5.2 Alla ricerca dell’afrodisiaco vero

Timothy Leary. Caos e Cibercultura — 5. Ciberotica

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Voglio una droga nuova…
Che non mi renda nervoso senza sapere che fare…
Che mi faccia sentire come mi sento insieme a te.
Huey Lewis and the News

In tenerissima età, dopo aver confrontalo l’esistenza alquanto monotona della mia famiglia con le avventure eroiche di cui leggevo nei libri, arrivai alla conclusione che una vita ben vissuta comportava inevitabilmente l’Inseguimento di Mete, di Sacri Graal, cioè di traguardi da favola per salvare la razza umana.

Nel corso di questi anni giovanili sognai di diventare guerriero, esploratore, grande scienziato, saggio. In adolescenza emerse una sfida nuova.

Il sesso.

Primo fra i problemi era che le erezioni arrivavano quando non ne potevo fare uso. Il terribile imbarazzo del risveglio inatteso in situazioni sociali. L’impossibilità di alzarmi e di attraversare la stanza grazie a quello-laggiù-che-fa-di-testa-sua.

In seguito arrivò il nervosismo del corteggiamento, la folle eccitazione dei preliminari. Sbottonare il reggiseno, togliere le mutandine. Contorcersi per trovare una posizione comoda nel sedile anteriore della macchina. Oppure nello strapuntino del portabagagli. La cerniera lampo. Sistemare il preservativo. Il fiato pesante. Le ansietà (senti qualcuno che arrivi?). Le manovre per giungere alla penetrazione. Uffa! Cos’è successo al mio strumento?

Questa interazione tra mente volenterosa e corpo prepotente divenne improvvisamente una questione di primaria importanza. E nel puritano 1936 non esistevano manuali sull’uso e manutenzione di questa complessa attrezzatura.

Consultai il dizionario e scoprii che una cosa chiamata «afrodisiaco» aumentava il rendimento sessuale. Mi precipitai in biblioteca e consultai tutte le enciclopedie disponibili. Manco accennavano ad afrodisiaco.

Curioso che un argomento tanto importante venisse totalmente ignorato. Ebbene eccoci di fronte a un’altra sfaccettatura misteriosa della vita da adulti. Lindbergh era in grado di trasvolare l’Atlantico, potevamo mettere un uomo al Polo sud, ma non eravamo in grado di ottenere il controllo sulla parte più importante del nostro corpo. Forse era questo cui si riferiva il «problema mente/corpo» di cui parlavano i filosofi. Decisi di archiviare la questione e di studiarla in futuro.

Dopo aver aiutato a vincere la II Guerra mondiale e poi essermi doverosamente laureato, decisi di fare lo psicologo. Sembrava, questa, la professione chiave. Se eri in grado di capire la tua mente, di pensare con chiarezza e di non lasciarti vittimizzare dalle emozioni, potevi impadronirti delle altre questioni della vita.

Nel 1950 il sesso non rappresentava un problema. Ero insediato in un quartiere residenziale, felicemente sposato e addomesticato dal punto di vista produttivo. Le mie erezioni si presentavano all’appello proprio come facevo io in ufficio.

La ricerca della pozione magica si trasferisce a Harvard

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Nel magico anno 1960 mi trasferii a Cambridge, Massachusetts, all’Università Harvard. La mia situazione sessuale era cambiata: ero quarantenne di nuovo single e di fronte ai brividi, ai rovesci, del campo di battaglia sessuale. Ora trovai che la mia sessualità (come posso dirlo?) era molto selettiva e d’élite. Non sentivo più quell’impulso da teenager di fottere qualunque corpo caldo e consenziente mi capitasse a tiro. Una storia di una notte poteva essere tutto o niente, a seconda dei miei sentimenti per la donna, del mio stato mentale ed emozionale, della fregola che avevo addosso.

Per scoprire di più su questi argomenti feci letture intensive e parlai con amici psichiatri, medici e studiosi della personalità.

Appresi che la sessualità maschile non è una cosa automaticamente macho. La risposta erotica maschile si rivelò invece come situazione alquanto complessa e delicata. Oltre due terzi della popolazione maschile sopra l’età di 35 anni riferivano di avere un controllo meno che perfetto sul proprio desiderio.

I maschi adulti sembravano avere cicli e ritmi e tutte quelle fragili sensibilità attribuite più solitamente al sesso «debole».

