4. Il rapporto di Freud verso il padre

di Erich Fromm

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Lucien Freud, “Man in a chair”, National Portrait Gallery, Londra

Il rapporto di Freud verso il padre fu esattamente l’opposto di quello verso la madre. Questa lo ammirava e lo viziava, permettendogli di essere il re tra i fratelli; suo padre era manifestamente più imparziale, pur essendo un uomo non aggressivo. Caratteristico di questa differenza è il fatto che quando, all’età di due anni, Freud bagnava ancora il letto, era suo padre, e non sua madre, che lo rimproverava. E cosa rispondeva il bambino? «Non t’arrabbiare, papà, ti comprerò un bel letto nuovo rosso, a Neutitschein»[1].

Già qui vediamo uno dei tratti che avrebbero caratterizzato Freud nella sua vita successiva: una difficoltà ad accettare le critiche, una suprema fiducia in se stesso, e una ribellione contro suo padre e, possiamo anche dire, contro l’autorità paterna. All’età di due anni, egli non si lascia impressionare dai rimproveri del padre, ma indossa i panni del padre come uno che potrà fargli dono del letto (cfr. il sogno del soprabito turco precedentemente citato).

Un’espressione più drastica del suo spirito di ribellione contro il padre si può trovare nel fatto che, all’età di sette o otto anni, urinò deliberatamente nella camera da letto dei genitori. Questo fu un atto simbolico di presa di possesso della loro camera da letto, con una tendenza aggressiva, ovviamente diretta contro il padre. Il padre, comprensibilmente, reagì con ira, ed esclamò: «Questo ragazzo non concluderà mai nulla».

Freud, commentando questo incidente, scrisse: «Questo deve essere stato un colpo tremendo per la mia ambizione, poiché nei miei sogni ci sono ancora dei riferimenti alla scena e sono sempre collegati con l’enumerazione dei miei risultati e successi, come se volessi dire: “Vedi, ho combinato qualcosa”[2].

Questa spiegazione, data da Freud, che il rimprovero di suo padre fu la causa della sua ambizione, è un errore che si trova frequentemente nelle interpretazioni analitiche ortodosse. Mentre è vero, ovviamente, che le prime esperienze sono una delle cause più importanti dello sviluppo successivo, è anche non raro che la disposizione — acquisita o ereditaria — del bambino possa provocare nel genitore una reazione, che poi è spesso presa erroneamente per la causa dello sviluppo di questa stessa disposizione nella vita successiva del bambino.

In questo caso specifico, è chiaro che il piccolo Freud, all’età di due anni, aveva già un senso di importanza e di superiorità nei confronti del padre. Sia che si tratti qui di un fattore costituzionale o del risultato del fatto che sua madre era la persona più forte in famiglia, l’atto provocatorio all’età di sette o otto anni fu soltanto un’altra espressione dell’estrema fiducia in se stesso del bambino, che sarebbe perdurata in tutta la sua vita, mentre il rimprovero del padre fu una moderata reazione d’un uomo molto mite che, come afferma Jones, era generalmente molto fiero del figlio e non aveva l’abitudine di criticarlo o di sminuirlo. Quest’unico — e piuttosto isolato — rimprovero non può essere stato la causa dell’ambiziosità di Freud.

L’atteggiamento di superiorità di Freud nei confronti del padre deve aver ricevuto un nuovo stimolo da una storia che il padre gli raccontò quando era un ragazzo di dodici anni. Quando suo padre era un giovanotto, un cristiano gli aveva gettato con un colpo, nel fango, il berretto di pelliccia, urlando «Giù dal marciapiede, ebreo!».

Quando il bambino chiese indignato, «E tu cosa facesti?», «Andai in strada e raccolsi il mio berretto» fu la sua calma risposta.

Nel raccontare questa storia, Freud continua: «Questa non mi sembrava una condotta eroica da parte del grande e forte uomo che teneva per mano il ragazzino. Misi a confronto questa situazione con un’altra che si adattava meglio ai miei sentimenti: la scena in cui il padre di Annibale, Amilcare Barca, faceva giurare al figlio davanti all’altare di famiglia che si sarebbe vendicato dei romani. Da allora Annibale aveva avuto un posto nelle mie fantasie»[3].

Dovrebbe essere chiaro che la storia della non eroica reazione del padre non avrebbe destato tale risentimento in Freud se non per il fatto che questi si era identificato con l’eroe Annibale fin dalla sua fanciullezza; egli voleva un padre degno di lui. Ma non dobbiamo dimenticare che l’ambizione di Freud, come sono spesso le ambizioni, era parte integrante di una delle sue doti più salienti: il suo indomabile coraggio ed orgoglio.

Questo coraggio dava a Freud, anche quando era un bambino, la qualità — e l’ideale — dell’eroe, e l’eroe non può fare a meno di vergognarsi del suo non eroico padre.

Freud stesso accenna a questo risentimento per il fatto che il padre non fosse un grande uomo in questa interpretazione di uno dei suoi sogni:

Ma la ragione per cui [scrive Freud] in questa scena del sogno, potevo usare mio padre come schermo per Meynert [professore di psichiatria all’Università di Vienna] non si trovava nell’analogia che avevo scoperta tra le due persone. La scena era breve, ma era una rappresentazione sufficiente della frase condizionale dei pensieri del sogno, che diceva: «Se io fossi la seconda generazione, il figlio di un professore o di un consigliere, certamente procederei più velocemente». Nel sogno avevo fatto diventare mio padre consigliere e professore[4].

