3.2 Da Yippie a Yuppie

Timothy Leary. Caos e Cibercultura — 3. Controculture

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A partire dalla mia deportazione, molti anni or sono, dalla Harvard University, ho fatto, tra altri mestieri, quello del professore free-lance pagato dagli studenti per dare una lezione su argomenti troppo scottanti per i professori regolarmente stipendiati.

Negli anni Sessanta quando arrivavo per una lezione, il comitato appariva all’aeroporto indossando capelli lunghi, sandali, blue jeans e sorrisi allegri, impertinenti. La radio in macchina mentre andavamo al campus era sintonizzata su Mick Jagger o Jimi Hendrix, e gli studenti mi ponevano avidamente domande sulle «alte» tecnologie — su metodi di espansione della coscienza, sulle nuove droghe miracolose, su nuove forme di dissidenza e di protesta, sulle ultime novità nell’universo in costante mutamento delle filosofie metafisiche dei divi del rock: sulla teoria astrologica di Yoko Ono, sulla fede nutrita da Peter Townsend nei confronti di Baba Ram Dass. Io mi tenevo al corrente di questi temi e cercavo di offrire risposte valide.

Oggi è diverso. Il comitato organizzativo arriva all’aeroporto indossando abiti a tre pezzi, ventiquattrore, blocchi per appunti.

Niente musica, niente domande sulla teoria della reincarnazione di Michael Jackson; sono svaniti i sorrisi allegri e impertinenti. Questi giovani sono calmi, realistici e dotati di mentalità di tipo aziendale. Fanno domande sulle quotazioni in borsa di aziende informatiche, sui libri elettronici e sulle prospettive per una camera nel campo del software.

Anatomia di uno YUPPIE

L’espressione Young Urban Professionals [giovani professionisti urbani, da cui l’acronimo YUPPIE] non ci dice molto. D’accordo, non saranno vecchi dilettanti rurali. Ma chi sono?

I moralisti della sinistra e della destra possono farsi venire la bava alla bocca per l’indignazione verso questo esercito di individualisti egoisti, orientati alla carriera, imprenditoriali, che sembrano stimare i quattrini e il proprio interesse più delle nobili cause del passato. Ma dietro tutti i discorsi di moda abbiamo la sensazione che i media, forse, riflettano qualche autentico cambiamento della coscienza pubblica.

Il mito degli yuppie esprime la vaga sensazione che ci sia qualcosa di diverso, qualcosa ancora non del tutto compreso ma forse significativo, in atto nelle vite e nei sogni quotidiani dei giovani che crescono in questo mondo così conturbante.

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È sicuramente importante capire cosa sta accadendo in questo, il gruppo più influente di esseri umani che ci sia sul pianeta — i 76 milioni di Americani tra i 22 e i 40 anni, istruiti o da strada.

Sappiamo almeno che: gli yuppie sono una razza nuova, i primi membri della società elettronica. Sono la prima generazione di confusi mutanti che si tirano fuori dalla sporcizia dell’era tardo-Neolitica industriale.

Sono arrivati in scena nel 1946, l’anno spartiacque che segnava la fine della II Guerra mondiale, la guerra che portò la nascita della tecnologia elettronica: radar, sonar, fissione atomica, computer. Nel 1946 questi strumenti di incredibile alta tecnologia cominciavano a essere disponibili per il consumo da parte della popolazione civile.

Nel 1946 accadde anche un’altra cosa importante — l’inatteso raddoppio del tasso di nascita americano. Tra il 1946 e il 1964 nacquero 76 milioni di bambini, 40 milioni, cioè, in più di quanti ne avevano previsto i demografi. Questi ragazzi postbellici furono i primi esemplari di una specie nuova, Homo sapiens electronicus. Dal primo istante in cui furono in grado di ficcare il naso fuori dalla culla, furono esposti a una doccia continua di informazioni irradiate da schermi.

Fin dal primo istante furono trattati in modo diverso da ogni altra generazione nella storia umana, secondo la teoria totalmente rivoluzionaria di puericultura del Dr. Benjamin Spock. «Trattate i vostri bambini come individui,» disse Spock. «Dite loro che sono speciali; dite loro di pensare per se stessi. Non nutriteli secondo qualche programma artificioso ma su domanda. Cioè lasciate che si nutrano quando hanno fame.»

È, questa generazione, il gruppo più intelligente di esseri umani mai vissuto sul pianeta. Il più istruito, che ha viaggiato di più, il più sofisticato. Nel crescere si sono adattati a un ritmo di cambiamento quasi incomprensibile. Sono diventati consumatori altamente selettivi, ed esigono di essere premiati perché sanno di essere i migliori.

