6. Il rapporto di Freud verso gli uomini

di Erich Fromm

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Un fotogramma tratto dal film del 2011 “A Dangerous Method” diretto da David Cronenberg, con Viggo Mortensen (Sigmund Freud); Michael Fassbender (Carl Gustav Jung); Keira Knightley (Sabina Spielrein).

La dipendenza di Freud dalla figura della madre non fu limitata a sua moglie e a sua madre, ma fu trasferita anche su alcuni uomini, più anziani di lui come Breuer, suoi coetanei come Fliess, e suoi allievi come Jung. Freud aveva però un fiero orgoglio della propria indipendenza e una violenta avversione a essere il protégé. Questo orgoglio gli fece rimuovere la consapevolezza della dipendenza e lo portò a negarla completamente rompendo l’amicizia quando l’amico mancava nel completo assolvimento del ruolo materno.

Così le sue grandi amicizie seguono lo stesso ciclo: intensa amicizia per alcuni anni, poi la completa rottura, generalmente portata fino al limite dell’odio. Questo fu il destino della sua amicizia con Breuer, Fliess, Jung, Adler, Rank e persino Ferenczi, il fedele discepolo che non si sognò mai di separarsi da Freud e dal suo movimento.

Breuer

Breuer, un collega più anziano e di successo, aveva dato a Freud il seme dell’idea dalla quale sarebbe nata la psicoanalisi. Breuer stava curando una paziente, Anna O., e scoprì che tutte le volte che la poneva in stato ipnotico e le faceva dire quello che la tormentava, lei si sentiva liberata dai suoi sintomi (depressione e confusione).

Breuer comprese che i sintomi erano causati da un trauma emotivo che aveva subito mentre curava il padre ammalato, e comprese inoltre che, una volta individuata la loro origine, i sintomi irrazionali acquistavano senso. Così Breuer diede a Freud il più importante suggerimento di tutta la sua vita, suggerimento che formò la base dell’idea centrale della psicoanalisi.

Breuer si comportò inoltre nei confronti di Freud come un amico paterno, dandogli anche un non trascurabile aiuto morale. Come finì questa relazione? In verità ci fu un crescente disaccordo scientifico, poiché Breuer non seguì Freud in tutte le sue teorie sul sesso; ma certamente un simile disaccordo scientifico non porterebbe normalmente a una rottura personale, per non parlare del rancore che Freud provò per il suo ex amico e benefattore.

Oppure, per dirla con le parole di Jones, «le sole discordanze scientifiche non possono render conto della durezza con cui Freud si espresse nei confronti di Breuer nelle lettere a Fliess scritte dal 1890 al 1900. Se si pensa a ciò che Breuer aveva significato per lui intorno al 1880, alla sua generosità verso Freud, alla sua simpatia piena di comprensione, e al misto di dolcezza e di energia intellettuale che emanava da lui, il cambiamento che avvenne dopo appare veramente sorprendente».[1]

Le osservazioni che Freud fa su Breuer sono citate da Jones ricavandole da alcune lettere inedite a Fliess [2]. Il 6 febbraio 1896 Freud scrive che «con Breuer era impossibile andare avanti». Un anno dopo (29 marzo 1897) scrive che «il solo vederlo [Breuer] mi farebbe quasi venir la voglia di emigrare». Jones commenta: «Sono parole forti, ma ce ne sono anche di peggiori, che è inutile citare»[3]. Quanto poco Breuer reagisse nello stesso spirito si può vedere dal fatto che quando Freud volle pagare il suo debito, Breuer rispose che esso era stato pareggiato da una somma che avrebbe dovuto pagare a Freud per le cure mediche da lui prestate a un suo parente.

Come possiamo spiegare questo mutamento dall’amore all’avversione nei rapporti di Freud con Breuer? Secondo Freud stesso, e Jones lo segue in un’interpretazione caratteristicamente ortodossa, questa ambivalenza costituiva la continuazione, e la ripetizione, dell’ambivalenza provata da Freud nei confronti del nipote, che era un po’ più vecchio di lui, quando erano entrambi bambini. Ma qui, come spesso accade quando l’interpretazione freudiana cerca di spiegare gli sviluppi successivi come mere ripetizioni di configurazioni infantili, il vero significato dell’ambivalenza viene ignorato.