Ecco qui dunque un interessante fenomeno sociale. Gli psicologi di allora ritenevano in genere che la frustrazione sessuale fosse causa di buona parte dei conflitti, dell’aggressività, della paranoia e del sadismo che affliggevano la società. Questa linea di pensiero nacque da Freud e fu portata alla conclusione logica da Wilhelm Reich. Il sesso significa rinunciare allegramente al controllo. Meno sesso, maggiore l’impulso verso il controllo.

Prendi per esempio un maniaco del controllo come J. Edgar Hoover una checca travestita settantenne che otteneva i suoi sballi da FBI raccogliendo dossier sessuali su politicanti suoi rivali.

Prendi a titolo d’esempio Richard Nixon, che nessuno ha mai accusato di sentimenti teneri ed erotici.

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Allora, nella primavera del 1960 giunsi alla conclusione che se fosse stato disponibile un afrodisiaco sicuro e affidabile si sarebbero immediatamente alleviati molti dei problemi psicosociali che affliggevano la nostra specie. Invasi quindi la biblioteca della Harvard Medicai School con un’équipe di assistenti laureati. Passammo al pettine bibliografie e periodici alla ricerca di dati sulle droghe afrodisiache, scoprendo una letteratura sterminata dedicata all’argomento.

La radice di mandragola, pare, fu il primo stimolante sessuale. La Bibbia ne parla due volte, Pitagora la «consigliava», Machiavelli dedicò una commedia all’argomento.

In quasi ogni luogo ed epoca erano state usate le carni e gli organi di animali cornuti. Virgilio parla di Hippoinanes, carne dalla fronte di puledro. Gli Europei medievali facevano uso regolare del pene di cervo, di toro, di capro.

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L’ambracane, una gelatina ricavata dalle interiora della balena, veniva usata dall’amante reale Madame du Barry e dall’insaziabilmente curioso James Boswell. Anche il muschio era soggetto perenne di ricerche erotiche, come anche i molluschi, in particolare ostriche e cozze. In Giappone il pesce fugu, una specie di pesce palla, viene ancora usalo dagli amantii speranzosi, e ogni anno muoiono più di cinquecento Giapponesi in questa perigliosa missione,

Tutti i lesti sono concordi nel ritenere che la cantaride, Mosca spagnola, sia «afrodisiaco certo quanto terribile». Una dose eccessiva provoca pruriti insopportabili e irritazioni genitali.

I secoli hanno visto il saccheggio del Regno vegetale da parte degli ambiziosi sessuali. Secondo molti il satinano, erba mitica cui accennano Greci e Romani, altro non era che il buon vecchio hashish. Poi ci sono tartufi e funghi, il yuge sudamericano, kava kava, radice del Mari del sud.

Dalle api, gelatina e polline reale.

Poi ovviamente la pianta della coca. Le ceramiche precolombiane del Perù ritraggono scene pornografiche sui vasi usati per preparare i canditi da naso andini. La cocaina è afrodisiaca? «Prima ti arrapa e poi no,» riferiscono i ricercatori più sofisticati.

Fu alle uova crude che Casanova attribuiva il suo arrapamento da primato.

Le mie ricerche alla biblioteca della Harvard Medicai School library dimostrarono così che la mia missione non era solitaria. In tutte le epoche gli umani — intelligenti, benestanti, ambiziosi o semplicemente fregolosi — hanno cercato continuamente il Graal alchimistico, il vero afrodisiaco.

E quindi che contributo ha da offrire la scienza moderna a questa nobile ricerca? Niente, nulla, nada, nisba.

Non solo non c’erano afrodisiaci comprovati nella letteratura medica, ma sembrava che non fossero in corso ricerche dedicate a questo importante argomento. Curioso. Ecco una medicina che potrebbe guarire molti nostri problemi medici e psichici, eppure l’argomento sembrava coperto da un velo di mistero,

Quando cercai di parlarne con i miei amici della Facoltà di medicina, si chiusero come ostriche. Alla fine un amico endocrinologo mi spiegò la faccenda:

«Senti, Timothy, l’argomento afrodisiaci è tabù. Se uno scienziato medico qualsiasi, o un fisiologo, qui o in Unione Sovietica chiedesse, un finanziamento per fare ricerche in questo campo, la sua reputazione sarebbe distrutta. Lo considererebbero pericoloso.»

«Ma è un tema di ricerca importantissimo» protestai. «Il primo scienziato che scoprirà un afrodisiaco efficace sarà un salvatore dell’umanità e si guadagnerà un fracco di soldi.»

«Non c’è alcun dubbio,» rispose l’endocrinologo.

