partito su cavallo di bronzo che cavalca verso la Guerra. Con in braccio la Croce di Gesù.

La questione religiosa semplicemente non finisce mai

E ora ecco che arriva Esquire che pubblica un’infiammata giustificazione morale i della guerra in un momento fifoso della storia in cui c’è il rischio di una conflagrazione nucleare e in cui la destra religiosa del nostro Paese e in svariate teocrazie islamiche parlano con approvazione di Guerre Sante, di Imperi del Male e di Giudizi universali. Avanti, prodi guerrieri cristiani! È ancora una crociata contro Satana. È ora della jihad. Fate saltare tutto in nome di Allah! Uccidete per Gheddafi. Lodate il Signore e passate le munizioni. Passami quel telefono rosso, amico. Ehi, ciao, Dio. È ora di fare cadere la Grande bomba su quei pagani senza Dio, proprio come dice il Buon Libro!

Considerate brevemente le citazioni dell’articolo del Broyles. Discorsi da occhi lucenti su amore fraterno in mezzo al napalm, su Dio che spara dall’elicottero e le espressioni estatiche sui volti di Protestanti carismatici, e sul Marine assassino psicotico con «Solo io e Te, Oh Signore» tatuato sulla spalla.

La febbre dei Caraibi colpisce ancora

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La guerra per l’indipendenza del Sud ebbe termine nel 1865. Tra il 1869 e il 1878, furono combattute oltre duecento battaglie campali contro un nemico di nuovissima invenzione: gli Indiani delle Pianure. Il massacro di Wounded Knee fu la soluzione finale del problema di sovrappopolamento. Furono uccisi oltre duecento donne, bambini, uomini disarmati. «I soldati asserirono in seguito che era difficile distinguere tra Sioux uomini e donne»; fu questa una lamentela spesso sentita anche nel corso delle successive guerre contro le persone di colore.

Arrivati al 1898 gli espansionisti, gli amanti della guerra, gli ammazzaeretici avevano semplicemente finito le scorte di vicini poveri da invadere. C’era una nuova generazione di uomini giovani affamati de «la bellezza impressionante, il suggestivo romanzo, l’incubo senza tempo» della guerra coloniale. Ebbene cosa ne dite di andare a fare un po’ di chiasso a Cuba?

Caso volle che c’erano importanti investimenti americani da proteggere sull’isola. I militari, con un occhio rivolto al Panama e al Nicaragua per fare un canale, sottolinearono la posizione strategica dell’isola. La stampa ebbe gioco facile nel sostenere i contra che combattevano contro la Spagna. Cuba fu una guerra combattuta dai media. William Randolph Hearst stampava propaganda fasulla. Ci fu un incidente tipo Volo 007 della Korean Air Lines il cui protagonista fu la corazzata americana USS Maine.

La guerra in sé fu un gioco da ragazzi, la resistenza spagnola fu soltanto simbolica.

Vincitore principale ne fu un facoltoso politicante di nome Teddy Roosevelt, che organizzò un proprio reggimento semiprivato (dei cowboy e degli «avventurosi ragazzi dal sangue blu venuti dalle università dell’Est»), i cui exploit di pura routine ottennero una pubblicità massiccia. Rapidi ne furono i risultati: nel giro di tre anni Roosevelt — un tracotante tipo militarista alla Reagan — arrivò alla Casa bianca.

Il suo regime si interessò continuamente di battere i Latini, di diplomazia dollaresca, del Venezuela e delle Filippine. Fece infuriare l’America Latina tutta collocando nella Repubblica dominicana doganieri USA che rubavano dazi a tutto beneficio del business americano. Sostenne un gruppo di contra che rubarono il Panama alla Colombia. Non più di otto anni fa, quando Jimmy Carter restituì il Canale al Panama, i Repubblicani hanno strillato, «Tradimento! Noi abbiamo rubato quel Canale a regola d’arte!»

L’imperialismo di Teddy Roosevelt ne fece il flagello dei Democratici, dei progressisti e degli Americani Jeffersoniani, e nel 1906, Teddy, massimo esponente della guerra e ultraimperialista, vinse il Premio Nobel per la pace. Altro che Henry Kissinger!

Un gran lavoro per la casta guerriera

Durante il Secolo XX, a ogni generazione di giovani Americani si è offerta una guerra di spedizione all’estero: la I Guerra mondiale contro gli Unni, la seconda contro Nazisti e Giapponesi. Per tenere in piedi il regime indicibilmente fascista della Corea del Sud i nostri generali sacrificarono oltre cinquantamila vite americane. Il Generale Douglas MacArthur, massimo dei filibustieri, si mise a condurre una propria piccola guerra psicotica contro un miliardo di Cinesi «dagli occhi a mandorla», finché il presidente Truman non fu costretto a toglierlo di mezzo con la forza. Il buon Douglas tornò a casa nei panni di eroe e si presentò candidato alla Presidenza. Come repubblicano, s’intende.

Poi venne il Vietnam. E la Cambogia.

