7. Il rapporto di Freud verso la religione e la politica

di Erich Fromm

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Particolare della statua in bronzo di Sigmund Freud dell’artista Oscar Nemon erettanell’aprile 2018 nel cortile interno dell’Università di Medicina di Vienna

È interessante a questo punto chiedersi quali fossero le convinzioni religiose e politiche di Freud. Per quanto riguarda le sue convinzioni religiose, la risposta è semplice, dal momento che egli ha espresso molto esplicitamente il suo atteggiamento in vari scritti, specialmente ne L’avvenire di un’illusione. Egli considera la credenza in Dio come fissazione d’un desiderio nostalgico per una figura paterna onniprotettiva, l’espressione di un desiderio di essere aiutati e salvati, mentre in realtà l’uomo può, se non salvarsi, almeno aiutarsi solo destandosi dalle illusioni infantili e adoperando la propria forza, la sua ragione e le sue capacità.

L’atteggiamento politico di Freud è più difficile da descrivere, poiché egli non ne diede mai una formulazione sistematica. Esso è anche più complesso e contraddittorio del suo atteggiamento nei confronti della religione. Da una parte si possono chiaramente discernere in lui le tendenze radicali. Come già ricordato, nella sua amicizia con Heinrich Braun al tempo in cui erano compagni di scuola, Freud era probabilmente influenzato dalle idee socialiste.

Quando, prima della sua iscrizione all’università, progettava di studiare legge al fine di avere l’opportunità di fare una carriera politica, egli era certamente spinto dal suo entusiasmo per le idee politiche liberali.

Le stesse simpatie devono essere state presenti nel suo interesse per J.S. Mill, di cui tradusse alcuni scritti, e devono essere esistite ancora nel 1910 quando si compiacque dell’idea di unirsi, assieme ad altri analisti, alla Fratellanza Internazionale per l’Etica e la Cultura.

Ma nonostante le sue simpatie liberali o persino socialiste, la concezione dell’uomo di Freud non trascese mai quella della borghesia del diciannovesimo secolo. Di fatto, tutto il suo sistema psicologico non può essere valutato in pieno se non esaminiamo la filosofia sociale sulla quale esso era costruito.

Esaminiamo per primo il concetto di sublimazione.

Freud pensava che l’élite, a differenza della massa, «risparmi» il suo capitale psichico per le conquiste culturali mediante la non-soddisfazione dei desideri istintuali e mediante l’auto-deprivazione. L’intero mistero della sublimazione, che Freud non spiegò mai in maniera del tutto adeguata, è il mistero della formazione del capitale secondo il mito della borghesia del diciannovesimo secolo. La cultura è il prodotto della frustrazione istintuale, esattamente come la ricchezza è il prodotto del risparmio.

Un altro punto della concezione ottocentesca dell’uomo fu anche accettato da Freud e tradotto nella sua teoria psicologica; intendo riferirmi alla rappresentazione dell’uomo come un essere fondamentalmente aggressivo e competitivo.

Freud espresse molto chiaramente queste idee nella sua analisi della cultura, Il disagio della civiltà.

«Homo homini lupus: chi ha il coraggio di contestare quest’affermazione dopo tutte le esperienze della vita e della storia? Questa crudele aggressività è di regola in attesa di una provocazione, oppure si inette al servizio di qualche altro scopo, che si sarebbe potuto raggiungere anche con mezzi più benigni. In circostanze che le sono propizie, quando le forze psichiche contrarie che ordinariamente la inibiscono cessano d’operare, essa si manifesta anche spontaneamente e rivela nell’uomo una bestia selvaggia, alla quale è estraneo il rispetto per la propria specie.»[1]

Questa aggressività naturale dell’uomo porta a un’altra caratteristica, centrale per quello che era allora il suo ritratto corrente: la sua intrinseca concorrenzialità.

«Per via di questa ostilità primaria degli uomini tra di loro, la società incivilita è continuamente minacciata di distruzione.»

