5.1 Olocausto ormonale

Timothy Leary. Caos e Cibercultura — 5. Ciberotica

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Mi ricordo come adocchiavo con sognante lascivia un’illustrazione della rivista Saturday Evening Post (1936) di una giovane che si dondolava in amaca, la testa rivolta all’indietro in un gesto di innocente allegria, il bianco vestito e la sottoveste di pizzo sollevati in modo da rivelare cinque virgola otto centimetri di bianca lattea, morbida, tenera, umida, baciabile coscia interna.

Correva l’anno 1938. Il luogo: una piccola città del Massachusetts occidentale. Ambiente culturale: Cattolico irlandese. Clima erotico: arido e freddo. Crescendo in questo gelido scenario imparai che esistevano virtù e peccato mortale, senza vie di mezzo. Il Bene consisteva nel pensare e nell’agire come i vicini di casa, essere giusti e decenti. Il Male? Il corpo umano. Molto Male era ogni riferimento, anche di sfuggita, alle funzioni sessuali. Tabù era accennare a organi sessuali. Sentimenti erotici-Male. Desiderio sessuale-oltre il Male. Era diabolico!

Nella mia famiglia la moralità era amministrata da mia madre e dalle sue due sorelle nubili. Da ragazzo divenni consapevole della loro strana ossessione per la sessualità. Osservavo affascinato mentre analizzavano ogni opera d’arte, ogni film, ogni canzone, per i segni di quel che loro chiamavano «roba strana». E mi venne presto in mente — con forte sconcerto genetico — che la mia famiglia, dominata da un tale fervore antisessuale, si andava estinguendo! Nella mia generazione ero l’unico a portare il nome paterno e uno dei soli due sopravvissuti dalla parte materna. Questa realizzazione mi turbò a tal punto che si formò nella mia mente l’intenzione di combattere. Come ultimo organismo vitale rimasto nel mio pool genetico, decisi che la mia famiglia — e per estensione la grande Banda Antisessuale della società umana — non avrebbe conquistato il controllo dei miei preziosi fluidi corporei. Riuscii a sviluppare un non meno sensibile sistema di radar che analizzava ogni parola e immagine alla fervente ricerca di qualcosa — di qualsiasi cosa — che fosse spinto, monello, erotico.

La mia prima esperienza di letteratura erotica venne dalla Bibbia. Stavo a scrutare attentamente le descrizioni di lascivia nel Vecchio testamento, ardentemente consapevole dell’erezione fondamentalista che mi rigonfiava i pantaloni, mente Madre e Zie sorridevano di approvazione nella stanza accanto, convinte che mi sarei fatto prete.

Il porno soft-core abbondava negli anni Trenta. Adocchiavo con interminabile quanto sognante concupiscenza il catalogo postale Montgomery Word con le sue foto di giovani sgualdrine che presentavano modelli di indumenti intimi in seta. Impudenti licenziose in calze di nylon! Casalinghe troie vestite di corsetti. Voluttuose ninfomani in costumi da bagno a pezzo unico con la stoffa tra le gambe che stringevano sode curve labiali. La repressione sessuale aveva crealo in me un ambiente fumoso da serra in cui bastava una minima scintilla per produrre in me una fiamma palpitante.

Questa segreta biblioteca erotica della mia gioventù mi insegnò una lezione di valore sulla termodinamica dell’espressione e della repressione sessuale, l’eccitazione sessuale sta tutta nella testa. L’essere umano nasce fornito di organi sessuali collegati ai circuiti cerebrali, ai quali si dà il boot tramite ormoni. Lo hardware viene attivato da vari segnali che il cervello ha imparato ad associare con inviti e disponibilità sessuali. Questi segnali nella forma condivisa da una determinata società, diventano la pornografia della cultura in questione. In ogni società e in ogni individuo si sviluppano stimoli-chiave, variabili a seconda della persona, della cultura, dell’epoca. La ragazza dell’amaca che per me negli anni trenta presentava un erotismo insopportabilmente intenso, oggi mi farebbe solo sbadigliare.

