2.2 Intelligenza artificiale: il gioco profetico delle perline di vetro

Timothy Leary. Caos e Cibercultura — 2. Cibernetica e ingegneria del caos

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Timothy Leary

Hermann Hesse: profeta dell’era informatica

Negli anni Sessanta Hermann Hesse era riverito dagli studenti come voce del decennio. Era un megasapiente, più grande di Tolkien o Salinger, di McLuhan o di Buckminster Fuller.

I romanzi mistici e utopici di Hesse furono letti da milioni di persone. La popolare orchestra rock, gli Steppenwolf, prese il proprio nome da quello dell’eroe psiberdelico di Hesse, Harry Haller, colui che fumava quelle lunghe e sottili sigarette gialle, «enormemente vitalizzanti e deliziose», e poi faceva zoom intorno al Teatro della Mente, andando apparentemente laddove nessun protagonista di narrativa fosse mai andato prima.

Il film Il lupo della steppa fu finanziato da Peter Sprague. Invece di me come protagonista hanno preferito Max Von Sydow. Il ruolo di Rosemary fu di Dominique Sanda. Ma questa storia è archiviata in un’altra base di dati.

Anche il picaresco romanzo di Hesse II viaggio in oriente ebbe vasta risonanza. Ispirò eserciti di pellegrini (compreso il sottoscritto) a recarsi a est di Suez, lungo la Via dell’Hashish fino in India. Scopi di questa Crociata infantile?

Enlightenment 101, un corso elettivo.

Sì era la stagione in cui andavano di moda il misticismo Sufi, il viaggio interiore induista, le ricerche buddista del significato assoluto. Povero Hesse, sembra un po’ fuori luogo qui nell’ambiente high-tech, cybercool, catalogo Sharp, degli anni Novanta.

Ma è forse presto per liquidare il saggio Svizzero.

Alle frontiere, all’avanguardia della cultura informatica, intorno alla Massachussetts Avenue di Cambridge, intorno a Palo Alto in California, ai laboratori di intelligenza artificiale alla Carnegie-Mellon University, negli sgabuzzini dei laboratori di computer grafica nella California del sud, Hesse è in auge.

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Questo revival, però, non riguarda gli scritti mistici, orientali, di Hesse, bensì la sua opera ultima e meno compresa: Magister Ludi, il Gioco delle perline di vetro.

Questo libro, con il quale Hesse si è guadagnato il viaggio cerebrale tutto spesato a Stoccolma, è ambientato qualche secolo nel futuro, quando un congegno per l’elaborazione del pensiero, detto il gioco delle perline di vetro, serve a migliorare l’intelligenza umana e a elevare la cultura.

Qui nei tempi elettronici degli anni Novanta possiamo apprezzare ciò che ha fatto Hesse proprio al colmo (1951–1942) dell’era della meccanica. Ha previsto con sbalorditiva precisione un dispositivo post-industriale per convertire i pensieri in elementi digitali e per elaborarli. Indubbiamente il Saggio degli Hippy prevedeva un dispositivo mentale elettronico destinato ad apparire sul mercato del consumo soltanto nel 1976.

Mi riferisco naturalmente a quel frutto dell’Albero della conoscenza del bene e del male che fu il computer Apple.

Aldous Huxley E Hermann Hesse

Il mio primo contatto con l’opera di Hermann Hesse ebbe luogo grazie ad Aldous Huxley. Huxley fu Carnegie Visiting Professor al MIT (Massachussetts Institute of Technology) nel 1960, con il compito di tenere una serie di lezioni sull’umanità. A ciascuna lezione furono presenti circa duemila persone. Huxley dedicò buona parte del tempo libero al Harvard Psychedelic Drug Research Project insegnando a noi principianti la storia del misticismo e la cura e la gestione cerimoniale dell’LSD

Huxley talvolta chiamava L’LSD la «grazia gratuita».

Huxley quell’autunno stava leggendo Hesse e parlava spesso della teoria di Hesse delle tre fasi dello sviluppo umano:

1. Il senso tribale dell’unità tropical-gioiosa;
2. Le orrende polarità delle società feudal-industriali: bene/male, maschio/femmina, cristiano/musulmano, eccetera; e
3. La riscoperta rivelatrice dell’Unicità del Tutto.