Affrettiamoci a eliminare un’idea errata in particolare. Questa generazione-Spock non si è lasciata docilmente manipolare dai golosi pubblicitari o dai cinici dei media. E non sono stati i cosiddetti creatori d’immagine, le rock star, i programmatori televisivi e cinematografici a dire ai ragazzi quel che dovevano fare. Tutto il contrario. Sono gli spockie stessi che dettano quel che vogliono a quelli delle immagini e del mercato.

Diventano grandi quelli del baby boom

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I rapidi cambiamenti nello stile e nel tono della cultura americana negli ultimi quattro decenni riflettono perfettamente le aspettative da élite di questa generazione di spockie man mano che attraversava le normali fasi di maturazione.

Duranti gli anni Cinquanta i ragazzi erano schietti e tranquilli. I tumultuosi Sessanta furono gli anni dell’adolescenza di questa sbalorditiva generazione, e diede alla luce gli hippie, le bande di allegri, confusi sensualisti e di rinunciatari dichiarati.

Già negli anni Settanta gli spockie erano al lavoro per fermare la guerra nel Vietnam, rovesciando pacificamente il governo Nixon e soprattutto cercando di scoprire cosa volessero fare delle loro vite.

Gli anni 1980 portarono invece un nuovo ceppo di individualisti diventati professionisti.

Gli anni Cinquanta si ricordano con affetto come il decennio centrato sulla casa e sui bambini. La musica popolare, essendo la cosa più libera dal controllo parentale, offriva la più chiara espressione dei sentimenti giovanili.

Il ritmo cambiò con le prime pulsazioni dell’adolescenza. Agli spockie venne voglia di ancheggiare, quindi il Paese fu attraversato dalla mania dello hula-hoop. La musica assunse ritmo con rhythm ’n’ blues, rockabilly, rock ’n’ roll, the Surfer e il suono Molown. così come i simpatici pelosi bruchi vanno in metamorfosi e diventano sgargianti farfalle, così questi deliziosi bambini si trasformarono in hippie altamente visibili, che volavano in alto ed erano molto vulnerabili.

Gli spockie che sbocciavano hi teenager negli anni Sessanta cambiarono i nostri tradizionali concetti di sesso, dovere, lavoro, conformità e sacrificio. I ragazzi del Dopoguerra non accettarono mai appieno i valori della società industriale, né l’estetica dell’era della Grande recessione degli anni IVenta, né quella protestante del lavoro.

Dopo aver guardato la televisione sei ore al giorno per quindici anni, sarebbero stati disposti ad accettare docilmente un lavoro da operaio sulla linea di montaggio?

Fu Bob Dylan a stabilire la parola d’ordine della ribellione adolescente:

Don’t follow leaders/ watch your parking meters, (Non seguite i capi, tenete d’occhio i parchimetri).

I Beach Boys offrivano uno stile californiano di libertà personale; i Beatles ripresero il tema dell’allegra irriverenza. Sembrava tutto così naturale. Non ti serve altro che amore. Fai da te. Gli anni Sessanta erano senza affanni, più erotici che nevrotici.

Non saremo schiavi del salario, non combatteremo le guerre per i vecchi. Andremo tutti a vivere in un sommergibile giallo!

Non si trattava semplicemente di maschi bianchi della classe media che reclamavano il cambiamento. I Neri erano pronti, erano 400 anni che aspettavano. I disordini razziali e le proteste per i diritti civili, le marce della libertà, erano una ricaduta inattesa della filosofia spockiana. Sarebbe difficile sopravvalutare l’effetto della cultura negra sulla generazione spockie.

C’era ovviamente la musica. Lo stile, la grazia, il distacco cinico, da Zen, veniva dai neri. Non era necessario nessun professore bianco per dire ai neri di accendere, di sintonizzarsi e di saltare fuori della conformità.

Poi c’era il movimento di liberazione femminile, forse l’impulso verso il cambiamento più significativo di questo secolo. Si trattava del gruppo di donne più istruite e più intelligenti della storia, e si aspettavano di essere trattate come individui. Poi era in movimento anche il Gay Pride, “orgoglio

Gay”. Anche i loro genitori, pare, avevano letto Spock. Dopo i movimenti democratici per i diritti umani dell’Ottocento non c’erano mai state tante febbrili speranze di un ordine sociale libero ed equo.

Ma alla fine del decennio era chiaro che l’utopia non sarebbe arrivata tanto presto, per tre ovvi motivi.

