4.3 Basta dire know

Timothy Leary. Caos e Cibercultura — 4. Info-chimica e guerre della droga

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Fascismo: Filosofia o sistema di governo che propone o che esercita un potere autoritario di estrema destra, tipicamente tramite la fusione della leadership statale, militare, religiosa e industriale con un’ideologia di bellicoso nazionalismo.
Sinonimi: vedi Comunismo

Le primitive emozioni dei mammiferi, della paura e della fuga, sono mediale dal sistema nervoso autonomo. Questi riflessi producono negli animali da mandria (compresi gli esseri umani più civilizzati) il comportamento familiare, involontario, irrazionale e piacevole che si chiama attacco di collera.

Esiste una strategia unica, con quattro tattiche standard, usate da determinate caste maschili per mantenere il dominio sulla mandria, truppa, gregge, ecc. Questi segnali di dominio invocano questo riflesso di paura-combattimento.

La strategia è quella di inventare o di provocare la paura panica nella mandria. Si chiama in vari modi: jihad, crociata, Guerra santa. Le quattro tattiche di controllo sono: demonizzazione, rabbia fanatica, sacrificio e repressione.

Demonizzazione

Per suscitare il riflesso della paura è necessario convincere la mandria o gregge che è sotto la minaccia di un male mortale. Tale pericolo deve essere qualcosa di più di una pressione da parte dei concorrenti. Ci deve essere una differenza di tipo morale. Il nemico alieno va visto come minaccia satanica contro «il nostro» modo di vivere. Ogni compromesso con questo nemico implacabile sarebbe una debolezza fatale.

Rabbia fanatica

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Poiché questo pericolo minaccia il nostro stesso modo di vivere, ci vuole chiaramente una bellicosa febbre nazionale. La frenesia della guerra con l’ausilio di metafore e di simboli. Il nemico è potente. Un Impero del Male teso a distruggerci. Una peste morale.

Abbiamo tutti, da qualche parte nel nervoso centro del cervello quei vecchi programmi casalinghi, territoriali, ringhianti, razziali che scatenano potenti rabbie. Oh yeah, la rabbia può dare uno sballo potente. C’è la convulsione parossistica che il babbo usa per controllare la famiglia; c’è la fredda e implacabile pressione a occhi socchiusi del pulsante presso il Pentagono. Poi c’è quell’impersonale e burocratica compulsione di umiliare chi si trovi sotto il tuo controllo, per esempio costringendoli a orinare, dietro tuo comando, in una bottiglia.

Un oltraggio morale ti consente di mettere in atto crudeltà estreme, genocidi contro il demoniaco nemico senza sentirti in colpa, La Guerra Santa porta una soddisfazione innegabile a chiunque sia intrappolato in una forma qualsiasi di noia inibita o frustrata. Quando impazza la folla o l’elettorato tutt’insieme c’è un certo senso di calda comunione di sangue, di unità della mandria o degli insetti dell’arnia.

Sacrificio

Per combattere il mortale pericolo sono necessari sacrifici enormi. I nostri difensori, i coraggiosi soldati, i valorosi poliziotti, i devoti statisti, debbono ricevere soldi, senza lesinare. Quale cittadino leale potrebbe lesinare quando la nostra stessa esistenza morale è a rischio? Chi potrebbe mai opporsi alla proposta di aumentare i fondi da destinare a questa crociata?

Repressione

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Quando è in corso una crociata di tale intensità è soltanto logico sospendere le — normali e tranquille, rilassate, libertà, la generosa tolleranza; i diritti civili, le protezioni borghesi del tempo di pace e il dibattito logico vanno sospesi per la durata delle ostilità.

La propaganda del partito si sostituisce al discorso veritiero. La «grande bugia» viene avidamente accettata e ripetuta. Dovere del cittadino durante una guerra all’ultimo sangue è ubbidire senza fare domande, ciò che viene imposto da una polizia che non ha tempo per le stupidaggini. Le differenze di opinione circa la saggezza di fare guerra sono intollerabili.