Non c’erano dubbi: esisteva un tabù sodale contro l’idea di una pillola che desse a un uomo un controllo calmo e sicuro sulla propria attrezzatura. Proprio non lo capivo. Metti che la tua macchina si mettesse in marcia di volontà sua, se il tuo televisore fosse dispettoso e si spegnesse per un suo sfizio, prenderesti le misure necessarie per tornare ad averne il controllo.

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Questa resistenza contro l’automiglioramento divenne veramente ovvia quando mi accompagnarono a vedere uno spettacolo sexy al Reeperbahn, ad Amburgo. Le mie guide erano un redattore della rivista “Der Spiegel”, persona altamente sofisticata, e un celebre psichiatra. Uno show sbalorditivo. Fottevano a scena aperta! Mi impressionò un ragazzone svedese che correva per tutto il palcoscenico con un’erezione enorme e che si fece prima una rossa che gli si avvolgeva le gambe intorno, poi una calda ragazza bruna sdraiata su un divano tendendogli le braccia in segno d’invito, e poi la bionda impertinente si chinò, appoggiando la testa al muro e agitando le chiappe.

Per venti minuti questo acrobatico giovanotto saltellava in giro con assoluta maestria davanti a un pubblico di duecento persone! Roba da medaglia d’oro alle Olimpiadi!

«Impressionante, la resistenza del tizio,» dissi io ai miei ospiti tedeschi, ma loro risero.
«Non è genuino,» disse il redattore. «Ha preso qualche droga.»

Lo psichiatra fu d’accordo, fece un cenno sprezzante con la mano.

Io saltai in piedi. «Quale droga?» gridai. «Dove si compra?»

Dai miei sofisticati amici, nessuna risposta. Semplicemente, non potevano ammettere di interessarsene.

Effetto afrodisiaco delle droghe psichedeliche

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Nell’agosto del 1960, accanto a una piscina nel Messico, mangiai dei funghi alla psilocibina e scoprii la capacità delle droghe psichedeliche di riprogrammare il cervello. Tornai di corsa a Harvard, dove Frank Barron e io fondammo lo Harvard. Psychedelic Drug Research Project. I nostri consiglieri erano Aldous Huxley, Alan Watts e Allen Ginsberg.

Radunammo trenta tra i giovani ricercatori più brillanti nel campo. Avevamo trovato qualcosa che avrebbe potuto cambiare la natura umana; ci sentivamo come Oppenheimer dopo la sua bomba di Alamogordo, ma meglio, perché

le droghe psichedeliche consentivano di liberare le energie nucleari all’interno della propria testa.

Set è il tuo assetto mentale o stato psicologico. Bisogna stare molto attenti a quel che si desidera ottenere da una sessione, perché c’è il rischio che si ottenga davvero.

Setting è l’ambiente, l’ambientazione. Se ciò che ti circonda fa paura, avrai paura anche tu. Se l’ambientazione è invecebella, anche la tua esperienza lo sarà.

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Le nostre sessione di Harvard erano studiate per l’autoesplorazione; le sessioni si tenevano in gruppo e quindi né setsetting ponevano l’accento sul sesso.

Il mio collega Richard Alpert, che in seguito divenne celeberrimo come il santone Baba Ram Dass, era molto più hip. Scoprì presto che se l’assetto (e le aspettative) erano erotici, e se l’ambiente

era la sua camera da letto, allora le droghe psichedeliche avevano potenti proprietà afrodisiache. Al furbo Ram Dass va molto credito per questa scoperta; era molto avanti rispetto a me.

Mi ricordo il giorno in cui è venuto da me a dire:

«È grandiosa tutta questa esplorazione interiore. Vero, puoi accedere a ogni circuito del cervello e cambiare la mente. Ma è ora di affrontare la realtà, Timothy. Stiamo accendendo il più potente organo sessuale dell’universo! Il cervello.»

Vennero a Harvard altre persone sofisticate e ci spifferarono il segreto. Il filosofo Gerald Heard, il poeta beat Allen Ginsberg, il maestro buddista Alan Watts, l’ero popolare occidentale Neil Cassady. Stavamo semplicemente riscoprendo quanto da secoli avevano saputo filosofi, poeti, mistici, musicisti, edonisti.

Marijuana, hashish, funghi, LSD erano potenti esperienze sensoriali.