Come indicato brevemente all’inizio di questo capitolo, Freud tendeva a dipendere dalle persone e allo stesso tempo si vergognava di questa dipendenza e la odiava. Dopo aver accettato l’aiuto e l’affetto dell’altra persona, negava la dipendenza rompendo tutte le relazioni con essa, rimuovendola dalla propria vita e odiandola. L’ardente desiderio d’indipendenza di Freud è stato scorto e sottolineato da Jones ma, in parte per la sua tendenza idoleggiante, in parte per l’insufficienza della costruzione teoretica ortodossa, egli si lascia sfuggire l’aspetto dipendente del carattere di Freud, e il conflitto fra l’orgoglioso desiderio d’indipendenza e la sua dipendenza ricettiva.

Fliess

Qualcosa di molto simile accadde nel rapporto con Fliess. La cosa che maggiormente colpisce in questo rapporto, che iniziò nel 1887, è ancora una volta la dipendenza di Freud da Fliess. Durante il culmine di questo rapporto, Freud espone a Fliess i suoi pensieri, le sue speranze e le sue pene, e si aspetta sempre che Fliess sia l’ascoltatore attento e interessato.

Ecco alcuni esempi caratteristici di questa reazione di dipendenza nei suoi confronti. Il 3 gennaio 1899 Freud scrive: «Vivo tristemente e nell’oscurità fino al tuo arrivo, allora riverso su di te tutto il mio malcontento, accendo la mia luce tremolante alla tua stabile fiamma e mi sento nuovamente bene»[4]. Oppure, in una lettera del 30 giugno 1896:

«Sono piuttosto triste e tutto quello che posso dire è che attendo con impazienza il nostro congresso [Freud usava questo termine per i loro incontri] come si attende di calmare la fame e la sete. Non porterò con me altro che due orecchie attente e avrò tutto da imparare. Aspetto anche grandi cose, egocentrico come sono, per i miei scopi personali. Sono incorso in qualche dubbio circa la teoria della rimozione che un tuo suggerimento, come quello riguardo alla mestruazione maschile e femminile nello stesso individuo, può risolvere. Angoscia, fattori chimici, eccetera: forse tu puoi fornirmi un solido terreno fisiologico, in virtù del quale potrò desistere dallo spiegare le cose da un punto di vista psicologico!»[5].

Questa lettera è particolarmente interessante nel nostro contesto per il linguaggio usato da Freud; che Fliess debba soddisfare la sua «fame e sete» è una caratteristica espressione dell’inconscia dipendenza orale-ricettiva. È inoltre interessante trovare che Freud esprime qui la speranza di scoprire una base per comprendere le nevrosi nella fisiologia, piuttosto che nella psicologia.

Questa speranza esprime in un certo grado l’antico amore di Freud per la fisiologia, ma allo stesso tempo non deve essere presa troppo sul serio. Freud in realtà non dipendeva da Fliess per avere nuove idee, sebbene in questa lettera sembri esprimere tale dipendenza. Freud ha dimostrato di possedere tali straordinarie doti di creatività che dobbiamo prendere i pensieri consciamente espressi in questa lettera essenzialmente come la soddisfazione d’una dipendenza puramente emotiva. Freud aveva bisogno di qualcuno che lo rassicurasse, che lo confortasse, che lo incoraggiasse, che lo ascoltasse e persino che lo nutrisse, e per anni Fliess fu l’uomo che ebbe questa funzione.

Quadra con l’immagine di questo rapporto il fatto che esso è marcatamente unilaterale, per quanto riguarda l’interesse per l’altro. È difficile non notare che Freud, in tutti questi anni di corrispondenza, scrive quasi esclusivamente di se stesso e delle proprie idee, e raramente di Fliess. Vi sono espressioni di cortese interessamento per la vita personale di Fliess, ma per la maggior parte sono superficiali. Freud stesso se ne accorge quando scrive (12 febbraio 1900): «Quasi mi rimprovero di non parlarti che di me»[6].