«Con l’abolizione della proprietà privata si toglie al desiderio umano di aggressione uno dei suoi strumenti, certamente uno strumento forte ma, altrettanto certamente, non il più forte.»[3]

Qual è allora la fonte più forte della competitività umana o, meglio, maschile? È il desiderio dei maschi di un accesso illimitato e senza restrizioni a tutte le femmine che possono desiderare. Originariamente, è la competizione tra padre e figli per la Madre; poi è la competizione tra i figli per tutte le donne accessibili.

«Se si sopprime il diritto personale ai beni materiali, il privilegio rimane nelle relazioni sessuali, ove diviene inevitabilmente fonte di grandissima invidia e rabbiosa ostilità tra esseri umani che per altri rispetti sono stati messi alla pari.»[4]

Per i pensatori borghesi del tempo di Freud, l’uomo era primariamente isolato ed autosufficiente. Quando aveva bisogno di determinati beni, doveva andare al mercato, incontrarsi con altri individui che avevano bisogno di ciò che egli aveva da vendere e che avevano da vendere ciò di cui egli aveva bisogno: questo scambio reciprocamente conveniente costituisce l’essenza della coesione sociale.

Nella sua teoria della libido, Freud espresse la stessa idea in termini psicologici invece che economici. L’uomo è fondamentalmente una macchina, azionata dalla libido e regolata dal bisogno di ridurre le tensioni penose a un determinato valore di soglia minimale. Questa riduzione della tensione costituisce la natura del piacere.

Per arrivare a questa soddisfazione, uomini e donne hanno bisogno gli uni delle altre. Essi diventano impegnati nella reciproca soddisfazione dei loro bisogni sessuali, e questo costituisce il loro reciproco interesse.

Essi rimangono tuttavia degli esseri fondamentalmente isolati, esattamente come il venditore e il compratore nel mercato, sebbene siano reciprocamente attratti dal bisogno di soddisfare i loro desideri istintuali, essi non trascendono mai il loro fondamentale isolamento.

Per Freud, come per la maggior parte dei pensatori del suo tempo, l’uomo era un animale sociale solo per la necessità della reciproca soddisfazione dei suoi bisogni, non per un bisogno primario di entrare in relazione l’uno con l’altro.

Questa descrizione della connessione fra la concezione dell’uomo di Freud e quella della borghesia del diciannovesimo secolo non sarebbe completa senza menzionare un concetto essenziale della teoria freudiana, quello dell’«aspetto economico» della libido.

Per Freud la libido è sempre una quantità fissa, che può essere spesa in questo o in quel modo, ma che è soggetta alla legge della materia: ciò che è speso non può essere ricuperato.

Tutto questo sta dietro a concetti come quello di narcisismo, in cui si tratta o di far uscire all’esterno la libido, oppure di riportarla al mio proprio Io; sta dietro al concetto degli impulsi distruttivi che sono diretti o verso altri o verso me stesso; e sta dietro al concetto di Freud dell’impossibilità dell’amore fraterno.

In un passo già citato precedentemente, egli spiega in termini di questo concetto di quantità fisse l’assurdità del comandamento: «Ama il prossimo tuo come te stesso».

«Il mio amore è una cosa preziosa, che non ho il diritto di gettar via sconsideratamente … Se ci riuscissi, sarei ingiusto, perché il mio amore è stimato da tutti i miei un segno di preferenza; sarebbe un’ingiustizia verso di loro mettere un estraneo alla pari con loro. Ma se devo amarlo, con quell’amore universale, semplicemente perché anche lui è un abitante di questa terra, come un insetto, un verme, una biscia, allora temo che gli toccherà una porzione d’amore ben piccola, e mi sarà impossibile dargli tanto, quanto, secondo il giudizio della ragione, sono autorizzato a serbare per me stesso.»[5]

Sembra inutile qualsiasi commento per mostrare che Freud parla qui dell’amore come un uomo del suo tempo parla della proprietà o del capitale. In realtà, egli usa esattamente lo stesso argomento spesso usato contro un malinteso socialismo: se tutti i capitalisti dividessero il loro denaro con i poveri, ciascuno riceverebbe soltanto una piccola somma.

