3.7 Il padrino: conversazione con Winona Ryder

Timothy Leary. Caos e Cibercultura — 3. Controculture

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Ai vecchi tempi il memU della vita offriva meno opzioni sulle quali decidere. I matrimoni venivano organizzati da famiglia e chiesa per assicurare che la prole testasse all’interno del gregge. Anche la scelta della propria religione era predeterminata. Poco dopo la nascita il neonato veniva portato d’urgenza in chiesa per il battesimo e per l’arruolamento nel credo familiare.

Nella nostra società secolare la tradizione del padrino sembrava sbiadirsi come il mito di Babbo Natale, della Fatina dei denti o della vergine-madre. Anzi, nell’era di Francis Ford Coppola il termine padrino aveva assunto un significato poco rassicurante. Quale adulto dal carattere ragionevolmente buono avrebbe voluto interpretare il ruolo di don Corleone nel surriscaldato dramma familiare?

Furono questi i miei pensieri sull’argomento fino a pochi anni fa, quando Winona Ryder mi fece un’offerta cui non potevo opporre un rifiuto. Mi chiese di farle da padrino.

E così eccomi a lodare questa istituzione di padrini e figliocci — purché sia organizzata da persone liberamente consenzienti che abbiano raggiunto l’età della ragione.

È dovere di genitori e tutori correre in giro come una combinazione di terapista di famiglia, agente dell’FBI, madre Teresa, Tommy Lasorda e funzionario della cassa di risparmio. Il dovere del teenager è chiaro: fare tutto il concepibile per far diventare matti genitori e tutori

Del padrino invece, è proprio un ruolo semplice e semplicemente divino: essere amico e discepolo. Più complesso è il dovere della figlioccia, che si compiace di fare divertire il padrino, di educarlo diligentemente in relazioni agli eventi attuali, agli sviluppi recenti, alle notizie scottanti, preparandolo in tal modo ad affrontare il misterioso futuro. Ormai compiango ogni adulto che non abbia un attento figlioccio che serva da guida e come modello di ruolo.

I genitori di Winona, Michael e Cindy Horowitz, hanno dato inizio alla più grande collezione del mondo dedicata a libri e altri materiali sull’uso di piante, cibi e droghe psicoattivi. Michael e io collaboriamo strettamente da oltre venti anni — è stato mio archivista e ha pubblicato una bibliografia di trecento pagine delle mie opere. È venuto a trovarmi nel 1972 quando ero in esilio in Svizzera. Aveva con sé una foto di Winona scattata quando aveva circa una settimana, e quindi ho scritto una dedica che dava a un nuovo Buddha il benvenuto sul pianeta Terra.

La incontrai per la prima volta quando aveva forse sette ami, alla comune o tenuta di famiglia nella contea di Mendocino. Passeggiammo tenendoci per mano, e mi disse che aveva voluto incontrarmi perché aveva sentito dire che ero uno scienziato pazzo. Questa mi sembrò una descrizione abbastanza buona, e subito ho capito che aveva un futuro. Da allora ci vediamo regolarmente. Andavamo alle partite dei Dodger insieme; lei e il padre ne sono tifosi.

Winona ha tanti talenti che spero di emulare. È modesta, flessibile, solida, spiritosa-saggia, pensierosa e entusiasta qui e ora: esuberante, interna, allegra, appassionata. Winona fa i compiti a casa e arriva preparatissima.

E così è arrivata a casa mia per questa intervista. Mi ha aiutalo ad attivare e a collaudare il registratore e poi abbiamo cominciato una tipica conversazione tra padrino e figlioccia.

Timothy Leary: Sai, siamo al ventesimo anniversario di Interview, una rivista che è nata prima di te. E quest’anno ci sono altri anniversari. Vent’anni fa c’erano i processi a Chicago, e la mobilitazione anti guerra del Vietnam, i Weathermen…

Winona Ryder: Woodstock.

TL: Woodstock — sì, quasi esattamente. Come ti sembra tutto ciò?