Sembra anche che Fliess si lamentasse del fatto che Freud non gli rispondeva, perché troviamo che quest’ultimo scrive in una lettera del 3 ottobre 1897:

«Non aspettarti una risposta ad ogni cosa e, per quel che riguarda le mie risposte, spero che terrai conto della mia scarsa competenza sugli argomenti da te trattati, essendo essi al di fuori della mia sfera»[7].

Come nel caso di Breuer, la rottura avvenne dopo alcuni anni della più intima amicizia, e le ragioni della rottura si adattano al quadro globale dell’ambivalenza orale-ricettiva. Secondo Jones, «non sappiamo con esattezza come avvenne la rottura. Nella versione successivamente datane da Fliess, Freud lo avrebbe attaccato in maniera violenta e inattesa, cosa che pare molto inverosimile»[8]. (Tenendo presente l’ambivalenza di Freud nelle sue amicizie, ammessa da Freud e persino da Jones, non sembra che vi sia nulla di inverosimile in questo).

Ma quale che possa essere questo attacco, possiamo vedere nelle lettere due ragioni molto evidenti per lo scontro. Una era che Fliess criticava il metodo di Freud dicendo che quest’ultimo leggeva nei suoi pazienti i suoi propri pensieri. Freud, che non era mai disposto favorevolmente ad accettare le critiche, meno che mai le avrebbe accettate dall’amico la cui principale funzione era quella di rassicurarlo, incoraggiarlo e ammirarlo.

L’altra ragione della rottura si può trovare in una delle reazioni di Freud che, ancora una volta, ci consente di gettare uno sguardo nei suoi desideri ricettivi. La scoperta fondamentale di Fliess era che la bisessualità si trova in tutti, uomini e donne.

Nell’ultimo incontro ad Achensee nell’estate del 1900, Freud comunicò la stessa cosa [l’idea che tutti gli esseri umani avevano una costituzione bisessuale] all’amico come un’idea nuova, al che Fliess, sbalordito, rispose: «Ma questo te l’avevo detto io, nella nostra passeggiata notturna a Breslavia [1897], e allora rifiutasti di ammetterlo». Freud aveva completamente dimenticato la conversazione di allora e negò di saperne qualcosa: solo dopo una settimana essa gli tornò alla memoria.[9]

Jones commenta in una nota:

«Un caso di amnesia molto grave! Appena un anno prima aveva scritto: «Circa la bisessualità sei certamente nel giusto. Anch’io mi vado abituando all’idea di considerare ogni atto sessuale come l’incontro di quattro individui» (1° agosto 1899). L’anno prima ancora aveva espresso il suo entusiasmo in questi termini: «Ho cominciato a considerare con attenzione il concetto di bisessualità e considero la tua idea in proposito come la più significativa per il mio lavoro, dopo quella di “difesa”» (4 gennaio 1898)[10].

Jones non fa nessun tentativo di spiegare psicoanaliticamente questa «amnesia». La risposta è tuttavia affatto chiara: la tendenza di Freud era di ricevere e inghiottire, e quindi tendeva, specialmente nel caso dei suoi intimi amici, a credere che un’idea che, come egli sapeva troppo bene, era del suo amico, fosse invece sua.

Questo meccanismo diventa ancora più chiaro se leggiamo una lettera che Freud scrisse a Fliess un anno dopo questo sfortunato ultimo incontro ad Achensee. In una lettera del 7 agosto 1901, Freud afferma:

«Non si può negare che noi ci siamo allontanati l’uno dall’altro; una quantità di piccole cose mi fanno notare la distanza … tu sei giunto a questo punto, al limite della tua penetrazione, ti schieri contro di me e mi dici che “il lettore del pensiero legge semplicemente i propri pensieri negli altri cosa che priva i miei sforzi di tutto il loro valore”».