L’opposizione al cambiamento si era resa molto apparente con l’assassinio a sangue freddo di Jack Kennedy, di suo fratello Bobby, di Malcolm X, e di Martin Luther King Jr. Lyndon Johnson, Richard Nixon, e il nuovo governatore- cowboy della California, un certo R. Reagan, resero perfettamente chiaro come sarebbero stati felici di utilizzare la forza per proteggere il loro sistema.

La filosofia sociale degli hippie era romantica e poco pratica. Certo, non ci pensavano proprio più a lavorare sulla fattoria di Maggie, ma che cosa potevano fare dopo avere trascorso la notte a sballare? Qualcuno ripiegò sui guru, altri tornarono indietro verso una vita da Amish, antitecno-chic.

Attivisti politici urbani scimmiottarono gli slogan del socialismo europeo o del Terzo mondo e fecero divi pop di leader totalitari come Che Guevara e Ho Ci Minh.

Simbolici della fine degli anni Sessanta furono la Caporetto di Altamont e la congiunzione delle morti per overdose delle rock star Joplin, Hendrix e Morrison.

Fase successiva

Nel 1968 molti giovani avevano perduto ogni fiducia nei vecchi establishment. La frase «Non fidarti di nessuno che abbia più di 30 anni» rifletteva un realismo disilluso: non potevi trovare le risposte nel Grande vecchio Partito di Nixon, né nel Partito democratico di Hubert Hmnphrey.

I grandi affari e i grandi sindacati non rispondevano affatto all’evidente bisogno di cambiare; gli alti ideali del socialismo sembravano tradursi soltanto in un ennesimo sinonimo di burocrazia da stato di polizia. Alla fine del decennio era inoltre chiaro, agli occhi di ogni giovane intelligente, che l’individualismo e il fare le cose proprie avevano certi lati negativi. Se non intendevi più lavorare per il contadino padre di Maggie, come potevi sperare di farcela?

Ovvia la risposta: dovevi credere in te stesso. Ecco l’intero significato degli anni Settanta. Oltre 76 milioni di spockie raggiunsero la veneranda età di 24 anni e si trovarono di fronte a una sfida molto pratica: diventare adulti!

Ora i temi centrali erano aiutare e migliorare sé stessi, il training, l’eccellenza personale; la pianificazione della carriera. Tom Wolfe, da acuto critico sociale, coniò il termine «the me-generation».

Poi venne la recessione. Il ricatto arabo del petrolio spinse in alto l’inflazione. La società adulta non aveva piani per assorbire le energie di una forza-lavoro di quaranta milioni in più. Al contrario; l’automazione stava riducendo la forza-lavoro. La crisi degli ostaggi in Iran abbassò il morale, e nel malessere del 1980 gli elettoli preferirono un sorridente Reagan a un frustrato Carter.

Addirittura, gli spockie boicottarono l’elezione e il Paese andò nelle mani di un uomo che invecchiava e che si diede da fare per riscaldare la minaccia di una guerra nucleare, accumulando un enorme deficit nazionale, un debito che sarà pagato dalle generazioni future.

La maggior parte dei giovani americani di oggi non vuole essere costretta a fare un lavoro che sarebbe meglio affidare alle macchine. Non voglio stare sulle linee di montaggio a ripetere operazioni senza mente. Lavorano i robot.

Lavorano i cittadini nei Paesi socialisti dei lavoratori, lavorano gli attempati veterani nelle acciaierie della Pennsylvania; nel Terzo mondo la gente deve lavorare per sopravvivere.

Che cosa fanno i giovani Americani intelligenti e ambiziosi che si rispettino? Eseguono; si impadroniscono di un’arte, imparano a eccellere nell’abilità personale, diventano imprenditori che organizzano, operano, prendono rischi personali. Danno lavoro a sé stessi, si addestrano, si promuovono, si premiano.

Eseguono proprio quelle funzioni che non si possono affidare a macchine CAD- CAM, per quanto siano programmate con precisione. Si muovono naturalmente verso campi postindustriali; elettronica, comunicazioni, educazione, marketing, spettacolo, il servizio personale, i servizi sanitari e del tempo libero.

Sono indipendenti, politicamente e psicologicamente. Non si identificano con azienda, sindacato o partito politico. Non dipendono dalla permanenza in carica. Sono notoriamente non-leali nei confronti delle istituzioni.

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Prima del 1946, i giovani assorbivano la loro cultura e arrivavano a farne parte seguendo il metodo di osservare personalmente adulti significativi. Osservavi il medico di famiglia e il falegname e l’infermiera o la zia nubile e andavi alla deriva verso un lavoro. I libri, le omelie, gli articoli sulle riviste che parlavano di personalità eroiche o antisociali contribuivano a loro volta a definire il carattere del gioco sociale.