L’economista del diciannovesimo secolo, come l’uomo comune, si era fatta un’immagine della natura dell’uomo tendente a dimostrare come il capitalismo contemporaneo fosse la migliore risposta alla sua esistenza, poiché esso soddisfa le esigenze inerenti alla natura umana.

Gli ideologi di qualsiasi società fanno così, e devono farlo, poiché l’accettazione di un determinato ordinamento sociale è grandemente favorita dalla credenza che tale ordinamento sia naturale, e perciò buono è necessario.

Ciò che volevo far notare è che Freud non trascende la nozione dell’uomo corrente nella sua società. Egli anzi diede nuovo peso ai concetti correnti mostrando come essi fossero radicati nella natura stessa della libido e del suo funzionamento.

Per questo rispetto Freud fu lo psicologo della società ottocentesca, che dimostrò che le assunzioni intorno all’uomo che stavano alla base del sistema economico erano ancor più giuste di quanto gli economisti avessero potuto immaginare.

Il suo concetto dell’Homo sexualis era una versione approfondita e allargata del concetto dell’Horno economicus degli economisti. Solo per un rispetto Freud deviò dal ritratto tradizionale: dichiarò che il grado di repressione sessuale assunto come normale nel suo tempo era eccessivo, e in realtà provocava la nevrosi.

Sotto questo aspetto, tuttavia, egli non poneva in discussione la concezione fondamentale dell’uomo, ma, come tutti i riformatori liberali, cercava di alleviare il fardello dell’uomo all’interno della stessa cornice del suo ritratto tradizionale.

E, se la concezione teorica della natura dell’uomo di Freud era la stessa di quella della maggioranza dei suoi contemporanei, non c’era nessuna differenza nel suo atteggiamento politico, specialmente nei confronti della prima guerra mondiale — supremo test non solo per il cuore, ma anche per la ragione e il realismo degli uomini di quel tempo. «La reazione immediata di Freud alla dichiarazione di guerra», scrive Jones,

«fu sorprendente. Si sarebbe supposto che un pacifico sapiente di 58 anni dovesse salutarla semplicemente con orrore, come fecero molti, mentre la sua prima reazione fu quasi di giovanile entusiasmo, qualcosa di simile ad un risveglio degli ardori militari della fanciullezza. Parlò persino delle azioni di Berchtold [il ministro degli esteri austriaco] come della “risoluzione di una situazione tesa mediante un atto di coraggio” (das Befreiende der mutigen Tat), e disse di sentirsi austriaco per la prima volta in trentanni… Era totalmente inebriato, non poteva più pensare ad alcun lavoro e passava il suo tempo a discutere gli avvenimenti del giorno con il fratello Alexander. Come ebbe a dire egli stesso: “Tutta la mia libido si riversa sugli austro-ungarici”.»[6]

Significativamente, paragonò gli eventi bellici con la guerra del suo movimento. In una lettera a Hitschmann scrisse:

«Abbiamo vinto la campagna contro gli svizzeri, ma mi domando se i tedeschi arriveranno alla vittoria e se ce la faremo a resistere fino a quel momento. Dobbiamo sperarlo con tutte le forze. Il furore dei tedeschi sembra una garanzia, e la rinascita austriaca è promettente.»[7]

È caratteristico dell’idolatria di Jones, ma anche del punto di vista ortodosso, che il problema morale e politico dell’entusiasmo guerresco di Freud sia mimetizzato dall’«interpretazione» che in questo caso ci si trovi di fronte a un «giovanile entusiasmo, qualcosa di simile a un risveglio degli ardori militari della fanciullezza».