Dopo aver così mostrato il proprio risentimento per l’osservazione critica di Fliess, Freud fa una dichiarazione sorprendente:

«E ora la cosa più importante. Il mio prossimo libro, per quanto posso vedere, si intitolerà La bisessualità nell’uomo, investigherà la radice del problema e dirà l’ultima parola, che mi sarà permesso di dire, sull’argomento; l’ultima e la più profonda… L’idea stessa è tua. Ricorderai che ti dicevo anni fa, quando tu eri ancora specialista del naso e chirurgo, che la soluzione risiedeva nella sessualità. Anni dopo tu mi correggesti e dicesti bisessualità, e vedo che hai ragione. Probabilmente dovrò prendere a prestito ancora di più da te e forse sarò spinto dall’onestà a chiederti di apporre la tua firma al mio libro; ciò significherebbe un’estensione della parte anatomico-biologica, che a me riuscirebbe assai scarsa. Per parte mia dovrei occuparmi dell’aspetto mentale della bisessualità e della spiegazione del lato nevrotico. Questo dunque è il mio prossimo progetto che spero ci unirà ancora nella ricerca scientifica»[11].

Questa lettera merita un’analisi dettagliata. Perché Freud annuncia il libro con un titolo che è fuori dal contesto dei suoi studi sulla nevrosi, ma è esattamente il punto centrale della teoria di Fliess? Perché Freud, che è sempre modesto, vanta il nuovo libro come «l’ultima e più profonda parola»? Evidentemente, la risposta è la stessa per cui nel 1896 voleva l’aiuto di Fliess per trovare «una solida base nella fisiologia» e per cui nel 1900 aveva dimenticato che lo scopritore della bisessualità era Fliess.

Inconsciamente, desiderava possedere la scoperta dell’amico, non perché ne avesse bisogno, ma a causa del profondamente radicato desiderio ricettivo di essere «nutrito». Ovviamente Freud, nello scrivere la lettera, era consapevole del conflitto con Fliess, e specialmente sulla questione della paternità dell’idea; ma egli razionalizza in maniera sottile la propria pretesa.

Dopo aver ammesso che «l’idea stessa è tua», ricorda a Fliess che al tempo in cui questi era «ancora» uno specialista delle malattie del naso e un chirurgo, egli aveva già scoperto che «la soluzione sta nella sessualità», e quindi la scoperta di Fliess è soltanto una «correzione».

Ma anche questa razionalizzazione non sembra convincere lo stesso Freud, poiché egli prosegue a dire che sarà costretto in tutta onestà a chiedere a Fliess di aggiungere la sua firma alla sua. Né il tutto è posto in forma d’una domanda, ma egli asserisce: «questo dunque è il mio prossimo progetto che spero ci unirà ancora nella ricerca scientifica». Freud non scrisse mai questo libro, che era compietamente al di fuori della corrente principale del suo pensiero. L’intera idea costituiva un estremo tentativo per costringere Fliess nel ruolo della madre che nutre, e allo stesso tempo il preparativo della completa rottura, qualora Fliess non fosse disposto ad accettare l’incarico.

Seguono soltanto poche lettere. Evidentemente Fliess criticò Freud per il progetto di scrivere La bisessualità nell’uomo. Freud rispose (19 settembre 1901):

«Non ho capito la tua risposta riguardo alla bisessualità. Si vede che è assai difficile comprenderci. Io certamente ho avuto soltanto l’intenzione di contribuire alla teoria della bisessualità e di completarla aggiungendo che la rimozione e la nevrosi, e così l’autonomia dell’inconscio, presuppongono l’esistenza di una bisessualità»[12].

In realtà l’annuncio che Freud aveva dato d’un libro sulla bisessualità nell’uomo dava un’impressione completamente diversa da questa spiegazione.

Seguono ancora poche missive piuttosto impersonali, per lo più relative a pazienti che Fliess aveva mandato da Freud, e le ultime due lettere che danno una dettagliata descrizione di come Freud fosse stato nominato professore all’Università di Vienna. Questa comunicazione segna la fine d’un’intima amicizia durata otto anni.

Jung

Una terza amicizia, sebbene molto meno intima e personale di quella con Breuer e Fliess, fu quella con Jung. Anche qui troviamo lo stesso sviluppo: grandi speranze, grande entusiasmo, la rottura. C’è un’ovvia differenza da notare nei rapporti tra Freud e Breuer, Fliess e Jung. Breuer era il mentore di Freud e gli diede una decisiva nuova idea; Fliess era un suo pari, e Jung era il suo allievo.