La televisione ha cambiato tutto ciò. La famiglia media in America guarda la Tv per più di sette ore al giorno. Questo dato significa che quanto gli yuppie hanno appreso di cultura, di ruoli, regole, riti, stili e linguaggio del gioco, deriva non da osservazioni personali ma da immagini televisive.

I cartoni animati, le soap opera, le telenovele, i giochi quiz tendono a favorire la fuga dalla realtà; i telegiornali tendono a mettere in primo piano le vittime e i lamentoni più che persone che rappresentino modelli da seguire. I politici che recitano bugie non sono visti come eroi credibili.

L’unico aspetto della Tv che presenti gente vera e azioni esistenzialmente vere, credibili e oggettive dal punto di vista oggettivo, sono le trasmissioni sportive.

Questo può spiegare l’enorme attenzione dedicata dai media all’atletica organizzata. Il ragazzo medio guarda le prodezze di Fernando Valenzuela, di Joe Montana, o di Kareem Abdul-Jabbar e poi assiste a un’infinità di interviste con questi professionisti di successo, e di servizi a essi dedicati.

Vengono presentati nei minimi particolari i loro stati d’animo, opinioni, malanni, filosofie e stili di vita. La gente conosce meglio, come «persona reale», Larry Bird, che non Walter Mondale, George Bush o Dan Rather.

È possibile arguire che gli atleti professionisti siano stati tra i primi a sviluppare le strategie per sopravvivere in un mondo postindustriale e che in tal modo abbiano rappresentato un modello per gli yuppie.

Prima degli anni Sessanta gli eroi professionali dell’atletica erano servi legati a baroni industriali che ne erano i proprietari nel senso più letterale. Questi proprietari potevano barattarli, licenziarli, pagarli o no come gli girava. Il raro atleta che «tenesse duro» veniva considerato sovversivo.

La prima ondata di atleti spockie raggiunse le grandi Leghe verso la metà degli anni Sessanta e subito cambiarono le regole del gioco. A differenza degli atleti più anziani erano più istruiti, politicamente più sofisticati, erano individualisti più progrediti dal punto di vista culturale.

Curiosamente, i giovani atleti compirono quell’evoluzione della società americana che era il sogno degli hippie.

Per cominciare eliminarono il loro status di servi della gleba. Divennero liberi agenti, con i propri avvocati e i propri manager.

Non fu a caso che gli atleti neri rappresentarono l’avanguardia di questa rivoluzione. È a Wilt Chamberlain che si attribuisce il merito di essere stato il primo super-pro a esprimere esigenze da «buongustaio»: camere d’albergo con letti adeguati alla sua corporatura!

Wilt, più che un lavoratore, era un personaggio di spettacolo. Capiva come, tramite la magia della televisione, egli e i suoi colleghi stavano offrendo all’America un nuovo stile, di tipo personale, che faceva guadagnare un patrimonio ai proprietari delle squadre e delle reti televisive.

Fondamentale in questo contesto era l’atteggiamento. I giocatori, nel periodo del «dopo-Chamberlain» si resero conto, molto prima degli yuppie, che i liberi agenti debbono dipendere da sé stessi.

I giocatori dovevano perfino violare i regolamenti imposti dalle squadre per poter condurre i propri programmi di allenamento fisico. Gli attempati e panciuti allenatori erano convinti che l’allenamento con i pesi e gli esercizi personali ne avrebbero ridotto il rendimento.

Prima cominciarono i neri, poi le donne. Billie Jean King, Chris Evert, Martina Navratilova, esigevano di essere trattate come individui. E come se non bastasse questa singolarità, costrinsero il pubblico ad accettare il fatto che conducevano le loro vite, personali e sessuali, seguendo i propri stili «da buongustai».

E tutto ciò, per i ragazzi, era pieno di significati. Non c’era modo in cui un dodicenne potesse imitare Ronald Reagan, ma ogni giorno nel campo giochi, in aula, nella sala videogiochi, poteva imitare i giovani professionisti che vedeva dare spettacolo sul teleschermo.

L’emergere del culto elettronico e della congregazione televisiva è un fenomeno classico degli anni Ottanta. I predicatori, come altri professionisti, vengono giudicati in base all’audience.

Ogni previsione relativa al futuro che gli yuppie vanno attualmente costruendo deve partire dal fatto che essi sono i primi membri della cultura info-comunicativa. È inevitabile che diventino più realisti, più professionali, più abili.

L’intelligenza costituisce il loro ethos e il loro modello. Essi comprendono che la cosa intelligente da fare consiste nel costruire un ordine sociale pacifico, equo, giusto, compassionevole.

Written by

Graduated in European history in Florence, he started working in publishing soon after having come across a Mac computer in 1984

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