Rischioso incontro con la scienza medica

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Una sera del 1983 cenavo con un amico che lavorava presso l’Istituto di neuropsichiatria dell’Università di Los Angeles (UCLA). Durante la serata disse che stava per verificarsi un annuncio e eclatante nel reparto erezioni, e che un’équipe di ricerca della Stanford University stava sviluppando una pillola che avrebbe reso possibile un controllo immediato delle erezioni. Il principio attivo si chiamava yohimbe

Era una scoperta d’importanza storica! Avrebbe potuto significare la fine dell’insicurezza maschile, della crudeltà e della guerra! Avrebbe potuto perfino porre fine alla teledipendenza!

L’amico disse inoltre che un gruppo locale, la Southern California Sexual Dysfunction Clinic, somministrava queste nuove pillole ai soggetti di ricerca. Telefonai e presi un appuntamento con il direttore. Se esisteva una pillola del genere volevo metterla alla prova, e aiutare a metterla a disposizione del pubblico.

La clinica si trovava presso il Cedar Sinai Medical Center. C’era una grande sala d’attesa con circa otto uomini molto vecchi seduti a fissare il tappeto. Un paio di loro avevano con sé le grucce. Due perdevano bava.

L’infermiere mi accolse cordialmente e mi chiese di riempire un modulo. Le dissi: «Sono venuto per parlare con il dottore della ricerca sugli afrodisiaci.» Con un sorriso compassionevole mi disse che comprendeva ma se per favore sarei stato tanto gentile da riempire i moduli. E quindi lo feci.

Dopo un certo tempo un tecnico di sesso maschile, con la grazia di un parrucchiere chic, mi chiede di entrare in una stanza

Gli spiegai che ero venuto per parlare di ricerche con il dottore. Mi regalò un sorriso comprensivo e mi chiese di sottopormi ad alcuni test. A questo punto ero in procinto di dire «lasciamo perdere», ma mi venne in mente che questa sarebbe stata una bella occasione per vedere cosa accade lungo queste frontiere della scienza medica. Inoltre mi rendevo conto che il medico non mi avrebbe dato le pillole finché non avessi fatto i test.

Cosi feci le prove standard del sangue e delle urine.

Poi fu la volta della roba da scienziati pazzi. Il tecnico mi spiegò con pazienza che era necessario determinare se al mio dispositivo arrivava un flusso di sangue sufficientemente forte e regolare. E con questo collegò dei fili alla punta del mio arnese, alla basi1 di questo e a un’arteria della gamba, e il tutto a un amplificatore. Poi stemmo ad ascoltare. BUM, BUM, BUM! Sembrava come la sezione percussioni di un’orchestra heavy metal.

Il tecnico annuì in segno di approvazione.

Ora mi chiese di saltellare un po’, ancora con il dispositivo collegato ai fili. Le percussioni decollarono in grande stile:

BUM… da…BUM!

Il dottore era molto cordiale e molto comprensivo. Scansò le mie domande sull’afrodisiaco. Mi spiegò quanto fosse complesso questo campo — la mente, il cervello, gli ormoni, il sistema circolatorio, le fobie, le repressioni, le malattie veneree, l’herpes, AIDS, abuso di alcool e di droghe, fatica, discordia coniugale, disposizione ereditarie, traumi infantili, feticci, ansietà, stati andropausali.

A questo punto ini resi conto come questa clinica, che si voleva affrontasse problemi di eccitazione sessuale, fosse il posto più asettico, meccanico, anerotico che avessi mai trovato sul mio cammino. Sentivo il mio serbatoio di desiderio sessuale che si svuotava rapidamente. Se non avevo un problema di erezione prima, era forte la probabilità che me ne venisse uno in un posto del genere. Era un posto capace di indurre Casanova a fare voto di castità.

Mi sentivo come l’attricetta ambiziosa che, dopo essersi spogliata per il produttore, per il direttore del casting, per il regista, e per il fratello del regista, Max, si conquistò una parte in un film di safari in cui doveva vivere in una tenda nel triste deserto del Sahara, battuto dai venti. «Chi debbo scopare per uscire da questo film delle disfunzioni sessuali?» mi domandavo tra me e me.

Il dottore fu spietato. Insistette che mi sottoponessi al test della frequenza-erezioni. Portavo a casa un aggeggio e ci collegavo il modulo durante le ore di sonno per misurare il numero e la frequenza delle erezioni notturne. Gli spiegai che queste mi arrivavano continuamente. «Senta, basta telefonare a mia moglie. Lei me le misura sulla scala Mercalli tutte le notti.»

L’infermiere mi fornì il pirlometro, conservato per il viaggio in una grande valigia. Tutti i vecchietti della sala d’attesa alzarono tristemente la testa mentre passai davanti a loro con la valigia.