La stessa esistenza di un antagonista forte e visibile giustifica il controllo autoritario. Più è forte e minaccioso il nemico, e meglio è. Il pericolo maggiore per il sistema autoritario non è il nemico esterno, ma i cittadini dissidenti che mettano in discussione l’autorità e pensino di testa propria. Lo stato fascista-comunista sta ossessivamente all’erta, per scovare e per distruggere autonomia, fiducia in sé, autodisciplina, autostima, autogestione. E ora contro la nuova e forse più pericolosa minaccia contro uno stato autoritario: l’automedicazione. Autogestione del proprio cervello.

Non è ovviamente un caso che nel 1988, la casta regnante in America, nazione sorgente di libertà e di consumismo, abbia deciso che l’automedicazione è il è il nemico numero uno da sdradicare totalmente secondo «soluzioni finali» che comportano una «tolleranza zero».

L’America, curiosamente, sta diventando leader mondiale nello sviluppare nuove forme di repressione fascista; controllo mentale tramite controllo delle terapie atte a modificare il cervello.

Non fu sempre così negli USA. Dopo la sua fondazione nel 1776 la neonata Repubblica americana presentava, forse per la prima volta nella storia umana (Australia e Nuova Zelanda risalgono a tempi più recenti) un habitat molto inospitale nei confronti delle tentazioni autoritario-militari. Lo straordinario isolamento dalle minacce esterne, garantito dal fatto che il nuovo continente era quasi del tutto disabitato, dall’omogeneità WASP [Bianco, Anglosassone, Protestante — N.d.T.] della minuscola popolazione, e dalle sfide implicite nella costruzione di insediamenti di frontiera, resero quasi impossibile sollevare una vera Guerra Santa.

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Sì, certo, c’erano stati i processi contro le streghe di Salem. La stupida quanto poco costosa Guerra del 1812 fomentata dal «Falchi» produsse qualche slogan navale. E la fortuita presenza di quei pestilenziali onniscienti Indiani pagani produsse una manciata di penosi condottieri nazionali, come il generale Andrew Jackson e «Tippecanoe» Harrison.

Già nel 1860 l’America, ormai adolescente, soffriva di un’acuta crisi di «astinenza da nemici». Sterminati gli indigeni, non c’era proprio più un Malvagio Nemico contro il quale perpetrare atti di bellicoso nazionalismo. Così i Falchi militari, addestrati a West Point, si misero a litigare tra loro. La Guerra tra gli Stati [o Guerra civile — NAT.] tra il 1861 e il 1865 fu all’epoca il conflitto più sanguinoso di tutta la storia.

Tutte le guerre sono convulsioni di violenza parossistica, ma in retrospettiva la nostra Guerra Civile non può che essere considerata tra le meno razionali: compagni di classe di West Point alla testa di eserciti attrezzati meccanicamente, gli uni contro gli altri. C’era in ballo, qui, una logica genetica.

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La Guerra civile produsse per la prima volta nella storia umana la versione rivista e corretta del vecchio programma feudale-autoritario: l’emergere della società industrial-militare. Diamo credito a chi se lo merita. Dimenticatevi di quel fasullo del Principe von Bismarck, dell’imitatore Vladimir Ilic Lenin e le successive imitazioni da parte di Stalin e di Brezhnev. Scordatevi persino di Benito Mussolini.

Date il credito dovuto alla nostrana ingegnosità WASP da Yankee-Doodle. Fu l’onesto Abe Lincoln a creare il primo e più duraturo modello di società fascista:

il complesso autoritario-militare-industriale sotto il controllo di una nomenklatura d’élite, nota in ogni stato moderno come il «Grande Vecchio Partito» [GOP, Grand Old Party).

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Il gruppo dirigente del partito odierno (Heritage House Think Tank di Edwin Meese et al.) è comprensibilmente abbastanza modesto nel descriverne l’importanza storica. Il modello originale della «democrazia popolare» (o Terzo Reich o Dittatura del Proletariato) altro non fu che il Partito Repubblicano statunitense. Nel 1866, mentre le Potenze europee lottavano per uscire dal feudalesimo, il genuino e nostrano GOP produsse il primo — e più riuscito — stato fascista.