Indubbiamente le tre impronte digitali autoritarie di Hegel (tesi-antitesi-sintesi) erano cosparse un po’ dappertutto su questa teoria, ma dal momento che né Hesse né Huxley sembravano preoccuparsene, perché avremmo dovuto pensarci noi psicologi in erba di Harvard?

Ci mettemmo di buona lena a leggere Hesse.

Huxley asseriva che il proprio sviluppo spirituale e intellettuale in Inghilterra ricalcava quello di Hesse in Germania.

Aldous trovava molto piacere nel tessere insieme fili della propria vita e di quella di Hesse.

Parodie del paradiso

L’ultimo libro di Huxley, L’isola, presenta una atipica utopia tropicale in cui la meditazione, la terapia del Gestalt e le cerimonie psichedeliche creano una società di serenità buddista.

Il 20 novembre del 1963 trascorsi il pomeriggio al capezzale di Huxley, ascoltando con attenzione mentre il filosofo morente parlava a bassa voce di molte cose. Creò quasi un testamento letterario parlando di tre libri che chiamava «parodie del Paradiso»: il proprio L’isola, il 1984 di George Orwell e Il gioco delle perline di vetro di Hesse.

Aldous mi disse con una risatina che il Grande Fratello, l’amato dittatore della società da incubo di Orwell, era basato su Winston Churchill. «Ricorda la retorica del Grande Fratello su sangue, sudore e paure imposti a tutti per sconfiggere l’Eurasia? Le sedute d’odio? Una pregevole satira. E il nome del protagonista è Winston Smith.»

Aldous era in quel periodo particolare affascinato dal Libro tibetano dei Morti, che io avevo appena finito di tradurre in lingua americana dall’inglese vittoriano. Il manoscritto, che fu in seguito pubblicato con il titolo The Psychedelic Experience, fu utilizzato da Laura Huxley nel guidare il trapasso psichedelico di suo marito. Huxley parlò con ironia delle tristi conclusioni de L’isola, del 1984 e del Gioco delle perline. La sua società idealista isolana viene schiacciata dalle potenze industriali alla ricerca di petrolio. L’utopica Castalia di Hesse ha il destino segnato perché ha perso il contatto con le realtà umane. E nel 1984 l’amore viene schiacciato dalle strutture del potere. Fini non lieti. Gli chiesi timidamente se mi stava inoltrando un avvertimento oppure un’esortazione; mi sorrise in modo enigmatico.

Aldous Huxley morì due giorni dopo. Il suo trapasso fu quasi inosservato perché anche John F. Kennedy morì quel 22 novembre del 1963.

Fu un giorno terribile per utopisti e futuristi ovunque.

Evoluzione ontologica di Herman Hesse

Hermann Hesse nacque nel 1877 nella cittadina sveva di Calw, in Germania, figlio di missionari Protestanti. L’ambiente in cui crebbe e la sua educazione, come quelli di Huxley, furono intellettuali, classici, idealistici. Emblematici nella sua vita erano il cambiamento e la metamorfosi. Nella percezione accademica di Theodore Ziolkowski, «La carriera letteraria di Hesse corre in parallelo con lo sviluppo della letteratura moderna da un estetismo di fine secolo, attraverso l’espressionismo fino a raggiungere un senso contemporaneo di impegno umano».

Voce dell’evasione romantica, bohémien deluso, resistente contro la guerra

Peter Camenzind (1904), che fu il primo romanzo di successo di Hesse, riflette il frivolo sentimentalismo degli Allegri Anni Novanta, che come i Ruggenti Anni Venti, offrirono l’ultimo guizzo di divertimento a una società classista destinata a crollare.

«Dall’estetismo si spostò al realismo malinconico… i romanzi di Hesse presentano in veste narrativa le ammonizioni di un estraneo che ci incita a mettere in discussione i valori accettati, a ribellarci contro il sistema, a sfidare la “realtà” convenzionale alla luce di ideali superiori.» (Ziolkowski)

Nel 1911 Hesse compì l’obbligatorio pellegrinaggio mistico in India e lungo il Gange fu contagiato dai microrganismi destinati a comparire più tardi in un vero e proprio misticismo alla Alien Ginsberg.

