4.4 Lo zar Bennett & la sua guerra santa conto la droga

Timothy Leary. Caos e Cibercultura — 4. Info-chimica e guerre della droga

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È interessante speculare sui motivi per cui l’America è l’unico Paese del mondo in cui l’automedicazione sia stata dichiarata «Nemico pubblico N° 1».

Fin dal 1776, gli Stati Uniti sono occupati in un tiro alla fune moralistico. Da una parte la Federazione si vede come guardiano e inventore della libertà personale, della tolleranza, della pluralità confessionale, della diversità etnica, dell’idiosincrasia culturale, dell’inventiva scientifica, della libertà d’impresa e del pensiero autonomo.

Buona parte della nostra letteratura e della nostra mitologia ci ha insegnato che è il sacro dovere dell’Americano patriota nutrire una sana mancanza di rispetto per l’autorità e resistere a ogni tentativo, da parte di funzionari religiosi o politici di interferire nella nostra vita personale o di imporre conformismi culturali e religiosi. La mitica America è bonaria, individualista, creativa: il chiassoso Ben Franklin; il robusto ribelle David Thoreau; la nervosa quanto elegante Margaret Fuller; l’irriverente Mark Twain.

Contemporaneamente c’è stato fin dall’inizio un lato calvinista, severo e moralista nella cultura americana che rappresenta l’antitesi della «società liberale» appena descritta. Come nell’Islam fondamentalista, i puritani americani credono che la gente si divida in Eletti e Dannati, in prescelti e satanici peccatori. In tutta la storia questa opinione è servita a giustificare crociate, repressioni moralistiche, caccie alle streghe e Guerre Sante di ogni genere.

La retorica infiammatoria delle Guerre Sante, specie quando è sputata dalle bocche di politicanti e di autorità governative, è la più pericolosa di tutte le droghe. Desta paura, deruba la gente del senso comune e della fiducia in sé.

In tempi recenti questo atteggiamento ha fatto da carburante alla Guerra della Droga, creando un’atmosfera sociale di violenta insofferenza verso edonisti di ogni genere. Questa guerra è l’allegoria quintessenziale del moralismo americano. In essa vediamo con chiarezza le distinzioni tra bene e male, tra peccatori insidiosi e santi arrabbiati; bande di fuorilegge e l’innocente vittimizzata maggioranza. E questa sceneggiatura ci viene predicata tramite immagini facilmente accessibili, nei giornali e sugli schermi televisivi.

Ad alimentare il fuoco della Guerra della Droga contribuisce anche il fatto che in questo storico momento, in cui il liberismo e l’impresa libera americani hanno «vinto» la Guerra fredda, i nostri politicanti soffrono di astinenza da nemici. Di fronte al decadimento urbano, alla minore competitività globale e al deterioramento del sistema educativo, il governo ha deciso di rivolgere le proprie energie, invece, contro i sessanta milioni di Americani che utilizzano droghe psicoattive illegali.

In un contesto eli razionalità l’uso di questo termine russo, pre-sovietico, non potrebbe che considerarsi comico. L’uso ufficiale di questa parola carica di significati suggerisce che gli agenti della DEA debbano chiamarsi «cosacchi». Il termine pogrom si riferisce solitamente a un’azione domestica di polizia ordinata dallo Zar e viene definita come persecuzione o massacro organizzato, spesso con l’approvazione delle autorità.

Lo zar William Bennett dice che «con l’indebolimento dell’autorità politica l’utilizzatore di droga e lo spacciatore credono che le leggi che vietano la loro attività non abbiano più denti, e di conseguenza si sentono liberi di violare impunemente le leggi in questione».

Magniloquenza, e basta. Almeno nei quartieri impoveriti e demoralizzati delle città il commercio di cocaina crack non sarà certamente eliminato con un rafforzamento delle forze dell’ordine, con un’aumentata capienza delle prigioni o di qualsiasi altro rafforzamento dell’autorità politica.

L’abuso di droga in queste zone ha cause abbastanza evidenti: povertà, disperazione e gli enormi profitti resi possibili dalla criminalizzazione. Ma i proibizionisti che hanno iniettato nel dibattito l’iperbolico linguaggio del peccato e della schiavitù, scappano via senza essere chiamati ad affrontare queste complesse questioni sociali.

Che atteggiamento, dunque, dovremmo tenere nei confronti di quegli Americani che propugnano questa «guerra» alla Rambo come soluzione finale dei problemi dei quartieri degradati delle nostre città? Gli incensurati come Dan Rather [giornalista della CBS — N.d.T.] meritano un severo ammonimento. I recidivi vanno espulsi dalla Corte suprema, dall’ABA, dall’ABC, dalla CBS; i sostenitori della Guerra Santa meritano la revoca della patente di guida e l’invio a un campo di addestramento militare. I pluricolpevoli, come Nancy Reagan, Zar Bennett o Jesse Jackson, che frequentano le scuole spacciando svergognatamente la Guerra Santa, vanno spediti alle comunità di riabilitazione Abbie Hofmann.