Il «Partito industrial-militare» regnante in America, organizzato durante la presidenza Lincoln, è riuscito a tenere in piedi una Guerra santa dopo l’altra per oltre cento anni. Le Guerre indiane genocide diedero la Soluzione finale al problema dei Pellerossa; la Guerra spagnola, attizzala dalle grosse bugie del magnate dei giornali Randolph Hearst, proclamò il nostro destino di superpotenza. La nostra inutile partecipazione alla I Guerra mondiale? Bellicoso nazionalismo, La Seconda? Gli olocausti nucleari di Hiroshima-Nagasaki? L’interminabile Guerra Fredda contro l’Impero del male? Bellicoso nazionalismo. Nel 1980 gli Americani elessero come presidente Ronald Reagan, allegro fanatico privo di mente e totalmente dedicato alle pulsioni autoritarie e militari del Partito.

Ma era apparso un problema pestilenziale. Il Fiasco vietnamita non aveva lasciato il Paese nell’umore giusto per una baldoria guerresca. La retorica sull’ergersi «in alto contro l’Impero del Male» poteva ottenere fondi da primato per l’industria militare, ma non c’era sfogo né bersaglio per le frustrazioni che da decenni si accumulavano. L’invasione di Grenada fu un microparossismo privo di significati.

Gli irritanti dittatorucoli di Nicaragua, Libia, e più tardi di Panama, difficilmente si potevano prendere sul serio.

I Falchi di Reagan erano armati fino ai denti, tutti vestiti delle loro brave divise, ma non avevano nessun posto dove andare. Così ancora una volta la Nomenklatura ripiegò su una vecchia soluzione di riserva: la guerra civile. Una jidad contro un insidioso nemico in casa che ci corrompeva dall’interno. I nuovi capri espiatori; i pervertiti fumatori dell’Assassino della Gioventù, l’erba maledetta.

Guerra santa contro l’automedicazione

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Durante l’ultimo Governo democratico (1976–80), quattordici stati avevano depenalizzato la marijuana e il presidente Carter aveva proclamato la propria intenzione di fare altrettanto a livello federale. Carter fu inoltre attivo nel promuovere i diritti civili e umani.

Poco dopo l’assunzione del potere da parte del Grand Old Party nel 1980, venne rispolverato il vecchio trucco del bellicoso nazionalismo. La Guerra Fredda contro l’Impero del Male.

I budget militari e i deficit nazionali si lanciarono improvvisamente verso vette storielle. Ma l’URSS di Gorbaciov non stava al gioco, e le minacce di Iran, Ghedaffi, Grenada, Centro-America erano troppo fioche per giustificare l’instaurazione di un’economia di guerra.

Si giocò quindi la carta della Guerra civile. Si dichiarò la jidad contro la verdura; le erbe illegali furono denunciate come «cancri», piaghe morali, minacce letali contro la sicurezza nazionale. Si conformarono immediatamente i politici di entrambi i partiti e i media, sensibili agli aumenti di tiratura e al pubblico affamato di scandali morali, si affrettarono a drammatizzare il pericolo.

Non ci fu dibattito! Nessuna razionale discussione pubblica della saggezza di condurre una Guerra civile contro una trentina di milioni di altri Americani che sanno in base all’esperienza personale che l’erba è meno pericolosa dell’alcool. Nessuna domanda circa la praticabilità della violazione di quella frontiera più fondamentale della libertà che è rappresentata dal corpo e dal cervello.

I bambini vennero applauditi per aver denunciato i genitori. Riempite le prigioni, impiccate gli spacciatori! Prove delle urine per lavoratori civili. Quando gli arresti per marijuana arrivarono a cinquecentomila, i Guerrieri Civili di Nancy Reagan arrivarono ben più in là delle caccie alle streghe della Santa Inquisizione.

E ancora non si udirono proteste contro questo sfacciato fascismo! Perché tacevano i movimenti per i diritti civili? Dov’era Amnesty International? Dov’erano le tradizioni libertarie di questa Terra della libertà?

Critica contro la guerra delle droghe

Tre libri di recente pubblicazione affrontano in modo brillante i mali e le assurdità della Guerra contro la droga.

Dealing with Drugs, Consequences of Government Control, a cura di Ronald Hanowy. Lexington Books, 1987.

Breaking the Impasse in the War on Drugs, di Steven Wisotsky. Greenwood Press, 1986.