Nell’Europa del 1914 sconvolta dal nazionalismo e dalle frenesie militari, Hesse, come il Dr. Benjamin Spock in un’altra dimensione temporale, divenne vocifero pacifista e resistente anti-guerra. Due mesi dopo lo scoppio delle ostilità pubblicò un saggio intitolato O Freunde, nicht dieser Tone, (Oh amici, non questi toni di voce).

Fu un appello rivolto ai giovani di Germania, che deplorava la corsa verso il disastro. Il suo dissenso gli portò la censura ufficiale e fu attaccato sui giornali. Da allora in poi Hesse sembra essere stato immune ai danni del patriottismo, del nazionalismo e del rispetto per le autorità.

Proto-beatnik? Proto-hippy? Padre delia psicologia del New age?

Nel 1922 Hesse scrisse Siddhartha, il racconto di una vita alla Kerouac-Snyder trascorsa «sulla strada per Benares» da un protagonista distaccato e divertito, approfittatore.

Nel numero di giugno 1986 della rivista “Playboy”, il maestro islamico di yoga e superstar della pallacanestro, Kareem Abdul-Jabbar («nobile e potente servo di Allah») riassunse con la sua leggendaria tranquillità le fasi di vita da lui vissute, usando le tecniche del gioco delle perline per tessere insieme i fili della sua biografia: pallacanestro, razzismo, droghe, sesso, jazz, politica. «All’ultimo anno di liceo,» racconta Abdul-Jabbar, «ho cominciato a leggero tutto quanto mi arrivasse tra le mani: testi induisti, Upanishad, Zen, Hermann Hesse… tutto»

Playboy: «Che cosa li ha impressionato di più?»

Abdul-Jabbar: «Il Siddhartha di Hesse. Allora stavo attraversando nella mia vita le stesse cose attraversate da Siddhartha nella sua adolescenza, e mi identificavo con la sua ribellione contro i precetti prestabiliti dell’amore e della vita. «Siddhartha diventa un uomo ricco, un uomo estetico e sensuoso; esplora tutti questi diversi mondi e non trova l’illuminazione in nessuno di essi. Fu questo il più grande messaggio che il libro mi offrì; così ho cominciato a costruire un mio sistema di valori per stabilire che cosa fosse giusto.»

Il lupo della steppa (1927), osserva Ziolkowski, fu accolto come «orgia psichedelica di sesso, droga e jazz». Altri osservatori aventi una prospettiva più storica (presenti compresi) hanno visto ne II lupo della sleppa una smitizzazione definitiva delle solenni polarità dell’era industriale. Hesse sbeffeggia i conflitti freudiani, i tormenti nietschiani, le polarità junghiane, i macchinari hegeliani della civiltà europea.

Harry Haller entra nel Teatro Magico in cui il prezzo del biglietto è la mente dello spettatore.

Prima di tutto partecipa a una grande caccia all’automobile; un rifiuto neanche troppo sottile del simbolo sacro dell’era industriale.

Dietro una porta contrassegnata con le parole «Assistenza nella costruzione della personalità. Successo garantito!» Hermann Hesse impara un videogioco postfreudiano in cui i pixel fanno parte della personalità. «Possiamo dimostrare a chiunque la cui anima sia caduta a pezzi come sia possibile riorganizzare questi pezzi del sé precedente in qualsiasi ordine desideri, raggiungendo in questo modo un’infinita molteplicità di mosse nel gioco della vita.»

Quest’ultima frase afferma con precisione le basi delle numerose religioni postindustriali dell’autorealizzazione. Impari a mettere insieme, in qualsiasi ordine desideri, gli elementi del tuo io!

Poi premi Enter per continuare.

La crisi di mezza vita dello Steppenwolf, i suoi surriscaldati conflitti alla Salinger, le sue disperazioni alla Woody Alien, i suoi incompiuti desideri alla Norman Mailer si sciolgono in un vorticoso caleidoscopio di neurorealtà balenanti. «Sapevo», dice H.H. ansimante, «che avevo in tasca Lutti i cento pezzi del gioco… un giorno sarei diventato più bravo a giocare.»

