6.2 Keith Haring: futuro primordiale

Timothy Leary. Caos e Cibercultura — 6. Arte guerrigliera

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Keith Haring era la vita personificata. Luccicava, scintillava, danzava attraverso le nostre visibilità, spruzzava colori viventi attraverso i nostri occhi spalancati.

Non era forse il nostro aggraziato biondo dio greco Pan in scarpe da tennis che spruzzava dietro di sé tracce retinali di bastoncelli arcobaleno e coni technicolor mentre sorvolava le nostre menti in volo radente a novanta miglia all’ora, accelerando i suoi r.p.m. (realtà al minuto) per raggiungere velocità da primato?

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Keith Haring ebbe un ruolo vitale in un momento cruciale della storia mondiale. Compì la sua missione durante gli anni Ottanta, decennio decadente e pauroso di pandemonio negativo. In quel periodo di collasso culturale e di caos sociale, Keith assunse il ruolo tradizionale di filosofo alla ribalta umanizzava, popolarizzava, personalizzava, illustrava i grandi intuiti pagani della nostra razza. Celebrava la vita, la danza in stato di ebbrezza, la gioia saltellante dei bambini saggi, l’energia erotica, le confrontazioni demoniache.

Barry Blinderman ha descritto il gioco di Keith come «interfaccia allucinatoria tra biologia e tecnologia nella nostra sempre più cibernetica società». Future Primeval, titolo dato da Barry alla Mostra di Keith Haring, è veramente perfetto. L’arte di Keith spaziava per tutta la storia dello spirito umano; egli avrebbe potuto saltare fuori dalla macchina del tempo in mezzo all’Era paleolitica e avrebbe potuto cominciare a disegnare sulle pareti delle caverne quella gente avrebbe capito e avrebbe riso, i bambini in particolare. Ho mostrato i suoi disegni agli australiani indigeni che mi avevano iniziato: risero e fecero cenno di sì con la testa. Keith comunicava tramite le icone fondamentali, globali, della nostra razza.

E qui osserviamo un’altra impressionante dimensione del genio di Haring. Mentre entriamo nell’Era informatica del Secolo XXI, è chiaro che si svilupperà una lingua mondiale.

Tutti utilizzeranno dispositivi digitali per diventare artisti grafici. Un’anteprima interessante di questo fenomeno è l’impulso verso i graffiti ora visibile nelle nostre metropoli. E di chi è l’arte che più ha ispirato questo futuro?

Esiste infine un’altra osservazione da fare per quanto riguarda i poteri dionisiaci di Keith Haring. Nei suoi ultimi anni ha lottato, trionfando, contro l’ultimo importante demone dell’esistenza umana la morte.

Nel 1989 nella sua ormai leggendaria intervista su Rolling Stone, David Sheff ha chiesto a Keith come l’AIDS avesse cambiato la sua vita.

Kelth rispose: La cosa più difficile consiste semplicemente nel sapere che c’è ancora tanto da fare. Sono un lavoromane totale. Ho tanta paura di svegliarmi un giorno e di trovare che non sono più in grado di farlo.

David Sheff: Crei il tempo per vivere al di fuori del lavoro?

Keith: Ci si costringe a farlo. Altrimenti lavorerei e basta. Trascorro anche abbastanza tempo a godere. Non mi lamento, zero. In un certo senso è quasi un privilegio. Sapere. Quando ero un bambino piccolo avevo sempre la sensazione che sarei morto molto giovane, a vent’anni o giù di lì. E così ho sempre vissuto la mia vita come se mi aspettassi una cosa del genere. Facevo tutto quello che volevo. Continuo a fare così.

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Ecco le parole finali di Keith in questa intervista: «Quando ti avvicini alla fine della storia, devi cominciare a puntare tutte le cose verso una cosa sola. Ecco il punto cui sono arrivato ora: non so dov’è che finisca, ma so che è importante fare subito quel che c’è da fare. Il tutto diventa molto più articolato, e in un certo senso è veramente liberatorio.»

Ora queste sono parole. Parole forti. Parole sagge. Ma pur sempre parole. Keith ripeteva la saggezza dei mistici buddisti che scrissero il Libro tibetano dei morti, in cui elencarono gli stadi attraverso i quali si passa mentre si affronta l’evento finale della vita. Gli psicologi moderni sono d’accordo. C’è prima il diniego, poi l’angoscia totale, e poi si spera l’accettazione liberatoria. Ciò che commuove tanto è il fatto che Keith abbia vissuto, messo in atto, realizzato nelle sue ultime opere queste potenti emozioni.

Nel 1987, al momento in cui ha appreso di essere sieropositivo, ha prodotto un disegno sorprendente intitolalo Weeping Woman [Donna piangente]. È sconvolgente la differenza tra questo e le espressioni normali di Keith; il disegno trasmette l’angoscia, il terrore che sentiva e che abbiamo sentito tutti noi quando abbiamo saputo delle condizioni di Keith.

Un anno più tardi stava producendo i più radiosi dipinti di celebrazioni della nascita e della morte.

E due anni più tardi Keith, in collaborazione con il suo idolo e mentore, William S. Burroughs, produsse il monumentale Apocalypse, composto da venti serigrafie di poesie e disegni ispirati che celebrano la fine del millennio cristiano e l’inizio del nuovo paganesimo.

Nell’elegante introduzione ad Apocalypse, Burroughs delinea con precisione la realtà virtuale dell’arte futura:

«Quando l’arte esce dalla cornice, e quando la parola scritta esce dalla pagina non semplicemente cornice e pagina fisiche, ma cornice e pagine di categorie assegnate si verifica una descrizione fondamentale della realtà stessa, la realizzazione liberale dell’arte… Ogni artista dedito tenta l’impossibile. Il successo scriverà Apocalypse attraverso il cielo. L’artista punta verso il miracolo, il pittore vuole che i propri quadri si spostino fuori dalla tela e verso l’esterno, e basta uno strappo nella tela perché il pandemonio ne possa uscire».

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Graduated in European history in Florence, he started working in publishing soon after having come across a Mac computer in 1984

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