Why WeAre Losing thè Great War on Drugs and Radicai Proposals That Could Make America Safe Again, di Arnold Trebach. Macmillan, 1987.

Dealing with Drugs, ‘Affrontare la droga’, è una raccolta di saggi di dieci eminenti studiosi universitari che dimostrano con i fatti e con la logica come la Guerra contro la droga sia futile, nociva, irrazionale, immorale, illegale.

Il libro curato dal professor Hanowy termina con un magnifico saggio, The Morality of Drug Controls, ‘La moralità dei controlli antidroga’, il cui autore è lo psichiatra Thomas Szasz, uno degli intellettuali più importanti dei nostri tempi. Da trent’anni Szasz porta all’oscuro e paludoso mondo della psichiatria la stessa incisiva logica sociale e spiccata moralità che Noam Chomsky ha portato al mondo della linguistica e della politica.

E non solo, perché il dr. Szasz aggiunge a tutto ciò un certo buon senso terra-terra, umanista. Non scrive delle droghe ma del controllo delle droghe visto come questione morale, dell’»utente della droga» come capro espiatorio.

Breaking the Impasse in the War On Drugs, ‘Superare lo stallo nella guerra contro la droga’, è l’agghiacciante resoconto di accurate ricerche sui danni incalcolabili subiti dal nostro Paese e dai nostri vicini a sud a opera della Guerra contro la Cocaina del regime Reagan.

Ci sono lunghi capitoli che descrivono l’assalto contro la giustizia e contro le libertà civili, la crescita della società del Grande Fratello, la corrosione dell’etica del lavoro, la corruzione di pubblici ufficiali, il mancato rispetto della legge, la patologia internazionale della Guerra contro la droga, l’instabilità e il narcoterrorismo, il problema del problema della droga.

Arnold Trebach, autore di Why WeAre Losing the Great War on Drugs and Radical Proposals That Could Make America Safe Again, ‘Perché stiamo perdendo la grande guerra contro le droghe, e proposte radicali che potrebbero ridare la sicurezza all’America’, offre un erudito esame dei fallimenti, delle ipocrisie, delle corruzioni, delle illegalità repressive della Guerra santa.

Presenta inoltre quattordici «compromessi pacifici» sensati, compassionevoli e pratici. Trebach va oltre le orrende statistiche per affrontare il lato personale e umano del conflitto: interviste e casi clinici delle vittime: giovani sequestrati dai loro stessi mal consigliati genitori utilizzatori moderati e intelligenti condannati a pene feroci; malati di cancro, AIDS, glaucoma, cui è stata negata la medicazione appropriata; tossicomani di strada invischiati in un sistema che tratta loro come criminali anziché come pazienti.

Nei tre libri un totale di venti esperti del campo concordano nel dire che le droghe legali energizzanti-tranquillanti-anestetizzanti sono certamente non meno debilitanti e abusive delle loro controparti illegali (eroina, marijuana, cocaina) e giungono alla sensata conclusione che depenalizzando e regolando queste ultime sarebbe possibile ridurre il «problema droga» in un sol giorno da mortale cancro sociale a un disturbo sanitario guaribile.

Credo che, proprio come consideriamo diritti fondamentali la libertà di parola e di fede, così anche dobbiamo considerare la libertà di automedicazione, e che, invece di opporci con le bugie alle droghe illegali o di promuoverle in modo acritico, sia meglio — per parafrasare Voltaire — fare nostra la massima: non approvo le sostanze che assumi, ma difenderò fino alla morte il tuo diritto di assumerle.

La guerra contro gli psichedelici

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L’aspetto più pernicioso e più ipocrita dell’attuale situazione-droga è la criminalizzazione delle droghe psichedeliche. Utilizzate con un minimo di buon senso, LSD, marijuana, mescalina e psilocibina sono strumenti di grande valore per l’esplorazione del cervello e per il cambiamento mentale. «Psichedelico» significa ‘che espande la mente’. Questi prodotti vegetali non hanno quasi nessun effetto dell’umore o sui livelli energetici. Sono il contrario preciso degli «anestetici oppiacei» nel senso che producono ipersensibilità vero gli stimoli esterni e accelerano l’elaborazione del pensiero. Non danno luogo ad assuefazione. Non hanno quasi nessun effetto sulla fisiologia. Cambiano la coscienza.