Il gioco delle perline di vetro converte i pensieri in elementi

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Che cosa fai dopo che hai ridotto in elementi i pesanti e massicci pensieri, simili a rocce, della cultura meccanica? Se sei studente di fisica o di chimica, riorganizzi i pezzetti fissionati in combinazioni nuove. Chimica sintetica della mente. Hesse stava a Basilea, città di Paracelso. Alchimia 101.

Solve et coagule.

Ricomponili in combinazioni nuove. Diventi maestro del gioco delle perline. Permetti al generatore di numeri casuali di mischiare le carte del pensiero e di distribuire mani nuove!

Comprensibilmente, Hesse non offre mai una descrizione particolareggiata di questo dispositivo pre-elettronico per l’elaborazione dei dati, noto come gioco delle perline. Ma ne spiega la funzione. I giocatori imparano a convertire numeri decimali, note musicali, parole, pensieri, immagini, in elementi — perline di vetro — che si possono mettere in fila in infinite combinazioni da abaco e in sequenze da fuga ritmica fino a creare un linguaggio a livello superiore, dotato di chiarezza, purezza e della massima complessità.

Un linguaggio globale basato su unità digitali

Hesse descrive il gioco come «un’organizzazione in serie, un ordinamento, un raggruppamento e un confronto tra concetti concentrati da molteplici campi del pensiero e dell’estetica.»

Con il passare del tempo, scrive Hesse, «il Gioco dei giochi si era sviluppato fino a diventare una specie di linguaggio universale tramite il quale i giocatori potevano esprimere valori e porre questi in relazione l’uno con l’altro.»

Inizialmente il gioco era stato progettato, costruito e continuamente aggiornato da una corporazione di matematici chiamati i Castalia. Le generazioni successive di hacker utilizzarono il gioco a scopi educativi, intellettuali ed estetici. Alla fine il gioco divenne una scienza globale della mente, un metodo indispensabile per chiarire il pensiero e per comunicarlo con precisione.

Evoluzione del computer

Hesse, naturalmente, non fu il primo a prevedere l’elaborazione digitale del pensiero. Verso il 600 a.C. il greco Pitagora (musica delle sfere) e il cinese Lao (yin-yang) -tzu speculavano circa la possibilità che ogni realtà e ogni conoscenza possa e debba essere espressa nel gioco dei numeri binari. Nel 1832 un giovane inglese, George Boole, creò un’algebra della logica simbolica. Nel decennio successivo Charles Babbage e Ada, Contessa Lovelace, lavorarono su una macchina analitica del pensiero. Un secolo più tardi, precisamente nel momento in cui Hesse costruiva il suo «gioco» in Svizzera, il brillante studioso inglese di logica, Alan Turing, scriveva di macchine dotate della capacità di simulare il pensiero umano. A.I. — intelligenza artificiale.

Ma il contributo specifico di Hesse non fu tecnico ma sociale. Quarantacinque anni prima di Toffler e di Naisbilt, Hesse previde l’emergere di una cultura fondala sulle informazioni. Ne II gioco delle perline di vetro, Hesse presenta una visione sociologica dell’informatica. Con la ricchezza di particolari di un romanziere d’importanza mondiale (fu con questo libro che vinse il Premio Nobel per la letteratura), descrive l’emergere di una sottocultura urbana accentrata sull’uso di dispositivi mentali digitali.

Hesse a questo punto utilizza il suo dispositivo preferito, la parodia (psiberfarsa), per sollevare la preoccupante questione

La separazione classista tra gli info-esperti e gli info-analfabeti; l’élite elettronica da una parte e dall’altra i proletari, fatti di stracci e di colla, con le loro macchine per scrivere manuali. I pericoli di una società a due strati divisa tra info-ricchi e gli info-poveri.

Glorificazione della cultura hacker castaliana

Il gioco delle perline di vetro è il racconto di Joseph Knecht, che incontriamo come brillante studente liceale in procinto di essere accolto nella confraternita Castaliana e di essere educato alle complessità del sistema autorizzato di elaborazione del pensiero. Le descrizioni di Castalia sono intrise di una squisita pedanteria. Il lettore, riverente, viene affascinato dalla sublime bellezza del sistema e dalla dedizione monacale degli addetti.