Sul Vietnam facemmo cadere più esplosivi che in tutti i nostri 200 anni di guerre. Per non parlare di un piccolo oceano di Agente Orange, che ha lasciato sterile per gli anni a venire gran parte di quello sfortunato Paese. Recentemente abbiamo sentito un coro assordante di lamenti da parte di veterani del Vietnam che si sentono trattati in modo ingrato; sentiamo invece molto poco sui danni e su morti dei popoli del Vietnam e della Cambogia. Abbiamo vinto la Guerra della Contabilità Cadaveri! Li abbiamo sprecati — soldati, civili, donne e bambini!

La rivista Esquire è partita su un’ottima strada. Incoraggiamo pure questi veterani psicotici a raccontare le loro barzellette sul divertimento della dissacrazione dei cadaveri, sullo stronzo «perfettamente formato» sulla testa del non-caucasico, e sulla «folle eccitazione del distruggere». E su come sia impossibile parlarne se tu non eri lì. È un’ottima catarsi freudiana. Ed erigiamo loro un monumento dove possano piangere, non per Vietnam e Cambogia messi e ferro e fuoco, non per l’America strappata dal conflitto, non per i perduti ideali di Jefferson ma per pietà per sé stessi.

Ma la tradizionale parata degli eroi con le lunghe strisce di carta che scendono dalle finestre dei grattacieli, e con in testa il Generale Westmoreland non basta. Neppure i servizi di copertina delle riviste a diffusione nazionale possono guarire la ferita dell’ex-tenente Broyles. Neppure una foto di lui in giacca e cravatta, elegante e serio come un agente di cambio di Dallas, davanti a un monumento di guerra, con in braccio il suo biondo bambino (maschio, si capisce), e che regge una bandiera americana davanti a un’enorme statua in bronzo di tre giovanissimi, acqua-e-sapone, bianchi soldati americani, che piantano ancora un’altra bandiera americana su Iwo Jima, su Managua o perfino sull’Avana.

Patriottismo ei guerrieri cristiani

Mia moglie è preoccupata per questo articolo. Pensa che mi sia esposto troppo, teme che questa descrizione possa sembrare poco patriottica. «L’America è un Paese giovane e senza tradizioni», mi spiega. «Abbiamo bisogno di eroi e di una storia gloriosa».

L’avvertimento non è fuori luogo; quindi mi tocca spiegare. Sono patriota totale, al 101 per cento, amici. Nessuno mi supera nel disprezzo per il socialismo, per il comunismo o per qualsiasi altro nemico della libertà. Sono inoltre convinto della necessità di forze armate forti, intelligenti, efficaci, per la difesa del nostro amato Paese.

È proprio per questo motivo che mi oppongo ai fanatici cristiani e all’ala guerriera del Partito repubblicano. Ecco perché scrivo della truffa che hanno perpetrato durante gli ultimi cento anni.

Nel passare in rassegna la storia americana vedo una vasta e gloriosa compagnia di eroici uomini e donne che rappresentano i nostri ideali di iniziativa, intelligenza, tolleranza, buon umore, ottimismo e scetticismo nei confronti di burocrati e autorità. Gente che crede nell’equità e nella giustizia e che non ama vedere prepotenti armati che vanno in giro in divisa.

Elenchiamo un po’ di veri eroi americani: il pacifico e dolce William Penn, fondatore di Philadelphia, città dell’amore fraterno; Henry David Thoreau, libertario di Concord; Edgar Allan Poe, diplomato di West Point che divenne un divo letterario; inventori quali Eli Whitney, Robert Fulton e Thomas Edison; Ralph Waldo Emerson, filosofo della fiducia in sé; Walt Whitman e Mark Twain.

Ricordiamo anche la lunga fila di Neri che ci hanno offerto come modello la nobile umanità, conducendo creativamente la pace e non la guerra: George Washington Carver, Ralph Bunche e Dr. Martin Luther Ring, jr., tra gli altri.

L’eroe americano civile

Cosa, dunque, può pensare un Americano pensante qualsiasi trovandosi di fronte a questo patriottismo fasullo da American Legion, da cristiani rinati?

La maggior parte di noi — Cattolici, Ebrei, Latini, donne, uomini — discende da coloro che vennero negli Stati Uniti per sfuggire al militarismo e per creare un ordine sociale migliore. In fondo non vogliamo avere avventure all’estero o cambiare il nostro paese in un impero cristiano. Abbiamo abbastanza problemi reali qui in casa: la complessa transizione dall’economia industrializzata, le sofferte tensioni razziali, il crollo del sistema di istruzione pubblica. Servono gli eroi, ma non come capi di crociate religiose bensì per applicare buona volontà, tolleranza, intelligenza perché possa avverarsi il sogno americano.

Ecco dunque alcuni comandi patriottici americani per l’ex tenente Broyles e per i suoi camerati.

Dietro-front! Posatarm! riposo!

Udite questo, ragazzi: È annullata la crociata cristiana. Non dovete fare i prepotenti con gli altri per dimostrare che siete maschi!

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Graduated in European history in Florence, he started working in publishing soon after having come across a Mac computer in 1984

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