Mia moglie era incuriosita, non vedeva l’ora che lo mettessi alla prova. Ci precipitammo in camera e lo montammo accanto al letto. Cinghie in Velcro, fili collegati a quadranti, orologi, contatori. Un sexy da fantascienza, tanto che mio malgrado mi venne un’erezione. Mia moglie applaudì.

«E un aggeggio portentoso,» disse meravigliata.
«Ehi, fai attenzione!» gridai. «Rovinerai l’esperimento.»
«Favoloso,» mormorò lei.
«Oh,» ero preoccupato «tutto quello che facciamo viene registrato!»
«Urrà per la scienza» disse mia moglie.

Ebbene, finimmo per rompere la macchina. Vennero via dei fili. Un cavo, sembra, andò in corto circuito. Il motore dell’orologio, con un ronzante sospiro, si fermò. Su tutti i quadranti le lancette andarono oltre il rosso e poi si misero, sazie, a riposo.

«Favoloso» dissi.

Il lunedì seguente riportai l’aggeggio distrutto. Mi sentivo molto in colpa; cercai di spiegare al tecnico quanto era accaduto e mi lanciò uno sguardo severo. Quando gli chiesi della pillola afrodisiaca mi fissò un appuntamento con il dottore.

Quel fine settimana mia moglie e io mangiammo dei funghi e ci divertimmo da matti. Lunedì mattina mi presentai per l’appuntamento con il dottore.

Gli anziani erano ancora in sala d’attesa cercai in fretta l’infermiere e gli raccontai della grande festa del sesso di fine settimana. Mi guardò con freddezza.

Parlai con il dottore degli effetti meravigliosi dello psichedelico. Non sembrò impressionarsi. Gli chiesi ancora una volta la pillola afrodisiaca. Negò nel modo più assoluto l’esistenza di una pozione del genere. La sua posizione era netta: se non avevi un problema circolatorio, curabile con medicine normali, il tuo programma di controllo e di potenziamento del pene andava affidato a uno strizza cervelli o al rabbino, prete o predicatore.

Travolgente scoperta della scienza medica

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Fu nell’agosto del 1984 che la notizia che attendevamo raggiunse i media. Fu resa ufficiale dai fisiologi della Stanford University: avevano sviluppato un potente afrodisiaco, estratto dalla corteccia dell’albero yohimbe dell’Africa occidentale tropicale. Le prove su topi di laboratorio si erano rivelate «sensazionali». Pare che i sorpresi e contentissimi roditori avessero raggiunto un ritmo di cinquanta erezioni all’ora. Cinquanta volte più del normale!

I ricercatori annunciarono che erano pronti a iniziare le prove con soggetti umani. La notizia di agenzia produsse la prevedibile reazione entusiasta. Un portavoce dello Stanford Medical News Bureau commentò che la notizia «aveva ricevuto più spazio e più tempo della maggior parte dei comunicati del Bureau sui progressi medici».

Non tardò molto ad arrivare l’attesa reazione dei puritani. Un tale Daniel S. Greenberg, editore di Science and Government Report, si lamentò:

«nei termini della tradizionale missione della scienza, alla ricerca di comprensioni fondamentali, la ricerca sulla yohimbina è di un valore alquanto scarso.»

Il signor Greenberg asserì pudicissimamente che questo interesse per la felicitò era segno di passione, di vanità e di autoindulgenza — a differenza di un viaggio spaziale per studiare la superficie di Marte. Il suo saggio venne ristampato diffusamente, perfino sul conservatore Los Angeles Times. Scopo del pezzo era quello di mettere in ridicolo la ricerca e di scoraggiarne il proseguimento.

Prevalse ancora una volta la politica della senilità. Se una qualsiasi commissione scientifica avesse raccomandato l’assegnazione di fondi alla ricerca sugli afrodisiaci, si sarebbero opposti la Maggioranza Morale e i politicanti di destra. Se una grande casa farmaceutica avesse cercato di mettere sul mercato una droga di potenziamento sessuale — immaginate il furore! I moralisti avrebbero avuto un altro peccato da denunciare! Si sarebbero violate leggi! La Narcotici avrebbe avuto un altro crimine senza vittime, da perseguitare.

Immaginate il mercato nero che nascerà. I campus universitari, le feste dei yuppie: fremeranno i centri per i cittadini anziani. Un nuovo underground della droga? Quale individuo normale e sano non vorrebbe provare una nuova pozione d’amore?

Written by

Graduated in European history in Florence, he started working in publishing soon after having come across a Mac computer in 1984

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