Il dotto narratore spiega:

Questo Gioco dei giochi… si è sviluppato fino a diventare una specie di parlato universale tramite il quale i giocatori sono in grado di esprimere i valori in termini di chiari simboli e di porli in relazione l’uno all’altro. Un gioco può, per esempio, avere origine da una determinata configurazione astronomica, da un tema di una fuga di Bach, da una frase di Leibnitz o degli Upanishad, ed è possibile costruire sull’idea fondamentale ed arricchirla tramite assonanze con concetti relativi. Mentre anche una persona quasi principiante è in grado di formulare tramite questi simboli, paralleli tra un brano di musica classica e la formula di una legge naturale, l’addetto e il Maestro del gioco possono condurre il tema d’apertura verso la libertà delle combinazioni sconfinate.

In quest’ultima frase Hesse descrive la teoria del calcolo digitale. Il programmatore geniale è in grado di convertire qualsiasi idea, pensiero, numero, in catene di numeri binari che si possono ordinare in combinazioni di ogni genere. In questo incontriamo nuovamente l’antico sogno di filosofi, poeti visionari, linguisti, di una universitas, una sintesi di ogni sapere, la base di dati universale delle idee, un linguaggio globale dalla precisione matematica.

Hesse aveva compreso come un linguaggio fondato su elementi matematici non sia necessariamente freddo, impersonale, meccanico. Nel leggere II gioco delle perline condividiamo l’entusiasmo degli odierni hacker-visionari che sanno come l’uso di grappoli di elettroni (perline) nel dipingere, nel comporre musica, nel progettare, nell’innovare, offra una libertà creativa molto più ampia di quella offerta dalle espressioni limitate alla stampa su carta, alle pitture chimica spalmate sulla tela o ai suoni acustici (cioè meccanici e non modificabili).

L’età dell’oro della mente secondo Hesse

Nell’età dell’oro della chimica, studiosi e scienziati scoprirono il modo di sciogliere le molecole e di ricombinare gli elementi così liberati per formare infinite nuove strutture. Infatti fu soltanto con un numero infinito di precise manipolazioni del gioco delle interazioni tra elementi che i chimici riuscirono a fabbricare le meraviglie che tanto hanno trasformato il nostro mondo.

Nell’età dell’oro della fisica, gli studiosi sia teoretici che sperimentali impararono il modo di effettuare la fissione dell’atomo e di ricombinare le particelle liberate in modo di formare strutture elementari nuove. Nel Gioco delle perline Hesse ritrae un’età dell’oro della Mente. I programmatori del sapere di Castalia, come chimici e fisici, spezzano le molecole del pensiero in elementi (perline) e con questi tessono forme nuove.

Nella sua poesia L’ultimo gioco delle perline di vetro, il protagonista del romanzo, Joseph Knecht, scrive: «Ci serviamo dell’iconografia… che canta come costellazioni di cristallo.»

Tecnologia inventa ideologia

Hesse sembra aver anticipato la Prima legge della comunicazione di McLuhan: Il supporto è il messaggio. La tecnologia che si utilizza per contenere, immagazzinare, comunicare il proprio pensiero, definisce i limiti del proprio pensiero. La scelta dello strumento di pensiero determina i limiti del pensiero stesso. Se la vostra tecnologia del pensiero è rappresentata dalle parole intagliate nel marmo — be’, affrontiamo la verità — è difficile che siate un pensatore flessibile, a cuor leggero. Una pittura a olio o un papiro in una biblioteca di Damasco non è in grado di comunicare i significati di una pellicola cinematografia. Le nuove tecnologie del pensiero creano nuove idee. Il torchio per stampare ha creato le lingue nazionali, lo stato nazionale, l’alfabetismo, l’era industriale. Che vi piaccia o no la televisione ha prodotto un sistema di elaborazione globale del pensiero molto diverso da quello delle due culture, orale e letteraria.

