2.5 Personal Freedom

Timothy Leary. Caos e Cibercultura — 2. Cibernetica e ingegneria del caos

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C’era una volta

C’era una volta… il sapere-informazione veniva immagazzinato in costosissimi sistemi mainframe chiamati codici miniati, Bibbie in genere, gelosamente custoditi nel palazzo del duca o del vescovo e accessibili soltanto a una specialissima classe di hacker chiamati monaci. Poi, nel 1456, Johannes Gutenberg inventò un dispositivo hardware, la macchina per stampare a caratteri mobili.

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Questo sistema per l’elaborazione del sapere-informazioni era in grado di produrre in serie software poco costoso e prontamente utilizzabile nell’ambiente domestico: il Personal Libro.

Fino a tempi recenti la situazione sociopolitica del computer non era molto diversa da quella dei sistemi prima di Gutenberg. Gli elaboratori del pensiero, i mainframe che gestivano la società, erano monopolio dei governi e delle grandi aziende, ed erano gestiti da tecnici sacerdotali. La persona media trovandosi di fronte all’analfabetismo elettronico e all’inermità digitale, era minacciata.

Monopolio dei mainframe

Ho avuto il mio primo contatto con i computer nel 1950, quando ero direttore di un progetto di ricerca della Kaiser Foundation per lo studio di profili matematici per la valutazione interpersonale della personalità. In armonia con i principi della psicologia umanistica, lo scopo di questa ricerca era quello di liberare le persone dalla dipendenza nei confronti di medici, professionisti, istituzioni e interpretazioni diagnostico-tematiche. A questo scopo chiedevamo ai soggetti gruppi di risposte di tipo sì/no, e in seguito davamo ai pazienti stessi un feedback sotto forma di profili e di indici.

Basata più sulle informazioni dimensionali che sulle categorie interpretative, la nostra ricerca era perfettamente idonea all’analisi da parte di un computer, e per noi fu questione di routine inviare mucchi di dati alla sala computer della Kaiser Foundation, dove misteriosi tecnici convertivano i nostri numeri in indici significativi.

Così, i computer erano utili ma remoti e inavvicinabili. Non mi fidavo dei mainframe perché li vedevo come dispositivi che avrebbero aumentato la dipendenza dagli esperti da parte dell’individuo.

Nel 1960 divenni membro del gruppo dirigente del Harvard Psychedelic Drug Research Program. Anche in questo caso gli scopi erano di tipo umanistico: insegnare all’individuo l’auto-somministrazione di droghe psicoattive in modo da liberarne la psiche senza dover dipendere da medici o da istituzioni. Anche qui usavamo i mainframe per indicizzare le risposte ai questionari relativi alle esperienze con le droghe, ma non riuscivo a vedere come questo impressionante sapere-potere potesse essere messo in mani ai singoli esseri umani.

So ora che la nostra ricerca sulle droghe psichedeliche, e in realtà anche la stessa cultura delle droghe, rappresentava una previsione o una preparazione, all’era del personal computer. È addirittura a un brillante ricercatore sull’Lsd, John Lilly, che dobbiamo nel 1972, la monografia fondamentale sul cervello visto come sistema di elaborazione del sapere: Programming and Meta-Programming in the Human Bio-Computer.

Le droghe psichedeliche espongono la persona all’esperienza grezza del funzionamento caotico del cervello, con la sospensione provvisoria delle protezioni normalmente messe in atto dalla mente. Stiamo parlando della tremenda accelerazione delle immagini, delle percezioni analogiche che si sbriciolano in scie di lampi off/on dei neuroni, la moltiplicazione di disordinati programmi mentali che scivolano dentro e fuori dalla consapevolezza come floppy disk.

I sette milioni di Americani che conobbero le tremende potenzialità del cervello tramite LSD hanno sicuramente preparato la strada alla società informatica. Non a caso in un servizio della rivista “Time” su Steve Jobs {fondatore di Apple Computer — NAT.] appare due volte il termine «LSD»; furono infatti Steve Jobs, insieme al collega gutenberghiano, Stephen Wozniak, a collegare il cervello umano al computer e quindi a rendere possibile una cultura nuova.

Hands on/Tune in

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La nascita del personal computer fu un progresso di dimensioni gutenberghiana. Così come il Libro Personale aveva trasformato la società umana da muscolare-feudale in meccanico-industriale così l’elaboratore personale del sapere elettronico ha messo in mano all’individuo l’attrezzatura necessaria per poter sopravvivere ed evolversi nell’era delle informazioni.

Per guidarci in questa complessa e preoccupante transizione è utile in particolare vedere in retrospettiva che cosa era accaduto durante la mutazione gutenberghiana. La religione, allora, era la forza unificante che teneva insieme la società feudale. Naturale quindi che i primi Personal Book fossero Bibbie.

Una volta saziato il mercato della religione, molti imprenditori cominciarono a domandarsi quali altri utilizzi si potessero trovare per il nuovo software. Nella fase successiva venne l’abbecedario, poi i libri di giochi. È divertente notare come il secondo libro a essere stampato in lingua inglese fosse dedicato agli scacchi. Lo stesso andamento si ripete nella transizione attuale. Dal momento che quattrini e affari rappresentano la forza unificante dell’era industriale, le prime Bibbie Wozniak furono, abbastanza naturalmente, fogli elettronici per la contabilità. Arrivarono poi i word processor, e i giochi.