Viste superficialmente, queste differenze sarebbero in contrasto con l’ipotesi che in tutti e tre questi rapporti si manifestasse la dipendenza di Freud. Mentre la si potrebbe ammettere per quanto riguarda Breuer, o forse anche per quanto riguarda Fliess, come si può parlare della dipendenza d’un maestro dal suo stesso allievo? Tuttavia, considerata dinamicamente, non c’è nessuna reale contraddizione. C’è una dipendenza evidente e cosciente, in cui l’individuo dipende da una figura paterna, da un «aiutante magico», da un superiore, ecc.

Ma c’è una dipendenza inconscia in cui una persona dominante dipende da coloro che dipendono da lui. In questa specie di rapporto simbiotico, entrambi dipendono l’uno dall’altro, salvo però che la dipendenza dell’uno è cosciente, quella dell’altro inconscia.

Questo tipo di dipendenza diventa del tutto chiaro se consideriamo l’inizio del rapporto di Freud con Jung. Freud aveva accolto con vivo compiacimento il fatto che un gruppo di psichiatri svizzeri, tra i quali Bleuler, direttore del Burghölzli, e il suo primo assistente, C. G. Jung, si fossero attivamente interessati della psicoanalisi. Riferisce Jones

«Freud da parte sua non solo era grato a Jung per l’appoggio che questi gli aveva arrecato, ma ne ammirava la personalità al punto che decise ben presto di farne il suo successore. A volte lo chiamava persino “figlio ed erede”, ed espresse pure l’opinione che tra tutti i suoi seguaci Jung ed Otto Gross fossero le sole menti veramente originali.
Jung sarebbe stato il Giosuè destinato ad esplorare la terra promessa della psichiatria che a Freud, come a Mosè, era stato concesso solo di intravvedere da lontano»[13].

Ma c’era anche un altro importante aspetto dell’atteggiamento di Freud nei confronti di Jung. Fino allora la maggior parte dei seguaci di Freud erano stati viennesi ed ebrei. Freud avvertiva la necessità, per il successo finale del movimento psicoanalitico nel mondo, che la leadership fosse assunta da «ariani».

Aveva già espresso molto chiaramente questa idea nel 1908, in una lettera a Karl Abraham; rimproverava Abraham per una non necessaria disputa con Jung, e poi terminava la lettera dicendo: «Dopo tutto i nostri colleghi ariani ci sono assolutamente indispensabili, altrimenti la psicoanalisi cadrebbe vittima dell’antisemitismo»[14].

Durante i due anni successivi, questa idea si forzò in Freud. Al tempo del Congresso Psicoanalitico di Norimberga del 1910, Freud (in un episodio già citato) rendendosi conto che una base di lavoro più ampia di quanto potesse permettere l’ebraismo viennese avrebbe costituito un notevole vantaggio, ritenne opportuno farne convinti i suoi colleghi di Vienna. Saputo che molti di loro stavano tenendo una riunione di protesta nella camera di Stekel, egli salì a raggiungerli e fece un appassionato appello alla loro adesione. Richiamò la loro attenzione sull’accanita ostilità che li circondava e sulla necessità di un appoggio esterno per affrontarla, poi, facendo l’atto di strapparsi di dosso la giacca, esclamò drammaticamente: «I miei nemici desidererebbero vedermi morire di fame: mi strapperebbero di dosso persino i vestiti»[15].

È del tutto chiaro cosa passasse per la mente di Freud. La sua paura non solo di morire di fame personalmente, ma che anche il «movimento» psicoanalitico morisse di fame, lo spinse a vedere in Jung il salvatore di un tale disastro.

Freud voleva conquistare completamente Jung per farne il suo erede e il leader del movimento. Caratteristico di questo desiderio è un piccolo episodio accaduto al tempo della partenza di Freud per gli Stati Uniti con Jung e Ferenczi. I tre fecero colazione assieme e Fe- renczi, appoggiato da Freud, persuase Jung a rinunciare al principio dell’astinenza bevendo un bicchiere di vino con loro.