Hesse, con comprensione del potere della tecnologia, ci informa come la nuova cultura della mente di Castalia si basasse su un dispositivo mentale tangibile, una macchina del pensiero:

«Un telaio simile a quello dell’abaco di un bambino, con varie dozzine di fili sui quali era possibile infilare perline di vetro di grandezze, forme e colori diversi».

Non fatevi ingannare, per favore, dalla semplicità, quasi da giocattolo, di questo dispositivo. Hesse ha cambiato le unità del pensiero; è una cosa seria. Una volta definite le unità di pensiero in termini di elementi matematici si introduce nell’intelligenza della propria cultura una mutazione di grande importanza.

Evoluzione del gioco

Primi a usare il dispositivo a perline di vetro furono i musicisti. I fili corrispondono alle linee del pentagramma, le perline alla durata delle note.

Appena due o tre decenni più tardi il gioco venne preso in mano dai matematici. Per molto tempo, infatti una caratteristica importante della storia del gioco è stata quella di essere sempre preferito, utilizzato e ulteriormente elaborato da qualsiasi branca del sapere conoscesse in quel momento un periodo di forte sviluppo oppure un rinascimento.

In vari momenti il gioco è stato ripreso e imitato da quasi tutte le discipline scientifiche e scolastiche. Lo studio analitico dei valori musicali aveva condotto a un’analisi degli eventi musicali in termini di formule fisiche e matematiche. Non molto più tardi, questo metodo fu preso in prestito dalla filologia e si cominciò a misurare le configurazioni linguistiche allo stesso modo in cui la fisica misura i processi che hanno luogo in natura. Poco dopo questo esempio fu seguilo dalle arti visive. Ogni disciplina che afferrava il gioco creava il proprio linguaggio di formule, di abbreviazioni e di combinazioni possibili.

Ci porterebbe troppo fuori strada tentare un esame del modo in cui il mondo della mente, dopo la sua purificazione, si conquistò un posto nello Stato. La supervisione delle cose della mente tra il popolo e nel governo fu un compito assegnato sempre più agli intellettuali. Questo fu in modo particolare il caso del sistema educativo.

Intimazioni di intelligenza artificiale e hacker alienati

«I matematici portarono il gioco a un alto livello di flessibilità e di capacità di sublimazione, in modo che cominciasse ad acquisire una certa consapevolezza di sé stesso e delle proprie possibilità» [corsivi miei].

In quest’ultima frase Hesse arriva a una premonizione dell’incubo di Arthur C. Clarke e di Stanley Kubrick circa la nevrosi nelle intelligenze artificiali:

«Apri le porte della capsula, HAL.»

«Mi spiace, Dave. Questa missione è troppo importante per essere messa a rischio dagli errori umani.»

Hesse ci informa come le prime generazioni di addetti al computer avessero creato una «cultura di hacker», una setta elitaria di elaboratori del pensiero che vivevano all’interno dei costrutti delle proprie menti, sprezzanti della società esterna.

Hesse a qiesto punto, con intuito quasi sovrannaturale, descrive l’emergere di un fenomeno che è diventato ormai una mania nelle scienze informatiche.

Il culto dell’intelligenza artificiale

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Già nel 1984 si spendevano miliardi di dollari in Giappone (i cosiddetti progetti di Quinta generazione), in America e in Europa per lo sviluppo di programmi di intelligenza artificiale.

Le nazioni che già sono vittime di un grave deficit di intelligenze — l’Eurasia ex-sovietica e i Paesi del Terzo mondo — sembrano essere lasciate fuori da questo sviluppo significativo.

Scopo dei progetti di AI è quello di creare macchine enormemente in gamba in grado di ragionare, di dedurre e di raggiungere decisioni in modo più efficiente degli «esseri umani».

I megadollari vengono dalle grandi burocrazie — federali, aziendali, militari — dalle banche, dalle società assicurative e petrolifere, dalle agenzie spaziali, dalle reti medico-ospedaliere.

I compiti mentali da affidare all’AI comprendono:

• Sistemi esperti in grado di fornire informazioni elaborate e di proporre decisioni in base a correlazioni fra enormi quantità di dati. Qui i computer eseguono, quasi alla velocità della luce, il lavoro di interi eserciti di impiegati e di tecnici.
• Programmi di riconoscimento vocale; il computer riconosce comandi parlati in varie lingue.
• Robotica.