L’ambivalenza di Freud verso la figura paterna è rispecchiata anche nella sua opera scientifica. Nella sua ricostruzione dell’inizio della storia umana in Totem e tabu, si ha un padre primordiale ucciso dai figli gelosi; nella sua ultima opera, Mose e il monoteismo, egli nega che Mosè fosse un ebreo e fa di lui il figlio d’un nobile egiziano, dicendo così inconsciamente: «Proprio come Mosè non era figlio di umili ebrei, anch’io non sono un ebreo ma un uomo di discendenza regale»[5].

L’espressione più significativa dell’atteggiamento ambivalente di Freud nei confronti del padre può ovviamente essere vista in uno dei concetti centrali di tutto il suo sistema, il concetto del complesso di Edipo, il figlio che odia il padre come rivale per l’amore della Madre.

Ma qui, come nel caso dell’attaccamento per la Madre, l’interpretazione sessuale oscura le ragioni reali e fondamentali. Il desiderio dell’ammirazione e dell’amore illimitato della Madre e, allo stesso tempo, l’aspirazione a essere l’eroe conquistatore, porta alla pretesa della supremazia sia rispetto al Padre che ai fratelli. (Questa costellazione è presentata in forma chiarissima nella storia biblica di Giuseppe e i suoi fratelli; si sarebbe tentati di chiamarlo il «complesso di Giuseppe»). Questo atteggiamento è spesso assecondato dall’atteggiamento adorante della madre nei confronti del figlio, in connessione con il suo atteggiamento ambivalente che tende a sminuire il marito.

Cosa troviamo, allora? Freud era profondamente attaccato alla madre, convinto del suo amore e della sua ammirazione, e sentiva di essere l’individuo superiore, unico, degno d’ammirazione, il re fra tutti gli altri fratelli e sorelle. Rimase dipendente dall’aiuto e dall’ammirazione materna, e si sentiva infastidito, ansioso e depresso se questo non gli veniva prontamente accordato.

Mentre sua madre rimase una figura centrale nella sua vita, fino alla sua morte a novant’anni, e mentre sua moglie doveva assolvere una funzione materna, prendendosi cura dei suoi bisogni materiali, il suo bisogno d’ammirazione e di protezione fu rivolto verso nuovi oggetti, e principalmente verso uomini piuttosto che donne.

Persone come Breuer, Fliess, Jung e, più tardi, i suoi fedeli discepoli, gli diedero quel tipo di ammirazione e affermazione di cui Freud aveva bisogno per sentirsi sicuro. Come è spesso il caso con uomini attaccati alla madre, suo padre era il suo rivale; lui, il figlio, voleva essere lui stesso il padre, l’eroe. Può darsi che, se suo padre fosse stato egli stesso il grande uomo, Freud gli si sarebbe sottomesso, o sarebbe stato meno ribelle; ma Freud, identificandosi con gli eroi, doveva ribellarsi contro un padre che sarebbe stato buono solo per un figlio ordinario.

L’atteggiamento freudiano di ribellione nei confronti del padre tocca uno degli aspetti più importanti della sua personalità per quanto riguarda la sua opera. Freud è generalmente considerato un ribelle; egli sfidò l’opinione pubblica e le autorità mediche, e senza la capacità di questa sfida non avrebbe mai potuto sostenere e proclamare le sue idee sull’inconscio, sulla sessualità infantile, ecc. Tuttavia Freud fu un ribelle e non un rivoluzionario.

Per ribelle intendo una persona che lotta contro le autorità esistenti, ma che desidera lui stesso essere un’autorità (alla quale gli altri si sottomettono), e che non annulla la sua dipendenza da, e il suo rispetto per, l’autorità in quanto tale. Il suo spirito di ribellione è principalmente rivolto contro quelle autorità che non lo riconoscono, ed è favorevole a quelle autorità che egli stesso si è scelte, specialmente quando egli stesso diventa una di queste. Il tipo del «ribelle», in questo senso psicologico, si può trovare tra molti uomini politici radicali, che sono ribelli prima di conquistare il potere, e diventano conservatori una volta che l’hanno conquistato.

Un «rivoluzionario», in senso psicologico, è uno che supera l’ambivalenza verso l’autorità perché si libera dall’attaccamento all’autorità e dal desiderio di dominare gli altri. Egli raggiunge la vera indipendenza e vince il desiderio di dominare gli altri. In questo senso psicologico, Freud fu un ribelle e non un rivoluzionario. Mentre sfidò le autorità, e si compiacque di questa sfida, subì allo stesso tempo profondamente l’influsso dell’ordine sociale esistente e delle sue autorità. Ricevere il titolo di professore e ottenere il riconoscimento delle autorità esistenti era per lui della massima importanza sebbene, per una strana inconsapevolezza dei propri desideri, lo negasse[6]; durante la prima guerra mondiale fu un ardente patriota, orgoglioso prima dell’aggressività austriaca, poi di quella tedesca, e per quasi quattro anni non gli balenò l’eventualità di porre criticamente in questione le ideologie belliche e gli obiettivi delle Potenze Centrali.

Note

[1] Citato da Jones, op. cit., Vol. I, p. 30

[2] S. Freud, L’interpretazione dei sogni, cit., p. 205.

[3] Ibid., p. 190.

[4] Ibid., p. 366.

[5] Lo stesso pensiero è stato espresso da H. W. Puner, op. cit., p. 180.

[6] S. Freud, L’interpretazione dei sogni, cit., p. 186.

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Graduated in European history in Florence, he started working in publishing soon after having come across a Mac computer in 1984

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