2.4 Dare il boot al proprio bio-computer

Timothy Leary. Caos e Cibercultura — 2. Cibernetica e ingegneria del caos

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Il cervello umano, così ci dicono, è una galassia contenente oltre cento miliardi di neuroni, una coppia qualsiasi dei quali è in grado di organizzare e di comunicare tante informazioni complesse quanto un computer mainframe.

Molti psicologi studiosi della cognizione ora vedono il cervello come un universo di dispositivi per l’elaborazione delle informazioni. La nostra mente, secondo questa metafora, serve come il software che programma lo hardware neurale (o wetware, ‘bio-ware’). Molti termini della psicologia classica sono ora ridefinibili in termini informatici. Le funzioni cognitive quali la memoria, il dimenticare, l’apprendimento, la creatività e il pensiero logico vengono ora studiati con metodi in base ai quali la mente costruisce «basi di dati» e immagazzina, elabora, smista e ricupera le informazioni.

Le funzioni non cognitive — emozioni, stati d’animo, percezioni sensoriali, allucinazioni, ossessioni, fobie, stati alterati, esperienze di possessione-trance, glossolalie, intossicazioni, immagini visionarie e prospettive visionarie — possono ora essere viste in termini di circuiti cerebrali di tipo ROM, o di settori, autonomo-simpatiche della parte centrale del cervello cui normalmente non accedono in base a decisioni consce le parti sinistra e anteriore.

Queste aree cerebrali non lineari, inconsce, possono, come ben sappiamo, attivarsi intenzionalmente o involontariamente con vari mezzi. Il termine pop turn on, ‘accendersi’, comporta l’affascinante implicazione cibernetica che sia possibile «comporre il numero» di specifici settori del cervello, che elaborano specifici canali di segnali informatici che normalmente non sono disponibili, accedendovi selettivamente.

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Questi concetti potevano nascere soltanto in una cultura elettronica. In passato i mistici e i filosofi degli stati alterati, come il Buddha, S. Giovanni della Croce, William James o Aldous Huxley non avrebbero potuto descrivere le loro visioni, illuminazioni, estasi, nei termini dell’accensione e dello spegnimento di dispositivi elettronici.

Non si tratta dell’ingenua supposizione che il cervello sia un computer, ma se usiamo termini cibernetici per descrivere funzioni cerebrali e mentali, possiamo incrementare la nostra conoscenza delle esperienze di elaborazione del pensiero.

Questo utilizzo di un dispositivo artefatto, come il computer, per aiutarci a comprendere i processi biologici sembra essere una fase normale nella crescita del sapere umano. Le idee di Harvey, per esempio, sul ruolo del cuore come pompa, e sulla circolazione del sangue, nascevano evidentemente da una conoscenza dell’ingegneria idraulica. Per capire il metabolismo e la nutrizione erano necessarie la scienza termodinamica e le macchine energetiche.

Duecento anni fa, prima che fossero diffusi i dispositivi elettrici, il cervello si definiva vagamente come organo che secerne «pensieri» allo stesso modo in cui il cuore lavorava il sangue e i polmoni l’aria. Quarantacinque anni fa i miei professori di psicologia descrivevano il cervello in termini del sistema informatico più sofisticato di quei tempi — un’enorme centrale telefonica.

Questa metafora ovviamente non dava risultati sperimentali utili; le teorie psicanalitiche di Freud erano più utili e più comprensibili perché fondate sui familiari principi della termodinamica: la nevrosi era dovuta al blocco o repressione di ondate di surriscaldati istinti dinamici che esplodevano o si scaricavano in sintomi comportamentali di vario tipo.

Nei primi anni Sessanta il nostro Harvard Psychedelic Drug Research Project studiò le reazioni di migliaia di soggetti alla psilocibina e all’LSD. Fummo in grado di riconoscere e di classificare la gamma classica di esperienze psichedeliche-allucinatorie e di distinguere tra queste e gli effetti di altre droghe quali eccitanti, deprimenti, alcool, oppiacei, tranquillanti.

Ma eravamo in grado di caratterizzarle soltanto in termini di reazioni soggettive; non esisteva, semplicemente, alcun linguaggio scientifico in grado di comunicare o di riconoscere la vasta portata e gli effetti «strani» di questi fenomeni caotici. Psichiatri, poliziotti, moralisti e in genere chi non usasse droghe accettavano il concetto di «stati psicotomimetici». Esisteva un solo modo normale di vedere il mondo. Le droghe caotiche facevano sì che tutti gli utenti lasciassero andare la loro presa sull’unica realtà autorizzata, scimmiottando così la malattia mentale.

Quei giovani e svegli Americani del dopoguerra, abituati fin dalla prima infanzia a comporre numeri e a sintonizzare televisori, e che avevano imparato ad attivare e ad accendere il proprio cervello con le droghe caotiche nel contesto di una seria sperimentazione introspettiva, avevano una preparazione unica nel suo genere per la progettazione dell’interfaccia tra il computer e l’organo cibernetico noto come cervello umano.

Per parlare e per pensare alle esperienze indotte dalle droghe i ricercatori di Harvard e altri erano costretti a rifarsi

all’antica letteratura del misticismo cristiano e a quelle discipline orientali di yoga che per secoli avevano studiato le esperienze mistiche. Non senza un certo snobismo, gli studiosi del misticismo tendevano a considerare la «realtà normale» come una ragnatela di illusioni indotte socialmente. Tendevano a definire come traguardo filosofico-religioso della vita, il raggiungimento di stati alterati.