Jones può essersi sentito un po’ imbarazzato a dover riferire questa reazione di Freud, e così scrive che «questo stato d’animo durò poco più di quindici giorni, poi Freud tornò in sé».[8]

Ma invece non fu così, come è dimostrato da quanto lo stesso Jones scrive più avanti. In primo luogo, Freud «tornò in sé» solo per quanto riguardava il suo entusiasmo per l’Austria, e per un motivo che non era nemmeno troppo ragionevole

«Quel ch’è strano è che a determinare il rovesciamento dei sentimenti di Freud fu il suo disprezzo per l’inefficienza che la sua patria di recente acquisto stava dimostrando nella campagna contro i Serbi.»[9]

Ma, per quanto riguardava la Germania, ci vollero diversi anni, e non quindici giorni, prima che il suo entusiasmo scomparisse. Ancora nel 1918 Freud si augurava una vittoria tedesca, per quanto a quel tempo essa gli sembrasse improbabile.[10]

Solo proprio alla fine della guerra egli vinse le proprie illusioni; ma, in contrasto con molti altri, l’esperienza della prima guerra mondiale, e probabilmente la sua stessa delusione, devono aver avuto su Freud un effetto profondo e chiarificatore.

Intorno al 1930, in uno scambio di lettere degno di nota con Albert Einstein sulla questione se si potesse fare qualcosa per prevenire future guerre, egli parla di se stesso e di Einstein come pacifisti, e non lascia alcun dubbio sulla sua avversione per la guerra.

Mentre ritiene che la propensione dell’uomo a impegnarsi nella guerra sia radicata nell’istinto di morte, afferma che con il crescente incivilimento le tendenze distruttive diventano sempre più interiorizzate (nella forma del Super-io) ed esprime la speranza che forse non è un’idea utopistica pensare che l’interiorizzazione dell’aggressività e l’orrore delle devastazioni provocate da un’altra guerra possano, in un futuro non troppo lontano, por fine a tutte le guerre. 11]

Ma allo stesso tempo Freud manifesta nella sua lettera a Einstein un atteggiamento politico molto più a destra del liberalismo, un atteggiamento che aveva espresso anche ne II futuro di un’illusione.

Egli dichiara che è un aspetto della costituzionale e non modificabile ineguaglianza degli uomini che essi siano divisi in capi e sudditi. Questi ultimi, che costituiscono la vasta maggioranza, hanno bisogno d’una autorità che prenda le decisioni per loro, e alla quale essi si sottomettano più o meno incondizionatamente.

«L’unica speranza è che questa élite sia formata da un’aristocrazia di uomini capaci di usare il proprio cervello e senza paura nella battaglia per la verità. L’ideale sarebbe naturalmente «una comunità umana che avesse assoggettato la sua vita pulsionale alla dittatura della ragione.»[12]

Ritroviamo ancora l’ideale fondamentale di Freud della dominazione degli istinti da parte della ragione, misto alla profonda sfiducia nel potere dell’uomo medio di dirigere il proprio destino. Questo è uno degli aspetti tragici della vita di Freud: un anno prima della vittoria di Hitler egli dispera della possibilità della democrazia, e offre come unica speranza la dittatura d’una élite di uomini coraggiosi autofrustrantisi. Non era questa la speranza che solo l’élite psicoanalizzata potesse dirigere e controllare le masse indolenti?

Note

[1] Il disagio della civiltà, cit., p. 246.

[2] Ibidem., p. 247.

[3] Ibidem., p. 248.

[4] Ibidem.

[5] Ibidem., pp. 244–5.

[6] Lettera a Abraham, 26 luglio 1914, citata da Jones, op. cit., Vol. II, p. 217.

[7] Lettera a Hitschmann, agosto 1914, ibid.

[8] Ibidem.

[9] Ibidem., pp. 217–8

[10] Lettera a Abraham, 22 marzo 1918, citata da Jones, op. cit., Vol. III, p. 242.

[11] Cfr. Perché la guerra?, trad. it. in Il disagio della civiltà e altri saggi, cit., pp. 283–299.

[12] lbidem., p. 296

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Graduated in European history in Florence, he started working in publishing soon after having come across a Mac computer in 1984

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