WR: Be’, è strano… sai come sono cresciuta io. Anche se sono stata allevata negli anni Settanta e Ottanta, potrei quasi dire di essermi formata negli anni Sessanta, perché la nostra casa era una specie di museo-biblioteca di libri e di oggetti di quegli anni. È tutta la mia vita che Babbo parla di quei tempi e in un certo senso penso che ancora viva negli anni Sessanta.

TL: Per non parlare di tutti i personaggi venuti in visita a casa vostra.

WR: Yeah.

TL: Allen Ginsberg.

WR: Sì, e tu! [ride]

TL: E certo io ero lì il più spesso possibile.

WR: Tutta la moda degli anni Sessanta e Settanta è interessante. Anche oggi se passeggi per Melrose Avenue vedi quelle scarpe — gli zatteroni — e i colori psichedelici.

TL: Tie-dyes. Jeans e T-shirt stinti.

WR: Sì, e tutto il resto. Come ci si sente a vedere diventare un trend tutto il proprio passato? L’altro giorno ero in giro in macchina e ho visto questo gruppo di ragazze che sembravano teletrasportate dagli anni Sessanta. Ho cominciato a pensare: ecco i teenager che cercano di provare nostalgia per una generazione alla quale non sono appartenuti.

TL: Be’, è il dovere, la responsabilità genetica di ogni ragazzo di sedici anni di fare tutto il possibile per far impazzire i genitori. Mio figliastro Zachary ha fatto quell’unica cosa che poteva mandare in tilt sua madre, che lo adora, e cioè è diventato un fanatico degli anni Sessanta [ride]. È un Deadhead e si sta lasciando crescere i capelli. E il suo aspetto non è proprio alla moda. Bill Walton, il giocatore di pallacanestro che era un attivista hippie, è un mio amico da sempre e ha portato Zach e me ai concerti dei Grateful Dead. Ci trovi un sentimento di comunione che è forte e solido. È la rinascita degli antichi festival pagani: la gente che si riunisce per vivere esperienze di possessione e di trance, e per condividere questa comunione.

Mi ha offeso più che sorpreso il modo in cui i media hanno trivializzato Woodstock. Tutte le interviste hanno parlato dei promotori. Ma chi se ne frega se i promotori ci hanno rimesso dei quattrini? Hanno sottolineato la presenza del fango e l’assenza di spazio libero. Ma quel che interessa a me è stato che precisamente nella settimana dell’anniversario di Woodstock c’è stato a Mosca un concerto rock con oltre centomila ragazzi russi presenti — con Ozzy Osbourne, pensaci un po’ [ride]. E portavano jeans e fasce intorno alla testa e parlavano di pace e di amore. In America non ti è permesso accennare al fatto che Woodstock fu un avvenimento dei ragazzi. Accadeva di nuovo proprio quel fine settimana in Russia, ed è accaduto in Cina nel mese di maggio. Un milione di ragazzi. Questo sì che è stato un Be-In, ma nessuno lo ha detto. Non si accenna neppure al collegamento tra Woodstock e il nostro movimento degli anni Sessanta da una parte, e i Cinesi c i Russi dall’altra, perché significherebbe ammettere che lì sta accadendo la stessa cosa che era accaduta qua.

Uno dei miei ricordi di te risale al tempo che abitavate alla comune di Mendocino. Barbara, fin dalla prima volta che ti ha conosciuta, va pazza per il tuo stile. E come sai lei è una tale perfezionista ossessiva in queste cose. Mi ha sempre divertito il fatto che ogni poche settimane ci mandavi lettere con piccoli disegni stilistici e altre immagini. Ed erano molto all’avanguardia. Forse erano punk, non erano certo roba hippie. Allora, come stavi… investigando… sondando le cose, e mi è sembrato molto carino, Ti ricordi?