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È inutile dire che si creò in questo modo una confusione enorme. La maggior parte degli Americani più sensati e più pratici erano perplessi e irritati per questo folle tentativo, da parte di mistici, di abbracciare con entusiasmo la pazzia chimica e il caos autoindotto.

I dibattiti epistemologici sulla definizione della realtà degenerarono ben presto in un isterico estremismo sociale da parte di quasi tutte le parti in causa, compreso chi parla. Le discussioni circa la natura della realtà sono sempre pesanti, spesso amare ed emotive Nelle Guerre della Droga nella parte finale del XX Secolo erano in ballo questioni culturali, morali, politici, razziali e — soprattutto — generazionali.

Ma il problema di base era di tipo semiotico. Il dibattito crollava e diventava chiacchiericcio emotivo perché non esisteva né un linguaggio né un modello concettuale di quello che accadeva quando «sballavi», «andavi fuori di testa», eri «fatto», «fuori», «illuminato», «satorizzato», e così via.

Anche in questo caso la terminologia esterna alla materia può fornirci un modello aggiornato e un linguaggio per capire le neuro-funzioni interiori.

La televisione è stata popolarizzata a partire dagli anni Cinquanta. Nei decenni successivi molti tripper psichedelici tendevano a reagire come telespettatori che guardassero passivamente le immagini che lampeggiavano sui loro teleschermi mentali. Il livello semantico degli sperimentatori dell’acido si poteva definire con la parola «Wow!». I gruppi di ricerca con i quali ho lavorato a Harvard, a Millbrook, e a Berkeley, fecero ricorso a una terminologia vaporosa, orientale, da illuminati del Gange, per la quale debbo chiedere umilmente scusa.

Poi, nel 1976, vide la luce il computer Apple. Contemporaneamente i videogiochi cominciarono a offrire ai giovani l’esperienza pratica dello spostare vistose informazioni elettroniche digitali sullo schermo. Non fu a caso che molti fra i primi progettisti e distributori di questi dispositivi elettronici abitassero nella zona di San Francisco e tendessero a essere persone intelligenti, esperte nell’uso di droghe psichedeliche.

Quei giovani e svegli Americani del dopoguerra, abituati fin dalla prima infanzia a comporre numeri e a sintonizzare televisori e che avevano imparato ad attivare e ad accendere il proprio cervello con le droghe caotiche nel contesto di una seria sperimentazione introspettiva, avevano una preparazione unica nel suo genere per la progettazione dell’interfaccia tra il computer e l’organo cibernetico noto come cervello umano.

Erano in grado di gestire l’elaborazione accelerata del pensiero, le realtà a molteplici livelli, le catene istantanee di logica digitale, con una disinvoltura molto superiore a quella possibile per i loro meno giocosi, riservati, conservatori rivali laureati in gestione aziendale che lavoravano presso la IBM. Buona parte dello sbalorditivo successo di Steve Jobs nella progettazione del computer Apple, prima, e del Macintosh, poi, era motivato esplicitamente dalla sua crociata contro IBM, vista come arcinemico della controcultura degli anni Sessanta.

Già nel 1980 milioni di giovani Americani erano esperti dell’elaborazione digitale del pensiero tramite i poco costosi home computer. Molti fra loro intuivano che il miglior modello per la comprensione e per la gestione della mente proveniva dalla combinazione delle culture psichedelica e cibernetica.

Centinaia di psicologi pop del New Age, come Werner Erhard e Shirley MacLaine, insegnarono alla gente a riscrivere la sceneggiatura della propria vita e a elevare il livello di elaborazione del pensiero. Allo stesso tempo le nuove teorie dell’imprinting — cioè la programmazione improvvisa del cervello — venivano divulgate da etologi e da psicologi hip come Conrad Lorenz, Niko Tinbergen e John Lilly.

Ancora una volta, strumenti esterni prodotti dall’ingegneria ci hanno aiutato a comprendere le funzioni interiori. Se considerate il cervello come bio-hardware, e se le droghe psichedeliche sono per voi «neurotrasmettitori», e se siete in grado di riprogrammare la vostra mente, nel bene e nel male, semplicemente «accendendo», allora diventano possibili concetti nuovi di cambiamento psicologico istantaneo.

Si presenta un’altra domanda pertinente. Lo schermo del computer è in grado di dar luogo a stati alterati? Esiste uno «sballo» indotto da mezzi digitali? Gli elettroni psiberdelici possono essere impacchettati come sostanze chimiche per incutere il terrore nella Casa Bianca di Reagan? Abbiamo bisogno di una Digital Enforcement Agency (DEA) per insegnare ai ragazzi di dire di no — o in maniera più educata, «No, grazie», agli spacciatori sotto forma di RAM?

Il mio parere è negativo, ma cosa sto negando? Mi sto godendo attualmente una blanda dipendenza digitale, che però sembra gestibile e socialmente utile. Seguo, per quanto riguarda la scrittura creativa, l’antica massima sufi-pitagorica:

«Se scrivi da sballato, correggi da regolare; se scrivi da regolare, correggi da sballato.»

E sempre con un gruppo.

Written by

Graduated in European history in Florence, he started working in publishing soon after having come across a Mac computer in 1984

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