La storia dell’evoluzione umana è la cronistoria dell’innovazione tecnologica.

In genere, i macchinari costosi che richiedano per il loro funzionamento grandi sforzi collettivi diventano strumenti di repressione sociale da parte dello stato. Il campanile con l’orologio, la galera, il cannone, il carro armato… Gli strumenti che possono essere posseduti e utilizzati dall’individuo producono inevitabilmente rivoluzioni democratiche. La daga di bronzo, la balestra, l’orologio tascabile, l’automobile per auto-muoversi.

È questo il concetto pratico e liberatorio. Il «potere al popolo» significa tecnologia personale a disposizione dei singoli FDT; dei Fai-da-Te.

Evoluzione/Rivoluzione

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I dispositivi grafici digitali stanno dando vita a un sodalizio tra cervelli umani e computer. Nell’evoluzione verso una maggiore complessità fisiologica il nostro corpo è entrato in simbiosi con eserciti interi di batteri digestivi indispensabili alla nostra sopravvivenza. Analogamente, il cervello va ora formando rapporti neuro-elettrici con computer allo stato solido. È utile in questo contesto fare una distinzione tra rapporti di dipendenza e di simbiosi.

Nel corpo possono nascere dipendenze passive nei confronti di determinate molecole, per esempio dell’eroina, e il cervello può avere dipendenze passive nei confronti dei segnali elettronici, per esempio della televisione. Il corpo umano, abbiamo notato, ha anche bisogno di rapporti simbiotici con determinati organismi unicellulari. Nella fase attuale dell’evoluzione umana, sempre più persone stanno sviluppando rapporti interattivi di reciproca dipendenza nei confronti dei propri microsistemi.

Quando si verifica questo fenomeno, arriva il momento in cui la persona è «agganciata» e non riesce a immaginare la vita senza il continuo interscambio di segnali elettrici tra il cervello personale e il calcolatore personale. Le implicazioni politiche di ciò non sono prive d’interesse. Nel prossimo futuro oltre venti milioni di Americani utilizzeranno i computer per instaurare rapporti intensi con altri abitanti del ciberspazio.

Questi individui agiranno a un livello di intelligenza che sarà qualitativamente diverso da quello di chi utilizzi le forme statiche di elaborazioni del sapere-informazioni. In America, questa differenza sta già dando luogo a un distacco tra generazioni, cioè a un divario tra specie diverse. Dopo Gutenberg, i Personal Book avevano creato un nuovo livello di pensiero individuale che rivoluzionò la società di allora. Una ancora più vistosa mutazione dell’intelligenza umana avrà luogo grazie ai nuovi dispositivi digitali che consentiranno agli individui di comunicare con individui in altri Paesi.

Fine dell’infanzia?

Appare chiaro che ci troviamo di fronte a uno di quei bivi genetici che spesso si sono presentati nel cammino dei Primati. I membri del pool genetico umano che formeranno legami simbiotici con i computer presenteranno un alto livello di intelligenza individuale e si stabiliranno in nicchie geografiche atte a favorire l’accesso dell’individuo al software per l’elaborazione del sapere.

Sicuramente emergeranno nuove associazioni di individui collegati dai computer; le reti informatiche favoriranno scambi rapidi e liberi; le periferiche di feedback amplieranno notevolmente le modalità di interscambio, dal battere sulla tastiera alle interazioni neurofisiologiche.

La parola d’ordine è ovviamente «interazione». Il potere inebriante del software interattivo sta nel fatto che elimina la dipendenza dall’enorme burocrazia di professionisti del sapere che aveva prosperato nell’era industriale. Nella cultura delle fabbriche, gilde, corporazioni, sindacati e associazioni di lavoratori del sapere monopolizzavano gelosamente il flusso delle informazioni. Educatori, insegnanti, consulenti, psicoterapeuti, bibliotecari, manager, giornalisti, redattori, scrittori, sindacati dei lavoratori, gruppi medici — sono tutti ruoli a rischio.

Non è eccessivo speculare circa lo svilupparsi di società postindustriali di vario tipo, anche molto diversificate. L’alfabetismo informatico sarà pressoché universale in America e nelle altre democrazie occidentali. Il resto del mondo, specie nei Paesi totalitari, resterà elettronicamente analfabeta per volontà dei governanti. Almeno la metà dei Paesi Aderenti alle Nazioni unite attualmente proibiscono o limitano il possesso di computer per uso personale. E le leggi restrittive aumenteranno man mano che le implicazioni del computer domestico diventeranno più evidenti.

Se vogliamo restare liberi dobbiamo far sì che il diritto di possedere elaboratori di dati digitali diventi inalienabile quanto la libertà di parola e di stampa garantiti dalla Costituzione.

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Graduated in European history in Florence, he started working in publishing soon after having come across a Mac computer in 1984

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