Sono droghe informative e sono da millenni usate nelle cerimonie religiose.

Dal momento che alterano la coscienza in modi così personali e così intensi, nascono rituali di gruppo a supporto e a protezione della trance visionaria. È raro il loro uso solitario perché le visioni solitarie producono effetti spaziali solipsistici.

È arguibile che i vegetali psichedelici — se utilizzati con il massimo riguardo per set and setting — siano le sostanze alimentari più sicure che un umano possa ingerire. È evidente come rappresentino un’antica simbiosi tra gli organi sessuali delle piante fiorite e i sistemi nervosi dei mammiferi, a beneficio di entrambi.

Fin dall’alba dell’era informatica nel 1946, queste piante psichedeliche hanno raggiunto una popolarità estrema nelle regioni in cui sono subentrate le tecnologie cibernetico-digitali (televisione, calcolatori). Durante gli ultimi venti anni l’influenza delle droghe psichedeliche — su arte, musica, letteratura, moda, linguaggio, grafica elettronica, film, spot televisivi, medicina olistica, consapevolezza ecologica e psicologia del New Age — è stata tanto diffusa da essere invisibile.

È interessante notare come le sostanze psichedeliche siano menzionate soltanto raramente nelle crociate della Guerra conto la Droga. Gli esperti del Governo e i redattori di Newsweek sbraitano e si contorcono parlando dei pericolosi piaceri della cocaina, le estasi irresistibili del crack, le seduzioni dell’eroina. Basta farti una volta con una di queste sostanze-sirene e sei schiavo in loro potere.

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Ma non prendono mai in esame i motivi per cui milioni di non-tossicomani preferiscono utilizzare marijuana o LSD o il benigno e dolce MDMA. I medici delle forze dell’ordine borbottano qualcosa sulle «droghe propedeutiche» e per il resto tacciono. Ciò che è assolutamente impossibile demonizzare («erba assassina») va sistematicamente ignorato.

La tattica segue la familiare linea «temi/combatti». Ehi! Questo non è il momento delle discussioni logiche, accademiche o per le azioni proditorie contro lo sforzo bellico! Si tratta di un combattimento fino alla morte tra il Bene e il Male. Il Demoniaco Nemico ci ha messi spalle al muro!

Interessante è il fatto che gli Autori di queste tre opere logiche, scientifiche, libertarie, non prendono in esame gli aspetti positivi delle droghe psichedeliche, né fanno riferimento alle centinaia di pubblicazioni scientifiche riguardanti i benefici, personali e culturali, ottenibili se queste sostanze vengono utilizzate con prudenza e con metodo. In fondo, grazie al Cielo, questi Autori non sono né psicologi né filosofi umanisti!

Calmi quanto unanimi, questi signori si fanno avanti come accademici sobri e razionali; l’atteggiamento è magistrale, quasi forense. Non trapela neppure uno iota di approvazione nei confronti delle sostanze alteratrici della mente, legali o illegali. Condannano l’intossicazione. Si oppongono alla Guerra contro la Verdura soltanto perché è inutile e perché serve ad aggravare il problema.

Troviamo un occasionale sospiro per le debolezze umane che inducono la gente a cercare il cambiamento e il conforto nella droga. Sembra improbabile che uno qualsiasi dei tre accademici abbia mai conosciuto uno sballo. La loro ricetta è semplice: sostituire alla repressione la regolamentazione e l’educazione da parte del Governo.

Applaudo con entusiasmo questo approccio sensato, che potrebbe funzionare anche a Belfast, in Medio Oriente, in Afghanistan, e anche qui nella nostra Guerra Civile contro la Droga.

Ancora una volta ci viene ricordato come l’unica soluzione ai problemi umani è rappresentata dal pensiero intelligente e dalle comunicazioni aperte e accurate.

Ancora una volta, nella lotta per la libertà, la parola d’ordine diventa:

Basta dire Konw

Written by

Graduated in European history in Florence, he started working in publishing soon after having come across a Mac computer in 1984

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