WR: Yeah. Benissimo [ride]. Era tutto causato, penso, dal fatto che da quando mi ricordo sono così ossessionata dai film. E mia mamma aveva un piccolo cinema a Elk, dove abbiamo vissuto per un po’, e proiettava il film vecchi. Ecco come mi ci sono trovata in mezzo. Era come un magazzino. C’erano divani e letti e la gente pagava cinquanta cent o un dollaro per entrare, e noi tutti stavamo sdraiati in giro a guardare i film. Ecco come ho visto per la prima volta A Face in the Crowd e East of Eden, e tutti quei film grandiosi. Penso che sia stato questo che mi ha fatto voglia di tornare a casa e di mettermi a creare vestiti per Patricia Neal o per Lauren Bacall. Non mi veniva neppure in mente che fossero invecchiate o addirittura morte, o altro. Pensavo davvero che fossero ancora in giro, come nei film.

TL: Qualcuno di quelli che ti hanno intervistata ha commentato che somigli più a una persona dei film degli anni Trenta o Quaranta. Parlavano del tuo stile, o approccio. Continuavano a dire, «Ha sedici anni e va per i quaranta,» o «Ha 17 anni e va per i 50»! [ride]. In questo c’è un’ampia gamma e portata di input.

WR: Yeah, È tutto molto lusinghiero ma allo stesso tempo, penso, fa un po’ paura.

TL: [divertito] Difficile tenerci testa.

WR: Yeah! [ride]

TL: Qui dovrai vivere alla giornata. Un’altra cosa del tuo passato che mi ha incuriosito, Noni, è che non c’era molta televisione. Per un po’ non c’era nemmeno la corrente elettrica, e al ranch non c’era la Tv.

WR: No, non ce n’era.

TL: Ora, questa è una tua benedizione e un singolare vantaggio. Ti da un bel vantaggio in partenza e ti mette su una pista diversa. Perché buona parte dei ragazzi passavano il loro tempo a guardare la televisione e così non si sono realmente occupati dei film.

WR: Yeah. Non c’era Tv. C’era una persona, che abitava su un terreno accanto al nostro, che aveva un televisore, ma riusciva a prendere un solo canale. E così, qualche volta, se avevamo fortuna [Leary ride] se volevamo potevamo andare a vedere qualche puntata un po’ sfocata di, sai, Starsky e Hutch o qualcosa del genere [ride]. Ma non era mai una cosa cui tenessimo più di tanto. Quello che era hello, credo, è che invece di guardare la TV inventavamo le cose. Usavamo l’immaginazione, e poi inventavamo delle sceneggiate burlesche e le recitavamo nella casa grande. Ti ricordi della casa grande?

TL: Ci puoi scommettere.

WR: Oppure inventavamo altri giochi e poi facevamo i concorsi. Facevamo delle cose che ci esercitavano la mente molto più che stare semplicemente seduti davanti a uno schermo. È scandaloso, penso, oggi, quanto tempo passano i ragazzi a guardare la TV. Voglio dire, laggiù a casa ho degli amici che non riescono a fare a meno di guardare un programma. Non ce la fanno. Torno a Petaluma e penso: «Bene! Sono qui per un paio di giorni, posso passare del tempo con gli amici.» È c’è certa gente che sarebbe felici di vedermi, ma che non può assolutamente perdere la seconda puntata di Twin Peaks o qualcosa del genere. Sono convinta che ci siano un sacco di programmi belli alla televisione ma sai, per quanto mi riguarda, la TV è soltanto la TV.

TL: Per tornare a quella scena della comune con un piccolo gruppo di giovani con i genitori intelligenti e laureati — è una specie di set cinematografico. Sono su un’astronave o in qualche modo sono isolati dagli eventi principali dell’America, come la Tv, e quindi cominciano a decidere per sé. È quasi come una puntata di Star Trek. Il Capitano Kirk trova questa comu…

WR: Yeah! [ridono entrambi] Quel terreno era bello anche perché c’erano circa centocinquanta ettari. Non mi ricordo in quanti eravamo a viverci, ma ogni casa aveva il suo nome. Noi abitavamo nella «Magione», poi c’era il «Cottage», e perfino la «Capanna». Ogni casetta aveva il suo bravo nome, e ogni volta che si costruiva qualcosa, gli veniva subito dato un nome. Tutto aveva un nome — anche un campo.

