6.4 Sull’Interzona di William S. Burroughs

Timothy Leary. Caos e Cibercultura — 6. Arte guerrigliera

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William S. Burroughs è uno dei tre giganti letterari del XX Secolo che hanno fissionato, disciolto, trasformato, digitalizzato la lingua inglese, che l’hanno tele trasportata stroboscopizzata in immagini oleografiche fino a farla entrare nel Secolo XXI. L’Americano William S. Burroughs, il suo connazionale Thomas Pynchon e irlandese James Joyce sono gli alchimisti ai quali dobbiamo l’applicazione della dinamica quantistica e della teoria de| caos allo studio della linguistica. Questi tre maghi non sono tanto scrittori, quanto elaboratori di parole».

Allo stesso modo in cui le equazioni dei tre grandi filosofi tedeschi Einstein, Heisenberg e Planck hanno ridotto le leggi di Newton a ordinanze locali, e hanno disciolto la materia solida, molecolar-atomica in grappoli-onde di informazioni elettroniche, così anche Joyce e Burroughs hanno fissionato, con la precisione di un laser, le strutture grammaticali e il macchinario semantico della vecchia classica lingua di Shakespeare.

Non è a caso che il fisico Murray Gell Mann, che ha scoperto l’unità fondamentale di informazione, abbia scelto per questa il nome «quark», termine preso in prestito dell’epico romanzo di Joyce, La veglia di Finnegan.

E fu Burroughs, insieme al suo partner Brion Gysin, che inventò il metodo «cut-up» del paroliere, distaccando paragrafi da scritti diversi tra loro brani da giornali, romanzi, manuali di istruzioni, scene porno facendone un collage in ordine casuale.

Nelle parole di James Grauerholz, amico di Burroughs e curatore delle sue opere,

«Questa ripetizione conferisce allo scritto una qualità caleidoscopica e che cos’è un caleidoscopio se non un dispositivo per riassemblare senza fine le stesse particelle? Come per anticipare la moderna fisica quantistica, il suo modello del mondo è quello di un universo indeterminato dalle infinite permutazioni e ricombinazioni.»

Burroughs nacque nel 1914 a St. Louis. Suo nonno, dal quale prende il nome, ha contribuito in modo decisivo allo sviluppo di una macchina simile a un computer che fu venduta in America con il nome «The Burroughs Calculator».

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Dopo un’infanzia modestamente benestante, Burroughs frequentò l’Università di Harvard, e grazie all’intelligenza, all’omosessualità, alla sofisticatezza letteraria e alla tossicodipendenza ad ampio spettro si lanciò in un’odissea, destinata a durare tutta una vita, tra stati alterati e reami neurologici che in tutta la storia sono stati esplorati dai mistici.

A partire dal 1938 Burroughs opera come archeologo visionario, come agente segreto, alienato e sotto copertura profonda, che riferisce della condizione umana osservata dal duro e squallido sottomondo delle città portuali, delle colonie in esilio, degli attraversamenti di confine e delle interzone di mercato nero. Tangeri. Times Square. Mexico City. Panama City. La Left Bank. La giungla amazzonica. Eccetera.

Burroughs descrive i panorami visionari, le particolareggiate sociologie di tribù immaginarie, le città allucinatorie, le docce fantascientifiche di caldo argenteo sperma spruzzato da travestiti venusiani dalla pelle di platino. Mentre «il soldato del Regno di Giordania, reo di aver venduto la pianta della latrina della caserma agli agenti ebraici, impiccato nella piazza del mercato ad Amman, si arrampica strisciando fino al ponte di poppa della forca per issare la manica a vento nera del Trust degli Insetti».

E così via.

Bill Burroughs è maestro di giornalismo perché descrive quanto sta realmente accadendo in termini personali riferiti a persone specifiche. Danny tossicomane ladro d’auto. Papponi e puttane nel Socco Chico. Terapie a base di eroina al Benchimal Hospital. L’Interzone Café che puzza di archetipi marci, abortiti larvali, Eccetera.

I titoli dei libri raccontano la storia — Junkie, Queer, Naked Lunch, Soft Machine, The Ticket That Exploded, Nova Express, The Wild Boys, Blade Runner. E la magnifica trilogia finale su apocalisse-morte immortalità: Cities of the Red Night, The Place of Dead Roads, The Western Lands.

Interzone è una raccolta di frammenti polverosi e di manoscritti smarriti, riscoperta negli archivi di Alien Ginsberg nel 1984. È stata curata meravigliosamente da James Grauerholz, che ne ha scritto l’introduzione. Che cosa racconta? Una feroce satira. Una dura amara truce cinica esposizione dell’ipocrisia ufficiale, della repressione puritana, dell’autoritarismo religioso. Interzone offre uno sguardo spassionato, asciutto, smaliziato, quasi tenero, sugli emarginati sociali, sui diseredati, sui fuori casta dei sottomondi. Uno stanco hurrà a favore dell’umanità in tutte le sue disordinate manifestazioni.

Burroughs ha inventato un nuovo linguaggio post-letterato, un mezzo di comunicazione nuovo in cui le parole diventano nuvole o grappoli di significati spruzzati incessantemente sul lettore come l’esplosiva giungla techni-colorata delle insegne al neon nel quartiere Roppongi a Tokyo. Burroughs dipinge con le parole. Colpisce la pagina con verbali sciabolate espressioniste surrealiste e con colpi di lupara caricata a parole. Come quadri di un’esposizione, non è necessario scandire in ordine lineare i paragrafi di Burroughs. Il suo lavoro è stato definito «ologramico» o «frattale», nel senso che un paragrafo qualsiasi potrebbe contenere sequenze compresse che si dispiegherebbero e si riciclerebbero in versioni successive.

E soprattutto il lavoro di Burroughs è umoristico. Vede attraverso il disordine apparente del mondo pratico fino a percepire i fumetti eterni della vita.

Eventuali.

Bill Burroughs è un uomo molto divertente e uno dei più grandi artisti d’America.

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Graduated in European history in Florence, he started working in publishing soon after having come across a Mac computer in 1984

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