Il principio dell’astinenza era un patto comune fra Jung e il suo maestro Bleuler e molti altri colleghi svizzeri. Il fatto di bere del vino rappresentò un simbolo della rinuncia alla sua fedeltà a Bleuler e del suo trasferimento a Freud. Di fatto questo mutamento di atteggiamento ebbe serie ripercussioni sui rapporti tra Jung e Bleuler. Quanto profondamente lo stesso Freud avvertisse il significato simbolico di questo rituale del bere risulta dal fatto che, subito dopo, egli svenne[16].

Se ci fosse qualche dubbio sull’origine psichica di questo svenimento, sarebbe fugato dal fatto che Freud svenne un’altra volta in un’occasione molto simile [17]. Durante il 1912, le relazioni fra Freud e Jung si erano deteriorate. Giunsero notizie sulle conferenze di Jung a New York, che rivelavano il suo atteggiamento antagonistico nei confronti delle teorie freudiane e dello stesso Freud. Inoltre Jung aveva già detto a Freud che i desideri incestuosi non dovevano essere presi letteralmente, ma come simboli di altre tendenze.

Alla fine si incontrarono a Monaco, nel novembre del 1912. Freud lo rimproverò per le sue tendenze alla slealtà e Jung si dimostrò «estremamente mortificato», accettò le critiche e promise di correggersi. Durante la successiva colazione, Freud «cominciò a rimproverare i due svizzeri, Jung e Riklin, di aver scritto articoli divulgativi sulla psicoanalisi in periodici svizzeri senza citare il suo nome. Jung replicò che avevano pensato che non fosse necessario farlo dato che il nome di Freud era tanto conosciuto». Scrive Jones:

Freud insistette, e «ricordo di aver pensato che stava prendendo la cosa da un punto di vista alquanto personale. Improvvisamente, tra la nostra costernazione, Freud cadde a terra privo di sensi. Jung, che era robusto, lo portò rapidamente su un sofà nell’ingresso, dove Freud si riebbe subito»[18].

Freud stesso analizzò la sua reazione di svenimento, ed espresse l’opinione che tutti i suoi attacchi potevano essere riportati all’effetto che aveva provocato in lui la morte del fratello minore avvenuta quando aveva un anno e sette mesi. Jones aggiunge:

«Sembrerebbe cioè che Freud rappresentasse un caso non grave di ciò che egli stesso definiva come “la rovina del successo”, nel caso specifico il successo riportato contro un avversario, di cui l’appagamento del desiderio di morte nei confronti del fratello Giulio era stato il primo esempio»[19].

Può darsi che questa interpretazione sia corretta, ma si deve anche tener presente che questo svenimento può essere interpretato come un simbolo dell’impotenza e della dipendenza dalla figura materna del bambino. Questa interpretazione trova ulteriore sostegno nel fatto che era già svenuto un’altra volta anni prima, quando Freud era insieme con il suo amico Fliess nella stessa città e nello stesso albergo. Freud descrive questo incidente in una lettera a Jones, dicendo:

«All’origine della faccenda c’è un certo che di omosessuale»[20]. Sembra molto più probabile che dietro agli svenimenti con Jung e con Fliess vi sia lo stesso motivo, una dipendenza profonda ma inconscia, che trova una drastica espressione in un sintomo psicosomatico.

Si deve qui aggiungere che Freud stesso era consapevole di tali tendenze di dipendenza, che egli chiamava fantasie da Schnorrer (accattone). Come esempio, egli menziona che i Richetti di Parigi, che lo amavano e non avevano figli, provocavano in lui una fantasia circa la possibilità di ereditare una parte delle loro ricchezze.

Un’altra fantasia di questo tipo fu raccontata da Freud molti anni più tardi; in questa fantasia egli arrestava un cavallo imbizzarrito e un personaggio molto importante usciva dalla carrozza dicendo: «Lei è il mio salvatore — io le devo la vita! Cosa posso fare per lei?». La reazione di Freud a questa fantasia è rivelatrice:

«A quel tempo egli scacciava subito pensieri come questi, ma vari anni dopo li ritrovò, nello scoprire di averli erroneamente attribuiti a un inesistente racconto di Alphonse Daudet. Fu un ricordo fastidioso, dato che aveva ormai superato il precedente bisogno di protezione e avrebbe voluto ripudiarlo energicamente. “Quello che più mi secca di tutto ciò [scrisse Freud], è il fatto che non c’è quasi nulla a cui io sia tanto contrario quanto il pensiero di essere il protetto di qualcuno. Quello a cui assistiamo nel nostro paese in questo senso, toglie ogni desiderio di farsi proteggere, e del resto la parte del figlio protetto poco si addice al mio carattere. Ho sempre covato in me un potente desiderio di essere io stesso un uomo forte»[21].