TL: Personalizzato.

WR: Esatto. Avevamo tante occasioni per usare la fantasia. La gente pensa sempre che io debba essere stata frustrata e annoiata lassù, ma era una benedizione in realtà, perché mi ha insegnato quanto ci sia qua dentro [indica la propria testa] da usare.

TL: Inoltre, sei cresciuta con un sacco di libri. In fondo, i tuoi genitori ne avevano pubblicati tre o quattro. Non ho mai conosciuto una persona più ossessionata dai libri di tuo padre.

WR: [Ride] Lo so.

TL: Appena arriva in una città nuova punta il naso subito in direzione dei negozi di libri usati.

WR: E non torna per un bel po’ di tempo! [Ride] Quasi quasi va a viverci.

TL: Quasi come un alcoolizzato, sempre al bar.

WR: Yeah!

TL: Sei quindi stata più esposta ai libri di molti ragazzi della tua età. Sono stati parte del mare in cui nuotavi.

WR: Davvero. Il babbo mi dava libri fin da molto piccola perché era così impaziente. In alcuni casi non avevo semplicemente l’età per capire. Ma lui non riusciva mai a capirlo. Così finivo per doverli leggere una volta e poi di nuovo circa un anno dopo con la speranza che allora avrei capito. Ma entrambi i miei genitori mi incoraggiavano tanto. Scrivo da tanto tempo che non mi ricordo più quando abbia cominciato. I libri hanno davvero funzionato con me.

TL: Ma aspetta un momento. Davvero hai cominciato a scrivere in tenera età?

WR: Yeah. Scrivo da tanto tempo che non mi ricordo più da quando, il mio diario, novelle, o altro. Ho scritto addirittura un breve romanzo quando avevo dodici anni; parlava di To Kill a Mockingbird [Oltre la siepe], che avevo letto sui dieci anni. Era uno dei miei libri preferiti. Così ho raccontato la stessa storia — sai, di Tom Robinson, il tipo nero che è stato condannato e ucciso — dal punto di vista di sua sorellina. È stata la musica a influenzare davvero il mio scrivere. Mi sveglio al mattino e metto subito su qualche nastro o disco, e questo in un certo senso contribuisce a determinare come andrà la mia giornata.

TL: Bisogna stare abbastanza attenti quando si fa così. È come pianificare il guardaroba; stai pianificando l’umore della giornata. Quando è stata la prima volta che hai sentito parlare di Andy Warhol?

WR: L’ho sentito nominare per la prima volta perché mi ero affascinata di Edie Sedgwick quando avevo 11 o 12 anni — ho letto quel libro su di lei.

TL: Quello scritto da George Plimpton e Jean Stein, lo ho conosciuto Edie.

WR: Yeah. L’ho letto in macchina con papà mentre venivamo a trovarti a Los Angeles. Era un viaggio di circa nove ore e mi ricordo di averlo finito proprio mentre entravamo nel tuo vialetto.

TL: Non sei mai stata a New York più di tanto.

WR: Be’ ci sono stata tante volte ma in fondo era per fare visita ai nonni. Non è che abbia girato troppo a Manhattan.

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TL: Verso la fine degli anni Sessanta, sai, la mia famiglia e gli amici abitavano a Millbrook, circa un’ora e mezza a nord di New York City, e questo era perfetto. Potevamo essere fuori tutta la giornata a passeggiare e a giocherellare, o semplicemente a stare insieme alla natura. E alle cinque facevamo una doccia e saltavamo in macchina: per le sette potevamo essere a un cocktail a New York. Poi alle due salivamo in macchina e per le tre eravamo a casa. Cosi avevamo il meglio di due mondi lì a Millbrook. E allo stesso modo molta gente di New York veniva a trovarci di fine settimana. La famiglia Mellon aveva una grande casa lì. I Grateful Dead ci venivano spesso e c’erano spesso anche artisti importanti e gente della moda. Così in quel periodo conoscevo molto bene Andy e andavo spesso al Factory e al Loft. Io penso che Andy ha esercitato un grande effetto sulla cultura americana. Ricordo come Andy prendeva in mano una bottiglia di Coca Cola e diceva [imitando la voce di Andy Warhol]: «Non è meraviglioso? Un contadino in Indocina può bere dalla stessa meravigliosa e formosa bottiglia di Liz Taylor». Ecco cos’è il pop.