Perfino il Rev. Falwell [celebre predicatore moralista — N.d.T.] troverebbe castigata, nel contesto degli anni Ottanta, quella fotografia.

Ma per un’altra persona in un ambiente altamente represso (personale o sociale) l’innocente illustrazione potrebbe conservare, ancora oggi, il suo pizzico di eccitazione. I circuiti del cervello sessuale sono programmati per l’imprinting, come stimoli-chiave, di qualsiasi segnale ti faccia eccitare. In questo modo, nel confronto con la banda Antisesso, è sempre il nostro cervello a ridere per ultimo. Più gli ufficiali politici o religiosi censurano le parole e le immagini relative al sesso, e più suggestivo ed eccitante diventa il più sottile doppio senso, la più sfuggevole vista di una parte sessuale del corpo.

In alternativa considerate una foto di giovani uomini che lottano in agonismo olimpico, i corpi serrati in un muscoloso abbraccio. Questa pulita attività atletica potrebbe, per un omosessuale maschile o per una giovane dotata di fantasia, diventare l’elemento scatenante per degli olocausti ormonali.

I pudici Arabi fasciano le loro donne con i veli e poi si contorcono di lascivia alla vista di una caviglia ignuda. Le femministe occidentali possono stentare a capire perché le loro sorelle islamiche sopportino questa repressione maschilista, ma le signore velate sono consapevoli dell’attrazione suscitala. Questo l’ho scoperto nel 1961 quando, insieme ad Allen Ginsberg e William S. Burroughs abbiamo avuto un flirt con una cantante marocchina in un caffè di Tangeri e improvvisamente siamo stati trascinati dentro due enormi e ninfomaniacali occhi castani caldi e fondenti come due vagine o budini al cioccolato. Mi riferisco a due bulbi oculari a luci rosse, hard core, alla cui umida nudità facevano da velo due palpebre fatte abilmente svolazzare.

Quegli Italiani sexy che crescono e fioriscono in un ambiente di cultura repressiva dominato dal Vaticano e vestito di nero hanno un codice sorprendentemente efficace per la pornografia soft. Quasi ogni frutto o verdura, ogni utensile domestico — scopa, randello, martello, cencio — è dotato di un doppio significato. Basta ordinare uno zucchini per sentire una risatina che fa il giro della tavolata. Osservate il voglioso Luigi mentre tiene una pesca nella calda mano, mentre la taglia e lentamente, lentamente, l’apre, mentre con aria sognante estrae il nocciolo, mentre guarda amorevolmente e comincia a leccare la concavità rosa-scarlatto! Per Luigi, in quel momento, quella pesca pomo, hard core, è più erotica delle pagine centrali di Playboy!

La pornografia, quindi, è qualsiasi cosa ti faccia eccitare. Concorda il dizionario che la definisce come forme di comunicazioni scritta, grafica e d’altro tipo intese a eccitare desideri sessuali. Cosa c’è di più chiaro? O di più sano? Io appartengo a quell’ampia percentuale di esseri umani che ritiene che il desiderio sessuale, essendo innegabilmente fonte della vita, sia sacro, e che, quando viene espresso da chiunque abbia motivazioni ragionevolmente sane e amorevoli, crea la forma più alta di comunicazione umana. Per completare questa confessione ho un’innata repulsione per la violenza; mi disturba vedere film che presentino combattimenti, spari, sangue e il tipo alla Rambo è per me una mostruosità subumana.

Le espressioni scritte o grafiche che stimolino impulsi violenti, ecco le vere oscenità, oscenità che non preoccupano affatto i crociati anti-pomo, i Falchi militaristi, i Rambo evangelici, la Polizia del pensiero e l’intera Banda antisesso. Non è una coincidenza; gli antissessisti non hanno a disposizione l’amore, la tenerezza, la sessualità o i coglioni necessari per apprezzare la pornografia. Violenza o sesso — sembra che sia necessario scegliere l’una o l’altro, e io so da quale parte sto. Come disse Mae West al tipo con un rigonfiamento nei pantaloni, «Hai una pistola in tasca, oppure sei contento di vedermi?»

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Graduated in European history in Florence, he started working in publishing soon after having come across a Mac computer in 1984

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