AI è diventata la parola d’ordine tra gli investitori nell’industria informatica. Sembrano esistere pochi dubbi circa la possibilità che programmi e robot ragionanti raggiungano ruoli sempre più importanti nella società occidentale e, naturalmente, in Giappone.

Così come il gioco delle perline divenne bersaglio di critiche dall’esterno, così è stato anche con il movimento verso AI. C’è chi ha detto che lo stesso termine «intelligenza artificiale» è una contraddizione terminologica, come lo è l’espressione intelligence applicata al mondo militare.

Altri critici fanno presente come i programmi di AI abbiano poco o niente a che fare con i singoli esseri umani. Queste macchine da megamiliardi non sono applicabili alla soluzione di problemi personali, per aiutare Giancarlo a superare la timidezza in discoteca di venerdì sera, o Mariuccia a risolvere il proprio problema di autostima.

I sistemi di AI sono studiali per funzionare come supercomitati di esperti.

Ricordiamo quella decisione in base alla quale fu ritenuto più economico pagare un numero limitato di danni per morti e feriti che non cambiare la posizione del serbatoio della benzina sulla Ford. Ricordiamo quelle statistiche del Pentagono sulle «perdite accettabili di vite di civili in una guerra nucleare. Ecco perché sono in molti a pensare che questi giocattoli dei top manager siano più artificiali che intelligenti.

Ma alla fine emerge come siano esagerate le nostre paranoie nei confronti di HAL. I computer non sostituiranno la gente vera, ma solo i burocrati a livello medio e basso. Sostituiranno voi soltanto nella misura in cui usate l’intelligenza artificiale (e non quella naturale) nel vostro lavoro e nella vostra vita.

Se pensate come un burocrate, come un funzionario, come manager, come un membro di una grande organizzazione nella quale non si fanno domande, o come giocatore di scacchi, allora state attenti…

Intelligenza naturale

Gli umanisti nella cultura informatica affermano che esiste una sola forma di intelligenza; quella naturale che risiede nei crani degli individui. Questo bio-ware è costituito geneticamente e programmato in modo esperienziale per gestire gli affari personali di una singola persona — il proprietario — e per scambiarepensieri con altri umani.

Tutti gli strumenti di elaborazione del pensiero — matite a uso manuale, libri stampati, computer elettronici — sono utilizzabili come estensioni dell’intelligenza naturale. Sono dispositivi per confezionare, immagazzinare, comunicare le idee: specchi che riflettono quel che l’utente ha pensato. Come ha detto Douglas Hofstadter in Godel, Escher, Bach: «Il sé entra in esistenza nel momento in cui ha il potere di riflettersi.» E quel potere, Hesse e McLuhan, è determinato in base allo strumento di pensiero utilizzato nella cultura in questione.

L’individuo umano può essere controllato, gestito, da macchine pensanti — computer o giochi di perline che siano — soltanto nella misura in cui sceglie di limitare il proprio pensiero autonomo.

Magister ludi comincia a mettere in discussione l’autorità

Nei capitoli conclusivi de II gioco delle perline di vetro il protagonista, Joseph Knecht, è assurto al rango più alto dell’ordine castaliano; è «Magister Ludi, Maestro del Gioco delle perline di vetro».

Ormai il gioco è diventato un sistema globale di controllo e di spionaggio che gestisce educazione, forze armate, scienza, ingegneria, matematica, fisica, linguistica e soprattutto l’estetica. Le grandi cerimonie culturali sono giochi pubblici di pensiero, ai quali assiste con fascino la popolazione.

In questo momento di trionfo nella mente del Maestro cominciano a balenare dei dubbi. Si preoccupa della società a due strati nella quale l’élite «informatica» gestisce i giochi mentali della società, lontanissima dalle realtà della vita umana.

I Castaliani, ricordiamo, si sono dedicati totalmente alla vita della mente, rinunciando a potere, denaro, famiglia, individualità. Un Castaliano è il perfetto «uomo dell’organizzazione», monaco della nuova religione dell’intelligenza artificiale. Knecht è preoccupato anche della questione dell’ubbidienza, della perdita della scelta individuale.