WR: Negli ultimi tempi hai parlato molto della possibilità di aumentare la propria intelligenza. Come consiglieresti ai tuoi figli di diventare più in gamba? Navigare nella propria realtà? Smuovere le cose? È possibile mettere in discussione l’autorità e rispettarla allo stesso tempo?

TL: Be’, il solo consiglio e il solo messaggio che io possa offrire è: Pensa per te stesso e metti in discussione l’autorità [Think for yourself and question authority]. Ma «pensa per te stesso» non significa «pensare egoisticamente», ma «pensare di testa propria, indipendentemente». E mettere in discussione l’autorità non significa rifiutarla e basta. Magari metti in discussione l’autorità ma accetti l’ottanta per cento di quanto l’autorità va dicendo. Bene! A me non interessa quel che pensa la gente purché l’abbia pensata per sé stessa. Così finisci per diventare una repubblicana, di destra, a me va benissimo, purché abbia scelto, da buongustaio, dal menù, dopo aver preso in considerazione tutte le opzioni, purché non l’abbia fatto per paura o per pigrizia.

WR: Yeah. Sì; vorrei farti una domanda che riguarda gli eroi letterari. So che uno dei tuoi è Huckleberry Finn, e Holden Caulfield è certamente uno dei miei. E ho trovato qualche piccola somiglianza tra loro. Avevo letto Tom Sawyer e Huckleberry Finn molto prima di arrivare a Catcher in thè Rye. Ma…

TL: Ti hanno influenzata?

WR: Moltissimo. Direi quasi che Holden ha cambiato tutta la mia vita, com’è stato per tanti giovani. E la cosa sbalorditiva è che lo lessi senza sapere che era un celebre libro per adolescenti, che lo leggevano tutti. Avevo creduto che fosse un polpettone di qualche tipo. Non ne sapevo niente. Suppongo che sia stato così per tutti.

TL: L’hai scoperto, eh? [ride]

WR: Sì. Dopo che l’avevo letto noi — io e Holden — eravamo per come dire una squadra. Poi ho scoperto che lo avevano letto tutti. Quello che amavo di Huckleberry Finn era… be’, ovviamente che faceva quel che voleva fare e che era un libero pensatore. E anche in Holden trovavo questo elemento. Penso che sarebbero stati amici loro due.

TL: Entrambi erano alienati, nel miglior senso della parola. Holden osservava le pazzie intorno a lui. Anch’io lo facevo da ragazzo. E ovviamente anche Huck.

WR: Io penso che sia Huck che Holden siano modelli di ruolo perfetti. Penso che mi deludano un po’ i modelli che i ragazzi vanno scegliendo ora. Sai, Axl Rose di Guns ’n’ Roses.

TL: Dà delle interviste abbastanza grezze, no? Fa semplicemente il cattivo di proposito, oppure è scemo?

WR: Scemo, penso.

TL: Mi spiace sentirtelo dire perché afferma di essere un mio fan. Sai cosa mi ha detto? [Imita la voce di Axl Rose] «Adoro i tuoi libri, mi basta prenderne uno e mostrarlo alle ragazze e riesco a farmi quella che voglio.»

WR: Che complimento! [ride]

TL: Certo non significava che li avesse letti.

WR: Ma solo che li teneva lì sul comodino. Rolling Stone, forse un mese fa, ha fatto un servizio dedicato a me, e qualcuno ha scritto loro per dire «Winona Ryder è il mio modello di ruolo». Com’ero lusingata! Ma poi ci ho pensato e ho cominciato a spaventarmi. Dovrò state attenta a quel che faccio e a quel che dico. Sento una responsabilità istintiva.