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Usi e abusi

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Ogni soluzione razionale per la situazione descritta presuppone una distinzione tra uso e abuso.

Nel concetto di uso sociale è implicito che la persona che si automedica sappia ciò che sta facendo e che sia in grado di incorporare l’ingestione in uno stile di vita organizzato, produttivo, gratificante.

Ne è un esempio classico il consumo sociale di bevande alcooliche. Set and setting contribuiscono fortemente a sovra determinare le nostre reazioni ad alimenti e droghe psicoattivi. In altre parole, l’assetto mentale e l’ambientazione determinano gli eventi. Nelle ambientazioni sociali a basso livello di stress, il 90 per cento degli adulti che usa dosi normali ottiene risultati positivi. Ciò vale tanto per le droghe illegali quanto per quelle legali come l’alcool. L’educazione al buon senso nella scelta di set and setting eliminano il 90 per cento dei problemi.

Le società sagge di tutta la storia hanno sempre saputo che è necessario addestrare le persone all’uso dei modificatori mentali. L’«uso sicuro delle droghe» è una verità da buon senso ormai accettata dall’industria degli alcoolici. «Riduzione del danno» è un termine di oggi (1993) per la minimizzazione dei pericoli di una droga grazie alla conoscenza di concetti quali purezza e dosaggio.

Soluzione per l’abuso di droghe

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I tossicomani costituiscono una categoria speciale. Circa il dieci per cento di ogni popolazione è fisiologicamente incapace di metabolizzare determinati stimolanti. I diabetici, per esempio, devono dire «know» all’ingestione di sostanze zuccherine senza badare alle pressioni esercitate da altri.

Un’educazione responsabile preparerebbe il soggetto a riconoscere i sintomi dell’assuefazione. Gli assuefatti sono persone malate e annoiate. Sono necessari interventi terapeutici e cure immediate. Anche se i consigli possono confortare e riabilitare, la terapia specifica dell’assuefazione è di tipo chimico. I consigli non curano il diabete; l’insulina sì. Ospedali e cliniche non guariscono la tubercolosi; gli antibiotici sì.

I ricercatori hanno identificato vari composti promettenti che inibiscono il comportamento assuefattivo. La tossicodipendenza da cocaina e da eroina sarebbe guaribile nell’arco di due anni se l’atteggiamento moralistico del governo venisse sostituito da normali ricerche mediche. Le società farmaceutiche private vanno incoraggiate a sviluppare sostanze attive sull’umore che abbiano effetti sicuri, precisi, non assuefattivi.

Nei quartieri cittadini tossicomanie e spaccio costituiscono un problema catastrofico. Ci sono due cause:

1. povertà e disperazione

2. gli ingenti profitti dovuti all’illegalità. La soluzione non consiste nell’assumere altri «cosacchi» e nel gettare in galera altri ragazzi, ma nell’eliminare povertà, disperazione e profitti.

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Per eliminare povertà e disperazione ci vorranno anni e molti soldi, I profitti si possono eliminare in una sola settimana. Depenalizzare, regolamentare, tassare. Con un solo colpo di penna il presidente Clinton può mettere fuori gioco i gangster dei cartelli, risparmiando in tal modo otto miliardi di dollari di spese legali e dirottando su attività legali, regolamentabili e controllabili, i $150 miliardi di profitti annui.

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In nessun caso va condonato l’uso di stupefacenti da parte di minorenni, ma la responsabilità della loro protezione ed educazione va affidata a membri della famiglia, ai coetanei e agli educatori onesti, e non certo al governo, alla polizia o alla propaganda e alla pietà ipocrita.

L’innamoramento degli Americani per le droghe rappresenta una tremenda sfida per la nostra società. Essenzialmente ci troviamo in stato di guerra civile, è in discussione il fatto che la nostra nazione — concepita in libertà e votata agli ideali della società civile e ai diritti individuali — possa continuare a esistere.

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È una guerra incivile, per determinare se il buon senso, la compassione, la comprensione civica e la tolleranza nei confronti delle differenze possano impedire la divisione della nazione, con un quarto del popolo che gridi «No!», un quarto che lotti soltanto per far sentire le proprie opinioni, e buona metà troppo drogata dalla Tv per fregarsene di quanto accade nel loro quartiere e tanto meno nei vicini quartieri degradati.

L’unico inghippo che ancora resta da risolvere è questo: finita la Guerra fredda, e con una conclusione pacifica della Guerra contro la Droga, contro chi combatteranno la loro prossima Guerra Santa i puritani?

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Graduated in European history in Florence, he started working in publishing soon after having come across a Mac computer in 1984

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