Hesse sembra inviare segnali di avvertimento riferibili alla situazione del 1986. In primo luogo suggerisce che gli esseri umani tendono a centrare le loro religioni intorno al dispositivo di elaborazione del pensiero usato nella loro cultura. Il Verbo divino deve pervenirci attraverso canali normali; in caso contrario non sarà compreso, non importa che siano le Tavole di Mosè o il prodotto industriale di massa che costituisce il Sacro testo dei fondamentalisti cristiani e musulmani.

In secondo luogo il controllo dei macchinari per l’elaborazione del pensiero significa il controllo della società. Il tono fondamentale anti-establishment de Il gioco delle perline non può aver mancato di richiamare l’attenzione di George Orwell, altro profeta della società delle informazioni. Come Joseph Knecht, Winston Smith, il protagonista di 1984, lavora nel Ministero della verità, e riprogramma la base di dati della storia. Smith è reso schiavo dalla tirannia informatica alla quale l’eroe di Hesse cerca di sfuggire.

In terzo luogo: Hesse suggerisce che l’emergere di nuove macchine intelligenti creerà nuove religioni. L’ordine castaliano ci ricorda i culti monastici medievali, comunità di hacker autorizzati che conoscevano il linguaggio-macchina, cioè il latino e che facevano la guardia ai mainframe, cioè ai codici miniati custoditi nei palazzi di vescovi e di duchi.

Ancora più importante, Hesse indica la riposta appropriata per un individuo che non riesca ad accettare le esigenze di ubbidienza e di rinuncia imposte dalla casta sacerdotale dell’intelligenza artificiale.

Agire come comandano il mio cuore e il mio intelletto

Dopo un centinaio di pagine di poderose introspezioni e di conversazioni confessionali, Joseph Knecht si dimette dal suo posto come arciprete dell’intelligenza artificiale e si avvia verso una vita nuova come individuo nel «mondo reale».

In una lettera indirizzata all’Ordine spiega il proprio risveglio. Dopo trenta anni di elaborazione del pensiero al massimo livello, è giunto alla conclusione che le organizzazioni si mantengono premiando l’ubbidienza con il privilegio! Con la forza accecante di un’esperienza mistica, Knecht vede improvvisamente come la comunità AI castaliana «fosse stata contagiala dal morbo caratteristico delle élite: arroganza sfacciata, presunzione, ipocrisia, sfruttamento del prossimo…»!

Inoltre — ironia delle ironie — un membro di una tale burocrazia del pensiero «soffre spesso di una grave mancanza di comprensione del proprio posto nella struttura della nazione, nel mondo e nella storia mondiale». Prima che noi, nei sofisticati anni Ottanta, ci arrischiamo a sorridere di tali luoghi comuni sull’ingordigia e sulla miopia della burocrazia, ci conviene tener presente che Hesse ha scritto questo libro nel decennio in cui Hitler, Stalin e Mussolini terrorizzavano l’Europa con il totalitarismo. La scontata massima democratico-ateniese «pensa con la tua testa, metti in dubbio l’autorità» non era certo di moda neppure in Paesi civili quanto la Svizzera.

Una delicata considerazione per la permalosità dei tempi fu, pensiamo, il motivo per il quale Hesse, maestro della parodia, conduce i suoi timidi lettori con un ritmo lento e formale verso il confronto finale tra Alexander, presidente dell’Ordine, e il Maestro del gioco dissidente. Nel modo più cortese possibile Knecht spiega ad Alexander che non è disposto ad accettare la «decisione calata dall’alto»

Il presidente resta senza parole. E possiamo immaginare buona parte dell’élite dell’elaborazione del pensiero europea — i professori, gli intellettuali, i linguisti, i critici letterari e i redattori della cronaca — che si uniscono ad Alexander quando balbetta: «non disposto ad accettare con ubbidienza… una decisione inalterabile dall’alto? Ti ho sentito bene, Magister?»

Più tardi Alexander domanda, a voce bassa, «E come agirai adesso?»

«Come comandano il mio cuore e il mio intelletto», risponde Joseph Knecht.

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Graduated in European history in Florence, he started working in publishing soon after having come across a Mac computer in 1984

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