TL: Ma il tuo ruolo non è quello di difendere il mondo cristiano o la classe media, ma di essere una persona indipendente, fresca, in costante cambiamento. Così non possono modellarsi su qualcosa che avrai detto, perché l’avrai già lasciato indietro.

WR: Yeah. [Ride]

TL: Devi avere quella fiducia, Noni. Ho avuto lo stesso problema anch’io. Sono stato all’interno di molte grandi istituzioni in cui i personaggi di spicco arrivano e mi dicono «Tim! Sei sempre stato il mio modello di ruolo! Tutto quello che ho lo devo a te». E naturalmente sono prigionieri a Folsom.

WR: Oh no! [Ride]

TL: Yeah. [Ride] Ma non puoi lasciarti preoccupare da queste cose. La gente mi dice che vuole essere seguace e io dico: «Non potete seguirmi. In primo luogo non so dove sto andando. E due: prima che voi ci arriviate io me ne sarò già andato».

WR: I ragazzini oggi tendono a pensare che il massimo sia essere un divo dei film o del rock. Come Axl o Madonna.

TL: O un atleta… Be’, certo che c’è un enorme cambiamento in atto nel mondo di oggi, mentre ci allontaniamo dalla società industriale. Nella società delle fabbriche ognuno vuole arrivare in cima a quella particolare fabbrica, essere il divo massimo dei film o il banchiere massimo. È questa l’era industriale, una piramide in salita. Nell’era informatica è tutto diverso. La singolarità, l’individualità… tra due o tre anni tutti saremo divi del cinema. Tra un momento ti farò vedere un filmino che ti mostrerà come, per meno di cento dollari, un ragazzino a Natale del 1990 possa avere occhiali, un casco e un cibervestito in modo da potersi mettere dall’altra parte dello schermo — e potrà ballare, camminare, saltare. Tutti saranno registi e attori dei propri film.

WR: Ma è meraviglioso! Vuol dire recitare sé stessi, e affrontare sé stessi.

TL: Pensa a come il sistema di Hollywood e quello della musica siano diventati come una fabbrica. La chiamano perfino l’industria cinematografica. E parlano dell’industria del software mentre non è niente del genere. Ai vecchi tempi gli studi macinavano film, era una linea di montaggio cinematografica e i divi erano la merce. Ma tutto questo cambierà. Tutti saranno lì a fare i propri film, e ci saranno reti organizzate in modo che ogni ragazzina o ragazzino possa essere Marilyn Monroe o addirittura come Jack Nicholson.

Basta registrare su nastro cinque minuti di Jack Nicholson e poi metterlo nel tuo computer. E poi potrai essere lui e girare come lui sullo schermo. Il ragazzo medio avrà accesso a cineteche e a nastri, anche alle notizie. Qualunque cosa che appaia sulla Tv, lo potrai mettere su nastro, modificarlo e metterci dentro te stesso. Così questi monopoli, tipici dell’era industriale, non saranno più tanto potenti.

WR: [Ride] Be’, il pensiero è rassicurante.

TL: E in arrivo una nuova generazione. Sono certo che lo sai già, ma durante gli anni Ottanta i giovani in questo paese sono diventati molto conservatori. Ma per i prossimi dieci-quindici anni vedrai le università piene dei figli dei figli dei fiori. Tu non sei stata una figlia dei fiori ma sei stata figlia di una figlia dei fiori, e sei nipote del Dr. Spock. La tua generazione è semplicemente più hip, più sofisticata e tende meno a diventare «diva» da anni Cinquanta. Questo non significa essere un buon modello di ruolo?

WR: [Ride imbarazzata] Suppongo di sì. Come ho detto prima, la mia giornata viene definita dalla musica che metto su al mattino.

TL: Odio farti questa domanda, Noni, ma che musica hai messo su stamane?