Questa è una delle affermazioni curiosamente ingenue di Freud, tanto chiaramente un segno di resistenza, eppure prese del tutto seriamente da lui stesso. Il suo conflitto era esattamente questo; desiderava di essere indipendente; odiava di essere un protégé — e allo stesso tempo desiderava essere protetto, ammirato, curato — e non risolse mai questo conflitto.

Per ritornare all’amicizia di Freud con Jung, essa seguì lo stesso corso del suo rapporto con Breuer e con Fliess. Nonostante le ripetute dichiarazioni di fedeltà da parte di Jung, sia le relazioni personali che quelle scientifiche divennero sempre più distanti, finché nel 1914 giunse la finale e irrevocabile rottura.

Indubbiamente questo fu un duro colpo per Freud; ancora una volta egli era dipeso da un uomo, al quale aveva aperto il cuore intorno alle sue preoccupazioni e alle sue speranze, e che aveva immaginato come quello che avrebbe garantito il futuro del movimento, e ancora una volta aveva dovuto rompere i rapporti.

C’è tuttavia una differenza fra la rottura con Jung e quelle con Breuer, Fliess, Adler, Stekel, Rank e Ferenczi, dacché le divergenze scientifiche con Jung erano più fondamentali di quelle con gli altri. Freud era un razionalista, e il suo interesse per la comprensione dell’inconscio era basato sul suo desiderio di controllarlo e sottometterlo.

Jung, dall’altra parte, apparteneva alla tradizione romantica, antirazionalista. Egli è sospettoso nei confronti della ragione e dell’intelletto e per lui l’inconscio, che rappresenta il non-razionale, è la più profonda fonte della saggezza; per lui la terapia analitica ha la funzione di aiutare il paziente a venire in contatto con questa fonte di saggezza non-razionale, e di beneficiarne.

L’interesse di Jung per l’inconscio era quello ammirativo del romantico; l’interesse di Freud, quello critico del razionalista. Essi poterono incontrarsi di passaggio per un po’ ma, andando in direzioni differenti, la rottura era inevitabile.

I rapporti di Freud con alcuni degli altri sui quali aveva fatto il massimo affidamento, specialmente Adler, Rank e Ferenczi, seguirono lo stesso schema che abbiamo visto nei suoi rapporti con Breuer, Fliess e Jung: ardente amicizia, fiducia, dipendenza, che si trasformava prima o poi in sospetto e odio.

Note

[1] Jones, op. cit., Vol. I, p. 308.

[2] La lettera qui citata non è pubblicata nel volume delle lettere di Freud a Fliess (Le origini della psicoanalisi).

[3] Jones, op. cit., Vol. I, p. 309.

[4] Le origini della psicoanalisi, p. 203.

[5] ibid., p. 120.

[6] Ibid., p. 234.

[7] Ibid., p. 156.

[8] Jones, op. cit., Vol. I , p. 378.

[9] Ibid., p. 379.

[10] Ibid., p. 385.

[11] Le origini della psicoanalisi, cit., pp. 254–6.

[12] Ibid., p. 257.

[13] Jones, op. cit., Vol. II, p. 54.

[14] Citato da Jones, op. cit., Vol. II, p. 74.

[15] Ibid., pp. 96–7.

[16] Ibid., p. 79.

[17] Cfr. la descrizione di Jones, ibid., p. 187 sgg.

[18] Ibid., Voi. I, p. 381.»

[19] Ibid., Vol. II, p. 187.

[20] Ibid., Vol. I, p. 381

[21] Ibid., p. 235 (il corsivo è mio. E. F.).

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Graduated in European history in Florence, he started working in publishing soon after having come across a Mac computer in 1984

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