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WR: Oh, la colonna sonora di The Mission. È la cosa che mi piace di più, ora. Bellissima. Ma non so. Sono in quel periodo della vita in cui ogni giornata è diversa. Un giorno magari penso, oggi prenderò tutto alla leggera, la vita è meravigliosa e affronterò le cose giorno per giorno e vivrò nel presente e tutto ciò. Poi il giorno dopo intendo pianificare tutto. Avrò una carta topografica e la mia strada sarà lastricata. Così sono in costante cambiamento e davvero credo nel vivere nel presente. Penso che sia importante. Mi ha dato un gran bel consiglio Trey Wilson, che ha recitato in Great Balls of Fire e Raising Arizona. Ha detto: «Devi sempre ricordarli di divertirti. Non importa quel che stai facendo, divertiti. Perché, sennò, perché lo stai facendo? Certo anche altri mi hanno dato questo consiglio, ma per qualche motivo, quando me l’ha detto lui ho cominciato a pensarci sul serio.

TL: La cosa più bella del lavorare nei film — e penso che il cinema e gli sport professionali moderni siano il modello economico e culturale del futuro — è che sei un libero agente. E questo sarà tipico di un numero sempre maggiore di persone nell’era informatica. C’è un gioco che facevo alle feste di Hollywood, in cui

domandavo a qualcuno: «Se dovessi andare a vivere su un altro pianeta e potessi portare con te dieci film, quali sarebbero quei dieci?» Tu, Noni, quali dieci porteresti?

WR: A Face in the Crowd. To Kilt a Mockingbird. Opening Night, un film di John Cassavetes. La tempesta…

TL: Oh, quello con Susan Sarandon.

WR: Vediamo… Picnic a Hanging Rock, probabilmente. Forse Gallipoli. Don’t Look Now. Certo, quello sarebbe un film difficile da guardare nello spazio [ride] perché probabilmente ci farebbe paura. Poi Walkabout. Adoro Nicolas Roeg. Poi forse West Side Story. E amo davvero la versione originale di Something Wild, con Carroll Baker e Ralph Meeker e Mildred Dunnock.

TL: Di che anno era?

WR: L’hanno fatto nel 1961, ed è tratto da un romanzo che andava molto negli anni Cinquanta, Mary Ann. Era un romanzetto abbastanza commerciale, ma ne è venuto fuori un gran bel film. E The Stripper, con Joanne Woodward.

TL: Ti piacerebbe fare una regia?

WR: Forse. Ci ho fatto su qualche fantasia. Sono stata in sette film e ho imparato molte cose su come si fa la regia osservando regie sbagliate. Così come l’illuminazione sbagliata mi ha insegnato quanto sia importante la luce. Nel contesto del lavoro con gli attori, l’approccio che preferisco è quello in cui mi si dirige ma non intenzionalmente. Michael Lehmann, il regista di Heathers, era incredibile. Facevamo magari una scena e lui cominciava a raccontarmi una storia e a me non veniva neppure in mente che avesse qualche attinenza con la scena che dovevamo girare. Ma prima che sapessi cos’era successo, ecco che avevamo già girato la scena. Mi manovrava portandomi dentro la scena, semplicemente raccontandomi qualche strana storiella. Mi manda invece fuori di testa quando un regista comincia a gridare [fa una voce «seria»]: «Ok, ecco come faremo la scena.» Odio quando cominciano a fare così.

TL: Così dovrai imparare a raccontare storielle ai tuoi attori. È la tradizione della persona Zen o del cantastorie Sufi. Racconti una barzelletta, e poi quasi subito è tutto successo.

WR: Yeah. In genere finisco per essere molto assorbita in qualunque cosa stia facendo, e per quel paio di mesi finisce per essere tutta la mia vita. Perché mi sono immersa tante volte. Ne so tanto, ma è tutto un po’ come un uragano dentro la mia testa. Ancora non è molto chiaro. È tutto su in testa ma non in ordine.

TL: Questo è l’universo secondo la fisica quantistica. È tutto lassù, ma non in ordine. Non devi chiedere scusa per una cosa del genere. Anzi sei proprio sulla strada buona. [Ride]

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Graduated in European history in Florence, he started working in publishing soon after having come across a Mac computer in 1984

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